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Playlist 2025: Top 30 Part 1 – S20E09

Sounds & Grooves – Stagione 20 Episodio 09
Tra Ombre e Orizzonti: La Prima Parte della Playlist 2025

Dai synth sospesi dei Caroline all’intensità emotiva di Anna B Savage, passando per post-rock, sperimentazione e jazz contemporaneo: un viaggio tra le posizioni 30-16 della Playlist del 2025 di Sounds & Grooves.

L’Episodio 9 di Sounds & Grooves apre le porte alla prima parte della Playlist del 2025, quella che copre le posizioni dalla 30 alla 16, e lo fa con un viaggio sonoro che spazia tra elettronica, jazz contemporaneo, indie sperimentale e rock visionario. È una selezione che dimostra quanto la musica del nuovo anno sappia essere al tempo stesso coraggiosa e raffinata, intrecciando influenze diverse senza mai perdere coesione o intensità emotiva.

L’apertura del percorso è affidata ai Caroline con il loro equilibrio tra tensione e melodie sospese, per poi spostarsi attraverso l’eleganza strumentale dei Tortoise, la potenza sperimentale dei Clipping., e la poetica intima di Chris Eckman. Il viaggio si infittisce con tracce che oscillano tra tensione e introspezione: dai ritmi ossessivi e visionari dei These New Puritans, alla densità noir di RÚN, fino alle stratificazioni vocali e testuali di Claire Rousay.

Non mancano momenti di pura energia e colore, come il nuovo commovente album dei Cardiacs, le esplorazioni ritmiche di Matmos e il pop scintillante delle The Cords. Tra collaborazioni sorprendenti (come quella dei Big Special con Rachel Goswell) e raffinati esercizi di groove con Little Barrie & Malcom Catto, l’episodio si chiude con la poesia urbana e diretta di Anna B Savage.

Questa prima parte della Playlist del 2025 è un mosaico di suoni contemporanei che intreccia introspezione, sperimentazione e pura energia sonora: un episodio pensato per chi vuole ascoltare non solo musica, ma anche il senso del nostro tempo attraverso le tracce più originali dell’anno.

Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to

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Iniziamo il podcast con un gruppo che troviamo al #30 con il loro secondo lavoro. Tra i progetti più intriganti di quella che è considerata la nuova scena post-rock britannica contemporanea, gli otto componenti dei Caroline si distinguono per la capacità di fondere delicatezza melodica e sperimentazione sonora, costruendo paesaggi sospesi tra introspezione e ipnosi. La band è stata fondata nel 2017 da Jasper Llewellyn (violoncello, batteria, voce e chitarra), Mike O’Malley (chitarra, basso, voce e tastiere) e Casper Hughes (chitarra e voce). Hughes e Llewellyn avevano iniziato a suonare insieme mentre studiavano all’Università di Manchester e nel corso degli anni la formazione della band si è lentamente ampliata fino a raggiungere l’attuale organico di otto elementi. Con l’uscita del secondo album, Caroline 2, il progetto conferma una cifra stilistica inconfondibile: un suono raffinato, stratificato e imprevedibile, capace di mescolare ritmi complessi e un gusto melodico sempre riconoscibile. Tra i momenti più suggestivi del disco emerge “Tell Me I Never Knew That”, in cui gruppo collabora con Caroline Polachek. La traccia è un dialogo perfetto tra due sensibilità vocali: la voce eterea di Polachek si intreccia con i tappeti sonori del gruppo, creando un’atmosfera sospesa e intensamente emotiva. La canzone gioca con tensione e rilascio, alternando momenti di minimalismo meditativo a passaggi più ricchi e coinvolgenti, senza mai perdere coesione. Con Caroline 2 i britannici uniscono eleganza compositiva e intensità emotiva, confermandosi come uno dei gruppi più interessanti del panorama attuale.

Saliamo di una posizione per trovare al #29 un gruppo che non pensavo potesse esprimersi ad alti livelli. I Tortoise sono stati uno dei gruppi più importanti di quella scena vitale chiamata post-rock, che aveva le sua grandi direttrici in Chicago e Louisville. Nati proprio nella windy city dalle ceneri di bands come Squirrel Bait, Bastro, Slint, Bitch Magnet, sono stati capaci di prendere varie suggestioni rock, elettroniche, dub, e farle confluire in un suono “altro” che comprendeva anche i benefici influssi delle due scene più interessanti e creative degli anni ’70, la scena di Canterbury da una parte ed il kraut-rock dall’altra.  C’è la riscoperta del jazz elettrico di Miles Davis, della ritmica spigolosa dei Can e quella motoristica dei Neu!. Ci sono le convulsioni melodiche dei Faust (che saranno rilanciati negli anni ’90 proprio da Jim O’Rourke) e le lunghe suite dei Popol Vuh. La band si è formata all’inizio degli anni ’90 grazie all’incontro tra il bassista Doug McCombs (proveniente dagli Eleventh Dream Day) e il batterista John Herndon, entrambi interessati alla sperimentazione sul ritmo. Dopo i primi lavoro a livello altissimo, il loro approccio poliritmico e ipnotico, capace di trasformare ogni strumentazione in un tessuto sonoro complesso e sorprendentemente melodico, si era andato via via spegnendo. A distanza di 9 anni dal loro ultimo lavoro in studio, il gruppo è tornato incidendo Touch per una delle etichette più importanti del nuovo alternative jazz come la International Anthem. Il risultato è una fusione di strumentazioni acustiche ed elettroniche, ritmi intricati e melodie che si sviluppano lentamente, creando paesaggi sonori meditativi e allo stesso tempo dinamici. Ogni traccia sembra pensata per essere esplorata più volte, rivelando nuovi dettagli a ogni ascolto, un vero viaggio tra texture, groove e atmosfere cinematiche. Uno dei momenti più riusciti dell’album è “Promenade À Deux”. Il brano incarna perfettamente la capacità del gruppo di fondere complessità ritmica e armonie ipnotiche. I temi melodici si intrecciano con bassi pulsanti e percussioni elaborate, mentre i synth e le chitarre creano un tappeto sonoro stratificato che evolve continuamente. L’impressione è quella di una passeggiata musicale, come suggerisce il titolo, in cui ogni curva e ogni variazione ritmica aggiunge un nuovo dettaglio all’esperienza complessiva. Benritrovati.

Al #28 troviamo un trio che appartiene ad ungenere che non è propriamente nella mie corde: l’hip-hop. Ma in questo caso la crew formata dal rapper (e attore di teatro) Daveed Diggs e dai produttori William Hutson e Jonathan Snipes dimostra di essere (fortunatamente) solo lontana parente di quelle che fanno parte del luccicante mondo del mainstream. Il loro quinto album, Dead Channel Sky, conferma questa identità radicale e allo stesso tempo la espande. Il disco si muove in un paesaggio sonoro freddo e frammentato, quasi cyberpunk: beat scheletrici, texture digitali abrasive, campionamenti disturbanti e improvvisi vuoti acustici che amplificano la tensione narrativa. Come spesso accade nei lavori dei Clipping., la musica sembra evocare uno spazio urbano distopico, fatto di segnali interrotti, interferenze e storie marginali. “Ask What Happened” è un brano che condensa perfettamente l’estetica del gruppo. La produzione costruisce un ambiente sonoro nervoso e minimale, in cui ogni elemento, percussioni metalliche, glitch digitali, bassi taglienti,sembra emergere e scomparire come un segnale radio disturbato. Su questo sfondo si muove il flow chirurgico di Daveed Diggs, che alterna velocità vertiginosa e precisione ritmica quasi matematica. Il testo, enigmatico e frammentato, si sviluppa come un racconto in controluce: più che spiegare gli eventi, la canzone lascia intravedere le conseguenze, invitando l’ascoltatore a “chiedere cosa sia successo”. È un espediente narrativo tipico del gruppo, che spesso preferisce suggerire scenari piuttosto che descriverli apertamente. Con Dead Channel Sky, i Clipping. continuano a dare una scossa forte al piattume della scena hip-hop mainstream.

Al #27 troviamo un grande artista come Chris Eckman che duranti gli anni ’80 ha saputo creare insieme a Carla Torgerson un’entità come The Walkabouts che trovava una propria dimensione attingendo dalla musica country e folk e rivestendola con ricchi arrangiamenti. Eckman ha sempre abuto un legame simbiotico non solo con la città dove vive ma anche con le comunità locali di musicisti affini. Lo stesso legame che aveva con Seattle è riuscito a ricrearlo anche a Lubiana, capitale della Slovenia dove si è trasferito già da parecchi anni. I suoni tipici dell’Europa dell’Est lo hanno talmente coinvolto da trasferirli anche nel progetto Dirtmusic condiviso insieme ad un altro viaggiatore musicale come Hugo Race. Eckman è anche il cofondatore e responsabile dell’etichetta Glitterbeat, e questo sembra aver dato uno slancio interiore alla sua produzione solista, culminata ad inizio 2025 con un album meravigliosamente intimista e riflessivo come The Land We Knew The Best. Un album caldo da ascoltare ascoltare mentre il fuoco arde nel camino. Un suono costruito con chitarra acustica, basso, violino e una sezione di archi arrangiati dalla compositrice belga Catherine Graindorge. Il disco sembra essere scaturito dal bisogno di creare un luogo sicuro, la mancanza di una vecchia casa e allo stesso tempo il desiderio di vagare e cercarne una nuova. Il brano Haunted Nights” rappresenta uno dei momenti più intensi del disco. La canzone si muove lentamente, sostenuta da una strumentazione sobria ma ricca di atmosfera: chitarre riverberate, un ritmo misurato e un senso di spazio che sembra dilatare il tempo dell’ascolto. Tutto ruota attorno alla voce di Eckman, grave e contemplativa, che racconta notti abitate da memorie, ombre e presenze emotive difficili da scacciare. Eckman continua a emozionare grazie alla sua scrittura introspettiva e cinematografica, capace di evocare luoghi e stati d’animo con pochi tratti essenziali, dove l’ausilio dei compagni di avventura Žiga Golob (contrabbasso) e Blaž Celarec (batteria) è fondamentale per creare magia e poesia.

I fratelli Jack e George Barnett sono cresciuti nella città dell’Essex di Southend-on-Sea, facendo musica insieme sin da bambini con microfoni da karaoke, vecchi bonghi e chitarre troppo grandi per le loro mani e concentrandosi poi da adolescenti sulla musica elettronica. Hanno formato nel 2006 i These New Puritans insieme all’amico d’infanzia e polistrumentista Thomas Hein, cresciuto nella vicina Billericay, e la tastierista Sophie Sleigh-Johnson. Nel panorama della musica britannica contemporanea i due occupano da tempo una posizione unica: un gruppo capace di muoversi tra art rock, minimalismo orchestrale, elettronica e suggestioni contemporanee senza mai piegarsi alle logiche di genere. Fin dagli esordi hanno costruito un percorso artistico fatto di trasformazioni radicali, in cui ogni disco rappresenta un nuovo paesaggio sonoro. Con Crooked Wing il gruppo torna a esplorare territori sospesi tra austerità e lirismo. L’album si sviluppa come una sorta di architettura sonora fatta di vuoti, risonanze e orchestrazioni essenziali, dove la scrittura dei Barnett sembra avvicinarsi sempre più alla musica contemporanea e alla composizione cinematica. Le percussioni rituali, i fiati scuri e le armonie rarefatte creano un clima quasi sacrale, in cui ogni suono appare calibrato con precisione quasi scultorea. All’interno di questo paesaggio, “Goodnight” emerge come uno dei momenti più intimi e sospesi del disco. Il brano si muove lentamente, costruito su una struttura minimale che lascia respirare ogni dettaglio sonoro: poche note di pianoforte, arrangiamenti sottili e la voce di Jack Barnett che sembra galleggiare nello spazio, esprimendo una tensione emotiva profonda. È una canzone che parla di congedo, di silenzio e di fine, non in modo drammatico, ma con una malinconia composta, quasi contemplativa. Con Crooked Wing, i These New Puritans confermano ancora una volta la loro capacità di creare musica che sfugge alle categorie tradizionali esprimendo un equilibrio perfetto tra sperimentazione, classicismo e poesia sonora.

La parola irlandese Rún può significare segreto, mistero o amore, o forse una combinazione sfumata di questi tre concetti, riflettendo i molti aspetti della vita che sfuggono a una facile spiegazione. Nel confrontarsi con questi aspetti, può diventare necessario impegnarsi completamente, tuffarsi nel profondo della psiche alla ricerca delle sensazioni e delle vibrazioni che ci circondano. È qui che entrano in gioco i RÚN, un trio sperimentale irlandese che fonde folk, synth, drone, noise e groove pesanti in un mix oscuro, etereo e trascendente di lunghe esplorazioni e piccoli frammenti sonori. I Rún sono composti innanzitutto da Tara Baoth Mooney, cantante con una lunga esperienza in vari campi, dalla musica folk e corale alla realizzazione di film sperimentali. Diarmuid MacDiarmada, collaboratore dei Nurse With Wound e fratello di Cormac dei Lankum, porta con sé l’esperienza di collaborazioni d’avanguardia con una miriade di artisti. Il batterista, sound designer e ingegnere Rian Trench, dal canto suo, ha collaborato con artisti molto diversi, dall’IDM psichedelico dei Solar Bears agli agli arrangiamenti orchestrali, ed è proprietario dello studio The Meadow, sulla costa orientale dell’Irlanda, in cui è stato realizzato l’album. Il gruppo sembra muoversi lungo una linea di confine dove post-punk, ritualità folk e tensioni industriali si fondono in un linguaggio sonoro profondamente fisico. Il loro album di debutto, Rún, pubblicato dalla sempre curiosa Rocket Recordings, è un lavoro che appare fin dal primo ascolto come un’esperienza più che una semplice raccolta di canzoni. Il disco si sviluppa come una sorta di liturgia contemporanea: ritmi tribali, chitarre abrasive, sintetizzatori cupi e voci che sembrano emergere da un luogo sospeso tra trance e incantazione. In questo senso il trio riesce a intrecciare suggestioni della tradizione irlandese più oscura con l’estetica post-industriale europea, costruendo un paesaggio sonoro che è allo stesso tempo ancestrale e modernissimo. Uno dei momenti più intensi dell’album è “Your Death My Body”, brano che condensa perfettamente l’identità del gruppo. La traccia si apre su un ritmo lento e pulsante, quasi rituale, su cui si innestano strati di suono sempre più densi. La voce si muove tra invocazione e confessione, trasformando il brano in una sorta di canto sciamanico che cresce progressivamente fino a diventare una vera immersione sensoriale. Questo album, che mi ha coinvolto talmente tanto da inserirlo al #25, trascina l’ascoltatore dentro una dimensione quasi mistica, aprendo una porta oscura e seducente

Salendo di una posizione troviamo al #24 un album incredibilmente affascinante, anche se non di facile ascolto, di un’artista che è sicuramente da annoverare tra le voci più raffinate e originali della scena sperimentale americana. Claire Rousay si è costruita una reputazione unica grazie a un approccio alla composizione che intreccia delicatezza, minimalismo e introspezione emotiva. La sua musica è un ponte tra folk contemporaneo, ambient e sperimentazione vocale, capace di trasformare suoni essenziali in paesaggi sonori profondamente evocativi. Il suo ultimo lavoro, A Little Death, conferma questa cifra stilistica. L’album esplora temi di memoria, perdita e trasformazione con un equilibrio perfetto tra vulnerabilità e controllo compositivo. Ogni traccia è una piccola architettura emotiva: strumenti acustici, field recordings e sfumature elettroniche si combinano per creare atmosfere sospese, intime e spesso meditativamente lente. Tra i momenti più intensi del disco spicca “Somehow”, brano che incarna la sua poetica più profonda e l’omaggio alle dolci derive e all’inquietudine latente del crepuscolo che è l’obiettivo dell’album. La traccia si sviluppa con un ritmo discreto e ipnotico, lasciando spazio alla voce di Sophie Cooper aka Sof come elemento guida: eterea, fragile e al contempo profondamente espressiva, capace di evocare sentimenti complessi con estrema economia di mezzi. Somehow è un viaggio emotivo in miniatura, in cui ogni dettaglio sonoro, il violino di Mari Maurice, un respiro, un effetto ambientale, contribuisce a creare una tessitura avvolgente e delicata. La musica di Claire Rousay non si limita a essere ascoltata: invita a fermarsi, a respirare, a entrare in uno spazio sospeso dove suono e sentimento si fondono in un unico, indimenticabile momento. Dopo l’approccio più dedito alla forma canzone di Sentiment, il suo primo album per la Thrill Jockey, Claire ha così commentato A Little Death: “Questo disco è un ritorno a quella che considero la mia attività solista principale, una rinnovata dedizione a quei metodi di lavoro che ritengo più in linea con la mia visione della musica e del suono”.

Tra le band più singolari e visionarie della musica britannica degli ultimi quarant’anni, i Cardiacs occupano un posto del tutto speciale. Guidati dall’immaginazione incontenibile di Tim Smith, i Cardiacs hanno costruito negli anni un universo musicale che sfugge a qualsiasi classificazione: un mix vertiginoso di punk, progressive rock, pop barocco e teatro surreale, dove melodie luminosissime convivono con cambi di ritmo imprevedibili e strutture labirintiche. Nati nel 1977 con il nome di Cardiac Arrest (nome che successivamente suonerà come triste presagio), hanno registrato 5 album e innumerevoli singoli prima di mettersi in pausa per poi riprendere all’inizio degli anni 2000 con una formazione parzialmente rinnovata e la preparazione di un nuovo album. Ma nel giugno 2008, il leader Tim Smith è collassato per un arresto cardiaco dopo aver assistito a un concerto dei My Bloody Valentine. Il collasso ha causato un danno cerebrale da ipossia, lasciando Smith gravemente debilitato da una rara forma di disturbi motori chiamati distonia. Tutte le pubblicazioni e le attività relative ai Cardiacs (compreso il lavoro in corso per l’incompiuto album dal titolo provvisorio LSD) sono state immediatamente sospese fino a nuovo comunicato. L’indefinibile e straordinariamente folle grammatica musicale del gruppo di culto sembrava ormai ferma, ma l’incredibile passione dei membri del gruppo (soprattutto di Jim Smith, bassista storico e fratello di Tim) e dei fan non si è mai fermata. Concerti e raccolte fondi per sostenere le spese mediche, e un piccolo ma significativo progresso delle condizioni di Smith, capace di esprimersi almeno con il movimento degli occhi e di una mano. In questo modo era riuscito a dare direttive al gruppo, sviluppando le tracce incompiute e guidando i musicisti e lasciando direttive precise fino a quando il 21 luglio 2020 sopraggiunge la morte di Tim Smith interrompendo nuovamente il percorso. Sembrava tutto ormai perduto ma ecco che nel 2025 LSD esce sul serio: 17 tracce che mostrano la guida commovente di Tim Smith e il gran lavoro del gruppo e soprattutto del chitarrista e arrangiatore Kavus Torabi (oggi nei Gong). Come spesso accade con i Cardiacs, anche qui l’ascolto è un’esperienza quasi cinematografica: le canzoni sembrano piccoli mondi autosufficienti, pieni di deviazioni improvvise, accelerazioni e momenti di pura estasi melodica. Tra i brani più sorprendenti spicca “Spelled All Wrong”, una traccia che condensa alla perfezione l’estetica del gruppo. La canzone procede con un’energia quasi cartoonesca: chitarre frenetiche, ritmi spezzati e linee vocali che oscillano tra ironia e tensione emotiva. È musica che sembra continuamente sul punto di esplodere o di cambiare direzione, ma che mantiene sempre una sorprendente coerenza interna. Riascoltati oggi, i Cardiacs appaiono ancora più necessari. La loro musica ha anticipato molte delle libertà stilistiche che oggi ritroviamo nell’indie più sperimentale. E dischi come LSD ricordano quanto la loro eredità sia ancora viva: un invito a immaginare il rock non come una formula, ma come un territorio infinito di possibilità.

Nel panorama della musica elettronica sperimentale pochi progetti hanno mantenuto negli anni la stessa curiosità radicale dei Matmos. Il duo formato da M.C. Schmidt e Drew Daniel ha costruito nei suoi 30 anni di attività una discografia unica, basata sull’idea che qualsiasi suono – dal rumore di un oggetto quotidiano a materiali completamente inattesi – possa diventare materia musicale. Con il loro nuovo lavoro, Metallic Life Review, i Matmos tornano a esplorare il mondo fisico attraverso la lente della composizione elettronica. Il nuovo album continua a partire da premesse apparentemente impossibili, come quella di realizzare un album utilizzando solo oggetti selezionati, spesso comuni, come i suoni della plastica (il precedente Plastic Anniversary). Questa volta i due attingono interamente dal suono di oggetti metallici: bronzo, rame, acciaio, alluminio e varie leghe. In questo caso, hanno raccolto field recordings di oggetti metallici provenienti da tutto il mondo, provenienti da momenti vissuti nel corso di tutti i loro anni come band. Strumenti, oggetti, superfici e vibrazioni metalliche vengono registrati, manipolati e trasformati in strutture ritmiche e melodiche che oscillano tra minimalismo, collage sonoro e groove astratto. Come spesso accade nei lavori del duo, dietro l’apparente eccentricità del progetto si nasconde una costruzione musicale estremamente raffinata. Tra i momenti più suggestivi dell’album emerge l’apertura Norway Doorway”, un brano che incarna perfettamente l’estetica del disco. La traccia si sviluppa come una sequenza di pulsazioni e riverberi metallici che si intrecciano in una trama quasi ipnotica. I suoni sembrano provenire da porte che cigolano, superfici che risuonano, oggetti che vibrano nello spazio: piccoli eventi acustici che, attraverso il lavoro di montaggio e manipolazione digitale, diventano una vera architettura ritmica muovendosi tra concretezza e astrazione. Un paesaggio sonoro in continuo movimento, dove la materia sonora si trasforma lentamente davanti all’ascoltatore. Con Metallic Life Review, i Matmos hanno dimostrato ancora una volta come la sperimentazione possa essere al tempo stesso concettuale e profondamente musicale. È un disco che invita ad ascoltare il mondo con orecchie diverse, ricordandoci che la musica non nasce solo dagli strumenti, ma da tutto ciò che vibra intorno a noi.

Ebbene sì: questo è un album uscito nel corso del 2025, anche se gli sguardi del duo che sto per presentare sono rivolti più nel passato che al futuro. Ma il pop, quello travolgente, senza fronzoli, divertente e trascinante, non ha età. Le due sorelle scozzesi Eva e Grace Tedeschi, più conosciute come The Cords, lo sanno molto bene e hanno la capacità di scrivere canzoni di poco più di due minuti che riescono a farci entrare in una sorta di frullatore divertente e divertito, colorato ed esuberante, da cui è assolutamente complicato staccarsi. Una cassetta e un singolo flexi pubblicati finora, entrambi esauriti in poche ore, una serie di concerti con alcuni dei più grandi nomi del pop scozzese come Vaselines e Camera Obscura e Belle And Sebastian per affinare le loro capacità. La firma con due consolidate realtà come Skep Wax e Slumberland ha portato alla pubblicazione del loro esordio autoititolato, 13 brani per poco più di mezz’ora di durata capace di arrivare dritto dritto al #21. le due sorelle-amiche suonano chitarra e batteria a tutto volume, prendono strumenti analogici e li suonano con forza al servizio di melodie pop immediate e contagiose, ricordandoci che la musica pop, suonata nel modo giusto, è espressiva, liberatoria, gioiosa e profondamente personale. Se cercate qualcosa di nuovo e di innovativo (ma chi è davvero originale attualmente nel mondo musicale?), non sono il gruppo che fa per voi, ma se cercate adrenalina, divertimento, spontaneità e melodie trascinanti non perdete questo album di debutto delle due sorelle scozzesi. Non ci credete? Ascoltate la “Rather Not Stay” inserita nel podcast, una piccola gemma di songwriting indie. La canzone si muove su una struttura semplice ma estremamente efficace: una chitarra brillante guida il brano mentre la linea vocale procede con un tono quasi confidenziale, come se il racconto si svolgesse in uno spazio privato. Il ritmo è leggero, ma sotto la superficie affiora una sottile tensione emotiva. Non ci sono eccessi né virtuosismi: tutto è costruito attorno alla forza della melodia e alla precisione dell’atmosfera. Il risultato è una canzone che scorre con naturalezza, lasciando però una traccia persistente, come spesso accade con il miglior indie pop, ricordando che una buona canzone può nascere semplicemente dall’incontro tra una chitarra, una melodia e una sensibilità autentica.

Arriviamo al #20 con un altro duo proveniente dal Regno Unito, stavolta da Birmingham, che mi aveva colpito in maniera particolare lo scorso anno con il loro atteso album di esordio intitolato Postindustrial Hometown Blues. Joe Hicklin (voce e chitarra) e Callum Moloney (batteria e voce) si sono conosciuti al college quando avevano 17 anni. Dopo essersi esibiti insieme sotto varie forme, la loro chimica e l’amore per la scrittura li ha tenuti legati in modo creativo, portandoli a formare i Big Special un decennio dopo per sconfiggere la noia e la frustrazione dell’isolamento. Un duo che, come gli Sleaford Mods, vuole esprimere in modo più potente tra punk, soul e blues tutta la frustrazione dell’alienazione della classe operaia moderna e di una generazione di giovani disincantati. Nella situazione attuale del Regno Unito c’è così tanto da ribellarsi, così tanto per cui arrabbiarsi ma non è facile catturare appieno questo spirito. Come ha detto il batterista Callum Moloney: “Chiunque si senta escluso da questo sistema costruito contro di noi capirà la nostra musica”. Con il nuovo National Average, i Big Special hanno consolidato un percorso già avviato, affinando la loro formula fatta di spoken word, tensione post-punk e liriche sociali taglienti. Il suono è più strutturato, la scrittura più consapevole, l’impatto emotivo ancora più diretto. Il duo di Birmingham continua a lavorare su un minimalismo nervoso, batteria secca, basso pulsante, voce declamata, trasformando l’essenzialità in forza espressiva. Tra i momenti più suggestivi e delicati dell’album spicca “Thin Horses”, traccia conclusiva che, dopo un percorso di rabbia, ironia e narrazione urbana, offre uno sguardo più contemplativo. Il brano si distingue anche per la presenza vocale della splendida Rachel Goswell, nota soprattutto per per la sua voce eterea e riconoscibile prima negli Slowdive, poi nei Mojave 3. La Goswell, che il duo conosce da anni, è stata invitata a duettare proprio perché a Callum Moloney sembrava che “fosse naturale aggiungere una seconda voce per dare più peso a ogni testo man mano che la canzone si sviluppava, e poi volevamo una voce che si adattasse alla fragile vulnerabilità della canzone”. La loro urgenza viscerale li ha resi ormai una delle realtà più interessanti del nuovo panorama britannico.

L’incontro tra i Little Barrie e Malcolm Catto non è una semplice collaborazione, ma la convergenza naturale di due visioni sonore affini: da un lato l’eleganza nervosa e profondamente british della band guidata dallo straordinario chitarrista Barrie Cadogan, dall’altro il tocco analogico, poliritmico e viscerale del batterista dei The Heliocentrics (e rinomato produttore). Il risultato è Electric War, un album tra i più riusciti pubblicati nel 2025 tanto da arrivare al #19, un disco che suona come un cortocircuito controllato tra rock, funk oscuro, psichedelia e suggestioni cinematiche. Registrato con un approccio essenziale e fortemente incentrato sull’interplay tra i musicisti, Electric War mette al centro la fisicità del suono. Le chitarre di Cadogan non cercano la sovrastruttura virtuosistica, ma lavorano su riff affilati, linee oblique e texture che sembrano emergere da un nastro magnetico caldo e saturo. Catto, dal canto suo, costruisce architetture ritmiche dense ma elastiche: il suo drumming è muscolare, ma mai rigido, sempre pronto a inserire variazioni timbriche che tengono viva la tensione. L’album si muove su un equilibrio sottile tra immediatezza e complessità. I brani hanno una struttura riconoscibile, spesso guidata da groove incisivi, ma sotto la superficie ribolle un lavoro minuzioso di stratificazione sonora: organi che entrano in punta di piedi, linee di basso pulsanti, dettagli percussivi che amplificano l’effetto ipnotico. È un disco che guarda tanto al rock britannico quanto a certe colonne sonore anni ’70, con un’estetica volutamente analogica e carnale. Il brano “Spektator”, tratto dal nuovo album che sancisce questa collaborazione, è l’esempio perfetto di come due mondi possano fondersi per creare qualcosa di radicalmente nuovo pur mantenendo una forte identità individuale. Sotto la superficie c’è un groove che pulsa dal primo istante: la batteria di Catto, con i suoi picchi di poliritmia e fraseggi ipnotici, costruisce un terreno ritmico che non è soltanto supporto ma protagonista. Su questo tappeto sonoro la chitarra di Barrie Cadogan si muove con sicurezza, alternando riff pulsanti, linee sinuose e spigoli funk che mantengono la tensione alta. Il disco è un esempio di come due visioni profonde della musica possano dialogare su un piano paritario, dando vita a un’esperienza sonora che è tanto un rendimento ritmico quanto un invito a ridefinire i confini del rock contemporaneo.

Al #18 troviamo il secondo lavoro di un duo australiano estremamente interessante chiamato Mess Esque, formato da una nostra vecchia conoscenza come il chitarrista Mick Turner (Dirty Three) e dalla cantante Helen Franzmann (McKisko). I due propongono una miscela avvolgente di suoni, una sorta di affascinante diario di viaggio fatto da vagabondaggi inquieti e sonnambulismo. Dopo tanti anni a comporre musica quasi esclusivamente strumentale, Turner aveva bisogno di una voce per le sue composizioni e nel 2019 gli era stata presentata Helen da un amico comune. Con il nome Mckisko, Helen aveva pubblicato tre album negli ultimi 12 anni, collaborando e andando in tournée con diversi musicisti australiani. La composizione del loro esordio è stata paradossale. Helen viveva a Brisbane, Mick a Melbourne. Avevano iniziato a mandarsi idee avanti e indietro con il progetto di incontrarsi finalmente da qualche parte nel 2020 e registrare ma la pandemia li ha obbligati ad una collaborazione a distanza, registrando il disco senza mai essersi incontrati di persona! Le cose sono andate molto meglio con il loro secondo album, Jay Marie, Comfort Me, che rappresenta un passo avanti significativo rispetto al debutto. Il disco esplora paesaggi sonori sospesi tra introspezione e tensione urbana, con arrangiamenti raffinati in cui synth delicati, chitarre atmosferiche e percussioni misurate creano un tessuto sonoro stratificato. Le tracce scorrono con una fluidità naturale, ma ogni dettaglio è studiato con precisione, in modo che l’ascoltatore possa percepire continuamente nuove sfumature ad ogni ascolto. La chitarra, il basso e l’organo di Mick Turner sono una tavolozza su cui la Franzmann ha creato i testi, costringendo anche il suo partner musicale a molte correzione, ma creando un insieme estremamente interessante e avvolgente. Tra i brani più intensi del disco emerge No Snow”, che incarna perfettamente l’estetica del duo. La canzone si apre con un tappeto sonoro delicato, dove synth sospesi e percussioni discrete creano un senso di attesa. La linea vocale si muove con naturalezza, fragile e calda, trasmettendo un’intimità quasi tangibile. Man mano che la traccia evolve, entrano elementi ritmici e armonici più complessi, senza mai rompere l’equilibrio sottile instaurato inizialmente. Con il loro secondo album i Mess Esque hanno confermato la loro capacità straordinaria di creare un universo sonoro coerente e distintivo, in cui ogni elemento è pensato per evocare uno stato emotivo specifico, catturando l’ascoltatore con la tensione sospesa, la cura dei dettagli e la bellezza nascosta nei silenzi e negli spazi tra un suono e l’altro. Una splendida conferma.

Arrivati a scoprire la posizione #17 cambiamo totalmente atmosfera. Tra i più brillanti innovatori del jazz contemporaneo, Ambrose Akinmusire ha costruito una carriera all’insegna della sofisticazione armonica e della profondità emotiva. Con un linguaggio che unisce lirismo, improvvisazione libera e consapevolezza sociale, Akinmusire è riuscito a rendere la tromba uno strumento non solo melodico ma anche narrativo, capace di raccontare storie personali e collettive con una precisione quasi cinematografica. Il suo nuovo lavoro, Honey From A Winter Stone, conferma questa attitudine, esplorando temi di memoria, identità e ingiustizia con un approccio musicale che unisce jazz moderno, orchestrazione contemporanea e improvvisazione radicale. L’album si muove tra momenti meditativi e tensioni più drammatiche, con arrangiamenti curati e un senso della dinamica che lascia respirare ogni dettaglio: un caleidoscopio abbagliante di jazz, hip-hop e musica da camera, oltre che un commento sull’esperienza contemporanea dei afroamericani. Akinmusire ha dichiarato: “Sotto molti aspetti, l’intera opera è ispirata e rende omaggio al lavoro del compositore Julius Eastman e al suo concetto di musica organica”. Eastman (1940-1990) è stato un compositore americano che ha dovuto subire razzismo e omofobia come uomo gay e di colore. La teoria della “musica organica” di Eastman, pur riflettendo in generale il minimalismo d’avanguardia del suo tempo, includeva elementi di jazz e una nascente estetica hip-hop: il suo obiettivo era quello di creare le condizioni ideali per l’espressione spontanea della musica. Tra i brani più incisivi spicca “Bloomed (The Ongoing Processional Of Nighas In Hoodies)”, traccia che sintetizza il cuore concettuale ed espressivo dell’album. Il pezzo nasce come una riflessione musicale sul senso di comunità, sulla vulnerabilità e sulla forza, con la tromba di Akinmusire che guida l’ascoltatore attraverso paesaggi sonori intensi e meditativi. Le sezioni ritmiche e armoniche supportano senza mai sopraffare, permettendo a ogni frase di tromba di vibrare con risonanza emotiva. Il tutto completato con un gruppo straordinario completato con il cantante Kokayi, il pianista Sam Harris, il tastierista Chiquitamagic, il batterista Justin Brown e i meravigliosi archi del Mivos Quartet.  L’intero lavoro non è solo un esercizio di tecnica o improvvisazione: è un racconto in musica, che mescola tensione, introspezione e delicatezza, creando un dialogo tra il singolo e la comunità. La struttura del brano alterna momenti di sospensione a picchi emotivi intensi, con un senso del timing che rende ogni nota significativa e ogni silenzio eloquente. Con Honey From A Winter Stone Ambrose Akinmusire conferma il suo ruolo di voce essenziale nel jazz contemporaneo: capace di fondere virtuosismo, sentimento e impegno sociale in una musica che parla tanto al cuore quanto alla mente, offrendo all’ascoltatore un’esperienza profondamente immersiva e indimenticabile.

Chiudiamo il podcast trovando al #16 un’artista che ho apprezzato sin dal suo primo lavoro. La londinese Anna B Savage nello straordinario esordio intitolato A Common Turn aveva messo a nudo le vulnerabilità di ognuno di noi, più o meno nascoste, e le aveva espresse con sussurri e potenza in 10 tracce composte da disarmante sincerità, tensioni e rilasci, ansie e catarsi. La recensione che ho avuto il privilegio di scrivere per OndaRock terminava così: “Non possiamo sapere come proseguirà la sua carriera, fare previsioni in campo musicale è sempre estremamente difficile e spesso si va incontro a brutte figure, ma questo è senza dubbio un esordio ammaliante”. I dubbi sulla prosecuzione di un percorso importante sono stati dissipati dalla pubblicazione di in|FLUX, che due anni fa ha confermato tutto quello che di buono si era detto sul suo conto. Ad aiutare la songwriter c’era Mike Lindsay (Tunng) che era riuscito a portarla per mano come e più della precedente collaborazione con William Doyle ad un uso sapiente dell’elettronica. C’è sempre un po’ di paura, nel caso di artisti che si è appena imparato ad amare, di un qualcosa che possa cambiare in peggio le carte in tavola. Anna B Savage si è trasferita nelle campagne irlandesi e per il terzo album intitolato You & I Are Earth si è fatta aiutare da un produttore importante come John “Spud” Murphy che questa volta ha dato un taglio folk alle composizioni della talentuosa songwriter chiamando ad aiutarla musicisti folk come Anna Mieke o Cormac MacDiarmada dei suoi amati Lankum per creare un mondo fatto di natura, strumenti acustici, archi e fiati. Tra i brani più incisivi emerge “Talk To Me”, una traccia che mette in primo piano la voce di Savage, fragile ma potente, capace di trasmettere una gamma di emozioni senza artifici. L’arrangiamento è essenziale: pianoforte, arpeggi delicati e sfumature elettroniche creano un’atmosfera intima che avvolge l’ascoltatore, lasciando che il testo e la linea vocale emergano con tutta la loro forza emotiva. Il suo terzo album conferma Anna B Savage come una delle cantautrici più sincere e potenti della sua generazione, capace di creare connessione attraverso la pura forza della sua musica e delle sue parole e ci mostra una nuova sfaccettatura di un’artista davvero talentuosa, capace di alternare momenti di quiete a attimi di intensità emotiva assoluta.

Con questa puntata si chiude la prima metà del viaggio nella mia Playlist 2025: dall’esplorazione delle posizioni 30–16 emerge un paesaggio sonoro ricco, irregolare, spesso imprevedibile. Tra post-punk abrasivo, psichedelia obliqua, elettronica visionaria e nuove declinazioni del jazz, questa prima parte della classifica racconta un anno musicale attraversato da linguaggi che non smettono di reinventarsi.

Ma il percorso non è ancora completo.

Nel decimo episodio entreremo nella zona più alta della lista — dalla posizione 15 alla numero 1 — dove il livello di intensità si alza ulteriormente e la selezione diventa ancora più personale. In scaletta troveranno spazio artisti e progetti fondamentali come Širom, mclusky, The Ex, Sanam, Dwarfs of East Agouza e Stereolab: nomi molto diversi tra loro ma uniti da una stessa urgenza creativa. Sarà l’ultima tappa di questo percorso attraverso le musiche che hanno segnato il mio 2025 — una top 15 dove ogni brano diventa una dichiarazione di poetica, un frammento di visione, un possibile punto di partenza per nuove ossessioni sonore.

L’appuntamento è quindi con il prossimo episodio, quando la playlist arriverà finalmente al suo vertice. E, come sempre, sarà la musica a parlare per ultima. 🎙️

Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.

Potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perché no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web.

Per suggerimenti e proposte, scrivetemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it.

Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto.

Buon Ascolto

TRACKLIST

1. CAROLINE: Tell Me I Never Knew That (feat. Caroline Polachek)  da  ‘Caroline 2’  (2025 – Rough Trade)

2. TORTOISE: Promenade À Deux  da  ‘Touch’  (2025 – International Anthem)

3. CLIPPING.: Ask What Happened   da  ‘Dead Channel Sky’  (2025 – Sub Pop)

4. CHRIS ECKMAN: Haunted Nights  da  ‘The Land We Knew The Best’  (2025 – Glitterhouse Records)

5. THESE NEW PURITANS: Goodnight  da  ‘Crooked Wing’  (2025 – Domino)

6. RÚN: Your Death My Body  da  ‘Rún’  (2025 – Rocket Recordings)

7. CLAIRE ROUSAY: Somehow  da  ‘A Little Death’  (2025 – Thrill Jockey)

8. CARDIACS: Spelled All Wrong  da  ‘LSD’  (2025 – The Alphabet Business Concern)

9. MATMOS: Norway Doorway  da  ‘Metallic Life Review’  (2025 – Thrill Jockey)

10. THE CORDS: Rather Not Stay  da  ‘The Cords’  (2025 – Skep Wax)

11. BIG SPECIAL: Thin Horses (feat. Rachel Goswell) da  ‘National Average’  (2025 – So Recordings)

12. LITTLE BARRIE & MALCOM CATTO: Spektator da  ‘Electric War’ (2025 – Easy Eye Sound)

13. MESS ESQUE: No Snow  da  ‘Jay Marie, Comfort Me’   (2025 – Drag City)

14. AMBROSE AKINMUSIRE: Bloomed (The Ongoing Processional Of Nighas In Hoodies)  da  ‘Honey From A Winter Stone’  (2025 – Nonesuch)

15. ANNA B SAVAGE: Talk To Me  da  ‘You & I Are Earth’  (2025 – City Slang)

 

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