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Villain: Crepe nel Futuro – S20E08

Sounds & Grooves – Stagione 20 Episodio 08
Crepe nel Futuro

Dall’urgenza bruciante dei Wipers e dei Dead Kennedys alle visioni elettroniche dei Boards of Canada, passando per la mitologia pop di David Bowie: un viaggio tra rabbia, visioni e nuove forme di resistenza..

C’è un’energia primordiale che attraversa questo episodio: un’onda che parte dall’urgenza hardcore dei primi anni Ottanta e si propaga fino alle architetture elettroniche più ipnotiche del presente. È una scaletta che non cerca equilibrio, ma intensità. Non cerca una comfort zone, ma scosse.

Si comincia con il manifesto generazionale dei Wipers e la furia politica (mai così necessaria come oggi) dei Dead Kennedys, passando per il blues marcio e visionario dei The Flesh Eaters. È l’America sotterranea, rabbiosa, che suona come una crepa nel sistema. Poi il tempo si piega: la psichedelia abrasiva di Ty Segall, le distese chitarristiche di Chris Forsyth, il ritorno del minimalismo urbano e tagliente dei Sleaford Mods.

Ma questo episodio non è solo rumore e attrito. C’è lo spazio rarefatto e spirituale dei Low, la mitologia pop eterna di David Bowie, la nuova intensità soul di Annahstasia. C’è lo shoegaze dei Ride, l’estetica post-punk dei TV21, le traiettorie oblique dei Normil Hawaiians. E quando tutto sembra aver trovato una forma, la musica si dissolve nell’elettronica cosmica dei Cavern of Anti-Matter e nelle distopie analogiche dei Boards of Canada.

Questo episodio è un arco che va dalla rabbia alla contemplazione, dal punk più ruvido all’ambient più visionaria. Un viaggio dentro il suono come atto di resistenza, come memoria, come futuro possibile.

Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to

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Iniziamo il podcast con un gruppo che non passo da tantissimo tempo ma che appare necessario al giorno d’oggi. Quando si parla di proto-hardcore e di alternative rock prima che l’etichetta esistesse davvero, il nome dei Wipers emerge come una fenditura nel cemento. Nati a Portland alla fine degli anni Settanta attorno alla visione solitaria del chitarrista e cantante Greg Sage, i Wipers non hanno mai cercato appartenenza: troppo melodici per l’hardcore nascente, troppo abrasivi per il power pop, troppo introspettivi per il punk ortodosso. Nel 1981 pubblicano il loro secondo album Youth Of America, un disco che ancora oggi suona fuori dal tempo. Dove l’hardcore stava comprimendo le canzoni in esplosioni di un minuto, Sage insieme al bassista Brad Davidson e al batterista Brad Naish, sceglie la dilatazione: brani lunghi, ipnotici, costruiti su riff circolari e una tensione quasi psichedelica. La produzione è scarna ma spaziosa, con la batteria che martella come un motore industriale e la chitarra che vibra, metallica e malinconica. La title track, “Youth Of America”, è il manifesto assoluto. Oltre dieci minuti di crescendo ossessivo, costruiti su un giro di chitarra che sembra non voler trovare pace. Non è un inno generazionale ma suona come un interrogativo lanciato nel vuoto: cosa resta della gioventù quando il sogno si incrina? La voce di Sage non grida, incalza. Non incita alla rivolta, ma alla consapevolezza. In quel brano c’è già l’embrione di molta musica alternativa degli anni Novanta: l’urgenza emotiva che ritroveremo nei Nirvana, la tensione ipnotica dello slowcore, l’idea che il punk possa essere anche spazio e ripetizione, non solo velocità. Non a caso, Kurt Cobain citerà i Wipers come una delle sue influenze più profonde. The Quietus ha scritto: “Potrebbero esserci album punk più significativi, ma mai più il genere ha avuto un suono così ricercato”. Sage scioglierà il gruppo nel 1989 per poi riformarlo tra il 1993 e il 1999.

Vista la pubblicazione del podcast in un momento che definire complicato è un eufemismo per quanto riguarda la situazione politica negli USA e dalle nostre parti, non potevo esimermi dal programmare un gruppo che dell’impegno sociale e del sarcasmo sulla classe politica (e mediatica) ne ha fatto una sorta di bandiera. I Dead Kennedys si formano a San Francisco nel 1978, nel pieno dell’era punk quando il cantante Eric Boucher aka Jello Biafra risponde ad un annuncio pubblicato su un giornale locale dal chitarrista Raymond Pepperell aka East Bay Ray. Ai due si aggiungono presto il bassista Geoffrey Lyall aka Klaus Flouride, il batterista Bruce Slesinger aka Ted e la chitarra ritmica di Carlos Cadona aka 6025, che lascia il gruppo nel 1979 per presunte divergenze musicali appena prima dell’esordio discografico. Già il nome scelto lasciava intendere la vena provocatoria della band, ed il primo singolo ad essere pubblicato nel giugno del 1979 alza ancora l’asticella. “California Über Alles” è un’aperto attacco a Jerry Brown, all’epoca (e lo sarà ancora dal 2011 ai giorni nostri) governatore della Californa, che porta Biafra ad urlare come ritornello l’unica strofa dell’inno tedesco usato ai tempi del Nazismo. Basta sostituire Deutschland con California ed il gioco è fatto. Un anno più tardi Fresh Fruit For Rotting Vegetables conferma i Dead Kennedys come alfieri (insieme ai deflagranti Germs) della scena punk californiana, traghettandola meravigliosamente verso l’hardcore. Un esordio che è stato terribilmente influente per moltissimi gruppi del decennio successivo. “Holiday in Cambodia” è stato il secondo singolo estratto, una canzone scritta poco dopo il genocidio cambogiano perpetrato dai Khmer Rossi, che secondo le stime è stato responsabile della morte di circa un quarto della popolazione cambogiana tra il 1975 e il 1979. Il testo critica gli studenti universitari occidentali ipocriti, contrapponendo il loro stile di vita a quello di chi viveva sotto il regime cambogiano. Il videoclip ufficiale mostra soldati americani in elicottero, alcuni inseguiti dalla folla, bombardamenti tra cui quelli con napalm dell’aviazione militare statunitense e persone bruciate dal napalm, in riferimento all’Operazione Menu (campagna segreta di bombardamenti tattici condotta dal Comando Aereo Strategico degli Stati Uniti (SAC) nella Cambogia orientale dal 18 marzo 1969 al 26 maggio 1970 nell’ambito della guerra del Vietnam). La registrazione di questa canzone che appare nell’album è diversa dalla versione del singolo, essendo più lunga di cinquantacinque secondi, con un tempo più veloce e caratterizzata da un’introduzione estesa influenzata dal genere surf, oltre che da un bridge e un assolo di chitarra più lunghi.

Sempre in quel meraviglioso inizio di anni ’80 si muoveva un personaggio meraviglioso come Chris Desjardins. Cantante, poeta, critico musicale, capace di una prosa ossessionata dalla morte ma di grande valenza visionaria. Chris D. ha sempre usato la musica punk come veicolo per mettere in pratica le sue oscure visioni. Nel 1977 crea i The Flesh Eaters che hanno, come The Gun Club o gli stessi Wall Of Voodoo, l’enorme merito di innestare nel corpo punk lo spirito delle radici della musica tradizionale americana. A Minute To Pray, A Second To Die esce nel 1981, ed è album fondamentale da aggiungere alle migliori uscite degli X e dei già citati Gun Club per capire il genere chiamato “tribal psychobilly blues”. Chris D nell’album viene accompagnato da John Doe e D.J. Bonebrake (entrambi membri fondatori degli straordinari X) e dal sax di Steve Berlin (Los Lobos) in un viaggio all’inferno e ritorno. Ascoltate il rhythm and blues alla Captain Beefheart del brano di apertuta “Digging My Grave”, condotto in modo spasmodico dalla voce di Chris D. e dal sax di Steve Berlin (Los Lobos). L’album contiene anche il brano “Cyrano de Berger’s Back”, scritto da Doe e recentemente registrato di nuovo dagli X nel recente (ottimo) Alphabetland. Dopo altri due album che proponevano un suono più aggressivo e meno interessante, Chris D passò a registrare dietro al moniker di Divine Horseman. La rinascita della vecchia sigla negli anni ’90 non porterà i frutti sperati, ma A Minute To Pray… rimarrà un assoluto capolavoro.

Ty Segall arriva al diciassettesimo (!) album in studio in un lasso di tempo relativamente breve, per non contare le varie collaborazioni ed EP vari. Insomma, il caro buon “vecchio” Ty non è certo uno che ama starsene con le mani in mano. Non sempre le sue proposte mi hanno convinto, troppo impegnato a fare la rockstar alternativa compilando degli zibaldoni spesso confusionari. Dalla furia garage degli esordi alle derive glam, fino alle orchestrazioni più ambiziose, Segall ha costruito una discografia che rifiuta la comfort zone. Ogni disco è un laboratorio, ogni canzone una mutazione. Con il nuovo Possession, l’artista californiano sembra scavare ancora più a fondo nel rapporto tra desiderio e controllo, corpo e ossessione. Il suono resta fisico, stratificato, ma meno impulsivo rispetto ai lavori più abrasivi: le chitarre sono sempre centrali, ma dialogano con arrangiamenti più ariosi, quasi cinematografici. È un album che non cerca lo shock, ma la tensione interna. La title track, “Possession”, è il cuore concettuale del disco. Costruita su un riff circolare e su una linea vocale che oscilla tra seduzione e inquietudine, la canzone gioca sull’ambiguità del termine: possesso come amore totalizzante o come annullamento dell’altro? La produzione alterna spigoli fuzz a momenti quasi sospesi, creando un senso di instabilità emotiva che non si risolve mai del tutto. Segall stavolta canta con un’urgenza controllata, meno isterica rispetto al passato, ma più consapevole. È come se avesse trasformato l’energia garage in una riflessione adulta sul desiderio e sui suoi lati oscuri.

Il podcast prosegue con un disco che nel 2016 è riuscito a conquistare la vetta della mia personalissima classifica. Chris Forsyth, il chitarrista dei fantasiosi Peeesseye (un trio di pazzi furibondi che amavano celebrare arditi baccanali dedicati all’improvvisazione e all’avant-rock)dopo lo scioglimento della band ha intrapreso un percorso estetico diametralmente opposto. Il suo Solar Motel del 2013 è stata la scintilla che gli ha fatto venire l’idea di creare una vera band, chiamata proprio The Solar Motel Band, con cui poter definitivamente accantonare le asprezze del suo precedente progetto e approdare ad un suono che bilancia l’amore per il suono chitarristico trascendente degli anni ’70 con la sperimentazione dei giorni nostri. Questo doppio album chiamato The Rarity Of Experience è diviso idealmente in due parti, con la prima più di impatto sonoro, un maestoso monumento allo strumento principe del rock che viene portato in trionfo da una ritmica sostenuta su centinaia di chilometri di strade blu, mentre la seconda va a privilegiare la bontà del suono, l’elevazione dell’elegia, gli stimoli cerebrali. Le due parti della title track scoprono subito una novità nella voce dello stesso Forsyth, che rende il brano ancora più simile ai Television di Marquee Moon. Non bastassero le modalità di start & stop delle chitarre di Forsyth e Millevoi che duellano e flirtano, ascoltate l’inizio della seconda parte e ditemi se non vi ricorda almeno un po’ il duetto tra Verlaine e Lloyd all’inizio di “Elevation”. Più in generale, il suono si rifà alle band del passato che hanno fatto dello scontro tra chitarre in alta quota, o in un polveroso deserto, il proprio inequivocabile marchio di fabbrica. Non aspettatevi però virtuosismi chitarristici, la psichedelia liquida del musicista di Philadelphia non contempla (fortunatamente) questo aspetto, andando a privilegiare la bontà del suono, l’elevazione dell’elegia, gli stimoli cerebrali. Un lavoro splendido, dove coesistono perfettamente entrambe le anime del chitarrista, quella classica e quella rivoluzionaria. Il risultato è un piatto estremamente gradevole perfino per i palati più fini.

Visto che sono tornati alla grande in questo inizio di 2026, andiamo per l’ennesima volta a trovare chi ha trovato una strada incredibilmente originale per esprimere un disagio generazionale in Gran Bretagna esploso soprattutto dopo la Brexit. Quante volte su queste pagine abbiamo speso inchiostro (ed elogi) per gli Sleaford Mods. Sulla loro forza rabbiosa mi sono espresso più di una volta. Da qualche anno il duo punk-hop di Nottingham formato da Jason Williamson e Andrew Fearn ha firmato per la storica etichetta britannica Rough Trade senza perdere un grammo della loro ferocia sociale. Dal vivo poi sono assolutamente divertenti, più Williamson si danna, sbraita, inveisce, si avvita su se stesso, urla con il suo accento improponibile del nord dell’inghilterra, più il suo compare se la sghignazza bevendo birra e semplicemente facendo partire e stoppando le sue basi sul laptop. Molti trovano la band estremamente ripetitiva, e vista la composizione dei due è complicato pensare ad una rivoluzione sonora. La loro formula è ormai facilmente identificabile, ma la semplicità con cui i due la fanno evolvere rimanendo fedeli a loro stessi è meravigliosamente spaventosa. Ma pochi gruppi sono capaci di raccontare il presente con la loro brutalità e l’ironia, l’urgenza spoken-word di Williamson e le basi minimali e taglienti di Fearn, hanno trasformato il minimalismo elettronico in un’arma politica: beat secchi, loop spogli, parole che non chiedono permesso. Con The Demise Of Planet X, il duo ha portato la propria poetica verso una dimensione ancora più cupa e stratificata. Il titolo è già un programma: non fantascienza, ma cronaca deformata del collasso contemporaneo. Il suono resta asciutto, ma si arricchisce di texture più scure, quasi industriali. È un disco che osserva il mondo digitale, la polarizzazione sociale, la feticizzazione dell’ego e li restituisce in forma di detriti sonori. Elitest G.O.A.T.” è stato scelto come primo singolo. Il titolo gioca con l’acronimo “Greatest Of All Time”, trasformandolo in una caricatura dell’élite autoreferenziale che celebra se stessa mentre tutto intorno brucia. Il beat è nervoso, ripetitivo, quasi claustrofobico; la voce di Williamson scivola tra sarcasmo e rabbia trattenuta, in un flusso verbale che alterna slogan, invettive e osservazioni taglienti. La presenza della fragile, distante, quasi eterea voce di Aldous Harding crea un contrasto efficace con il tono abrasivo principale, amplificando il senso di alienazione. Non c’è catarsi, non c’è redenzione: solo un’istantanea lucida di un sistema che si autocelebra mentre implode. L’ennesimo centro pieno di uno dei gruppi più importanti degli ultimi decenni.

Nel 2019, colpito dall’intensità emotiva di Double Negative e dal fatto che finalmente facevano tappa a Roma, mi ero recato all’Auditorium della capitale per vedere per la prima volta i Low dal vivo. Ero rimasto sbalordito non solo dalla capacità del trio di controllare rumore e melodie in modo così apparentemente totale, ma soprattutto dalla naturalezza e semplicità da parte dei tre musicisti davvero incredibile. Mi aveva quasi commosso l’essere così sinceramente grato, felice e quasi in imbarazzo da parte di un musicista che calca i palcoscenici da 25 anni come Alan Sparhawk, e allo stesso tempo la timida tenerezza della consorte Mimi Parker che, dopo aver cantato in maniera angelica e suonato i (pochi) tamburi davanti a se con precisione e tribalismo quasi “tuckeriano”, si era concessa solo un veloce saluto con la mano quasi imbarazzato prima di sparire subito dietro al pannello a led posizionato dietro al suo drumkit. É stata la prima cosa cui ho pensato una volta arrivata la terribile notizia della scomparsa di Mimi nel 2022. Visto che adesso andiamo ad addentrarci in una selva oscura, ho voluto riproporre proprio quel disco in cui i coniugi di Duluth si sono fatti accompagnare dal bassista Steve Garrington, per uno dei viaggi più coraggiosi che abbiano mai intrapreso. L’elettronica, da un po’ di tempo compagna del trio, aveva ormai mutato il DNA della band, alterandolo senza possibilità di ritorno. Gocce di sangue, macerie fumanti di canzoni talmente celate sotto gli spasmi di feedback e la pioggia di detriti cibernetici che quando la voce dei nostri emerge senza filtri è come se una luce celestiale illuminasse all’improvviso la distesa funerea di Mordor. “Fly” è un tributo alla voce meravigliosa di Mimi Parker e a una band che quando riesce ad entrare nel cuore e nell’anima poi non ne esce più.

A volte siamo così presi dall’attualità musicale da scordarci degli artisti che ci hanno fatto scoppiare la passione per la musica. Nel 1972 David Bowie non pubblica semplicemente un disco: inventa un personaggio, una mitologia, un linguaggio visivo e sonoro destinato a cambiare per sempre l’idea stessa di rock. Con The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, il suo quinto album in studio, Bowie trasforma l’album in un racconto di fantascienza esistenziale, un’opera glam che mescola apocalisse, desiderio, ambiguità sessuale e redenzione pop. Ziggy è un alieno rockstar mandato sulla Terra come messaggero di speranza in un mondo condannato. Ma è anche un avatar: fragile, eccessivo, consumato dal proprio successo. Bowie costruisce attorno a lui una narrazione che riflette sulla fama, sull’identità e sulla distruzione dell’ego. Le chitarre di Mick Ronson sono luminose e teatrali, la produzione è compatta ma visionaria, le melodie immediate e insieme inquietanti. Se l’album è un concept coeso, il suo cuore pulsante è “Starman”. Inserita quasi all’ultimo momento nel disco, la canzone diventa la chiave d’accesso all’universo di Ziggy. È un brano costruito su una progressione semplice e irresistibile, con un ritornello che esplode in una promessa: “There’s a starman waiting in the sky…”. Non è solo fantascienza; è una metafora di liberazione, un invito a immaginare un altrove possibile. Da un lato è pop puro, immediato, quasi radiofonico. Dall’altro, è un manifesto generazionale che parla di outsider, di giovani che cercano segnali nel rumore del mondo adulto. La celebre esibizione televisiva alla BBC, con Bowie che abbraccia Ronson sul palco, diventa un momento di rottura culturale: per molti ragazzi britannici, fu la rivelazione di una nuova libertà identitaria. Ziggy Stardust non è soltanto uno dei grandi dischi degli anni Settanta. È un’opera che ha ridefinito la relazione tra musica, immagine e narrazione. Ha dimostrato che il rock poteva essere teatro, arte concettuale e confessione emotiva allo stesso tempo.

Un’esordio notevole quello di Annahstasia Enuke che solo diciassettenne, dopo le sue prime registrazioni da autodidatta, fu scoperta e catapultata nelle pressioni di un’industria che quasi soffocò i suoi punti di forza: la resilienza artistica, la gratitudine e la dedizione al processo creativo, oltre naturalmente alla sua voce profonda e straordinaria. La sua musica non alza il volume: scava. È una scrittura che respira, che lascia spazio al silenzio come parte integrante del discorso emotivo. Con Tether, l’artista costruisce un lavoro che ruota attorno al concetto di legame. Il titolo stesso, “Tether”, suggerisce un filo, un’ancora, qualcosa che trattiene e allo stesso tempo protegge. Le orchestrazioni sono essenziali ma profonde: archi discreti, chitarre acustiche che si muovono come ombre, una produzione che privilegia la tridimensionalità della voce. Non c’è mai compiacimento, solo una tensione costante tra fragilità e controllo. Il brano Villain rappresenta uno dei vertici emotivi del disco. Qui Annahstasia gioca con l’idea di colpa e percezione: chi è davvero il “villain” in una storia d’amore o di rottura? La narrazione evita la dicotomia facile tra vittima e carnefice, esplorando piuttosto la zona grigia dove responsabilità e desiderio si intrecciano. La melodia è lenta, quasi sospesa, ma sotto la superficie vibra una tensione sottile. Annahstasia nel suo esordio ha mostrato cifra stilistica rara: un soul alternativo che dialoga con il folk, con la musica da camera, con una certa tradizione cantautorale intimista, ma senza nostalgia. È musica del presente, ma con una profondità che sfugge alla velocità del consumo digitale. Bravissima.

Agli albori degli anni ’90 c’era un’etichetta che stava raggiungendo il culmine del suo successo. La Creation Records, fondata da Alan McGee nel 1983 partita in sordina stava ottenendo un grande successo grazie a gruppi di indie rock come Pastels, Biff Bang Pow!, Primal Scream, Jesus And Mary Chain, Felt, House Of Love, My Bloody Valentine, Ride, Slowdive, Swervedriver, The Boo Radleys per poi raggiungere il culmine con la pubblicazione nel 1991 di Loveless dei My Bloody Valentine e di Screamadelica dei Primal Scream, poco prima dell’esplosione degli Oasis pochi anni più tardi. Grande successo nel 1990 ebbe anche Nowhere, album di debutto dei Ride, band di Oxford in bilico tra le personalità di Andy Bell e Mark Gardener, entrambi chitarristi e autori. L’album è rappresentato perfettamente dall’onda che campeggia sulla copertina, un’onda che spesso è capace di travolgere grazie al feedback della due chitarre e ad una sezione ritmica solida. Prima di lasciarsi andare definitivamente al power pop dal terzo album in poi, in Nowhere i Ride hanno saputo trovare l’equilibrio perfetto tra melodia e rumore, lasciandosi andare in brani dal sapore epico come la “Dreams Burn Down” inserita in scaletta. Il brano si apre con un’introduzione di feedback controllato che lentamente prende forma, trasformandosi in un flusso ipnotico di chitarre e batteria pulsante. Quando la melodia emerge, sembra galleggiare sopra un oceano di suono: fragile ma determinata. A più di trent’anni dalla sua uscita, Nowhere continua a essere uno dei manifesti dello shoegaze, un disco in cui il rumore non distrugge la melodia, ma la rende più intensa, più vasta, più umana.

Andiamo avanti con il podcast parlando di un gruppo di Edimburgo che non ha mai raggiunto il successo che avrebbe meritato. Tra le molte costellazioni nate all’inizio degli anni Ottanta nel Regno Unito, i TV21 occupano un posto particolare: una band scozzese capace di fondere l’energia del post-punk con una sensibilità melodica luminosa e immediata. Formati da Norman Rodger, Ally Palmer, Neil Baldwin, Dave Hampton e Ali Paterson, i TV21 si muovevano in quella zona fertile dove il punk si stava già trasformando in qualcosa di più atmosferico e pop. Il loro primo e unico album è A Thin Red Line, pubblicato nel 1981. Il titolo suggerisce un equilibrio fragile: una linea sottile tra urgenza giovanile e malinconia urbana. Musicalmente il disco si inserisce nel clima creativo del primo post-punk britannico, ma senza la cupezza di molte band contemporanee. Le chitarre sono brillanti e dinamiche, spesso costruite su arpeggi rapidi, mentre la sezione ritmica mantiene una spinta costante che rende le canzoni dirette e vitali. Uno dei brani più emblematici è la This Is Zero” inserita nel podcast. Qui emerge chiaramente la cifra stilistica del gruppo: chitarre taglienti ma luminose, un ritmo nervoso e una linea vocale che alterna introspezione e slancio melodico. Il titolo stesso suggerisce un punto di azzeramento, quasi una riflessione sulla perdita o sul bisogno di ricominciare da capo. Eppure la canzone non suona mai pessimista. Al contrario, la traccia vibra di una vitalità tipica della new wave scozzese dei primi anni Ottanta: una musica che nasce dall’urgenza del punk ma cerca nuove aperture emotive e sonore. A Thin Red Line resta oggi un piccolo classico nascosto della stagione post-punk. Non un disco celebrato quanto altri della stessa epoca, ma un lavoro che testimonia quanto fosse ricca e variegata quella scena e “This Is Zero” ne rappresenta perfettamente lo spirito: energia, melodia e quella sottile inquietudine che attraversava tutta la musica britannica di quegli anni. i TV21 andarono in tour con gli Undertones e aprirono i concerti dei Rolling Stones nelle date scozzesi del loro tour europeo del 1982. Ma le tensioni tra i membri della band e i disaccordi con la Deram, la loro casa discografica, portarono alla prematura fine del gruppo.

Andiamo avanti nel podcast con un altro gruppo nascosto della scena post-punk britannica dei primi anni ’80: i Normil Hawaiians. Formatasi originariamente nel 1979 a Orpington, Londra, la band è in realtà un collettivo in continua evoluzione incentrato sul chitarrista-cantante Guy Smith. La band ha avuto una formazione in continua evoluzione, con due periodi distinti: il primo ha portato alla pubblicazione di due album tra il 1983 e 1984, il secondo quello che ha portato a riformare il gruppo e a pubblicare nel corso del 2024 Empires Into Sand, il primo album di inediti dei Normil Hawaiians in 40 anni. Il gruppo ha affinato il proprio sound nei primi anni ’80, raggiungendo una sorta di sperimentazione pastorale che attingeva dall’ambient drone, dall’impulso motorik e dall’energia post-punk. Empires Into Sand è stato realizzato nello stesso modo dei loro primi tre album, con improvvisazioni e sfumature che hanno influenzato la struttura dei brani. In realtà nel primo periodo c’era stato un terzo disco, Return Of The Ranters (registrato originariamente nel 1984/85, ma poi inconsciamente accantonato) la cui pubblicazione nel 2015 dalla Upset! The Rhythm, ha dato la spinta al gruppo per ricongiungersi con l’intenzione di suonare di nuovo insieme. I Normil Hawaiians hanno tenuto un concerto di lancio per quell’“album perduto” e hanno proseguito con altri concerti, tra cui vari concerti al Cafe OTO. Sono stati persino scelti da Richard Dawson per esibirsi con lui a Londra. Il disco unisce l’energia nervosa e abrasiva del post-punk classico a una produzione moderna e stratificata. Le chitarre sono incisive ma atmosferiche, il basso pulsa come un cuore meccanico e la batteria scandisce un ritmo sospeso tra urgenza e tensione controllata. Non c’è nostalgia fine a sé stessa: ogni traccia riflette una band che ha digerito la storia e l’ha trasformata in linguaggio musicale attuale. La traccia centrale, “Back Home To The Stars”, incarna perfettamente questa doppia prospettiva. È una canzone di ritorno e introspezione, costruita su riff circolari che avvolgono l’ascoltatore, con una linea vocale che oscilla tra osservazione critica e riflessione personale. Il titolo evoca un viaggio ideale verso un’origine perduta o una dimensione lontana, e la musica traduce questa tensione in energia concreta: un equilibrio tra fuga, memoria e aspirazione. Un grande e inaspettato ritorno.

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Ci avviciniamo alla chiusura del podcast andando a percorrere sentieri diversi. Nel 2009, gli Stereolab si erano presi una pausa di riflessione, lasciando liberi i due membri fondatori, Lætitia Sadier e Tim Gane, di percorrere strade alternative. La visione sonora di Gane, che da sempre oscilla tra psichedelia e kraut, aveva dato forma ad un nuovo progetto chiamato Cavern Of Anti-Matter. Il primo lavoro uscito con questa ragione sociale, Blood Dreams del 2013, aveva fatto intravedere alcune delle soluzioni estetiche analogiche predilette da Gane, ma è tre anni più tardi con il monumentale Void Beats/Invocation Trex (registrato a Berlino, tanto per consolidare il legame con il krautrock), che la visione concettuale del musicista britannico e dei suoi due sodali, il batterista Joe Dilworth (presente nella primissima formazione degli stessi Stereolab), e il mago dei sintetizzatori Holger Zapf, prende davvero compiutamente vita. Il DNA degli Stereolab viene rivestito di puro motorik, i primi tentativi di elettronica primordiale vengono celebrati dalla presenza di molti degli strumenti analogici che andavano per la maggiore all’epoca, come l’organo Farfisa o il mitologico synth EMS VCS 3. Anche se ogni tantoi ritmi elettronici e robotici prendono il sopravvento, i tre non dimenticano mai un superbo gusto per la melodia, che riesce sempre a farsi largo qua e là riuscendo a costruire molto bene un perfetto numero pop melodico, come dimostra la splendida e solare “Melody In High Feedback Tones”. Naturalmente siamo tutto felici del grande ritorno degli Stereolab, ma tornando un attimo indietro nel tempo, l’arte plastica di Gane, Zapf e Dilworth è riuscita a modellare un ideale universo retro-futurista, aperto a correnti cosmiche, derive kraut, incursioni psichedeliche e smaglianti aperture pop, con l’elettronica e gli strumenti analogici a fare da propulsore per una sperimentazione che mai come ora, appare profondamente vitale.

Chiudiamo il podcast con le ambientazioni suggestive di uno tra i nomi più enigmatici e influenti dell’elettronica contemporanea. I Boards Of Canada hanno costruito una carriera fatta di ossessione per texture, nostalgia e paesaggi sonori che sfuggono al tempo. Con la loro estetica unica, che mescola campionamenti vintage, synth analogici e melodie sospese, il duo di Mike Sandison e Marcus Eoin riesce a creare un senso di familiarità straniante, come se ogni traccia fosse un ricordo di un futuro mai vissuto. Nel 2013 hanno pubblicato il loro quarto (e finora ultimo) album in studio intitolato Tomorrow’s Harvest, un lavoro atteso da oltre otto anni che conferma la loro capacità di costruire mondi sonori complessi e immersivi. L’album si apre e si chiude con un senso di sospensione, spesso cupo e contemplativo, con ritmi che fluiscono lentamente e melodie che emergono quasi per caso, evocando paesaggi post-industriali e orizzonti alieni. Tomorrow’s Harvest è meno giocoso dei loro lavori precedenti, più oscuro e meditativo, un disco che sembra riflettere tensioni sociali e ambientali in forma astratta. Il brano “Reach For The Dead” è stato il primo estratto e rappresenta uno dei vertici dell’album. Con i suoi synth stratificati, i bassi profondi e i loop ipnotici, la traccia costruisce una tensione lenta e irresistibile. La melodia, eterea e spettrale, sembra sospendere l’ascoltatore in uno spazio tra ricordo e anticipazione, mentre le texture sonore ricordano un paesaggio notturno, vasto e misterioso. I Boards Of Canada, come sempre,  ci portano per mano in un viaggio emotivo, un’esplorazione di spazi interiori e sentimenti sospesi tra meraviglia e inquietudine.

L’ottavo episodio di Sounds & Grooves si chiude qui, con quattordici tracce che hanno attraversato quarant’anni di musica tra punk, post-punk, elettronica e indie visionario, dal vigore dei Wipers alla sospensione ipnotica dei Boards Of Canada. Un episodio che conferma quanto la creatività musicale possa essere attraversata da fili invisibili tra passato e presente, tra memoria e innovazione sonora.

Ma il viaggio non si ferma qui. Nell’Episodio 9 inaugureremo la prima parte della Playlist del 2025, con le posizioni dalla 30 alla 16, esplorando una selezione di artisti eterogenei e magnetici: dalla poetica intensa di Anna B Savage alle atmosfere jazz contemporanee di Ambrose Akinmusire, passando per l’eleganza sperimentale di Mess Esque, la freschezza dei The Cords, l’inventiva dei Cardiacs e le tessiture vocali di Claire Rousay.

Un nuovo episodio pronto a condurvi ancora più a fondo nella geografia musicale del 2025, tra sorprese e scoperte sonore che continueranno a sorprendere l’ascoltatore più curioso.

Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.

Potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perché no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web.

Per suggerimenti e proposte, scrivetemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it.

Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto.

Buon Ascolto

TRACKLIST

1. WIPERS: Youth Of America  da  ‘Youth Of America’  (1981 – Park Avenue Records)

2. DEAD KENNEDYS: Holiday In Cambodia  da  ‘Fresh Fruit For Rotting Vegetables’  (1980 – Cherry Red)

3. THE FLESH EATERS: Digging My Grave   da  ‘A Minute To Pray A Second To Die’  (1981 – Ruby Records)

4. TY SEGALL: Possession  da  ‘Possession’  (2025 – Drag City)

5. CHRIS FORSYTH & THE SOLAR MOTEL BAND: The Rarity Of Experience Part 1&2  da  ‘The Rarity Of Experience’  (2016 – No Quarter)

6. SLEAFORD MODS: Elitest G.O.A.T. (feat. Aldous Harding)  da  ‘The Demise Of Planet X’  (2026 – Rough Trade)

7. LOW: Fly  da  ‘Double Negative’  (2018 – Sub Pop)

8. DAVID BOWIE: Starman  da  ‘The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars’  (1972 – RCA Victor)

9. ANNAHSTASIA: Villain  da  ‘Tether’  (2025 – Drink Sum Wtr)

10. RIDE: Dreams Burn Down  da  ‘Nowhere’  (1990 – Creation Records)

11. TV21: This Is Zero da  ‘A Thin Red Line’  (1981 – Deram)

12. NORMIL HAWAIIANS: Back Home To The Stars da  ‘Empires Into Sand’ (2024 – Upset! The Rhythm)

13. CAVERN OF ANTI-MATTER: Melody In High Feedback Tones  da  ‘Void Beats / Invocation Trex’   (2016 – Duophonic)

14. BOARDS OF CANADA: Reach For The Dead  da  ‘Tomorrow’s Harvest’  (2013 – Warp Records)

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