Home2026PodcastDesire: Elettricità e Visioni – S20E06 Podcast Desire: Elettricità e Visioni – S20E06 Sounds & Grooves – Stagione 20 Episodio 06Elettricità e Visioni Dal nuovo fervore di Upchuck e Sprints alle avanguardie di Silver Apples e The United States of America, fino all’eleganza di Lyle Mays: un viaggio tra urgenza contemporanea e utopie sonore. C’è un filo elettrico che attraversa questo episodio: un impulso che parte dall’urgenza del presente e si riflette nelle avanguardie del passato, per poi tornare indietro trasformato. È una scaletta che mette in dialogo generazioni diverse, scene lontane, linguaggi che sembrano all’apparenza incompatibili, ma che invece respirano la stessa tensione creativa. Si comincia con l’energia abrasiva di Upchuck, Big Special e Sprints, voci nuove che riscrivono il post-punk con rabbia e lucidità contemporanea. Poi il salto: l’epica catartica di The Stone Roses, l’eleganza sintetica di Electronic, il romanticismo notturno di Matt Johnson aka The The. Ma questo episodio scava ancora più a fondo. Torna alle radici dell’elettronica psichedelica con The United States of America e Silver Apples, attraversa la nuova psichedelia globale dei WITCH, sfiora l’estetica art-wave dei Tuxedomoon, si immerge nel pop mutante dei Vanishing Twin e nell’ipnosi percussiva di Toso Toso. E quando tutto sembra aver raggiunto il suo punto di massima tensione, la musica cambia prospettiva: la scrittura cameristica di Caroline Shaw insieme ai Sō Percussion apre uno spazio contemplativo che trova il suo contrappunto nella sofisticata visione jazz-fusion di Lyle Mays. Non è solo una playlist: è un movimento continuo tra ribellione e bellezza, tra corpo e astrazione, tra passato visionario e presente inquieto. Un episodio che dimostra come la musica, quando osa, non conosce epoche, solo traiettorie. Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to Download, listen, enjoy!!! Prima di partire con questo viaggio in musica potete effettuare il download del podcast anche nella versione a 320 kb/s semplicemente cliccando sul banner qui sotto. Scarica il podcast a 320 kb/s Iniziamo il podcast con un album che. lo ammetto, pur non entrando nella mia personalissima Top 30 del 2025 ci è andato davvero molto vicino. Con I’m Nice Now, gli Upchuck sono riusciti a consolidare la loro reputazione come una delle realtà più incandescenti del nuovo garage fuzz americano. Dopo aver costruito la propria identità su un suono crudo e diretto, la band di Atlanta ha ampliato la propria tavolozza senza perdere un grammo della loro ferocia: ritmi spezzati, chitarre abrasive e una produzione più definita da parte di Ty Segall che lascia comunque spazio all’impatto fisico. La cantante Kaila “KT” Thompson, i chitarristi Michael “Mikey” Durham e Hoff, il bassista Ausar Ward, e il batterista Chris Salado nello scegliere il titolo hanno giocato con l’ironia – “adesso sono gentile” – ma la loro musica racconta piuttosto una maturazione consapevole, una rabbia che ha imparato a scegliere dove colpire. Tra i brani più rappresentativi spicca “Forgotten Token”, un concentrato di energia nervosa e tensione urbana. La canzone si muove su un groove serrato, quasi funk nella sua elasticità, mentre la voce alterna urgenza e controllo, trasformando il testo in una dichiarazione di identità: non essere una pedina dimenticata, non accettare ruoli imposti. Il ritornello si imprime con immediatezza, ma è nella dinamica – nei cambi di intensità e nei dettagli ritmici – che il pezzo rivela la sua forza. In I’m Nice Now gli Upchuck sono stati capaci di coniugare istinto e precisione, rabbia e consapevolezza. Un’energia punk che non è nostalgia, ma presente vivo e pulsante. Restiamo in ambito “novità post-punk” con un duo proveniente dal Regno Unito che mi aveva colpito in maniera particolare nel corso del 2024 con il loro atteso album di esordio intitolato Postindustrial Hometown Blues. Joe Hicklin (voce e chitarra) e Callum Moloney (batteria e voce) si sono conosciuti al college quando avevano 17 anni. Dopo essersi esibiti insieme sotto varie forme, la loro chimica e l’amore per la scrittura li ha tenuti legati in modo creativo, portandoli a formare i Big Special un decennio dopo per sconfiggere la noia e la frustrazione dell’isolamento. Un duo che, come gli Sleaford Mods, vuole esprimere in modo più potente tra punk, soul e blues tutta la frustrazione dell’alienazione della classe operaia moderna e di una generazione di giovani disincantati. Nella situazione attuale del Regno Unito c’è così tanto da ribellarsi, così tanto per cui arrabbiarsi ma non è facile catturare appieno questo spirito. Come ha detto il batterista Callum Moloney: “Chiunque si senta escluso da questo sistema costruito contro di noi capirà la nostra musica”. Con il nuovo National Average, i Big Special hanno consolidato un percorso già avviato, affinando la loro formula fatta di spoken word, tensione post-punk e liriche sociali taglienti. Il suono è più strutturato, la scrittura più consapevole, l’impatto emotivo ancora più diretto. Il duo di Birmingham continua a lavorare su un minimalismo nervoso — batteria secca, basso pulsante, voce declamata — trasformando l’essenzialità in forza espressiva. “God Save The Pony” è uno dei brani che meglio incarnano questa evoluzione. Il titolo gioca con l’immaginario patriottico britannico, ma il pezzo è una riflessione ironica e amara sui simboli svuotati e sulle narrazioni collettive che non rappresentano più nessuno. La voce si muove tra confessione e invettiva, mentre la sezione ritmica costruisce un crescendo quasi rituale, ipnotico nella sua ripetizione. La loro urgenza viscerale li ha resi ormai una delle realtà più interessanti del nuovo panorama britannico. Altro gruppo alla difficile prova del secondo album. i dublinesi Sprints, dopo due EP (il primo era del 2021), hanno pubblicato nel 2024 Letter To Self, disco che aveva fatto spellare le mani a parte della stampa musicale anglosassone che si era lanciata in alcune delle loro tipiche esagerazioni. Con All That Is Over gli Sprints compiono un salto di intensità e consapevolezza nonostante l’abbandono del chitarrista Colm O’Reilly sostituito da Zac Stephenson. La band di Dublino, guidata dalla voce magnetica di Karla Chubb, ha ampliato la propria grammatica post-punk senza smussarne gli angoli: chitarre tese, dinamiche serrate, ma anche aperture più melodiche che rendono il suono meno istintivo e più stratificato. Il titolo suggerisce una chiusura, una resa dei conti con ciò che è stato per poter attraversare il caos con maggiore lucidità. Tra i brani chiave spicca la “To The Bone” inserita nel podcast, traccia che condensa l’urgenza emotiva del disco. Il pezzo si muove su un riff incalzante e su una batteria che non concede tregua, mentre la voce alterna fragilità e ferocia, scavando “fino all’osso” nei temi di identità e vulnerabilità. C’è una tensione quasi catartica nel ritornello, come se ogni parola fosse pronunciata per liberarsi di un peso accumulato. Manca forse ancora un po’ di personalità, ma la strada sembra quella buona. Pubblicato nel 1989, The Stone Roses è uno di quei dischi che hanno ridefinito un’epoca. L’esordio omonimo dei The Stone Roses fonde psichedelia anni Sessanta, groove dance e attitudine indie in un equilibrio quasi perfetto: chitarre jangle e liquide, ritmiche elastiche, melodie che sanno essere sognanti e allo stesso tempo epiche. È l’atto fondativo del cosiddetto “Madchester sound”, ma soprattutto è un album che ha trasformato la cultura alternativa britannica in un fenomeno di massa, senza tradirne lo spirito. A chiudere il disco c’è la monumentale I Am The Resurrection, oltre otto minuti che rappresentano la dichiarazione definitiva della band. La prima parte è un’esplosione di arroganza lirica e carisma melodico; la seconda si apre in una lunga coda strumentale, ipnotica e liberatoria, costruita su un groove circolare che diventa quasi trance collettiva. È qui che il basso di Mani si impone come architrave del brano: pulsante, danzante, capace di sostenere e spingere in avanti l’intera struttura sonora. Non potevo non ricordare Gary “Mani” Mounfield, bassista straordinario che ci ha lasciato da poco, simbolo di un’intera stagione del rock britannico prima con gli Stone Roses, poi con i Primal Scream. “I Am The Resurrection” non è solo la chiusura di un album, ma un manifesto di fiducia e autoaffermazione, un brano che incarna la promessa eterna del rock: cadere, rialzarsi, tornare più forti. E dentro quel groove finale, ripetuto come un rito, vive ancora oggi l’energia irripetibile di una band che ha saputo trasformare l’ambizione in mito. A proposito di musicisti che hanno segnato a fuoco intere stagioni di musica britannica… Bernard Sumner è stato uno dei due fondatori dei Joy Division insieme a Peter Hook prima di creare i New Order nel 1980, mentre Johnny Marr è stato chitarrista e fondatore con Morrisey degli Smiths prima di intraprendere una fortunata carriera solista. Il gruppo che vedeva la sinergia tra questi due grandi musicisti, gli Electronic, hanno rappresentato negli anni Novanta un punto di equilibrio sofisticato tra cultura dance, scrittura pop e sensibilità alternativa. Twisted Tenderness, uscito nel 1999, è stato il loro terzo e ultimo lavoro in studio, dove il duo ha tentato una svolta significativa: meno elettronica da club, più chitarre, più tensione rock. È un disco più fisico rispetto ai lavori precedenti, quasi una reazione alla stagione acid-house che aveva segnato l’inizio del progetto. Le programmazioni restano, ma sono integrate in una struttura più organica, dove la chitarra di Marr torna centrale e la scrittura di Sumner assume un tono più diretto, talvolta disilluso. Il titolo stesso suggerisce questa ambivalenza: dolcezza e attrito, melodia e nervosismo. Tra i brani più rappresentativi c’è la traccia inserita nel podcast che incarna perfettamente la nuova direzione sonora: “Vivid” si muove su un groove pulsante, con un ritornello immediato e luminoso, sostenuto da un intreccio di chitarre nitide e linee ritmiche compatte. È una canzone che suona urgente ma elegante, energica ma controllata — quasi un manifesto della maturità del progetto. Nel novembre del 1977, un ragazzo di sedici anni chiamato Matt Johnson pubblicò un annuncio sul NME per cercare un bassista e un chitarrista solista che fossero nella scia dei Velvet Underground e di Syd Barrett. In un secondo annuncio sulla stessa rivista, Johnson corresse il tiro indicando come influenze i The Residents e i Throbbing Gristle. Intanto, mentre cercava di mettere in piedi il suo gruppo, nel 1978 Johnson aveva registrato un album demo da solista (See Without Being Seen), che continuò a vendere su cassette in vari concerti underground. L’esordio solista come Matt Johnson, Burning Blue Soul, venne pubblicato nel 1981 sotto l’ala protettrice di Ivo Watts-Russell e della sua etichetta, la 4AD. Sempre in bilico fra melodie e sperimentazioni, Johnson ha poi creato la sua creatura mutante, chiamandola The The, con cui plasmare la sua visione musicale complessa e accessibile allo stesso tempo. Eh sì, spesso ci si dimentica di lui, ma Matt Johnson è davvero un personaggio importante nella scena musicale inglese a partire dagli anni ’80. I The The sono la sua fluida creatura, una sorta di collettivo in continua mutazione con cui ha sviluppato il suo canovaccio sonoro dal 1983 fino ad arrivare alle colonne sonore dei giorni nostri e al grande ritorno di Ensoulment nel 2024. L’album Dusk è il quarto disco in studio della creatura di Johnson, pubblicato il 25 gennaio 1993, e rappresenta uno dei momenti più intensi e maturi della sua carriera della band, con una miscela di rock alternativo capace di esplorare temi esistenziali, emozioni profonde e riflessioni sulla condizione umana. L’album raggiunse ottimi risultati di classifica, arrivando al N°2 nel Regno Unito, il migliore piazzamento della band, e consolidando la collaborazione proprio con quel Johnny Marr di cui abbiamo appena parlato. Al centro dell’album si trova la “Love Is Stronger Than Death” inserita nel podcast, una canzone intensa e toccante scritta da Matt Johnson in seguito alla morte di suo fratello. Il testo riflette su come l’amore possa perdurare oltre la perdita e la morte stessa, dando voce a un messaggio di speranza attraverso immagini poetiche e un tono emotivamente profondo. Nei primi anni ’60 un certo Joseph Byrd, dopo aver suonato prima del sano country e poi il vibrafono in un gruppo jazz, ed aver fatto comunella con LaMonte Young ed altri intellettuali del tempo alla Stanford University, parte dalla sua California verso New York per studiare composizione insieme a John Cage. Non contento nella Grande Mela trova il tempo di diventare amico di Yoko Ono, scrivere recital e studiare da produttore. Insomma, il nostro si da parecchio da fare nel salotto “buono” di NYC. Una volta trovata la sua musa ispiratrice nella cantante Dorothy Moskowitz, prende armi e bagagli e torna nella sua West Coast pieno di idee da realizzare. A Los Angeles il nostro eroe decide di fare le cose sul serio, di rompere con la tradizione, e di portare a compimento il suo mix di psichedelia, testi che attaccano duramente usi e costumi americani, esoterismo, effetti elettronici, musica da strada. Il gruppo si chiama ironicamente The United States Of America, e vede oltre allo stesso Byrd alle tastiere, Moog e nastri, la suddetta musa Dorothy Moskowitz alla voce, il batterista e percussionista amante della musica esotica Craig Woodson, il bassista jazz Rand Forbes e il violinista elettrico Gordon Marron. Già la formazione dice molto delle velleità artistiche di Byrd, e del suo eroico tentativo di fare rock alla fine degli anni ’60 senza usare quello che era (ed è tuttora) considerato lo strumento principe del rock: la chitarra. Il gran finale del loro album di esordio autointitolato di marca Zappiana, la suite in tre movimenti di The American Way of Love, è senza dubbio incredibile summa della composizione Byrdiana. Quasi 7 minuti fragorosi dove tutti gli elementi messi in piedi riescono ad incastrarsi magistralmente senza mai essere cacofonici, dove convivono gli ottoni da banda cittadina, la psichedelia, le diavolerie elettroniche, la sezione ritmica jazz, le voci di Byrd e della Moskowitz, per poi sfumare in una nuvola da mago di Oz, tanto plateale quanto riuscita, tanto da chiedersi se tanto ben di Dio è stato reale o semplicemente un sogno diurno. Byrd ci ha lasciato in silenzio il 2 novembre 2025, ma il suo incredibile e a volte incompreso genio rimane in questi solchi. Rimaniamo per un attimo nel 1968 insieme ad un duo che, come Joseph Byrd, aveva un approccio pionieristico che non prevedeva l’uso della chitarra. I Silver Apples sono stati un duo statunitense formato alla fine degli anni Sessanta da Simeon Coxe III e Danny Taylor. Considerati tra i precursori della musica elettronica e dell’electro-psichedelia, i due hanno anticipato di anni sonorità che sarebbero diventate centrali nella new wave e nell’elettronica sperimentale. Pubblicato nel 1968, l’album di esordio autointitolato rappresenta un’opera rivoluzionaria per l’epoca. In un periodo dominato dal rock psichedelico e dalle band chitarristiche, il duo scelse una strada radicalmente diversa: niente chitarre tradizionali, ma un oscillatore costruito artigianalmente da Simeon, collegato a generatori di suono, e una batteria acustica essenziale ma potente. Il risultato fu Silver Apples, un disco ipnotico, ripetitivo e avanguardistico, caratterizzato da loop elettronici minimali e ritmi martellanti che non ebbe un grande successo commerciale al momento dell’uscita, ma negli anni è stato rivalutato come una pietra miliare dell’elettronica sperimentale, influenzando generazioni di artisti. Tra i brani più rappresentativi del disco spicca “Lovefingers”, una traccia che incarna perfettamente l’estetica del gruppo: costruita su un pattern elettronico circolare e su una batteria secca e pulsante, la canzone sviluppa un’atmosfera quasi trance, sospesa tra psichedelia e minimalismo. La voce di Simeon, distante e filtrata, contribuisce a creare un senso di straniamento che rende il brano sorprendentemente moderno ancora oggi. Con il loro debutto, i Silver Apples hanno dimostrato che l’elettronica poteva essere protagonista nel rock ben prima dell’avvento dei sintetizzatori digitali, aprendo una strada che molti avrebbero percorso negli anni successivi. Alzi la mano chi ha sentito parlare dello Zamrock, un genere che fonde psichedelia, garage rock, funk e sonorità tradizionali africane. Eppure il gruppo che stiamo per presentare è considerato assolutamente pioniere del genere. Considerata da molti la band zambiana più popolare degli anni ’70, i WITCH (acronimo di “We Intend To Cause Havoc”, ovvero “Abbiamo intenzione di seminare il caos”) erano guidati dal carismatico cantante Emanuel “Jagari” Chanda. La band si formò durante il periodo d’oro post-indipendenza dello Zambia, ma alla fine degli anni ’70, ma il collasso economico e il crescente autoritarismo del governo fecero sì che i WITCH, come la maggior parte delle band Zamrock, scomparissero dalla scena musicale. La band è stata riportata in vita nel 2012 dopo che le ristampe dei loro dischi sono diventate popolari all’estero, ma il primo disco ad essere pubblicato dopo oltre 40 anni di silenzio è stato Zango nel 2023. Il secondo lavoro della nuova vita di Chanda e compagni si chiama Sogolo ed è stato pubblicato nel corso del giugno 2025 dalla Partisan Records. Il disco presenta un suono più compatto e una maggiore attenzione agli arrangiamenti. L’energia grezza tipica dello Zamrock rimane centrale, ma viene incanalata in strutture più definite, capaci di valorizzare sia la componente ritmica sia quella psichedelica. Il risultato è un album che guarda avanti – come suggerisce il titolo – mantenendo però salde le radici culturali del gruppo. Il brano di apertura, “Kamusale”, si distingue per il groove incalzante e per il dialogo serrato tra chitarra e sezione ritmica. La voce di Jagari guida il brano con intensità espressiva, mentre le influenze funk e psichedeliche si intrecciano in un flusso sonoro ipnotico. Un grande ritorno. Nei podcast abbiamo parlato più di una volta della scena sperimentale e underground di San Francisco che faceva capo all’etichetta Ralph Records creata dai The Residents ed aveva creato il cosiddetto “quadrato di San Francisco”, formato dai quattro gruppi più importanti della scena musicale locale dell’epoca: gli stessi Residents, i Chrome, i Tuxedomoon e gli ultimi arrivati MX-80 Sound di cui abbiamo parlato nello scorso episodio. Fondati nel 1977 dai polistrumentisti Blaine L. Reininger e Steven Brown, all’epoca studenti di musica elettronica al San Francisco City College, i Tuxedomoon cominciarono ad esibirsi nei locali cittadini creando uno spettacolo multidisciplinare grazie all’apporto del gruppo teatrale Angels Of Light dell’artista Tommy Tadlock e del mimo e cantante Winston Tong. Il gruppo ottenne una certa notorietà già nel 1978, dopo aver aperto i concerti dei Devo. Successivamente si unì al gruppo il bassista Peter “Principle” Dachert. Il loro suono di avanguardia così teatrale e glaciale attirò subito l’attenzione dei Residents, e la Ralph Records pubblicò i primi due album della band, pubblicazioni di importanza enorme per la neonata new-wave: Half-Mute nel 1980 e Desire nel 1981. Il loro post-punk da camera aveva ottenuto più entusiasmo in Europa che negli States, e per la band è naturale trasferirsi armi e bagagli nel vecchio continente. Prima in Olanda e poi a Bruxelles. Desire viene registrato a Londra, vede l’apporto del loro vecchio amico Winston Tong, e vede l’approccio colto del gruppo mutare leggermente facendosi meno spigoloso ma mantenendo quella incredibile e scura mistura tra post-punk e avanguardia che li ha resi imprescindibili. “Desire” è solo una delle meraviglie racchiuse in questo scrigno prezioso appena ristampato in una nuova espansa e imperdibile edizione. Andiamo avanti con il podcast parlando di un gruppo che probabilmente ha preso alcune soluzioni sonore da quel meraviglioso mondo sonoro di grande creatività che è stato il post rock britannico anni ’90. Inizialmente formati dalla cantante e polistrumentista Cathy Lucas nel 2015, dopo una serie di cambi di line-up, i Vanishing Twin sono oggi il collettivo londinese, ben affiatato, formato dalla stessa Lucas, dalla batterista Valentina Magaletti (Holy Tongue, Tomaga, Moin) e dal bassista Susumu Mukai (Zongamin). Sfruttando i diversi background e i punti di riferimento dei suoi membri, l’arte canora di Lucas, l’approccio singolare della Magaletti alle percussioni sperimentali e la lunga storia di Mukai nella produzione di musica elettronica, la band ha affinato un suono ipnotico alla confluenza di minimalismo, kosmische, post-punk e pop psichedelico carico di sogni. Aiutati dal produttore Malcolm Catto (Heliocentrics, DJ Shadow, The Gaslamp Killer), la strana band aveva esordito nel 2016 portando a compimento con Choose Your Own Adventure un curioso esperimento esoterico tra atmosfere retro e pop, con strumenti vintage ad evocare le strane storie del gemello assorbito nell’utero della mamma della Lucas. Pubblicato nel 2019, The Age Of Immunology è il loro secondo lavoro e rappresenta uno dei lavori più compatti e ambiziosi della band. Il titolo richiama un’epoca segnata da chiusure identitarie e “immunità” culturali, temi che attraversano l’intero disco. Musicalmente, l’album è un intreccio sofisticato di ritmi motorik, synth analogici, vibrafoni e linee vocali eteree. Le atmosfere sono al tempo stesso leggere e inquietanti: melodie delicate si appoggiano su strutture ritmiche ipnotiche, creando un senso di movimento continuo. Tra i brani più rappresentativi spicca “Backstroke”, una traccia che incarna l’anima pulsante dell’album. Costruita su un groove ripetitivo e minimale, la canzone sviluppa una tensione sottile grazie all’interazione tra percussioni leggere, basso elastico e sintetizzatori stratificati. La voce di Cathy Lucas si muove con grazia sopra il tappeto sonoro, mantenendo un tono quasi sussurrato che rafforza l’atmosfera ipnotica del pezzo che evoca l’idea del movimento all’indietro suggerita dal titolo, come un nuotare controcorrente in un contesto sociale complesso, un’immagine che si allinea perfettamente al concept dell’album. Il collettivo, arrivato due anni fa con Afternoon X al quarto lavoro in studio, è ormai un gruppo di grande personalità, con un suono riconoscibile e perfettamente messo a fuoco, uno dei collettivi più interessanti degli ultimi anni. Altro gruppo che mi ha colpito molto nel corso del 2025 pur non entrando nelle prime 30 posizioni sono i Toso Toso di New York, una delle realtà più curiose emerse nella scena indipendente degli ultimi anni. Con un’identità sonora che mescola influenze latine, indie rock e suggestioni elettroniche, la voce di Isabel Crespo Pardo, la chitarra di Celia Hill, le tastiere e i synth di Rahul Carlberg e la batteria e le percussioni di Kabir Adhiya-Kumar hanno costruito un linguaggio musicale energico e riconoscibile, capace di unire ritmo e introspezione. Il loro album di debutto autointitolato rappresenta una dichiarazione d’intenti: brani diretti, arrangiamenti dinamici e una forte attenzione all’atmosfera. Fin dalle prime tracce si percepisce la volontà del gruppo di superare i confini di genere, alternando momenti più melodici a esplosioni ritmiche trascinanti. La produzione, essenziale ma curata nei dettagli, valorizza la componente percussiva e le linee vocali, spesso caratterizzate da un’energia quasi tribale. Il disco è stato accolto positivamente negli ambienti indie, soprattutto per la sua capacità di fondere sonorità internazionali con una sensibilità contemporanea. Non si tratta soltanto di un esordio promettente, ma di un lavoro già maturo, capace di delineare una precisa identità artistica. Tra i brani più rappresentativi dell’album spicca la “Corre Que Corre” inserita nel podcast, una traccia che sintetizza al meglio lo stile del gruppo. Il pezzo si distingue per il ritmo incalzante e per una costruzione progressiva che porta l’ascoltatore verso un climax coinvolgente. Le percussioni pulsanti e la linea vocale ipnotica contribuiscono a creare un senso di movimento continuo, quasi una corsa, come suggerisce il titolo stesso. Il brano, on stage, si trasforma in un momento di pura energia collettiva, capace di trascinare il pubblico in un’esperienza intensa e partecipata. Con questo esordio, i Toso Toso hanno dimostrato di possedere non solo originalità, ma anche una chiara visione artistica. Un inizio che lascia intravedere sviluppi interessanti e una possibile crescita ancora più ambiziosa nei lavori futuri. Ci avviciniamo alla chiusura del podcast con un album che sono riuscito ad ascoltare lo scorso anno quasi in chiusura di classifica, costringendomi a modificarla per poterlo inserire. Caroline Shaw è una compositrice classica e violinista, capace di diventare la più giovane vincitrice del Premio Pulitzer per la musica nel 2013. Nel 2020 ha iniziato una proficua collaborazione con il quartetto Sō Percussion, composto da Jason Treuting, Adam Sliwinski, Josh Quillen ed Eric Cha-Beach, capace di ridefinire il suono da camera in questo 21° secolo con il loro straordinario talento ed interplay. Il disco che aveva dato il via alla loro collaborazione, Narrow Sea, pubblicato anche insieme a Dawn Upshaw e Gilbert Kalish era stato addirittura capace di vincere un Grammy nel 2020. Un anno più tardi la Shaw ed il quartetto hanno fatto uscire il loro primo album Let The Soil Play Its Simple Part ed il tour seguente, interrotto dalla pandemia, gli ha permesso di perfezionare il loro modo di lavorare insieme mescolando il songwriting classico della Shaw con le nuove modalità espressive del quartetto. Rectangles and Circumstance, uscito a giugno 2024, è un album splendido tra un cantautorato rigoroso ma mai freddo, riscaldato dalla splendida voce della Shaw, e gli arabeschi sonori creati dal quartetto. I testi, ispirati un gruppo di poesie del diciannovesimo secolo hanno modellato la loro modalità espressiva, come nella bellissima “Silently Invisibly” inserita nel podcast. Chiudiamo il podcast con un musicista sensibile ed introverso che è stato uno dei miei idoli musicali adolescenziali. Dopo una lunga battaglia contro un tumore, l’11 febbraio 2020 ci ha lasciato il tastierista Lyle Mays. Aveva 66 anni. Il piccolo Lyle inizia a prendere lezioni di pianoforte nella sua città natale, Wausaukee, Wisconsin a 6 anni. Il padre è un chitarrista, la madre pianista e il giovane Mays comincia presto a sfoggiare il suo talento, interessandosi particolarmente al jazz. La sua insegnante Rose Barron non lo stringe unicamente entro i ferrei confini della musica classica, ma lo incita a improvvisare, come un jazzista. I suoi musicisti preferiti diventano Bill Evans e Miles Davis, per essere non solo bravi a padroneggiare il proprio strumento nel loro ambito, ma nella loro apertura mentale che li ha portati ad ampliare le loro vedute. Il pianoforte comincia a stargli stretto, si interessa all’organo e a tutto un mondo di tastiere e di suoni disponibili grazie alle nuove tecnologie. Nel1975 Mays partecipa con la North Texas Lab Band al Wichita jazz Festival e in estate si unisce alla band di Woody Herman, la Woody Herman’s Thundering Herd. Nel 1976 si trasferisce a New York. Nel 1977 fonda con Pat Metheny, che aveva incontrato per la prima volta nel 1974, una delle jazz band di maggiore successo internazionale, il Pat Metheny Group. Come lui, Pat è alla ricerca della sua musica, una musica che non sia solo una sterile ripetizione di temi e assoli, ma diventi il veicolo per immagini e sensazioni. Non a caso, Metheny è sotto contratto con una casa discografica che tutto è tranne che inquadrata in schemi rigidi. L’etichetta tedesca ECM fondata da Manfred Eicher ha uno slogan ben preciso: “Il suono più bello dopo il silenzio”. Nei dischi che pubblica la tecnica degli strumentisti è un tramite verso emozioni sospese, quasi impalpabili. La sensibilità di Metheny lo spinge a rivolgersi a questa etichetta europea dalla mentalità più aperta e Lyle lo raggiunge per l’incisione del secondo album Watercolors. La collaborazione va talmente bene che Metheny decide di formare il Pat Metheny Group, con Lyle alle tastiere, Mark Egan al basso e Danny Gottlieb alla batteria. Questo gruppo diventa il trampolino di lancio per Mays, capace di alternare in maniera perfetta il pianoforte al sintetizzatore Oberheim, creando una sonorità tutta sua e personale pur restando nell’ombra del chitarrista del Missouri. Un gregario dall’immenso talento, capace di creare panorami a volte insoliti e sperimentali come in un album speciale intitolato As Falls Wichita, So Falls Wichita Falls. Il disco è stato pubblicato nel 1981 insieme a Metheny, con il solo apporto del percussionista Nana Vasconcelos. In questo album c’è tutto un ventaglio di possibilità e di soluzioni sonore ed armoniche a dimostrare l’immenso talento di questo musicista. Nel 1986 Mays approda finalmente al suo primo album solista. Si chiama come lui e vede le collaborazioni mirate e preziose di Bill Frisell alla chitarra, Alex Acuña alla batteria, Billy Drewes al sax, Marc Johnson al contrabbasso e Nana Vasconcelos alle percussioni. Sicuramente l’album migliore della sua scarna discografia solista, dove la sua capacità di compositore e di arrangiatore si è espressa al meglio. Quello che voglio proporvi in questo podcast è “Slink”, anche se è stato difficile scegliere un solo brano per rappresentare un disco meraviglioso. Memorabile anche la tournee in cui Mays insieme a Pat Metheny, Jaco Pastorius, Don Alias e Michael Brecker accompagnò una straordinaria Joni Mitchell, una serie di concerti finita in un album chiamato Shadows And Light. Si chiude così questo sesto capitolo di Sounds & Grooves: un episodio che ha messo in dialogo urgenza contemporanea e visioni del passato, elettricità punk e avanguardia elettronica, psichedelia e scrittura colta. Dagli Upchuck ai Silver Apples, dagli Stone Roses del compianto Mani a Caroline Shaw abbiamo attraversato paesaggi sonori diversi ma uniti da una stessa tensione: cercare nel suono una forma di verità, di movimento, di resistenza. Ma il viaggio non si ferma certo qui. L’Episodio 7 promette nuove traiettorie sonore: l’ipnosi garage-kraut-rock degli Oneida, le derive sperimentali dei Dead Rider, le ombre cinematiche al femminile delle The New Eves, il groove elettrico dei Little Barrie in combutta con Malcom Catto, la sensibilità roots di Jose Medeles insieme a Marisa Anderson, il noir romantico dei The Delines e l’introspezione luminosa di Bill-Ryder Jones. Sarà un episodio che scaverà più a fondo nelle trame ritmiche e nelle narrazioni emotive tra psichedelia, folk urbano e sperimentazione elegante. Un altro passo avanti, una nuova immersione. Perché il suono, quando lo segui davvero, ti porta sempre un po’ più lontano. Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to. Per suggerimenti e proposte, scrivetemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it. Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto. Buon Ascolto Ascolta o scarica il podcast da radiorock.to TRACKLIST 1. UPCHUCK: Forgotten Token da ‘I’m Nice Now’ (2025 – Domino) 2. BIG SPECIAL: God Save The Pony da ‘National Average’ (2025 – So Recordings) 3. SPRINTS: To The Bone da ‘All That Is Over’ (2025 – City Slang) 4. THE STONE ROSES: I Am The Resurrection da ‘The Stone Roses’ (1989 – Silvertone Records) 5. ELECTRONIC: Vivid da ‘Twisted Tenderness’ (1999 – Parlophone) 6. THE THE: Love Is Stronger Than Death da ‘Dusk’ (1993 – Epic) 7. THE UNITED STATES OF AMERICA: The American Way Of Love da ‘The United States Of America’ (1968 – Columbia) 8. SILVER APPLES: Lovefingers da ‘Silver Apples’ (1968 – Kapp Records) 9. WITCH: Kamusale da ‘Sogolo’ (2025 – Partisan Records) 10. TUXEDOMOON: Desire da ‘Desire’ (1981 – Ralph Records) 11. VANISHING TWIN: Backstroke da ‘The Age Of Immunology’ (2019 – Fire Records) 12. TOSO TOSO: Corre Que Corre da ‘Toso Toso’ (2025 – Leaving Records) 13. CAROLINE SHAW, SŌ PERCUSSION: Silently Invisibly da ‘Rectangles And Circumstance’ (2024 – Nonesuch) 14. LYLE MAYS: Slink da ‘Lyle Mays’ (1986 – Geffen Records) SPOTIFY PLAYLIST MIXCLOUD Stefano Share This Previous ArticleLife Signs: Musica mutante dal 1977 al 2025 - S20E05 Next ArticleElectric War: Suoni in Controluce - S20E07 Comments (0) Leave a Reply Cancel replyYour email address will not be published. Required fields are marked *Your CommentName * Email * Website Δ Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti. 2 settimane ago