Home2026PodcastSounds & Grooves Podcast | Sotto il Rumore: S20E12 Podcast Sounds & Grooves Podcast | Sotto il Rumore: S20E12 Sounds & Grooves – Stagione 20 Episodio 12Sotto il Rumore Un Episodio dove classici alternativi e nuove visioni sonore si incontrano in un racconto musicale tra caos e introspezione attraversando quarant’anni di alternative e sperimentazione. 🎙️ “Benvenuti a Sounds & Grooves, il podcast dove i dischi prendono vita, i suoni diventano storie e la musica alternativa si racconta senza filtri. Io sono Stefano Santoni: preparatevi a un viaggio tra rumore, melodie e visioni sonore.” Il dodicesimo episodio della ventesima stagione di Sounds & Grooves attraversa alcune delle correnti più inquiete e visionarie della musica alternativa, muovendosi lungo un percorso che unisce rumore, psichedelia, post-punk e derive shoegaze. È una puntata costruita come una sorta di mappa sotterranea della musica indipendente, dove classici assoluti e nuove uscite dialogano tra loro attraverso affinità estetiche e tensioni sonore. Il viaggio parte dal caos lisergico dei Butthole Surfers e dalla furia industriale dei Chat Pile, per poi aprirsi alle architetture lente e monumentali dei BIG|BRAVE e alle visioni art-punk dei Liars. Da qui la traiettoria si sposta verso territori ormai mitici della musica alternativa con Sonic Youth, Thurston Moore e Lou Reed, fino a toccare la sofisticata decadenza glam dei Roxy Music. La seconda parte della scaletta scava invece nella memoria dell’underground tra post-punk oscuro, shoegaze e dream-rock: dai gruppi di culto Minimal Man e Curve alle atmosfere ipnotiche dei Chapterhouse, fino ad arrivare alle traiettorie più recenti e sensibili di The Delines e Maria BC. Il risultato è una puntata che si muove tra rumore e malinconia, chitarre distorte e paesaggi sonori più intimi, confermando ancora una volta lo spirito di Sounds & Grooves: esplorare la musica come un territorio aperto, dove epoche diverse continuano a parlarsi attraverso il suono. 🎙️ Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to Download, listen, enjoy!!! Prima di partire con questo viaggio in musica potete effettuare il download del podcast anche nella versione a 320 kb/s semplicemente cliccando sul banner qui sotto. Scarica il podcast a 320 kb/s Iniziamo il podcast spingendo subito sull’acceleratore. La storia di questo gruppo inizia alla Trinity University di San Antonio, in Texas, alla fine degli anni Settanta, quando gli studenti Gibson “Gibby” Haynes e Paul Leary si incontrarono per la prima volta. Nonostante fossero ragazzi non propriamente convenzionali, entrambi sembravano destinati a carriere “normali”. Haynes, capitano della squadra di pallacanestro del Trinity e “ragioniere dell’anno” della scuola, si laureò trovando subito lavoro in un’autorevole società di contabilità del Texas, mentre Leary continuò a frequentare il college per conseguire un Master of Business Administration. Ma la vita privata dei due era non così lineare, visto il consumo di alcool e droghe e non solo. Nel 1981, Haynes e Leary pubblicarono la rivista Strange V.D., che presentava foto di disturbi medici anormali, accompagnate da spiegazioni fittizie e umoristiche delle malattie. Dopo essere stato sorpreso con una di queste foto al lavoro, Haynes lasciò lo studio contabile e si trasferì a San Antonio insieme a Leary. Iniziarono a suonare in alcuni locali e il loro modo oltraggioso di presentarsi e di suonare, un hardcore violento e provocatorio, colpì così tanto Jello Biafra da spingerlo a mettere il gruppo sotto contratto con la sua Alternative Tentacles. Il nome scelto non poteva essere normale, così ecco a voi i Butthole Surfers. Dopo un EP omonimo (conosciuto anche come Brown Reason To Live o Pee Pee The Sailor), la band passò alla Touch And Go. Per questa importantissima etichetta dell’underground americano pubblicarono nel 1985 il loro debutto Psychic Powerless… Another Man’s Sac. Insieme alla voce e al sax di Haynes e alla chitarra di Leary ecco il basso di Bill Jolly e le batterie di King Coffey e Teresa “Nervosa” Taylor, scomparsa nel 2023 per un male incurabile. Il disco è un dirompente esempio della modalità oltraggiosa del gruppo che si muove con sconcertante “normalità” dal noise alla psichedelia, da echi di Captain Beefheart all’hardcore punk. Independent Worm Saloon è il loro sesto album in studio, pubblicato il 23 marzo 1993. Dopo anni di sperimentazioni estreme nell’ambito del noise rock, del punk psichedelico e delle derive più caotiche del rock alternativo, i Butthole Surfers si fanno pubblicare addirittura da una major come la Capitol Records, coinvolgendo per l’occasione nella produzione addirittura un nome altisonante come John Paul Jones, storico bassista dei Led Zeppelin. Il risultato è un lavoro che conserva l’irriverenza e l’originalità del gruppo texano, ma con un suono più strutturato e potente, che spazia dal rock alternativo al metal, attraversando momenti di distorsione viscerale e groove lisergico. “Dust Devil” è un perfetto esempio del loro caos controllato, riuscendo ad unire punk psichedelico e noise rock in un vortice sonoro che è al tempo stesso aggressivo e stranamente ipnotico. Le chitarre distorte si intrecciano con ritmi spezzati e campionamenti vocali eccentrici, creando un paesaggio sonoro che sembra sfidare le regole della musica rock convenzionale. La voce di Gibby Haynes, teatrale e impetuosa, guida l’ascoltatore attraverso un turbine di paranoia e ironia, confermando la capacità della band di trasformare l’assurdo in energia musicale. Ennesima testimonianza di come siano stati capaci di mescolare follia, ironia e tecnica in modo unico. Alcuni fan più puristi lo videro come una sorta di tradimento verso un suono più mainstream, a causa dell’ingresso in Capitol e di una produzione più convenzionale. Se i Butthole Surfers rappresentano il lato grottesco del noise rock, i Chat Pile ne incarnano invece la disperazione contemporanea. Il gruppo si è formato nel febbraio 2019 e prendendo il nome dai cumuli di scorie (piles of chat), sottoprodotti dell’estrazione di piombo e zinco che si trovano comunemente in tutto il nord-est dell’Oklahoma. Già dalla scelta del nome possiamo immaginare come Raygun Busch (voce), Luther Manhole (chitarra), Stin (basso) e Cap’n Ron (batteria), si muovono a cavallo tra noise rock, sludge metal e industrial con un approccio che riflette un profondo disagio esistenziale e sociale. Il loro primo album in studio, God’s Country, è uscito nel 2022 per l’etichetta indipendente The Flenser diventando subito un riferimento nella nuova ondata heavy/alternativa. L’album esplora varie tematiche, disillusione, disuguaglianze sociali, decadimento urbano, violenza quotidiana, non usandole come slogan politici ma come quadri inquietanti del mondo reale. La loro atmosfera opprimente e la voce rabbiosa di Raygun Busch sono capaci di fondere influenze dai Jesus Lizard, Godflesh e Big Black in una voce contemporanea e spietata. “Why” è uno dei momenti più intensi del disco, combinando riff lenti e pesanti con un cantato graffiante e quasi catartico, creando un senso di oppressione emotiva che si riflette nei testi crudi e diretti. La band del Missouri esplora qui temi di alienazione, frustrazione sociale e disagio interiore, usando la distorsione e l’inerzia ritmica come strumenti narrativi, incorporando anche un elemento del paesaggio reale della band: il suono delle sirene tornado testate ogni settimana ad Oklahoma City, utilizzate per evocare un senso di minaccia imminente e ansia collettiva. Il brano e tutto l’album sono al tempo stesso un pugno nello stomaco e un’ode all’energia cathartica del rock underground: ogni esplosione sonora è calibrata per scuotere l’ascoltatore, trascinandolo dentro un mondo emotivamente denso e sonoramente spigoloso. La capacità di trasformare il caos in tensione narrativa hanno reso i Chat Pile un perfetto esempio di noise rock contemporaneo con radici post-hardcore e industriali. Se solo recentemente mi sono riavvicinato a certe sonorità di musica che potremmo definire metal, il merito, tra gli altri, è dei BIG|BRAVE, trio canadese composto da Robin Wattie (chitarra e voce), Mathieu Ball (chitarra) e Tasy Hudson (batteria). Loro si collocano in quel nebuloso spazio tra il metal e la sperimentazione, alternando una schiacciante e drammatica pesantezza con una leggerezza eterea e meditativa, in una modalità che pochi dei loro colleghi riescono a percorrere con successo. Dopo aver sperimentato in ambito dark folk insieme ai compagni di etichetta The Body, lo scorso anno i tre erano tornati a far sentire le loro sonorità ossessive, pesanti e distorte con due album straordinari come Nature Morte e A Chaos Of Flowers che avevo posizionato sul podio della mia personale Playlist 2024, con cui pensavo che avessero raggiunto l’apice del loro percorso e che aveva raggiunto la Top 30 della mia classifica. Dopo un album interlocutorio come OST dello scorso anno, il gruppo di Montreal è pronto a pubblicare il suo decimo album, intitolato in grief or in hope il 12 giugno 2026, definito da loro come “una visione creativa del suono elettroacustico e della narrazione emotiva, un’infinita ricchezza di distorsioni travolgenti e bellezza devastante”. Il nuovo album vede l’ingresso del bassista Liam Andrews (MY DISCO, Aicher), da tempo in tour con la band, che si è unito per la prima volta in studio a Robin Wattie e a Mathieu Ball. Con “The Ineptitude For Mutual Discernment”, primo estratto dall’album, i BIG | BRAVE dimostrano ancora una volta la loro capacità di fondere drone, post-rock e noise in un’unica esperienza sonora immersiva. Il brano si sviluppa attraverso lunghi strati di chitarre riverberate e batterie ipnotiche, mentre la voce di fluttua tra fragilità e potenza, conferendo una dimensione emotiva intensa alla struttura monumentale del pezzo. Il brano riflette sull’incapacità di comprendersi reciprocamente, traducendo concetti emotivi complessi in architetture sonore minimaliste ma dense. L’ascolto è un esercizio di attenzione e pazienza: ogni microcambiamento nel tessuto musicale rivela dettagli nascosti, rivelando la profondità emotiva della band, ormai maestra nella capacità di creare musica che unisce intensità emotiva e sofisticazione sonora. Anche senza la batteria di Tasy Hudson, il gruppo con la sua anima tanto intima e sofferta quanto potente e apparentemente monolitica, è pronto ad intraprendere un nuovo percorso di enorme intensità emotiva. Dopo questo primo blocco dominato dal rumore e dall’intensità emotiva, la scaletta si sposta verso alcune delle band che hanno ridefinito l’estetica del rock alternativo tra anni Ottanta e Duemila. New York è stata spesso teatro di racconti di degenerazione e follia urbana: dai racconti di Lou Reed (di cui parleremo più avanti) a quel movimento artistico conosciuto come no wave che ebbe il suo apice con la compilation No New York pubblicata nel 1978 e prodotta da Brian Eno. I Liars, fondati da Angus Andrew e Aaron Hemphill, non avrebbero potuto che nascere nella Grande Mela viste le tinte scure e i recessi della mente umana che hanno iniziato a scandagliare a partire dal loro secondo album They Were Wrong, So We Drownede. Dopo un inizio tutto sommato nell’alveo di una certa tradizione post punk, nel 2004 i due hanno accolto in formazione il batterista Julian Gross e trasferendosi nelle foreste del New Jersey più rurale. La musica dei Liars da quel momento cambia per sempre, diventando un mutaforma con strutture cangianti e suggestioni industriali e stranianti, con pochi punti di riferimento ma che occhieggia a vari generi pur non abbracciandone uno in particolare. Nel febbraio del 2006 i Liars pubblicano il loro terzo album, Drum’s Not Dead, un lavoro che rappresenta una delle prove più audaci nella loro discografia, segnando un’ulteriore evoluzione rispetto alle sperimentazioni già presenti nel loro lavoro precedente e abbracciando un sound che combinava ritmi tribali, percussioni poderose, chitarre drone distorte e vocalizzi falsetto. L’album è strutturato come un viaggio concettuale attorno a due figure ricorrenti nei titoli dei brani: Drum (forza vitale, ritmo primordiale) e Mt. Heart Attack (paura, introspezione, conflitto). Nonostante questi fili narrativi, Drum’s Not Dead non è un concept album nel senso classico, ma piuttosto un’esplorazione sonora dell’energia e della tensione interna alla musica stessa. “The Other Side Of Mt. Heart Attack” è un delicato equilibrio tra post-punk, noise e atmosfere cinematiche: la voce ipnotica di Angus Andrew si alterna a tappeti di percussioni rituali e sintetizzatori inquietanti. Il brano costruisce tensione lentamente, rivelando il talento della band nel creare paesaggi emotivi complessi senza ricorrere a soluzioni melodiche convenzionali. Il testo, criptico e poetico, esplora temi di alienazione e introspezione, mentre le dinamiche sonore oscillano tra silenzi sospesi e esplosioni ritmiche controllate, guidando l’ascoltatore in un territorio quasi sciamanico, dove post-punk ed elettronica si fondono. Dopo Drum’s Not Dead, i Liars hanno proseguito un percorso di costante trasformazione stilistica, restando sempre una band difficile da incasellare in un genere fisso e diventando una delle band più affascinanti e imprevedibili della scena experimental/indie rock degli ultimi vent’anni. Proseguiamo il podcast con un gruppo che è stato influenza fondamentale su varie generazioni di rock americano e non solo come i Sonic Youth. Kim Gordon, Thurston Moore, Lee Ranaldo e Steve Shelley, pur partendo dall’avanguardia newyorchese, non hanno davvero mai ripudiato il formato della canzone rock, sperimentando, usando gli strumenti in modo totale (soprattutto grazie ad un grande uso di effettistica e accordature inusuali a rendere unico il suono della chitarra), e diventando di fatto una vera e propria istituzione della scena alternativa americana e mondiale. É sempre difficile scegliere un album dalla loro lunga e preziosa discografia. Il doppio Daydream Nation è un capolavoro del loro modo inconfondibile di fare musica, con le parti soliste e ritmiche che si uniscono in un unico flusso sghembo ma perfettamente lucido. Lee Ranaldo e Thurston Moore seviziano le loro chitarre su una base percussiva ossessiva che trova il suo climax nella suite finale chiamata “Trilogy”. Ma anche nel loro modo sghembo e unico di concepire il rock, riescono come per incanto a far fluire ritornelli melodici e quasi pop. “‘Cross The Breeze” è una delle tracce più visionarie del disco e si distingue per l’intreccio di chitarre alternate e dissonanti, con alternanze tra linee melodiche e rumore controllato che hanno definito il suono della band. La struttura libera permette a Thurston Moore e Lee Ranaldo di esplorare variazioni tonali che creano un paesaggio sonoro in continua evoluzione. La batteria di Steve Shelley e il basso di Kim Gordon mantengono il ritmo sospeso, mentre le voci conferiscono un senso di narrazione onirica. Il brano inserito nel podcast non è solo un pezzo di rock alternativo, ma un esercizio di equilibrio tra caos e ordine, simbolo della sperimentazione sonora degli anni Ottanta. Dopo Daydream Nation, i Sonic Youth hanno consolidato la loro fama alternando momenti più accessibili a esperimenti sonori diventando un punto di riferimento per generazioni di gruppi indie, noise e post‑punk fino al 2011, anno in cui la fine del rapporto personale tra Thurston Moore e Kim Gordon, membri fondatori della band, di fatto sancisce anche lo scioglimento del gruppo. Se prima abbiamo parlato dell’importanza dei Sonic Youth, andiamo adesso a trovare l’ultima fatica solista del loro chitarrista e boss: Thurston Moore. Nel 2011 parallelamente alla chiusura dei 27 anni di matrimonio con Kim Gordon, Moore metteva la parola fine anche al percorso artistico di uno dei gruppi più importanti e influenti della storia del rock. Da lì il chitarrista ha ripreso il suo percorso musicale da solista con un disco inusuale come Demolished Thoughts per poi riprendere con forza il vangelo sonicyouthiano che trova un picco assoluto con il doppio By The Fire pubblicato nel 2020. Più di 80 minuti di musica registrati con l’aiuto di Deb Googe (My Bloody Valentine) al basso, James Sedwards alla seconda chitarra, l’ex sodale nei SY Steve Shelley e Jem Doulton alla batteria e Jon Leidecker (Negativland) all’elettronica, dove Moore si sbizzarrisce con brani dalla durata variabile da 17 a 4 minuti, pieni di graffi, melodie, lunghe jam che accolgono anche incursioni kraut, psichedeliche e ambient. Un disco splendido, tra le cose migliori prodotte dal Moore solista e non solo, aperto dal gran duello di chitarre di “Hashish” che rappresenta il suo lato più intimo e riflessivo. La traccia ha anche fatto da primo singolo del disco, accompagnata da un video che mescola immagini dal tour europeo del 2020 con scene della quarantena dovuta alla pandemia. Pur nel titolo provocatorio, Moore stesso ha spiegato che il pezzo non è semplicemente un inno a una sostanza stupefacente, bensì un’ode alla “narcotica dell’amore”, un amore che agisce come forza unificante e consolatrice in un tempo di isolamento e difficoltà. Musicalmente il brano combina chitarre intrecciate, un senso di lentezza meditativa e melodie avvolgenti che richiamano sia le atmosfere psichedeliche sia l’eredità alt‑rock di Moore, con echi che riflettono una continuità con certe sonorità sperimentali dei Sonic Youth. Il testo trasmette una sorta di abbandono estatico alla sensazione evocata dalla “dose”, ma lo fa guardando al potere dell’amore e della connessione umana piuttosto che alla semplice evasione: una prospettiva in cui “la sua droga è tutto ciò che sento ora”, suggerendo una fusione tra sentimento e percezione. Messo proprio in apertura, la traccia stabilisce il tono contemplativo e mistico di By The Fire, preparando l’ascoltatore a un viaggio musicale che oscilla tra introspezione, rumore psichedelico e riflessione emotiva. Ogni tanto, a 12 anni dalla sua scomparsa, è doveroso ricordare un vero e proprio gigante del rock come Lou Reed. Cantore al contempo crudo e ironico dei bassifondi metropolitani, dell’ambiguità umana, dei torbidi abissi della droga e della deviazione sessuale, ma anche della complessità delle relazioni di coppia e dello spleen esistenziale, Reed ha finito con l’incarnare lo stereotipo dell’Angelo del male, immagine con cui ha riempito i media per oltre tre decenni divenendo una delle figure più influenti della musica e del costume contemporanei. Dopo gli sfolgoranti anni ’70, il decennio successivo non è stato certo così indimenticabile per Reed, a parte pochissimi casi isolati. Tra i casi isolati, prima dello sfolgorante New York di fine decennio, c’è sicuramente The Blue Mask il suo undicesimo album da solista uscito nel 1982, vero punto di svolta nella sua carriera post‑Velvet Underground. Registrato con la sua nuova band (il chitarrista Robert Quine, il bassista Fernando Saunders e il batterista Doane Perry) il disco rappresenta un ritorno alla forma artistica più intensa e personale dopo anni di alti e bassi sia sul piano creativo sia su quello personale. Uscito poco prima del quarantesimo compleanno di Reed, il disco fonde rock diretto e liriche profondamente autobiografiche, toccando temi come matrimonio e stabilità, ma anche violenza, paranoia e la lotta contro l’alcolismo. A differenza di gran parte della sua produzione solista precedente, qui Reed riprende la chitarra con convinzione e costruisce canzoni che sono tanto crude nella loro sincerità quanto espressive dal punto di vista musicale. La collaborazione con Quine, in particolare, dona all’album un intreccio di chitarre taglienti e conversazioni sonore che diventano celebri tra fan e critici. “Waves of Fear” è un pezzo che emerge come uno dei ritratti più forti dell’ansia, della paranoia e del processo di astinenza dall’abuso di alcool e droghe. Con un riff di chitarra abrasivo e una tensione sonora che cresce fino a un climax disturbante, la canzone esplora nei suoi versi la sensazione di panico fisico e mentale: “waves of fear/squat on the floor/looking for some pill/the liquor is gone…”, canta Reed con voce impastata, facendo emergere un vivido senso di incapacità di controllare corpo e mente. A volte sottovalutato, The Blue Mask un album che dimostra come la musica può trasformare la sofferenza personale in arte universale, rendendo Reed non solo un cantautore visionario ma anche un narratore emotivo ineguagliabile, capace di parlare al cuore e alla mente. Gruppo tanto importante quanto da me ingiustamente dimenticato per molto tempo in fase di registrazione, i Roxy Music sono riusciti davvero a creare un nuovo genere musicale. La band si forma a Londra all’inizio degli anni ’70, creata dal cantante Bryan Ferry e dall’amico bassista Graham Simpson. Presto si aggiunge a loro Andy Mackay, tastierista e sassofonista con un grande interesse per la musica di avanguardia. Mackay aveva conosciuto al Winchester College of Art uno studente che condivideva i suoi stessi interessi, Brian Eno, e lo convinse facilmente ad unirsi alla band per sviluppare il suono del sintetizzatore analogico VCS3. Con l’ingresso di Paul Thompson dietro ai tamburi e del chitarrista Phil Manzanera ecco pronto l’organico dei Roxy, costretti presto a cambiare il nome in Roxy Music per non confondersi con una band americana che aveva lo stesso nome. Il primo album autointitolato e prodotto da Peter Sinfield (paroliere dei King Crimson), già mostra tutte le carte vincenti in possesso di Ferry e compagni. Una miscela perfetta di avanguardia e ritornelli orecchiabili, ritmi tanto pulsanti quanto ballabili, una scrittura ed una voce straordinariamente eleganti, schizzati dagli interventi precisi ed aggressivi del sax di Mackay. Nel 1973 esce il secondo lavoro, For Your Pleasure, a confermare la band su livelli stellari. Il disco, che vede una sconosciuta Amanda Lear in copertina intenta a portare a guinzaglio una pantera nera, è anche l’ultimo a vedere la presenza di Brian Eno e il primo senza l’apporto del dimissionario bassista Graham Simpson. “Editions Of You” è uno dei gioielli dell’album, capace di fondere l’eleganza art-rock e teatralità vocale di Bryan Ferry con la sperimentazione sonora di Brian Eno. Le chitarre stilizzate e i sintetizzatori creano un’atmosfera sofisticata e leggermente distaccata, mentre il ritmo ipnotico accompagna testi enigmatici. La traccia è un perfetto esempio di come i Roxy Music abbiano saputo combinare stile e innovazione, dando vita a un suono unico e senza tempo capace di anticipare moltissimi generi che verranno nei decenni successivi. I Roxy Music, tra l’eleganza vocale di Bryan Ferry e le intuizioni sonore di Brian Eno, sono riusciti a fondere glam, art-rock e sperimentazione elettronica creando un mondo sonoro senza tempo. Il viaggio continua nelle zone più oscure dell’underground tra post-punk, shoegaze e psichedelia alternativa. Patrick Miller, leader dell’ensemble underground d’avanguardia Minimal Man, è nato a Glendale, California, il 2 gennaio 1952 e ha studiato arte alla Sonoma State University. Dopo essersi trasferito a San Francisco nel 1979, Miller iniziò a sperimentare con la musica e il cinema creando il progetto Minimal Man come mezzo per produrre colonne sonore per questi film, con la consapevolezza che chiunque avrebbe potuto farlo se avesse avuto accesso agli strumenti necessari. Miller iniziò anche a collaborare con un’ampia varietà di musicisti punk, new wave e industrial, tra cui i Tuxedomoon. I Minimal Man divennero uno dei pochi gruppi influenti di quell’epoca a unire il punk e l’industrial con aggressive esplosioni di rumore ed effetti elettronici. Come leader Miller cantava (e urlava), suonava le tastiere e manipolava i nastri per creare un suono proprietario, dissonante, inquietante e sperimentale, che qualcuno definì addirittura “antimusica”. Il nome della band è stato ispirato dalle persone che vivevano nel quartiere povero di Fillmore a San Francisco. Sebbene spesso prive di bisogni primari, queste persone erano creative nell’adattarsi alla vita di strada. La concezione di Miller di Minimal Man era quella di un personaggio che aveva “tutto contro di lui”. L’album di debutto dei Minimal Man, The Shroud Of, fu originariamente pubblicato dall’etichetta Subterranean Records nel 1981, quando la band era formata da Miller, Andrew Baumer e Lliam Hart. Tra i collaboratori figuravano i membri dei Tuxedomoon Steven Brown e Michael Belfer, insieme a molti altri che riflettevano una politica di turni di selezione del personale attivamente incoraggiata da Miller. Anche Bond Bergland, Cole Palme e Joseph T. Jacobs hanno suonato nei Minimal Man prima di fondare un altro gran gruppo come i Factrix. Nel gennaio 1983 i Minimal Man registrarono un secondo album, Safari , più convenzionale rispetto al debutto, con Miller e Baumer ora affiancati da un chitarrista e un batterista. Nel 1985 Miller decise di trasferirsi in Europa, stabilendosi a Bruxelles insieme ai compagni esuli di San Francisco, i Tuxedomoon, dove registrò Sex With God (1985), Slave Lullabyes (1986), Hunger Is All She Has Ever Known e Pure (entrambi del 1988). Gli album europei spaziavano dall’hardcore EBM (la cosiddetta musica elettronica corporea) a brani strumentali ambient. I concerti di questo periodo vedevano solitamente Miller accompagnato da vari membri dei Tuxedomoon, tra cui Steven Brown, Peter Principle, Luc van Lieshout e Bruce Geduldig. “Pull Back The Bolt” cattura la follia minimalista di Miller, il brano è costruito su una combinazione di synth abrasivi, ritmi spezzati e vocalità disturbanti che riflettono un’estetica rumorosa e teatrale. Ogni elemento sonoro è calibrato per creare tensione e disagio, trasformando l’ascolto in un’esperienza intensa e destabilizzante. La traccia è un manifesto dell’approccio DIY e sperimentale della band, un ponte tra punk, industrial e avanguardia sonora. Oscuri e teatrali, i Minimal Man unvano synth abrasivi e ritmi ossessivi in una delle espressioni più radicali del post-punk americano. All’inizio degli anni ’90 Miller tornò negli Stati Uniti, prima a New York e poi di nuovo in California. Purtroppo non uscirono altri dischi dei Minimal Man, e Miller iniziò a lavorare nel mondo del cinema come arredatore prima di morire nella sua casa di Eagle Rock, in California, il 14 dicembre 2003, dopo aver contratto l’epatite C. Nati a Reading, Inghilterra, nel 1987, i Chapterhouse si erano affermati come una delle band più interessanti della scena shoegaze britannica all’inizio degli anni ’90. Formati da Andrew Sherriff (chitarra e voce), Stephen Patman (chitarra e voce), Simon Rowe (chitarra), Dale Robertson (chitarra), Jon Curtis (basso) e Ashley Bates (batteria), la band si fece subito notare per il suo suono intrecciato di chitarre effettate, melodie sognanti e ritmiche che sfioravano il dancefloor. Vennero all’inizio etichettati come gruppo acid rock ma i concerti di supporto agli Spacemen 3 li fecero poi accomunare ai gruppi shoegaze attivi in quel periodo come Slowdive, Lush e Ride. Il loro primo album in studio, Whirlpool, è stato pubblicato il 29 aprile 1991 dalla Dedicated Records e diventa in breve un punto di riferimento per il genere shoegaze. Registrato nel 1990 e prodotto dalla band insieme a collaboratori come Robin Guthrie (Cocteau Twins) e Stephen Hague, il disco raccoglie alcuni dei loro lavori migliori e mostra la capacità del gruppo di unire texture chitarristiche dense e oniriche con ritmi coinvolgenti e melodie memorabili. Whirlpool raggiunge la posizione numero 23 nella classifica degli album nel Regno Unito, un risultato significativo per una band shoegaze in un periodo musicale dominato da altri stili. Anche se inizialmente non riceve un’enorme attenzione di massa, l’album è in seguito riconosciuto come una pietra miliare del movimento e continua ad essere celebrato dai fan del genere. “Falling Down” è uno dei brani più conosciuti del disco ed era già stato pubblicato nel loro primo EP Freefall del 1990, dove fungeva già da apertura efficace e riconoscibile, emblematico di ciò che rendeva unico il suono dei Chapterhouse: chitarre avvolte da riverberi, riff ipnotici e melodie eteree, con voci che si posano sulle onde sonore come in una nuvola plasmata da feedback e groove. La struttura stratificata dei loro brani, con arpeggi e riverberi continui, avvolge l’ascoltatore in un flusso onirico, esemplificando l’eleganza e la profondità emotiva del movimento shoegaze degli anni Novanta. Nonostante si siano sciolti nel 1993, ancora oggi Whirlpool viene spesso citato tra gli album fondamentali della prima ondata dello shoegaze britannico. Nati a Ipswich, in Inghilterra, nel 1989, i Bleach sono stati una delle band più interessanti, sebbene meno celebrate, della scena shoegaze britannica dei primi anni ’90. Formato dai fratelli Neil e Nick Singleton (chitarra e basso), con Salli Carson alla voce e Steve Scott alla batteria, il gruppo ha proposto un suono caratterizzato da chitarre riverberate ed eteree, ritmiche potenti e una voce femminile dinamica, capace di oscillare tra melodie sognanti e momenti più abrasivi. Sebbene non abbiano mai raggiunto la notorietà di band come Slowdive, Ride o Lush, i Bleach rientrano a pieno titolo nel movimento shoegaze di quell’epoca, con un approccio che spesso mescola rumore, introspezione e una certa energia punk. A differenza di molte band shoegaze più eteree, i Bleach mantenevano però una certa ruvidità alternativa, con strutture più dirette e un’energia quasi post-punk che rendeva i loro brani meno evanescenti e più nervosi. La prima uscita della band è stata un EP intitolato Eclipse, pubblicato nel 1990 dall’etichetta Way Cools. Questo EP contiene alcune tracce che mostrano subito la direzione sonora dei Bleach: un shoegaze intenso, stratificato e a tratti vulnerabile, con chitarre distorte e melodie sospese. La formazione si muove tra atmosfere sognanti, riverberi, e sezioni ritmiche che a volte spingono verso un rock più diretto, mantenendo però sempre quel senso di “nuvola sonora” tipico del genere. Questo primo EP fu fondamentale per porre le basi per i lavori successivi e per inserirsi nella rete di band alternative della fine del decennio. Tra le tracce del disco una delle più citate, anche in raccolte e antologie di shoegaze come la splendida compilation Still in a Dream: A Story of Shoegaze 1988–1995, è “Decadence”, un pezzo che cattura bene l’essenza del loro suono, unendo chitarre avvolgenti e stratificate con una struttura che alterna momenti di dolcezza melodica a sezioni più corpose e risonanti. La voce di Salli Carson si intreccia con il muro di chitarre e gli effetti, creando un paesaggio sonoro etereo ma allo stesso tempo fisicamente vibrante. Il brano è spesso ricordato come uno dei momenti migliori della band, anche se ancora oggi rimane piuttosto sottovalutato rispetto ad altri classici dello shoegaze. Anche loro, come i Chapterhouse hanno avuto una vita discografica molto breve, sciogliendosi nel 1993 dopo solo un album. Andiamo avanti nel podcast con The Darkside, un gruppo indie rock psichedelico inglese formatosi a Rugby nel 1989 e guidato da Pete Bain (alias Bassman), che aveva lasciato gli Spacemen 3 poco prima dell’uscita del loro album Playing With Fire nel 1989. Bain fu poi raggiunto nella nuova formazione dal suo ex compagno di band, il batterista Sterling Roswell (alias Rosco). Inizialmente la voce era affidata a Nick Hayden, ma la sua partenza costrinse Bain ad assumere quel ruolo. Il gruppo debuttò nell’aprile 1990 con il singolo “High Rise Love”, con il passaggio di Rosco alle tastiere, il gruppo reclutò Craig Wagstaff, che avevano conosciuto quando erano negli Spacemen 3. All That Noise è stato il primo album in studio pubblicato nel 1990 per la Situation Two/Beggars Banquet. È un lavoro che mescola rock alternativo, psichedelia anni ’60 e influenze garage, segnando una sorta di punto d’incontro tra l’eredità psichedelica dei Spacemen 3 e un approccio più diretto e melodico. La scaletta include una varietà di brani che alternano attacchi psichedelici intensi a momenti più melodici con chitarre riverberate, organo e ritmiche che evocano atmosfere distese e, allo stesso tempo, penetranti. Il secondo singolo estratto, “Waiting For The Angels”, è come uno dei momenti più rappresentativi del disco, combinando linee di basso profonde, chitarre atmosferiche e sintetizzatori eterei, mentre la voce oscilla tra introspezione e tensione emotiva. La traccia è ipnotica e sospesa, creando un senso di attesa e inquietudine, perfetta per l’esplorazione dei lati più oscuri del rock alternativo dei primi anni Novanta. Musicalmente il pezzo combina ritmi rilassati e groove psichedelico con una chitarra che si eleva in melodie ascendenti, creando un’atmosfera che evoca una sorta di sospensione contemplativa. Il lavoro strumentale, con organo e chitarre che si fondono in un tessuto sonoro ipnotico, richiama certe suggestioni degli anni ’60, pur restando ancorato alla sensibilità indie/alt‑rock di inizio decade. La successiva pubblicazione della band fu l’album live Psychedelicise Suburbia, disponibile solo per corrispondenza, nel 1991. Nel novembre 1991, l’EP “Always Pleasure” precedette il secondo album in studio Melomania, pubblicato nel gennaio 1992. Con l’abbandono del chitarrista Kevin Cowen dopo l’uscita dell’LP, Bain assunse il ruolo di chitarrista per l’EP Mayhem to Meditate, ma quando la Situation Two rifiutò i demo registrati per il terzo LP, la band si sciolse. La band fu attiva fino al 1993, pubblicando due album in studio e una serie di singoli ed EP prima di sciogliersi. Dopo lo scioglimento della band, Bain ha registrato diversi album con il nome Alpha Stone e ha partecipato come ospite a diversi album E.A.R dell’ex compagno di band Peter Kember. Pur con una carriera relativamente breve, i The Darkside hanno lasciato un segno interessante nella scena alternativa inglese di inizio anni ’90. Terminiamo questo piccolo excursus sullo shoegaze britannico all’inizio dei ’90 con una delle band che hanno saputo spingere il genere fuori dalla sua dimensione più eterea e contemplativa, i Curve, capaci di occupare un posto tutto loro. Formati all’inizio degli anni Novanta attorno a Toni Halliday e Dean Garcia, i Curve hanno costruito un linguaggio in cui chitarre distorte, elettronica, pulsazione dance e tensione industriale convivono in modo naturale, creando un suono molto più aggressivo e carnale rispetto a quello di molte formazioni coeve. Già i primi tre EP del 1991 avevano fatto capire che la band aveva un’identità fortissima; con Doppelgänger, uscito nel 1992, quella visione trova la sua forma piena e più compiuta. Il loro debutto su lunga distanza non ha niente dell’esordio incerto o interlocutorio. Al contrario, è un disco che sembra arrivare già perfettamente a fuoco: una massa sonora compatta, sensuale e abrasiva, in cui il gruppo continua il lavoro cominciato sugli EP precedenti fondendo shoegaze, alternative rock e ritmiche vicine alla musica dance. Alla produzione troviamo una vecchia volpe come Flood, presenza decisiva per dare al disco quella profondità scura e quel senso di pressione continua che ne fanno uno degli album più riconoscibili del periodo. “Wish You Dead” traccia scelta per rappresentare il disco, fonde shoegaze, industrial e rock alternativo con un’estetica dark e stratificata. Il brano presenta chitarre distorte e riverberate, sintetizzatori pulsanti e il cantato ipnotico di Toni Halliday, creando un’atmosfera intensa e seducente. La produzione ricca e dettagliata enfatizza le dinamiche tra aggressività sonora e morbidezza melodica, rendendolo uno dei pezzi più rappresentativi del loro stile unico. Dopo l’esordio, i Curve hanno continuato a trasformare il proprio linguaggio senza mai perdere identità. Già con Cuckoo (1993) il duo irrigidisce e incupisce il suono, accentuando il lato più abrasivo e meno immediato della propria estetica. Dopo una prima separazione e la successiva reunion, Come Clean (1998) spinge invece con decisione verso elettronica, breakbeat e trip hop, mostrando una band capace di assorbire le tensioni della seconda metà dei Novanta senza rinunciare alla propria carica sensuale e disturbante. Nei primi anni Duemila arrivano poi Gift (2001) e The New Adventures of Curve (2002), lavori che confermano questa traiettoria ibrida tra chitarre, programmazioni e atmosfere industriali, prima dello scioglimento definitivo del 2005. In questo senso, i Curve restano una delle esperienze più originali emerse dall’orbita shoegaze: partiti dal rumore e dalla vertigine di Doppelgänger, hanno saputo evolversi in una forma sempre più elettronica, dura e contemporanea, lasciando una discografia breve ma ancora oggi influente. Nell’ultima parte dell’episodio il viaggio si sposta verso territori più atmosferici e narrativi. Nel 2001 un gruppo di Reggio Emilia trovava le coordinate giuste per colpire al cuore della scena indipendente italiana con un album quasi interamente strumentale che era caratterizzato dalla voglia di guardare ben oltre i confini nazionali. I Giardini di Mirò hanno creato con Rise And Fall Of Academic Drifting uno scenario immaginifico di rara bellezza tra post rock, dream pop, post punk ed una personale visione psichedelica. Racconta così l’album Daniele Rumori, cofondatore della Homesleep Records insieme al compianto Matteo Agostinelli degli Yuppie Flu: “Quando uscì l’album, i Giardini Di Mirò erano già un gruppo di cui si parlava molto nel micromondo indie italiano. Quindi i risultati furono eclatanti. Credo 2000 copie vendute in un anno, cifra record all’epoca. Poi, all’improvviso sono successe due cose quasi in contemporanea. Firmammo con un distributore major ed i Giardini Di Mirò furono invitati a suonare in un programma di MTV, Supersonic. La loro esibizione televisiva fu impressionante. E la settimana dopo, con il disco distribuito in maniera più capillare, vendemmo più copie che nell’anno precedente…”. Un caso più unico che raro nella musica italiana, un disco quasi completamente strumentale capace negli anni di vendere quasi ventimila copie. L’album, ristampato nel 2016 per il suo quindicesimo anniversario in una lussuosa versione in doppio vinile, ha la capacità di essere insieme cinematico e terreno, sognante e precisissimo. I Giardini di Mirò lavoravano su una materia sonora che intrecciava chitarre, dinamiche lente, aperture melodiche e un gusto quasi narrativo per la costruzione dei brani. Non si limitavano a replicare modelli stranieri: li filtravano attraverso una sensibilità tutta loro, fatta di malinconia, movimento e attenzione per il dettaglio atmosferico, fino ad essere definito come uno dei dischi più importanti della storia della musica indipendente italiana. “Pet Life Saver” non è solo il secondo estratto dall’album ma anche un altro omaggio a Matteo Agostinelli, visto che è lui ad aver scritto il testo e cantato questo brano intriso di psichedelia e malinconia che unisce chitarre eteree, linee di basso profonde e arrangiamenti raffinati che evocano paesaggi emotivi ampi e sfumati. La voce delicata e gli intrecci strumentali creano un senso di nostalgia contemplativa, rendendo il brano un perfetto esempio del post-rock italiano più elegante e cinematografico. Riascoltato oggi, l’album conserva intatta la sua forza non solo come documento di una stagione incredibile del post-rock italiano, ma come opera che ha saputo trasformare influenze internazionali in un linguaggio riconoscibile, delicato e profondo. Una visione che ha reso indimenticabile la storia dei primi Giardini di Mirò. Personaggio straordinario Willy Vlautin. Capace di dare vita e forma con la sua voce, la sua chitarra e i suoi testi ad una splendida creatura come i Richmond Fontaine e a scrivere sei romanzi di successo. Non contento, dopo lo scioglimento di un’affermata realtà dell’alt-country come i Richmond Fontaine, Vlautin ha creato una nuova entità chiamata The Delines rivestendo a nuovo la splendida voce di Amy Boone, corista negli ultimi tour della sua band precedente. Il quintetto di Portland, Oregon, con The Set Up è appena arrivato al suo quinto capitolo in studio che perfeziona l’alchimia tra country e soul degli album precedenti. Storie di perdenti, di persone che camminano sempre sul bordo rischiando di perdere l’equilibrio. Un’umanità raccontata in maniera empatica ed evocativa, con tutti i suoi languori e le sue debolezze, trasportata lungo la corrente della vita. Il gruppo ha costruito negli anni un mondo fatto di motel, ospedali, strade secondarie, piccoli crimini, debiti, amori storti e persone che continuano a muoversi anche quando tutto sembra già perduto. Con The Set Up, uscito pochi giorni fa, questa poetica si fa ancora più nitida: il nuovo album conferma i Delines come una delle realtà più forti dell’Americana contemporanea, capaci di unire scrittura narrativa, soul notturno e malinconia da grande romanzo americano. La struttura del disco è già, di per sé, significativa. The Set Up si sviluppa in 12 brani alternando canzoni vere e proprie a tre segmenti intitolati “The Set Up” che agiscono quasi come cornice narrativa o respirazione cinematografica del lavoro. In mezzo scorrono titoli come la “The Reckless Life” inserita nel podcast, tutti immersi in un paesaggio umano di dipendenza, inganno, fuga e sopravvivenza. Musicalmente, The Set Up resta fedelissimo all’identità della band, ma sembra spingersi ancora più a fondo in una dimensione di country soul elegante, cinematografico e crepuscolare. La voce di Amy Boone continua a essere l’elemento decisivo: calda, trattenuta, capace di far sembrare ogni personaggio vicino e reale, anche quando la scrittura di Vlautin lo colloca in una situazione al limite. Riascoltato nel quadro dell’intero album, The Set Up sembra quasi un compagno ombroso del precedente Mr. Luck & Ms. Doom: un disco che continua a guardare i margini, gli sconfitti, i truffatori, i fragili, ma con una compassione narrativa che oggi appartiene a pochi. E “The Reckless Life” ne è una delle immagini più forti: una canzone che racconta il disordine delle esistenze senza giudicarle, trovando nel soul, nella scrittura e nella voce di Amy Boone un modo per trasformare la sconfitta in qualcosa di profondamente umano, con una costruzione musicale in cui chitarra funky, fiati e coda estesa rendono ancora più amaro il racconto. Chiudiamo il podcast con un’artista che recentemente mi ha colpito molto. Maria BC è una delle voci più singolari emerse negli ultimi anni nell’area di confine tra folk sperimentale, elettronica minimale, dream pop e scrittura d’autore. Dopo l’esordio Hyaline del 2022 e Spike Field del 2023, l’artista è tornata il 27 febbraio 2026 con Marathon, terzo album in studio e secondo per Sacred Bones: un disco costruito attorno ai temi della resistenza, della sopravvivenza e dell’andare avanti anche quando tutto sembra consumarsi. Il disco è una naturale prosecuzione del percorso già avviato con Spike Field, ma con un peso emotivo più cupo e una materia sonora più consumata, quasi corrosa. Non è un disco che cerca l’impatto immediato: lavora per sottrazione, per ombre, per piccoli movimenti interni. Le canzoni sembrano spesso sospese tra fragilità e attrito, tra confessione e paesaggio, come se Maria BC cercasse un equilibrio instabile fra intimità e rovina. I temi della resistenza si intrecciano con quelli della devastazione ambientale, delle fratture personali e della distruzione, mentre le registrazioni incorporano materiali ambientali e suoni concreti raccolti lungo la West Coast. La “Night & Day” scelta per rappresentare l’album e chiudere in bellezza il podcast è uno dei momenti in cui l’universo di Marathon si apre maggiormente a una dimensione affettiva, senza però perdere quell’alone di spossatezza e inquietudine che attraversa tutto il lavoro. Nel panorama contemporaneo, Maria BC cerca di distinguersi per la capacità di costruire un linguaggio personale, in cui il folk non è mai puro folk, l’ambient non è mai semplice atmosfera e la canzone resta sempre un luogo di tensione. Marathon conferma questa traiettoria: è un disco dimesso solo in superficie, ma in realtà profondamente combattivo. E “Night & Day”, nel suo stare tra vicinanza e consunzione, ne rappresenta bene il cuore più vulnerabile. Si chiude così questo dodicesimo episodio di Sounds & Grooves, un percorso che ha attraversato decadenza, rumore, visioni oblique e forme diverse di inquietudine sonora, tenendo insieme classici irregolari, dischi di culto e traiettorie più recenti. Da Lou Reed ai Butthole Surfers, dai Sonic Youth ai Curve, passando per Liars, Chapterhouse, Giardini di Mirò, The Delines e Maria BC, “Decadence – Sotto il Rumore” ha provato a raccontare ciò che si muove sotto la superficie: tensioni, crepe, derive, ma anche una bellezza laterale e resistente, capace di emergere proprio là dove il suono si fa più instabile, sporco o vulnerabile. E non finisce qui. Il prossimo appuntamento con Sounds & Grooves, il tredicesimo episodio stagionale, aprirà nuove prospettive e nuove linee di ascolto, con una scaletta che intreccerà nomi come The Van Pelt, Cut Worms, Heavenly, Shiva Burlesque, Jim O’Rourke e The God In Hackney. Un altro viaggio tra scrittura laterale, visioni indipendenti e geografie sonore tutte da esplorare. Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to. Potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perché no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web. Per suggerimenti e proposte, scrivetemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it. Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto. Buon Ascolto Ascolta o scarica il podcast da radiorock.to TRACKLIST 1. BUTTHOLE SURFERS: Dust Devil da ‘Independent Worm Saloon’ (1993 – Capitol Records) 2. CHAT PILE: Why da ‘God’s Country’ (2022 – Flenser Records) 3. BIG | BRAVE: The Ineptitude For Mutual Discernment da ‘In Grief Or In Hope’ (2026 – Thrill Jockey) 4. LIARS: The Other Side Of Mt. Heart Attack da ‘Drum’s Not Dead’ (2006 – Mute) 5. SONIC YOUTH: ‘Cross The Breeze da ‘Daydream Nation’ (1988 – Blast First) 6. THURSTON MOORE: Hashish da ‘By The Fire’ (2020 – The Daydream Library Series) 7. LOU REED: Waves Of Fear da ‘The Blue Mask’ (1982 – RCA) 8. ROXY MUSIC: Editions Of You da ‘For Your Pleasure’ (1973 – Island Records) 9. MINIMAL MAN: Pull Back The Bolt da ‘Safari’ (1984 – CD Presents, Ltd.) 10. CHAPTERHOUSE: Falling Down da ‘Whirlpool’ (1991 – Dedicated) 11. BLEACH: Decadence da ‘Eclipse E.P.’ (1990 – Way Cool Records) 12. THE DARKSIDE: Waiting For The Angels da ‘All That Noise’ (1990 – Situation Two) 13. CURVE: Wish You Dead da ‘Doppelgänger’ (1992 – Anxious Records) 14. GIARDINI DI MIRO: Pet Life Saver da ‘Rise And Fall Of Academic Drifting’ (2001 – Homesleep) 15. THE DELINES: The Reckless Life da ‘The Set Up’ (2026 – Decor Records) 16. MARIA BC: Night & Day da ‘Marathon’ (2026 – Sacred Bones Records) MIXCLOUD SPOTIFY PLAYLIST Stefano Share This Previous ArticleSounds & Grooves Podcast | Linee d’Ombra: S20E11 Next ArticleSounds & Grooves Podcast | Forma e Dissolvenza: S20E13 Comments (0) Leave a Reply Cancel replyYour email address will not be published. Required fields are marked *Your CommentName * Email * Website Δ Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti. 1 mese ago