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SEASON 18 EPISODE 10: “Playlist 2023 Part 2 – TOP 15” [Podcast]

Nel podcast trovate l’attesissima TOP 15 della Playlist 2023 di Sounds & GroovesĀ 

In questo decimo episodio scoprirete le posizioni dal #15 alla vetta della mia personalissima classifica 2023

Eccoci di nuovo puntuali con l’appuntamento quindicinale di Sounds & Grooves che per il 18° anno consecutivo impreziosisce (mi piace pensarlo) lo straordinario palinsesto di www.radiorock.to. 18 anni…siamo diventati maggiorenni!!!! A pensarci ĆØ incredibile che sia passato giĆ  cosƬ tanto tempo da quando abbiamo iniziato questa folle ma fantastica avventura. Come (credo) sappiate, la nostra podradio ĆØ nata per dare un segnale di continuitĆ  con quella meravigliosa radio del passato che molti custodiscono nel cuore e a cui ho provato a dare un piccolo contributo dal 1991 al 2000.

Sappiamo tutti benissimo che la Radio Rock in FM come la intendevamo noi è sparita da tanto tempo, ma in tutti questi anni di podcast sul web abbiamo cercato di tenere accesa quella fiammella per poi tentare di moltiplicarla, facendola diventare un faro di emozioni e qualità musicale. Perché la passione e la voglia di fare radio, la voglia di ascoltare e di condividere la musica di qualità, nonostante tutto, non ci è mai passata.

Questa creatura dopo quasi 4 lustri continua orgogliosamente a remare controcorrente, cercando quella libertĆ  in musica che nell’etere ĆØ ormai diventata una mosca bianca, ed esprimendo con forza la passione per la condivisione, per la ricerca, per l’approfondimento. Non dobbiamo aderire ad una cieca linea editoriale che ormai spinge esclusivamente il pulsante play dei servizi di streaming, ma ci lasciamo guidare semplicemente dal nostro cuore e dalla nostra passione. Fulvio Savagnone, Marco Artico, Giampiero Crisanti, Franz Andreani, Flavia Cardinali, Francesco Cauli, Ivan Di Maro, Massimo Santori aka Moonchild, Maurizio Nagni ed io proviamo ogni giorno a coinvolgervi con i nostri podcast regolari e con le rubriche tematiche di approfondimento, sperando di farvi sentire sempre di più parte di questa fantastica avventura.

In questo decimo episodio stagionale finalmente ascolterete l’attesissima seconda parte della mia personale classifica del 2023 dove scoprirete le posizioni dalla #15 fino alla vetta, quest’anno appannaggio di un gruppo che ha saputo rendere attuale, oscuro e ancora più affascinante un genere legato alla tradizione. In questo spazio, come quasi ogni anno, ho voluto semplicemente buttare giù, come appuntandoli su un taccuino, gli album che negli ultimi 12 mesi ho ascoltato di più, e che sono riusciti maggiormente a coinvolgermi, e condividere con voi le mie emozioni. Nonostante ci siano un milione di classifiche sparse nel web, sia quelle compilate dalla varie (più o meno trendy) music webzines e magazines, che quelle postate sui vari profili personali dei social networks, credo che da ognuna di queste ci sia sempre da qualcosa da imparare, uno o più nomi da annotare per poi approfondire con curiositĆ . Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.

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Iniziamo il podcast con il disco che si trova al #15 della mia playlist annuale. ā€œQuesto ĆØ il nostro terzo album. ƈ un disco che risponde alle ansie del momento: ecologia, isolamento, estinzione, tecnologia, l’appiattimento della storia, la morsa sclerotica di una cultura impantanata in citazioni, riferimenti e immaginazione svuotata.ā€Ā CosƬ iĀ The God In HackneyĀ hanno provato a raccontare in breveĀ The World In Air Quotes, disco (purtroppo) quasi ignorato dalle nostre parti (nonostante abbiano fan dal nome altisonante come Mike Watt o Thurston Moore) ma che ho trovato sorprendentemente interessante e coinvolgente. Il gruppo ĆØ composto dal nucleo centrale Andy Cooke, Dan Fox, Ashley Marlowe e Nathaniel Mellors, cha hanno poi ampliato la formazione includendo i polistrumentisti e compositori americani Eve Essex (Eve Essex & The Fabulous Truth, Das Audit, Peter Gordon & Love of Life Orchestra, Peter Zummo, Liturgy) e Kelly Pratt (Father John Misty, David Byrne/St Vincent, Beirut e Lonnie Holley tra i tanti). Dan Fox, Nathaniel Mellors e Andy Cooke si sono conosciuti alla scuola d’arte di Oxford, a metĆ  degli anni Novanta, senza però all’epoca fare musica insieme. Di fatto il gruppo esiste da ben 25 anni, nato inizialmente come progetto parallelo dei Socrates That Practices Music, gruppo fondato da Cooke nel 1998 a Londra. The God In Hackney ĆØ un progetto ad ampio respiro, che pur partendo da basiĀ art rockĀ che ricordano a tratti alcuni gruppi progressive del passato, ingloba diversi generi musicali, dal jazz al rock, risultando eclettico e mai banale, e riuscendo a non sfociare mai nell’onanismo strumentale, anzi, intrigando con gli intrecci di voci, fiati, ritmi. Dice Dan Fox:Ā ā€œLavorare con Eve e Kelly ha ampliato il nostro senso di ciò che ĆØ musicalmente possibile con The God in Hackney. Un’abilitĆ  che abbiamo acquisito alla scuola d’arte ĆØ stata quella di rimanere aperti a qualcosa di inaspettato durante il processo di scrittura, piuttosto che cercare di controllarne ogni aspetto. Fare arte ĆØ più eccitante quando non si sa con precisione cosa succederĆ ā€. Ed ĆØ proprio l’inaspettato ad essere senza dubbio uno dei segreti di questo album intrigante. La splendida apertura ā€œIn The Face Of A New Scienceā€ ĆØ stata la mia scelta per rappresentare un lavoro estremamente appagante.

Dopo tre EP che hanno riscosso un certo favore da critica e pubblico, gliĀ Holy TongueĀ sono arrivati, a cinque anni dalla formazione, a pubblicare il primo lavoro sulla lunga distanza intitolatoĀ Deliverance And Spiritual Warfare, Il progetto ĆØ nato dall’unione tra il produttore e musicista Al Wootton e la percussionista Valentina Magaletti, italiana residente da tempo a Londra che ha all’attivo molti progetti di notevole qualitĆ  come Vanishing Twin, Moin, V/Z. Per questo lavoro ai due si sono aggiunti Susumu Mukai al basso (giĆ  sodale della Magaletti nei Vanishing Twin), Steve Beresford al pianoforte preparato e Abraham Parker e David Wootton agli ottoni. Il loro personale tentativo di unireĀ dub e jazz suonando con un’urgenza post-punk ha colpito clamorosamente nel segno, tra gorghi ritmici, influenze funk, e venature psichedeliche e misticheggianti. Un disco ricercato e visionario che raggiunge meritatamente la posizioneĀ #14Ā dove ilĀ dub viene rivestito a nuovo (ascoltate “Threshing Floor”)Ā confermando Valentina Magaletti come una dei musicisti più preparati e ricercati degli ultimi anni. Nota dolente: il formato fisico ĆØ di difficilissima reperibilitĆ .

Ammetto spudoratamente che dopo l’inizio della sua carriera, ormai ben 20 anni fa, il mio entusiasmo per la musica prodotta da Antoni/Anohni si era progressivamente spento, tanto da farmi avvicinare in netto ritardo a questo lavoro a nomeĀ Anohni & The JohnsonsĀ nonostante la cantautrice newyorkese non facesse sentire la propria voce da più di 10 anni. Ritardo di cui mi sono pentito quasi subito, perchĆ© un ascolto più attento diĀ My Back Was A Bridge For You To Cross, che troviamo alĀ #13Ā della mia personale classifica, mi ha fatto ritornare in parte al quell’I Am A Bird NowĀ che mi aveva cosƬ colpito nel 2005. Composto ed interpretato insieme al chitarrista e produttore Jimmy Hogarth, l’album ha un approccioĀ soul estremamente elegante, al quale Anohni affida il suo messaggio che parla di diritti civili, discriminazioni, transizioni climatiche e fisiche, in maniera diretta e intima allo stesso tempo. Messaggio chiaro sin dalla copertina, che ritrae l’iconica attivista Marsha P. Johnson. Il disco ĆØ riuscito a coinvolgermi per la sua densitĆ  e potenza emotiva, non priva di momenti sperimentali. Dieci tracce intense e vitali, un ritorno inaspettatamente convincente. L’intensa “Rest” inserita in scaletta ĆØ una delle mie canzoni preferite dell’anno.

In alcuni casi ĆØ normale chiedersi quanto possa influire l’esperienza personale nell’arte espressa da alcuni musicisti e quanto sia corretto scindere l’essere umano dall’artista. Kristin Hayter ĆØ un’artista poliedrica originaria di San Diego, in California, e ora residente nel New England, capace di portare in musica le proprie esperienze passate di abusi, violenza e disperazione che hanno segnato la sua esistenza nel suo progettoĀ Lingua Ignota. Quattro album all’attivo tra il 2017 ed il 2021 in cui la Hayter ha esposto le sue ferite con un’intensitĆ  indicibile: un prolungato grido di dolore tra scorieĀ industrialĀ eĀ noiseĀ di grande originalitĆ  e coinvolgimento. GiĆ  due anni fa, nell’ultimo lavoro a nome Lingua Ignota intitolatoĀ Sinner Get Ready, si intravedeva un piccolo spiraglio di luce, un’apertura verso una sorta di afflato spirituale.Ā Questo amore per la musica sacra, per le radici musicali della sua terra insieme ad una ricerca di una sorta di redenzione spirituale attraverso i principi del cristianesimo carismatico ha portato la Hayter ad abbandonare la ragione sociale che l’ha portata al successo e a costruirsi una nuova vita personale ed artistica, rivendicando il suo nome completo e ribattezzandosiĀ Reverend Kristin Michael Hayter. AlĀ #12Ā troviamo dunque il suo ā€œesordioā€ con il nuovo nome intitolatoĀ SAVED!, un accorato tentativo di raggiungere la salvezza allontanandosi dal dolore e avvicinandosi a forme musicali antiche e devozionali come spiritual, gospel, country eĀ prewar folk. Proprio per dare un senso di antichitĆ  musicologica, la Hayter ha ridotto all’osso la strumentazione e ha volutamente degradato l’audio. ā€œI Know His Blood Can Make Me Wholeā€ , cover di Blind Willie Johnson, ĆØ solo uno degli 11 episodi intensi (e talvolta strazianti) di una dolorosa redenzione.

Il galleseĀ John Cale, noto ai più per essere stato membro fondatore dei The Velvet Underground, ha sviluppato negli anni una carriera solista che lo ha portato a sperimentare con una vasta gamma di stili musicali. Vera icona, artista a tutto tondo, mirabile suonatore di viola, produttore importante (Nico, Happy Mondays, Stooges, Patti Smith, Squeeze, Modern Lovers, Siouxsie & The Banshees), Cale a 81 anni suonati si ĆØ messo di nuovo in discussione, mostrandosi ascoltatore interessato del suono odierno e pubblicando ad inizio 2023 un nuovo album intitolatoĀ MercyĀ a sette anni dal precedente e a ben 11 anni dal suo ultimo album di musica originale.Ā A mostrare l’interesse di Cale per la musicaĀ ā€œcontemporaneaā€Ā ci sono, all’interno diĀ Mercy, le collaborazioni con Laurel Halo, Weyes Blood, Avey Tare e Panda Bear degli Animal Collective e Fat White Family. La pubblicazione del disco ha subito ritardi importanti a causa della pandemia, ed ĆØ stato ispirato da eventi attuali come la presidenza di Donald Trump, la Brexit, il COVID-19, il cambiamento climatico, i diritti civili e l’estremismo di destra. Difficile districarsi in questa ora abbondante di musica, densa e scura, affascinante e vista con lo sguardo di un avanguardista navigato. Un grande ritorno che troviamo al #11. “Noise Of You”, con un andamento alla The Blue Nile, ĆØ il brano che ho scelto per rappresentare il disco.

non c’è dubbio che l’etichettaĀ International AnthemĀ di Chicago sia diventata nel corso degli ultimi anni una straordinaria fucina di nuovi talenti capaci di rivoltare come un guanto la materia jazz e rivestirla (quasi) a nuovo. Chicago ĆØ nota per essere uno dei luoghi di nascita del jazz sperimentale, d’avanguardia e creativo ma anche del post-rock negli anni ’90, ed ĆØ anche l’attuale residenza del compositore, cornettista e artista visualeĀ Rob MazurekĀ che ĆØ tornato nel 2023 a far sentire la voce della suaĀ Exploding Star Orchestra. Attualmente composta da Jeff Parker (chitarra), Craig Taborn (wurlitzer e synth moog), Angelica Sanchez (pianoforte), Damon Locks (voce), Gerald Cleaver (batteria), Mauricio Takara (percussioni, con Mazurek anche negli straordinari SĆ£o Paulo Underground) e Nicole Mitchell (flauto), l’orchestra ĆØ stata creata da Mazurek nel 2005 per indagare sulle tradizioni musicali d’avanguardia della cittĆ . Il nuovoĀ Lighning Dreamers, che troviamo alĀ #10, conferma Mazurek come artista sensazionale, capace di cercare percorsi diversi e liberi di ricerca al confine di generi diversi senza dimenticare mai la tradizione, sia essa di un Coltrane d’annata o di un Miles elettrico. L’album ĆØ stato registrato nel settembre 2021 ai Sonic Ranch Studios in Texas ed ĆØ stato ispirato dai tre anni che Mazurek ha passato sul grande Rio Negro a Manaus, Brasile, dove s’incontrano i fiumi Nero e Bianco: ā€œLaggiù ĆØ consuetudine prendere una barca fino alla linea di separazione di questi due fiumi e tuffarsi, come una sorta di affermazione del semplice fondamento che tutti noi, originari di qualche parte ā€˜altra’, proveniamo dallo stesso luogo… le stelle.ā€ Tuffarsi in questo album ĆØ semplicemente un meraviglioso godimento sensoriale tra passato e futuro come dimostra la “Shape Shifter” inserita in scaletta.

Un uomo tormentatoĀ John Bence, un uomo che utilizza la musica come potente espressione emozionale e cinematografica, creando un mondo sonoro viscerale e spirituale. Compositore britannico cresciuto nella dinamica scena della musica elettronica underground di Bristol e diplomato al Royal Birmingham Conservatoire, John Bence ha esordito nel 2015 conĀ Disquiet, un 12″ pubblicato dalla Other People di Nicholas Jaar. Le emozioni suscitate da Bence erano state talmente potenti da risuonare nella sede della Thrill Jockey, pronta a metterlo sotto contratto e a pubblicare nel 2020 un ennesimo mini album intitolatoĀ Love, dove il compositore si ĆØ concentrato sul suo vissuto ripercorrendo la difficile strada della dipendenza dall’alcolismo fino al completo (speriamo) recupero. Il suo minimalismo rigoroso, in equilibrio tra staticitĆ  e profonditĆ  emotiva, finalmente nel corso del 2023 si ĆØ potuto esprimere senza più gli stretti paletti di un mini album. Il nuovoĀ Archangels infatti, uscito a fine febbraio, trova Bence, a due anni dalla sua riabilitazione, pronto a scaricare tutto il suo arsenale sonoro per evocare uno spazio spirituale e contemplativo di enorme intensitĆ  emotiva come nella “Metatron, Archangel of Kether” che ascoltate nel podcast. Una pratica compositiva edificata su note di pianoforte, ambientazioni minimaliste, arrangiamenti orchestrali, synthĀ oscillanti,Ā field recordingsĀ e canti gregoriani che in qualche modo si ĆØ intrecciata strettamente con quella spirituale, attraverso la quale il compositore britannico ha cercato di esprimere i suoi concetti religiosi e filosofici usando gli arcangeli come tramite verso il divino. Il risultato ĆØ un album chiaroscurale, conturbante, a tratti disturbante, da ascoltare in religioso silenzio per aumentare il suo profondo fascino inquieto. Un disco che mi ha talmente coinvolto da inserirlo alĀ #9, meritatamente in Top 10.

Vienna, cittĆ  bellissima, austera e rigorosa nella sua classicitĆ . La capitale austriaca ĆØ la casa da quasi 25 anni deiĀ Radian, trio formato da Martin Brandlmayr (batteria, elettronica), Martin Siewert (chitarra, elettronica) e John Norman (basso) che torna a far sentire la propria voce dopo sette anni di assenza. Il loro approccio ha marchiato a fuoco la scena europea tra elettronica e post-rock sin dalla fine degli anni ’90, grazie ad un suono spigoloso, cupo, definito nei minimi particolari, ricco di tensioni e silenzi che ha fatto scuola. Un approccio visionario e fantasioso, quello perseguito e realizzato dai tre, che giunge con questo nuovoĀ Distorted RoomsĀ ad un personale vertice compositivo. Il secondo album che vede la presenza di Siewert (e sesto in assoluto), ĆØ uno di quei dischi che va ascoltato prestando la massima attenzione perchĆ© dai solchi escono suoni spesso minimi, dal rumore dei plettri al sibilo latente di un amplificatore che i tre ristrutturano ed elaborano trasformandoli e manipolandoli a volte in modo discreto, spesso in modo più drastico. Il trio si conferma maestro nel manipolare la tensione dinamica, colpendo emotivamente pur giocando in manieraĀ ā€œfreddaā€ con gli strumenti e le dinamiche dello studio di registrazione, come, ad esempio, posizionando i microfoni in maniera creativa e non convenzionale. Ascoltate il basso quasi funk trattenuto e rilasciato ad ondate diĀ ā€œC At The Gatesā€, capace di sostenere un brano di enorme ed inquieta tensione emotiva.Ā Distorted RoomsĀ ci consegna i Radian al massimo delle loro possibilitĆ , un lavoro affascinante, elegante e futuristico, dove i tre, senza aver perso nemmeno un grammo di entusiasmo per la loro sperimentazione dopo quasi 30 anni di carriera, ci portano alla scoperta di nuovi universi sonori raggiungendo il meritatissimoĀ #8Ā della mia playlist annuale.

Pochi artisti riescono ad attraversare tre decadi in maniera davvero importante reinventandosi ogni volta, mutando pelle e sconfiggendo il tempo.Ā PJ HarveyĀ ĆØ una di queste rare eccezioni, capace di convincere critica e pubblico ogni volta, album dopo album. Dall’esordio diĀ DryĀ nel 1991 all’ultimoĀ I Inside The Old Year Dying (che troviamo al #7) pubblicato a luglio 2023, l’artista di Bridport, nel Dorset, ĆØ stata capace di costruire un percorso netto, in crescendo. Sette anni dopo The Hope Six Demolition Project, album profondamente politico registrato alla Somerset House di Londra in varie sessioni aperte al pubblico, Polly Jean si ĆØ rimessa a nudo, con la sua voce in primo piano come non mai (come nella “Prayer At The Gate” che apre l’album) al servizio di arrangiamenti scarni e oscuri, in una sorta di folk ā€œsporcoā€ capace di incantare e convincere. Il disco ĆØ una sorta di trasposizione in musica, tra luci ed ombre, del suo secondo libro intitolato ā€œOrlamā€, scritto grazie all’aiuto del poeta scozzese Don Paterson, ed ĆØ stato parzialmente improvvisato insieme ai produttori Flood e John Parish. Secondo PJ il cuore del disco ĆØĀ ā€œla ricerca dell’intensitĆ  del primo amore e ricerca di un significatoā€,Ā definendo l’intero lavoro comeĀ ā€œuno spazio di riposo, una consolazione, un conforto, un balsamo, che sembra opportuno per i tempi in cui ci troviamoā€. Riferimenti letterari, luci ed ombre, ambiguitĆ , tutto contribuisce a rendere questo album uno dei più importanti dell’anno appena trascorso, che abbiamo trovato non solo nella Top 10, ma spessissimo anche sul podio, di innumerevoli classifiche annuali. E per un’artista sulla breccia dell’onda da oltre 30 anni ĆØ una sorta di vero e proprio sigillo su una carriera straordinaria.

Raramente ho assistito ad un cordoglioĀ  cosƬ diffuso e cosƬ sentito per un’artista che, decisamente, non faceva parte del mondo musicaleĀ mainstream. E’ stato davvero un brutto colpo quello della scomparsa nell’agosto del 2022 della trombettistaĀ Jaimie Branch,Ā non solo per la sua giovane etĆ  (39 anni) ma per il vuoto che ha lasciato in una comunitĆ  jazz (e in generale di splendida umanitĆ ) che si ĆØ creata a Chicago intorno ad un’etichetta meravigliosa come la International Anthem, incredibile fucina di nuovi e vecchi artisti che stanno dando nuova linfa al jazz. Il suo fraseggio cosƬ intenso, dovuto dalla sua esperienza su un’ampia gamma di progetti, non solo nel jazz ma anche in ambito post punk, noise, indie rock, musica elettronica e hip-hop ha sempre colpito nel segno, sia con il suo quartetto che con gli Anteloper, duo creato con il batterista/beatmaker/producer Jason Nazary. La Branch aveva appena fatto in tempo ad elaborare negli studi dell’International Anthem a Chicago il materiale registrato in aprile con il suo quartetto denominato proprio Fly Or Die (il violoncellista Lester St. Louis, il contrabbassista Jason Ajemian e il batterista Chad Taylor) nel corso di una residenza al Bemis Center for Contemporary Arts di Omaha, in Nebraska.Ā Fly or Die Fly or Die Fly or Die ((world war)), terzo (e purtroppo ultimo) lavoro in studio pubblicato pochi mesi fa, mostra proprio il risultato di quelle sessioni, rifinito nei dettagli dagli altri musicisti coinvolti nel progetto insieme alla sorella Kate. Sulle note di copertina c’è scritto ā€œJaimie voleva che fosse un album rigoglioso, potente e pieno di vitaā€ ed effettivamente la visione musicale di ā€œBreezyā€ risulta sempre estremamente vitale, con i ritmi latineggianti ed un uso maggiore della voce a porsi come primo passo di un cambiamento di cui, purtroppo, non avremo testimonianze. La sua passione continuerĆ  a guidarci e a scorrere ogni volta che ascolteremo la sua straordinaria vitalitĆ  musicale come nella straordinaria doppietta “Aurora Rising / Borealis Dancing” proposta in scaletta. Non ci sono dubbi: Jaimie Branch ci mancherĆ  moltissimo.

Che storia incredibile quella deiĀ Pere Ubu. Nati a Cleveland in piena crisi economica, David Thomas e compagni presero il nome dalla piĆØce teatraleĀ ā€œUbu Roiā€Ā dello scrittore francese Alfred Jarry e convertirono il gusto della satira, l’amore per il grottesco, l’anarchia e la sfrenata verbositĆ  dell’opera in unĀ post-punkĀ che di fatto, con le sue nevrosi urbane ed industriali, andrĆ  a creare di fatto laĀ new wave. Chi meglio di un personaggio come David Thomas poteva portare in musica il Teatro dell’Assurdo di Jarry? Critico musicale e frontman della band proto-punk Rocket From The Tombs, amava nascondersi dietro al nome di Crocus Behemoth, prima di creare insieme al chitarrista degli stessi Tombs, Peter Laughner (morto prematuramente nel 1977 a soli 24 devastato da una pancreatite dovuta dall’abuso di alcool e stupefacenti), la sua nuova creatura. Nel 2019Ā The Last GoodbyeĀ avrebbe dovuto essere l’ultimo capitolo di una storia incredibile, ma Thomas ĆØ riuscito a sorprenderci ancora, facendo risorgere di nuovo il suo gruppo e pubblicando a fine maggio il diciannovesimo album della storica band intitolatoĀ Trouble On Big Beat Street. A distanza di cosƬ tanti anni dall’esordio, ascoltare i Pere Ubu ĆØ ancora un’esperienza appagante e viva. La formazione odierna comprende, oltre allo schizofrenico leader, i due Pale Boys Keith MolinĆØ (chitarra) e Andy Diagram (tromba), oltre a Gagarin (synth ed elettronica), Alex Ward (chitarra e clarinetto), Michele Temple (basso e piano) e Jack Jones (theremin). Il suono? Esattamente come ve lo aspettereste: schizofrenico, destrutturato, intransigente, perfettamente conforme a quello con cui ci hanno deliziato da mezzo secolo e la “Love Is Like Gravity” inserita nel podcast lo dimostra ampiamente. Immortali. Nota a margine: il CD ha ben sette brani in più rispetto al vinile, non ĆØ roba da poco.

Dopo sei anni di silenzio e per suggellare i 25 anni di attivitĆ , ecco tornare i londinesi Alasdair MacLean (voce, chitarra, organo), James Hornsey (basso, piano) e Mark Keen (batterie e percussioni) uniti nella ragione socialeĀ The Clientele. Ed ĆØ, diciamola tutta, un ritorno favoloso che non poteva far altro che portare il gruppo cosƬ in alto nella mia personale classifica. A sei anni di distanza daĀ Music For The Age of MiraclesĀ ĆØ dunque tornato il pop da camera del trio londinese, che stavolta ci porta in un lungo e meraviglioso viaggio nella memoria, un percorso intimista, profondo e melodico intitolatoĀ I Am Not There Anymore. Mantenendo un’importante coerenza artistica, i londinesi proseguono il loro viaggio nel loro pop in bilico tra Love e Sarah Records, introducendo i battiti digitali del computer e altre suggestioni jazz e folk, che arricchiscono la tavolozza sonora andando a creare più di un’ora di assoluta magia. Una maturitĆ  pop che abbaglia e lascia sbalorditi man mano che si sfogliano le 19 tracce di cui ĆØ composto il lavoro, impreziosito talvolta da una ricca sezioni di archi e fiati. Difficile scegliere solo una carta dal mazzo, alla fine la scelta ĆØ caduta sul folk-pop celestiale di “Lady Grey”. Il disco, nella sua interezza, non ha colpito solo me, ma ĆØ entrato di diritto in moltissime classifiche di fine anno.

Saliamo di una posizione e andiamo a svelare il podio. Sei anni fa, le atmosfere malinconiche e rarefatte di un album intitolatoĀ LiliesĀ aveva confermatoĀ Melanie De BiasioĀ come una delle migliori e più ispirate interpreti contemporanee. Il dosaggio sapiente di pochi strumenti e la magia della sua voce avevano reso i suoi microcosmi perfetti sia musicalmente che liricamente. Non che l’italo-belga (madre belga e padre italiano) sia mai stata particolarmente prolifica, ma spesso e volentieri si ĆØ voluta prendere il suo tempo per catturare le proprie idee e trovare la giusta direzione sonora, a questo modus operandi si ĆØ aggiunta la pandemia che non ha certo accelerato le cose. La scintilla per la gestazione di un nuovo lavoro ĆØ stato l’invito a partecipare aĀ Europalia, festival culturale di arti audiovisive il cui tema del 2021-22 ĆØ statoĀ ā€œTRAINS & TRACKSā€, un approfondimento sull’impatto del treno sulla societĆ . In particolare, alla De Biasio era stata richiesta un’installazione audio-video che rappresentasse la migrazione in treno degli italiani verso il Belgio e le sue miniere nel secondo dopoguerra. L’occasione per ripercorrere al contrario il viaggio intrapreso dai nonni paterni si ĆØ trasformata in una grande opportunitĆ  compositiva. Il silenzio della De Biasio si ĆØ fortunatamente interrotto a metĆ  ottobre con la pubblicazione di un doppio album intitolatoĀ Il Viaggio, dove per la prima volta l’artista canta anche nella nostra lingua, un modo per rafforzare un legame ideale e affettivo con la sua terra di origine:Ā ā€œSentivo che quello che dovevo esprimere in questo progetto doveva essere cantato in italiano, per avvicinarmi alle mie radici.ā€Ā  Il treno del viaggio di Melanie ĆØ una sorta di vecchio convoglio locale che scorre lento catturando ogni suono, immaginazione e sensazione che passa attraverso il vetro. anche se non ĆØ facile in questi tempi inquieti e frenetici, richiede tempo e attenzione. L’italo-belga negli oltre 80 minuti deĀ Il Viaggio si ĆØ reinventata di nuovo, allontanandosi dalla forma canzone classica, ma avvolgendo insieme jazz, folk e ambient in canzoni che coinvolgono e commuovono come nella “We Never Kneel To Pray” inserita nel podcast. Come dice la stessa Melanie De Biasio, siamo tutti dei nomadi in un viaggio solitario: ā€œSpero che questo mio viaggio vi aiuti ad accompagnarvi nel vostro. Spero che vi porti altrove, in un luogo che non visitate spesso, ma che vi appartenga davveroā€.

Chi segue i mieiĀ podcastĀ sa benissimo che iĀ Fire!, trio avant-jazz che vede dietro i tamburi Andreas Werliin, metĆ  dei Wildbirds & Peacedrums, e gli stessi W&P, appaiono abbastanza regolarmente nelle mie scalette per il loro approccio in perfetto equilibrio tra jazz, psichedelia, attitudine garage, e primitivismoĀ folk-bluesĀ spogliato da ogni orpello.Ā Nel corso del 2013 iĀ Fire!Ā (Mats Gustafsson: sassofoni, Fender Rhodes e elettronica, Johan Berthling: basso e Andreas Werliin: batteria) sono riusciti a riunire decine diĀ altri musicisti della scenaĀ improv-alt-jazz-rockĀ svedese (tra cui la moglie di Werliin e metĆ  dei W&P Mariam Wallentin)Ā allargando l’ensemble e dando vita, sotto il nome diĀ Fire! Orchestra, ad un baccanale orgiastico dove suggestioni di jazz astrale (con Sun Ra come nume tutelare ed esplicito riferimento),Ā kraut-rock, psichedelia, improvvisazioni, accelerazioni soul riescono ad incastrarsi perfettamente. Nell’aprile 2023Ā hanno pubblicato un nuovo, incredibile lavoro a quattro anni dal precedenteĀ Arrival.Ā Nelle quasi due ore di registrazione del nuovo album della Fire! Orchestra intitolatoĀ Echoes convivono, in maniera incredibile, jazz, rock, folk, musica elettronica, classica e contemporanea, con un uso di archi, fiati ed elettronica assolutamente sublime. Alla produzione del nuovo album della band di Mats Gustafson ha partecipato anche Jim O’Rourke, cui ĆØ stata data assoluta libertĆ  in sede di missaggio. Nel podcast, a rappresentare un disco che occupa meritatamente la piazza d’onore della mia playlist annuale, potete ascoltare il gran finale di ā€œECHOES: I See Your Eye, Part 2ā€, una sorta di lungo e lento soul-jazz condotto con maestria dalla voce del sassofonista Joe McPhee, che si alterna alla voce all’interno del disco con David Sandstrƶm e con Mariam Wallentin, sodale sul palco e nella vita con il batterista Andreas Werliin. Il collettivo scandinavo (stavolta addirittura composto da 43 elementi!) si conferma per l’ennesima volta come assoluto punto di riferimento della scena musicale odierna.

Arriviamo al gran finale svelando la vetta della mia personalissima classifica del 2023. Quest’anno ho voluto premiare con la prima posizione un gruppo che sta rivitalizzando un genere “storico” come il folk cambiando in corsa le regole del gioco. L’anno appena finito ha visto il ritorno dei dublinesi LankumĀ con il loro quarto albumĀ False Lankum, atteso seguito di quelĀ The Livelong DayĀ che nel 2019 gli ha permesso di vincere il RTE Choice Music Prize (equivalente irlandese dei Grammy). Partendo da canzoni folk tradizionali, i Lankum (nome preso dal protagonista della scuraĀ folk balladĀ intitolata proprioĀ ā€œFalse Lankumā€Ā scritta da John Reilly) hanno impresso il loro marchio personale facendo leva su pesanti droni e distorsioni che conferiscono nuova intensitĆ  e bellezza a ogni brano. Con questo album il quartetto ha consolidato il suo distacco dal genere folk classico, creando una musica audace e contemporanea che nasce, come detto, da elementi tradizionali ma che suona decisamente nuova.Ā False LankumĀ contiene anche due brani originali,Ā ā€œNetta Perseusā€Ā eĀ ā€œThe Turnā€œ, entrambi scritti da Daragh Lynch (voce, chitarra e piano). Il quarto disco dei Lankum (il terzo su Rough Trade), ĆØ stato pensato fin dall’inizio come un’opera completa, una progressione e un viaggio per l’ascoltatore.Ā ā€œVolevamo creare un maggiore contrasto nel disco, in modo che le parti leggere risultassero quasi spirituali e le parti scure fossero incredibilmente cupe, addirittura horrorā€œ, spiegano i Lankum.

Nelle 12 tracce dell’album, composte da 10 canzoni tradizionali e due originali, la band utilizza una nuova tavolozza per colorare il proprio suono in modo sempre più sperimentale, insieme al produttore di lunga data John ā€˜Spud’ Murphy. Solo dopo la registrazione la band si ĆØ resa conto che quasi tutte le canzoni dell’album, raccolte o scritte, avevano una sorta di riferimento al mare. Qualche forza sconosciuta li aveva attirati a quello, il più grande e prolifico raccoglitore di canzoni che sia mai esistito, che ha trasportato storie per centinaia di anni.Ā ā€œThe New York Traderā€, ad esempio, porta con sĆ© storia, narrazione, mitologia e magia, e nessuno lo sa meglio del suo cantante, e fratello di Daragh, Ian Lynch (uilleann pipes, concertina, tin whistle, percussioni), studioso di musica irlandese da poco rientrato da un tour di conferenze negli Stati Uniti. Nonostante ciò, si libera da ciò che la canzone si aspetta (quasi letteralmente nella pausa drammatica a metĆ  brano) prima di lanciarsi nuovamente in questa storia, affilata come un rasoio, cruda e sferragliante. Un disco che troviamo meritatamente in alto su molte classifiche annuali.

Un grazie speciale va, come sempre, a Franz Andreani per la sua passione, la gestione di questa banda di pazzi e per la splendida riorganizzazione del sito giĆ  attiva da qualche anno. A cambiare non ĆØ stata solo la versione grafica del sito, ma anche la ā€œfilosofiaā€ della podradio, con le rubriche che vanno ad integrarsi nella programmazione regolare sotto l’hashtag #everydaypodcast. Sulla nostra pagina Facebook troverete quotidianamente ogni upload del sito e, ormai da tempo, ĆØ attivo anche lo splendido canale YouTube della Radio, una nuova formula senza interruzioni ne spot per ascoltare la vostra-nostra musica preferita. Iscrivetevi numerosi, vi aspettiamo!

Nel prossimo episodio troverete le prime novità targate 2024, alcuni dischi che, in qualche modo, non sono entrati nella Top 30 della mia personalissima classifica del 2023 e altre meraviglie del passato. Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.

Intanto se volete potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perchƩ no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web.

Per suggerimenti e proposte, scrivetemi senza problemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it.

Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto.

Buon Ascolto

TRACKLIST

01. THE GOD IN HACKNEY: In The Face Of A New ScienceĀ  da Ā ā€˜The World in Air Quotes’  (2023 – Junior Aspirin)

02. HOLY TONGUE: Threshing FloorĀ  da Ā ā€˜Deliverance And Spiritual Warfare’  (2023 – Amidah Records)

03. ANOHNI & THE JOHNSONS: RestĀ  da Ā ā€˜My Back Was A Bridge For You To Cross’ (2023 – Rough Trade)

04. REVEREND KRISTIN MICHAEL HAYTER: I Know His Blood Can Make Me WholeĀ  da Ā ā€˜Saved!’  (2023 – Perpetual Flame Ministries)

05. JOHN CALE: Noise Of YouĀ  da ā€˜Mercy’  (2023 – Domino)

06. ROB MAZUREK – EXPLODING STAR ORCHESTRA: Shape ShifterĀ  da Ā ā€˜Lightning Dreamers ’  (2023 – International Anthem)

07. JOHN BENCE: Metatron, Archangel of Kether Ā da Ā ā€˜Archangels’  (2023 – Thrill Jockey)

08.Ā RADIAN: C At The GatesĀ  daĀ  ā€˜Distorted Rooms’  (2023 – Thrill Jockey)

09. PJ HARVEY: Prayer At The GateĀ Ā daĀ  ā€˜I Inside The Old Year Dying’  (2023 – Partisan Records)

10. JAIMIE BRANCH: Aurora Rising / Borealis DancingĀ  da Ā ā€˜Fly or Die Fly or Die Fly or Die ((world war)) ’ (2023 – International Anthem)

11. PERE UBU: Love Is Like GravityĀ  da Ā ā€˜Trouble On Big Beat Street’  (2023 – Cherry Red)

12. THE CLIENTELE: Lady GreyĀ  daĀ  ā€˜I Am Not There Anymore’  (2023 – Merge Records)

13. MELANIE DE BIASIO: We Never Kneel To Pray daĀ  ā€˜Il Viaggio’  (2023 – PIAS)

14. FIRE! ORCHESTRA: Echoes: I See Your Eye, Part 2Ā  daĀ  ā€˜Echoes’  (2023 –Ā Rune Grammofon)

15. LANKUM: The New York Trader daĀ  ā€˜False Lankum’  (2023 – Rough Trade)

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