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Electric War: Suoni in Controluce – S20E07

Sounds & Grooves – Stagione 20 Episodio 07
Suoni in Controluce

Tra visioni elettriche e confessioni notturne: il settimo episodio della 20ĀŖ stagione di Sounds & Grooves, dal nuovo fermento del 2025 alle traiettorie alternative che hanno segnato gli ultimi decenni.

C’è un nuovo filo elettrico che attraversa questo episodio del podcast: una corrente che unisce tensione e introspezione, rumore e melodia, visioni oblique e canzoni che colpiscono dritte al cuore. Dalle trame ipnotiche dei Fugue State, fino alla malinconia luminosa di Bill Ryder-Jones, passando per la vitalitĆ  sperimentale degli Oneida e le vibrazioni taglienti dei Dead Rider, la scaletta disegna una mappa sonora che attraversa decenni e latitudini dell’alternative.

Il 2025 emerge come anno fertile – tra le nuove uscite di Little Barrie insieme a Malcolm Catto, The New Eves, The Delines e Jeff Tweedy – ma non mancano incursioni fondamentali nel passato, come l’intensitĆ  soul-rock di Greg Dulli e i suoi The Afghan WhigsĀ o l’anima post-punk dei seminali Moonshake.Ā In mezzo, si muovono spiriti liberi come Marc Ribot’s Ceramic Dog, l’eleganza discreta di Yo La Tengo, la sensibilitĆ  narrativa di Eve Adams e il gusto cinematico di Jose Medeles, in dialogo con la chitarra evocativa di Marisa Anderson.

Questo episodio non ĆØ solo una sequenza di brani: ĆØ un percorso tra ombre e bagliori, tra tensioni urbane e derive psichedeliche, tra scrittura d’autore e sperimentazione radicale. Un viaggio pensato per chi ama perdersi nei dettagli, scoprire connessioni inaspettate e lasciarsi sorprendere da ciò che vibra appena sotto la superficie.

Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to

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Iniziamo il podcast con i Fugue State, un trio del Massachusetts di cui, lo ammetto, non conoscevo l’esistenza ma che mi hanno davvero colpito cosƬ tanto da assicurarsi un posto importante nella mia personale Playlist 2025. Shane Bruno (voce e chitarra), Gage O’Brien (basso e synth) e Jonathan Hanson (batteria) hanno pubblicato nell’aprile 2025 In The Lurch costruendo un percorso coerente e insieme sfuggente, fatto di tensioni striscianti, strutture oblique e un’idea di rock che rifugge qualsiasi comfort zone. GiĆ  dal titolo il disco suggerisce uno stato di sospensione, un movimento interrotto o improvvisamente deviato. ƈ una sensazione che attraversa tutto l’album: le canzoni sembrano avanzare su un terreno irregolare, tra cambi di dinamica repentini e stratificazioni sonore che si accumulano senza mai esplodere del tutto. Le chitarre lavorano più per sottrazione che per accumulo, alternando linee ipnotiche a fendenti rumoristi; la sezione ritmica predilige pattern ossessivi, quasi kraut, ma sempre incrinati da micro-variazioni che impediscono all’ascoltatore di adagiarsi. ƈ un disco che gioca sulla tensione trattenuta, sull’idea di un collasso imminente che però non arriva mai davvero.Ā i Fugue State dimostrano di saper abitare una zona di confine: tra post-punk e noise-rock, tra minimalismo e stratificazione, tra controllo e abbandono. La ā€œThe Pipelineā€ inserita nel podcast ne ĆØ la sintesi perfetta: un brano che non punta all’esplosione, ma alla pressione costante, alla costruzione di un disagio fertile.Ā In un panorama spesso dominato dall’iper-produzione o dalla nostalgia, il trio americano ha scelto un’altra strada: lavorare sulla materia sonora come fosse un organismo vivo, fragile e imprevedibile.

Andiamo avanti nel podcast parlando di una band mutante creata da un personaggio come Todd Rittmann, capace di creare una sorta di incastro difficile ma simbiotico tra blues, rock e funk. Uno dei due chitarristi degli U.S. Maple (autori di 5 pregevoli album dal 1995 al 2003 e perfetta incarnazione di quel fenomeno che andava sotto il nome di ā€œNow Waveā€), Todd Rittmann, nel 2009 ha creato i Dead Rider, un nuovo progetto con cui portare a compimento la sua missione di scomporre e ricomporre vari generi musicali. Rittmann con i suoi nuovi compagni di avventura: Matthew Espy, batteria, Andrea Faugh, tromba e tastiere, e Thymme Jones, elettronica, tastiere, fiati e batteria (questi ultimi due anche negli straordinari Cheer-Accident) ci hanno colpito al cuore nel 2014 con un album intitolatoĀ Chills On Glass.Ā Il disco riesce ad incantare per il gioco degli incastri, e per l’abilitĆ  di Rittmann e compagni di creare un’equilibrata alchimia tra ingredienti apparentemente molto diversi, per poi confermarsi negli anni successivi cambiando riferimenti stilistici ma facendo di nuovo centro. La missione di Rittmann ĆØ sempre la stessa: scomporre e ricomporre, ma nei Dead Rider ha molte più frecce al suo arco rispetto agli U.S. Maple. Un intro cyberfunkĀ seguito da un trascinante refrain recitato ci immette nel mondo del singoloĀ ā€œBlank Screenā€, la ritmica tribale e le convulsioni pop che si affacciano strizzando l’occhio per poi scomparire rendono il tutto assolutamente trascinante. Il suono dell’intero album ĆØ spesso inafferrabile, spiazzante, eccitante. Uno di quei dischi che per qualitĆ  e varietĆ  stilistica non mi stancherei mai di ascoltare. Con i due successivi lavori il gruppo ha confermato la propria maestria riuscendo sempre a stupire per la capacitĆ  di rivisitare e reinventare la materia rock-blues

Ā Il 2018 ha visto il grande ritorno degli avant-rockersĀ Oneida. I maestri del rock sperimentale newyorkese sono tornati dopo la riuscita collaborazione con il maestro Rhys Chatham con un doppio album intitolato semplicementeĀ Romance. Il disco forse ĆØ il più riuscito della band dai tempi del seminaleĀ Each One Teach One, con il perfetto connubio tra free rock, psichedelia, minimalismo e sonici assalti frontali. Lo spirito avventuroso del combo torna in tutta la sua esplosivitĆ , con momenti melodici e ritmi organici mescolati a suoni frenetici, improvvisati e meravigliosamente irregolari.Ā Si va dai tre minuti di una ā€œcanzoneā€ regolare quasi di ispirazione anni ’60 comeĀ ā€œAll In Due Timeā€Ā ai diciotto (!) minuti della conclusivaĀ ā€œSheperd’s Axeā€Ā che dopo un’introduzione di tastiere ambientali procede in maniera mostruosa in una progressione tra psichedelia, noise, jazz e rock suonata con una lucida e mirabolante follia. Una band clamorosa ed un disco che inaugura come meglio non si potrebbe la collaborazione con l’etichetta Joyful Noise. Ascoltate la trascinanteĀ ā€œReputationā€ per credere. Lo scorso anno con Expensive Air gli Oneida hanno sfornato l’ennesimo grande disco.

L’incontro tra i Little Barrie e Malcolm Catto non ĆØ una semplice collaborazione, ma la convergenza naturale di due visioni sonore affini: da un lato l’eleganza nervosa e profondamente british della band guidata dallo straordinario chitarrista Barrie Cadogan, dall’altro il tocco analogico, poliritmico e viscerale del batterista dei The Heliocentrics (e rinomato produttore). Il risultato ĆØ Electric War, un album tra i più riusciti pubblicati nel 2025, che suona come un cortocircuito controllato tra rock, funk oscuro, psichedelia e suggestioni cinematiche.Ā Registrato con un approccio essenziale e fortemente incentrato sull’interplay tra i musicisti, Electric War mette al centro la fisicitĆ  del suono. Le chitarre di Cadogan non cercano la sovrastruttura virtuosistica, ma lavorano su riff affilati, linee oblique e texture che sembrano emergere da un nastro magnetico caldo e saturo. Catto, dal canto suo, costruisce architetture ritmiche dense ma elastiche: il suo drumming ĆØ muscolare, ma mai rigido, sempre pronto a inserire variazioni timbriche che tengono viva la tensione.Ā L’album si muove su un equilibrio sottile tra immediatezza e complessitĆ . I brani hanno una struttura riconoscibile, spesso guidata da groove incisivi, ma sotto la superficie ribolle un lavoro minuzioso di stratificazione sonora: organi che entrano in punta di piedi, linee di basso pulsanti, dettagli percussivi che amplificano l’effetto ipnotico. ƈ un disco che guarda tanto al rock britannico quanto a certe colonne sonore anni ’70, con un’estetica volutamente analogica e carnale. La title track inserita nel podcast ne ĆØ la sintesi perfetta: un brano che unisce groove e tensione, classicismo e sperimentazione, dimostrando come il rock possa ancora essere terreno di esplorazione senza perdere immediatezza.

La ristampa di uno dei capolavori del post rock britannico degli anni ’90 mi da modo di tornare a parlare di uno dei miei gruppi preferiti in assoluto. Sui Moonshake ho scritto un lungo articolo che ne ripercorre tutti i passi dagli esordi allo scioglimento. La band ĆØ stata formata da David Callahan e Margaret Fiedler nel 1990 scegliendo un nome che ne sancisse in maniera inequivocabile il legame con il krautrock (ā€œMoonshakeā€ non ĆØ altro che uno dei brani che compongono il seminale Future Days dei Can). I due leader trovano presto un loro equilibrio pur nella diversitĆ  dell’approccio alla materia sonora, la Fiedler più propensa a creare brani eterei e di atmosfera, Callahan a preferire un tessuto urbano più duro e spigoloso. Erano due facce della stessa medaglia, l’amore per le stesse bands (Can, My Bloody Valentine, PIL, Kraftwerk) espresso in maniera completamente differente. Un incontro esplosivo, una collisione tanto inevitabile quanto evocativa.Ā Eva Luna (ristampato due anni fa in doppio vinile blu con in più l’EP di tre canzoni ā€œSecondhand Clothesā€, le due b-sides del singolo ā€œBeautiful Pigeonā€, quattro brani di una sessione di John Peel del novembre 1992 e un libretto di 8 pagine a colori) ĆØ il loro splendido esordio che si snoda in tredici meravigliose tracce dove Pop Group, Can, Public Image Ltd. e My Bloody Valentine si stringono in un caleidoscopico girotondo. I quattro mettono a fuoco un disco che, nei suoi tratti scarni e scheletrici, colpisce con le sue schegge new wave, con le sue argute bizzarrie, le poliritmie kraut, i fiati jazz e i suadenti innesti dub. Gli intricati ritmi di ā€œMigā€ Moreland e l’ipnotico basso dub di John Frenett, sono la migliore base possibile su cui possono partire brani fantastici come la straordinaria e ipnotica ā€œWanderlustā€ inserita nel podcast. I Moonshake sono stati semplicemente uno dei gruppi più originali degli anni novanta il cui unico torto ĆØ stato di essere stati troppo facili per l’avanguardia e troppo intellettuali per la massa.

Nel panorama indipendente britannico degli ultimi anni, le The New Eves da Brighton gruppo formato da gruppo ĆØ composto dalla cantante-chitarrista-violinista Violet Farrer, dalla cantante-violoncellista-violinista Nina Winder-Lind, dalla cantante e bassista Kate Mager e dalla batterista-flautista-cantante Ella Oona Russell, si stanno imponendo come una delle realtĆ  più intriganti e difficili da incasellare. Con il loro album di debutto The New Eve Is Rising il gruppo ha compiuto un salto deciso fondendo folk, art-rock, tensioni post-punk e una scrittura fortemente evocativa, capace di intrecciare dimensione personale e simbolica. GiĆ  dal titolo, The New Eve Is Rising suggerisce un’idea di rinascita e riscrittura del mito. Lā€™ā€œEveā€ evocata non ĆØ soltanto un riferimento biblico, ma una figura che viene rimodellata in chiave contemporanea: fragile e potente, vulnerabile e combattiva. L’album si muove su questa linea sottile, alternando momenti di intimitĆ  quasi spoglia a esplosioni sonore controllate.Ā Musicalmente, il disco ĆØ costruito su un equilibrio dinamico. Le chitarre oscillano tra arpeggi liquidi e rasoiate improvvise, mentre la sezione ritmica privilegia pattern nervosi, talvolta spezzati, che conferiscono ai brani un senso di instabilitĆ  emotiva. Le linee vocali sono centrali: non si limitano a guidare le melodie, ma diventano strumento narrativo, spesso poste in primo piano con una produzione asciutta che ne valorizza ogni sfumatura.Ā Tra i momenti più intensi del disco spicca ā€œMaryā€, una canzone che racchiude in pochi minuti l’essenza dell’estetica delle The New Eves. L’attacco ĆØ misurato: una chitarra dal timbro cristallino introduce un tema semplice, quasi fragile, sostenuto da un ritmo contenuto. La voce entra con un tono confidenziale, come se stesse raccontando una storia sussurrata all’orecchio dell’ascoltatore.Ā A metĆ  brano, la tensione cresce. La batteria si fa più marcata, le chitarre si addensano, creando un crescendo emotivo che non sfocia in un’esplosione catartica, ma in un’intensificazione controllata. ƈ qui che la band mostra la propria maturitĆ : invece di cedere al climax prevedibile, preferisce mantenere la pressione, rendendo il finale sospeso e vibrante: il brano ĆØ capace di coniugare delicatezza e forza, introspezione e tensione collettiva.Ā Se questo album ĆØ davvero una ā€œnuova Eva che si alzaā€, il futuro delle The New Eves promette di essere altrettanto audace e consapevole.

Musicista trasversale nel senso più bello del termine, il chitarrista Marc Ribot si ĆØ preso (giustamente) la scena con straordinarie collaborazioni, dischi solista e molti progetti diversi tra loro. A parte la collaborazione storica con Tom Waits, Ribot ha lavorato con Caetano Veloso, John Zorn, David Sylvian, The Lounge Lizards, Arto Lindsay, Medeski, Martin and Wood, Cibo Matto, Elvis Costello, Foetus, The Black Keys e moltissimi altri artisti. Ha formato il Marc Ribot Trio con il bassista Henry Grimes e il batterista Chad Taylor dei Chicago Underground, i Marc Ribot y Los Cubanos Postizos dove svela l’amore per la musica tradizionale cubana e i The Young Philadelphians per riscoprire il soul della cittĆ  della Pennsylvania negli anni ’70. Il chitarrista del New Jersey lascia il segno anche con i suoiĀ Marc Ribot’s Ceramic Dog, insieme al batterista Ches Smith e al bassista Shahzad Ismaily.Ā La sua sei corde si dimostra, come sempre, capace di compiere quei movimenti trasversali tra mondi diversi che solo pochi riescono a care con naturalezza, passando con energia e passione attraverso l’avanguardia, il folk, il rock, il jazz e il funk.Ā HopeĀ ĆØ il quarto album del trio, uscito nel 2021 in cui Ribot ed i suoi compagni di avventura riversano in nove coinvolgenti tracce tutta la rabbia dovuta al lockdown e alla situazione pandemica in generale. Tra testi pungenti e costruzioni musicali ardite, il trio scatena in maniera irrefrenabile tutto il potente arsenale a propria disposizione come nella torrenzialeĀ ā€œThey Met In The Middleā€Ā impreziosita dal sax di Darius Jones. L’ennesimo centro pieno di una carriera straordinaria.

Ebbene si, gliĀ Afghan WhigsĀ sono stati il mio gruppo preferito dell’era alternative rock statunitense degli anni ’90 che molti hanno erroneamente ammucchiato in un contenitore chiamatoĀ grunge. Ma la band in questione veniva da Cincinnati e non da Seattle, e amava spesso e volentieri sotterrare l’ascia di guerra o contaminarla con il verbo soul ed i venti Motown provenienti dalla cittĆ  delle automobili, molto più vicina alla loro cittĆ  natale rispetto alla Emerald City.Ā La band ĆØ stata spesso e volentieri ispiratissima, capitanata da unĀ Greg Dulli ironico e dandy, uomo attratto dal soul e dalla decadenza, perverso e depresso, ma sempre ĆØ comunque tra gli autori migliori della sua generazione.Ā Con 1965, la band ha firmato uno dei suoi lavori più difficili e controversi, scritto da Dulli dopo essere uscito da una forte depressione. Il titolo ĆØ un omaggio all’anno simbolico della musica soul, e il disco ne assorbe l’ereditĆ : groove sensuali, arrangiamenti raffinati, fiati e atmosfere notturne che ampliano il linguaggio chitarristico dei primi anni. Il risultato ĆØ un lavoro meno abrasivo rispetto ai lavori precedenti, ma più cinematografico, quasi un concept emotivo sul desiderio e le sue conseguenze. Tra i brani più emblematici spicca “John the Baptist”, una traccia che mescola spiritualitĆ  e carnalitĆ  in perfetto stile Whigs. Il titolo evoca una figura biblica, ma il brano gioca con l’ambiguitĆ : redenzione e tentazione si sfiorano continuamente. La ritmica ĆØ sinuosa, quasi funk, mentre la voce di Dulli oscilla tra confessione e provocazione, costruendo una tensione sensuale e inquieta. Nel 1998, dopo l’uscita dell’album, si erano spenti riflettori sulla band dell’Ohio, riaccesi nel 2014 per una reunion che, purtroppo, almeno per la mia personalissima opinione, non ĆØ mai stata realmente convincente.

 

Personaggio straordinario Willy Vlautin. Capace di dare vita e forma con la sua voce, la sua chitarra e i suoi testi ad una splendida creatura come i Richmond Fontaine e a scrivere sei romanzi di successo. Non contento, dopo lo scioglimento di un’affermata realtĆ  dell’alt-country come i Richmond Fontaine, Vlautin ha creato una nuova entitĆ  chiamataĀ The DelinesĀ rivestendo a nuovo la splendida voce di Amy Boone, corista negli ultimi tour della sua band precedente. Il quintetto di Portland, Oregon, conĀ Mr.Luck & Ms.Doom ĆØ arrivato al suo quarto capitolo in studio che perfeziona l’alchimia tra country e soul degli album precedenti. Storie di perdenti, di persone che camminano sempre sul bordo rischiando di perdere l’equilibrio. Un’umanitĆ  raccontata in maniera empatica ed evocativa, con tutti i suoi languori e le sue debolezze, trasportata lungo la corrente della vita. Queste storie scritte da Vlautin vengono interpretate da straordinari musicisti: ci sono le tastiere, la tromba e gli arrangiamenti di un Cory Gray in stato di grazia, il basso soul di Freddy Trujillo, le misurate percussioni di Sean Oldham e un piccolo gruppo di altri musicisti che si sono uniti ai cinque comeĀ  Kyleen e Patty King a violino e viola, Collin Oldham al cello e Noah Bernstein al sax. La voce di Amy Boone ĆØ più profonda ed empatica che mai (ascoltate nel podcast la splendida ā€œHer Ponyboyā€), come se il suo drammatico incidente d’auto del 2016 e la difficoltĆ  della riabilitazione l’avessero resa ancora più conscia del dolore provato dai protagonisti dei racconti di Vlautin e capace di dare profonditĆ  ai flussi sonori caldi, avvolgenti e raffinati creati dal gruppo. Il disco non aggiunge nulla di nuovo a quello che il gruppo ha giĆ  proposto in passato, ĆØ semplicemente un altro album evocativo, malinconico e bellissimo dei The Delines. Tenetevi pronti, perchĆ© il 6 marzo 2026 uscirĆ  il nuovissimo The Set Up.

Nei podcast abbiamo parlato più di una volta di un gruppo centrale e fondamentale per lo sviluppo del rock americano contemporaneo e non solo come i Wilco. Figura centrale e co-fondatore del gruppo, Jeff Tweedy ha saputo costruire anche una carriera solista fondata sull’equilibrio tra introspezione lirica e ricerca sonora. Conosciuto per la sua capacitĆ  di trasformare fragilitĆ  e dubbio in forma canzone, Tweedy continua a muoversi tra folk, rock e sperimentazione con una scrittura sempre più essenziale.Ā Con il monumentale triplo Twilight Override, l’autore ha firmato un lavoro intimo e crepuscolare, dove le atmosfere sono soffuse ma mai rassegnate. Il titolo suggerisce un gesto simbolico: ā€œforzare il crepuscoloā€, non lasciarsi inghiottire dalla fine della luce. Le chitarre sono morbide, spesso acustiche, gli arrangiamenti misurati; ma sotto la superficie si avverte una tensione sottile, una ricerca di senso che attraversa tutto il disco. ƈ un album che parla a bassa voce, ma con grande chiarezza emotiva. Difficile scegliere una sola traccia delle trenta pubblicate, ma tra i brani che più mi hanno colpito spicca “Love Is For Love”, una canzone che condensa la poetica più luminosa di Tweedy. Costruita su una melodia semplice e diretta, il pezzo riflette sull’idea dell’amore come atto gratuito, non utilitaristico, quasi una resistenza gentile in un mondo cinico. La voce ĆØ calda, imperfetta nel modo giusto, e lascia spazio al testo di respirare.Ā In Twilight Override Tweedy ha confermato ancora una volta la sua forza più grande: saper rendere universale ciò che nasce come confessione privata.

Andiamo avanti con il podcast parlando di un gruppo che nel 2023 ĆØ tornato a deliziare i nostri padiglioni auricolari. Il tempo passa ma gli Yo La Tengo, che hanno corso contro il tempo per quasi quattro decenni, continuano clamorosamente a resistere al ticchettio dell’orologio. L’ultima vittoria del trio si chiamaĀ This Stupid World, un’incantevole serie di canzoni riflessive che sono state prodotte in proprio, visto che il giudizio di Ira Kaplan, Georgia Hubley e James McNew ĆØ abbastanza solido e collaudato da mantenere alti gli standard della band e abbastanza agile da poter creare cose nuove. Alla base di quasi tutti i brani del nuovo album c’è il trio che riesce a suonare quasi in presa diretta, dando al tutto un’impressione di immediatezza, mantenendo i loro classici ritmi ipnotici. Il tempo continua a scorrere e noi continuiamo a cercare di fare qualcosa per evitarlo, una dichiarazione provocatoria ma chiara che suggerisce la volontĆ  di combattereĀ  contro le avversitĆ . È un album che respira, che lascia spazio al tempo e all’errore, trasformando la ripetizione in trance e la semplicitĆ  in profonditĆ .Ā Emblematica in questo senso ĆØ Sinatra Drive Breakdown”, una delle tracce più dilatate del disco. Il brano si sviluppa su un ritmo motorik quasi ipnotico, con la batteria che detta un passo costante mentre le chitarre stratificano texture e tensione. Non c’è un’esplosione immediata, ma un crescendo graduale, quasi cinematografico, che invita l’ascoltatore a perdersi nel dettaglio sonoro. Il ā€œbreakdownā€ del titolo non ĆØ distruzione, ma dissolvenza controllata, abbandono al movimento. Un grande ritorno di una delle band più amate dell’indie rock a stelle e strisce che sorprendentemente ĆØ arrivato addirittura in cima alla classifica annuale di un magazine dedicato alla musica di avanguardia come il britannicoĀ The Wire.

ā€œCredo che nel corso degli anni la mia musica abbia perso un po’ di speranza. Era importante per me fare un disco che avesse più consapevolezza e prospettiva. Anche per i miei standard, gli ultimi anni sono stati duri, ma ho scelto di fare da colonna sonora con una musica più positiva. Amo questo album. Non ero cosƬ orgoglioso di un disco da tanti anniā€. CosƬ l’ex The CoralĀ Bill Ryder-JonesĀ ha parlato diĀ Iechyd DaĀ (ā€œbuona saluteā€ in gallese) il suo nuovo album solista arrivato dopo cinque anni di silenzio. In realtĆ  in questi anni il musicista inglese non ĆØ stato certamente con le mani in mano, avendo prodotto nei suoi Yawn Studios di West Kirby, nel Merseyside artisti del calibro di Michael Head, Saint Saviour e Brooke Bentham.Ā Il nuovo album ĆØ probabilmente il più ambizioso della carriera di Ryder-Jones, rifinito con la consapevolezza del produttore ormai navigato e ricco di contenuti diversi, gioiosi e intimisti, raffinati e ricchi di romanticismo. Un disco coccolato e rifinito negli ultimi tre anni, dove nulla ĆØ lasciato al caso. La copertina dell’album raffigura il dipinto di una casa rosa pastello illuminata dalla luna nel villaggio di pescatori scozzese di Crail.Ā ā€œQuel quadro era troppo bello, mi ricordava la sicurezza di una casa. Voglio che questo disco possa essere considerato come una casa accogliente, dove la gente possa venire e sentirsi al sicuro, come lo sono per me i miei dischi preferitiā€. Tra i brani più significativi spicca “We Don’t Need Them”, una canzone che unisce dolcezza melodica e sottile determinazione. Costruita su un andamento misurato e su un crescendo emotivo discreto ma efficace, il pezzo riflette sull’idea di emancipazione come la liberazione di presenze o aspettative che non servono più. La voce, fragile ma sicura, rende ogni verso una dichiarazione sommessa ma definitiva. Ryder-Jones conferma cosƬ la sua cifra stilistica: eleganza, sinceritĆ  e una rara capacitĆ  di trasformare la malinconia in luce.

Ci avviciniamo alla chiusura del podcast con un album che era stato pubblicato in maniera indipendente senza distribuzione nel 2021 salvo poi essere ripescato un anno dopo dalla lungimirante etichetta Basin Rock.Ā Nel panorama indipendente contemporaneo, Eve Adams si distingue per una scrittura che unisce vulnerabilitĆ  e precisione formale. La sua musica si muove tra folk elettrico, chamber pop e suggestioni alternative, con un’attenzione quasi artigianale al dettaglio sonoro. Non ĆØ un’artista che punta sull’impatto immediato: costruisce atmosfere, lascia sedimentare le emozioni, trasforma l’intimitĆ  in linguaggio condiviso.Ā Con Metal Bird, la Adams ha composto un lavoro che ruota attorno al tema della trasformazione. Il titolo ĆØ giĆ  un’immagine potente: un uccello di metallo, qualcosa che dovrebbe essere leggero ma porta il peso della materia. Il disco alterna momenti minimali (chitarra acustica, pianoforte, voce quasi sussurrata) a aperture più ampie, con arrangiamenti che introducono archi, texture elettroniche leggere e ritmiche misurate. ƈ un album che parla di resilienza, di identitĆ  in evoluzione, di fragilitĆ  che diventa forza.Ā Il cuore emotivo del progetto ĆØ Butterflies”, brano che gioca sull’immagine classica delle ā€œfarfalle nello stomacoā€ per ribaltarne il significato. Qui non sono solo simbolo di innamoramento, ma di inquietudine, di cambiamento inevitabile. La melodia ĆØ delicata ma incisiva, sostenuta da un crescendo sottile che accompagna la voce verso una confessione quasi liberatoria. Ogni parola sembra scelta con cura, ogni pausa ha un peso. Eve Adams ha dimostrato di saper trasformare l’introspezione in narrazione universale, costruendo un disco che non cerca l’effetto immediato ma lascia una traccia profonda, come un volo silenzioso che continua anche dopo l’ultima nota.

Chiudiamo il podcast con il disco di un’artista che nel corso del 2022 mi ha colpito moltissimo. JosĆ© Medeles ĆØ un musicista ed autore nato a Portland, Oregon, dove la passione per il suo strumento principe lo ha portato ad aprire nel 2009 il Revival Drum Shop, un negozio dedicato alle batterie vintage e personalizzate. Attualmente dirige il 1939 Ensemble, un quartetto formato da batteria, vibrafono, tromba e chitarra. Medeles ha collaborato, dal vivo o in studio con una quantitĆ  enorme di artisti tra cui The Breeders, Kim Deal, Ben Harper, Joey Ramone, Modest Mouse, Mike Watt, Scout Nibblet, CJ Ramone e tanti altri. La passione per il folk-blues oscuro di un personaggio iconoclasta come John Fahey lo ha portato a Vancouver per registrare una sorta di tributo al modo di concepire la musica del misantropo chitarrista.Ā Railroad Cadences & Melancholic Anthems in realtĆ  non ĆØ un disco di cover, non presenta al suo interno composizioni di Fahey, ma una serie di brani ispirati dalla sua musica ed interpretati da tre diversi chitarristi che si intrecciano con le soluzioni ritmiche di Medeles. Insieme al batterista suonano M. Ward, che da ai brani un taglio quasi cantautorale, la chitarrista sperimentale Marisa Anderson e Chris Funk (Decemberists, Stephen Malkmus). Il disco ĆØ straordinario, intenso e pervaso da quell’aura mistica tipica delle composizioni di Fahey, e Marisa Anderson (che potete ascoltare nella “Before & After” inserita nel podcast)si conferma come artista capace con pochi e sapienti tocchi delle sue sei corde, di visualizzare evocativi luoghi della mente e panorami minimalisti, con la sua capacitĆ  di rinvigorire la tradizione country-blues-folk. Un disco da riscoprire se siete affascinati dalla materia folk-blues.

Con il settimo episodio di Sounds & Grooves si chiude un capitolo dedicato a sperimentazione, groove e introspezione, tra i kraut-rock ipnotico degli Oneida, le derive cinematiche di The Delines, il folk blues scuro di Jose Medeles e le atmosfere sofisticate di Bill Ryder-Jones. ƈ stata oltre un’ora di musica che ha saputo fondere energia, delicatezza e tensione emotiva, confermando ancora una volta la capacitĆ  del podcast di attraversare generazioni e linguaggi senza soluzione di continuitĆ .

Ma l’avventura non si ferma qui. L’Episodio 8 promette un viaggio ancora più elettrico e anarchico: dai colpi di chitarra punk dei Wipers e dei Dead Kennedys, alle tensioni metropolitane dei Sleaford Mods, passando per le psichedelie urbane dei Flesh Eaters e le esplorazioni sonore di Chris Forsyth, fino alle icone di sempre come David Bowie.Ā E ancora: lo shoegaze dei Ride, l’elettronica visionaria dei Boards Of Canada, le atmosfere soul di Annahstasia, e l’electronic-kraut dei Cavern Of Anti-Matter.

Un episodio che promette di essere un mosaico di energia, caos e poesia sonora: un invito a lasciarsi sorprendere dal suono, ancora una volta, senza limiti nƩ confini.

Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.

Potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perchƩ no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web.

Per suggerimenti e proposte, scrivetemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it.

Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto.

Buon Ascolto

TRACKLIST

1. FUGUE STATE: The Pipeline Ā da Ā ā€˜In The Lurch’  (2025 – Strange Mono)

2. DEAD RIDER: Blank ScreenĀ Ā da Ā ā€˜Chills On Glass’  (2014 – Drag City)

3. ONEIDA: ReputationĀ Ā Ā da Ā ā€˜Romance’  (2018 – Joyful Noise Recordings)

4. LITTLE BARRIE & MALCOM CATTO: Electric WarĀ Ā da Ā ā€˜Electric War’  (2025 – Easy Eye Sound)

5. MOONSHAKE: WanderlustĀ Ā daĀ  ā€˜Eva Luna’  (1992 – Too Pure)

6. THE NEW EVES: MaryĀ Ā da Ā ā€˜The New Eve Is Rising’  (2025 – Transgressive Records)

7. MARC RIBOT’S CERAMIC DOG: They Met In The MiddleĀ Ā da Ā ā€˜Hope’  (2021 – Yellowbird)

8. THE AFGHAN WHIGS: John The BaptistĀ Ā daĀ  ā€˜1965’  (1998 – Columbia)

9. THE DELINES: Her Ponyboy Ā da Ā ā€˜Mr. Luck & Ms. Doom’  (2025 – Decor / El Cortez Records)

10. JEFF TWEEDY: Love Is For Love Ā da Ā ā€˜Twilight Override’  (2025 – dBpm Records)

11. YO LA TENGO: Sinatra Drive Breakdown daĀ  ā€˜This Stupid World’  (2023 – Matador)

12. BILL RYDER-JONES: We Don’t Need Them daĀ  ā€˜Iechyd Da’ (2024 – Domino)

13. EVE ADAMS: ButterfliesĀ  daĀ  ā€˜Metal Bird’ Ā  (2021 – Basin Rock)

14. JOSE MEDELES: Before & After (feat. Marisa Anderson)Ā  daĀ  ā€˜Railroad Cadences & Melancholic Anthems’  (2022 – Jealous Butcher Records)

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