
C’è una linea sotterranea che attraversa la storia della canzone americana: non è sempre visibile, ma riesce in qualche modo a collegare Broadway al soul di Memphis, il gospel alle confessioni più intime del cantautorato femminile. Su quella linea c’è scolpito il nome di Laura Nyro, un’artista che non è mai stata una star da copertina o un’icona da stadio, ma senza alcun dubbio una delle menti musicali più radicali, sofisticate e influenti della seconda metà del Novecento, capace di alterare in modo irreversibile la grammatica della canzone americana.
In questo episodio racconteremo la storia di una donna che ha scritto classici immortali cantati da altri, ha rivoluzionato la scrittura pop dall’interno e ha pagato il prezzo della propria intransigenza artistica. Per capire davvero Laura Nyro dobbiamo tornare indietro con la Rock ‘N’ Roll Time Machine nella New York di fine anni Sessanta, quando il sogno psichedelico stava già iniziando a incrinarsi.
“Non mi interessano i limiti convenzionali quando si tratta della mia attività di cantautrice. Ad esempio, posso applicare una certa prospettiva femminista alla mia attività di cantautrice, perché è così che vedo la vita. Mi interessano l’arte, la poesia e la musica. In quanto artista di questo tipo, posso fare qualsiasi cosa. Posso dire qualsiasi cosa. Si tratta di esprimere se stessi. Non ci sono confini, non esiste nulla che possa limitarci. Questo è ciò che significa essere un artista.”
Laura Nyro
BRONX, BROADWAY, GOSPEL: l’educazione di una mente sincretica
Laura Nigro nasce a New York, nel Bronx, il 18 ottobre 1947 e cresce in un ambiente dove il jazz convive con l’opera e il musical. Il padre, Louis Nigro, è accordatore di pianoforti e trombettista jazz. La madre, Gilda Mirsky, una contabile figlia di un pittore eccentrico e amante della musica classica e dei musical di Broadway. Una splendida mescolanza di influenze sonore, da John Coltrane a Curtis Mayfield, da Debussy a Nina Simone. Questa formazione artistica spiega quello che diventerà la sua scrittura, visto che Laura non ha mai pensato le sue creazioni in termini di strofa-ritornello, ma in termini di movimento emotivo. Amava modulare le sue canzoni, fargli cambiare direzione, spezzarle e farle ripartire, con l’armonia che diventava narrazione più che una semplice infrastruttura decorativa.
Durante gli anni del liceo alla High School of Music and Art di Manhattan inizia a suonare il pianoforte grazie ad uno Steinway a coda che il padre aveva comprato, ma non si piegherà mai allo studio canonico, trovando fin da subito un approccio allo strumento tanto personale quanto innovativo. Nel frattempo alle sue influenze si aggiungono le canzoni di protesta del primo Bob Dylan e di Joan Baez, trovando terreno fertile in un animo che era pronto ad accogliere le istanze di consapevolezza sociale e dei movimenti per le donne che influenzeranno il suo percorso. Durante gli anni del liceo forma anche un trio vocale soul con due compagne di classe cantando nelle stazioni della metropolitana e agli angoli delle strade. Insieme le tre ragazze cercano fortuna con un’audizione per l’etichetta Roulette che purtroppo per loro terminerà con un malinconico dietrofront.
Una volta diplomata a fatica, Laura inizia a comporre le sue canzoni ma il loro difficile inserimento nel panorama musicale dell’epoca all’inizio ne compromette la pubblicazione. La leggenda vuole che papà Louis, chiamato ad accordare il pianoforte a casa di Artie Mogull, manager noto soprattutto per aver fatto firmare a Bob Dylan il suo primo contratto discografico con la Warner Bros (un decennio più tardi diventerà proprietario della United Artists), insistette così tanto a parlare del talento della figlia da far cedere il noto manager ad accettare un’audizione per il giorno seguente.
Laura arriva all’audizione suonando e cantando tre canzoni: “Stoney End” (che nel 1970 porterà Barbra Streisand al #6), “And When I Die” (nel 1969 un bel #2 per i Blood, Sweat & Tears) e “Wedding Bell Blues” (che nel 1969 arriverà in vetta alle classifiche). Mica male per una ragazza appena diciannovenne. Come avrete capito Mogull aveva già intuito le enormi potenzialità di quella ragazza tanto acerba e impulsiva quando talentuosa, facendogli firmare un contratto discografico e uno di management. In realtà la Nyro firmò il contratto con la Verve Folkways solo dopo aver “venduto” per 5000 dollari “And When I Die” al noto trio folk Peter Paul and Mary che la registrarono nel 1966.
Nel febbraio del 1967, preceduto dal singolo “Wedding Bell Blues / Stoney End” esce il suo album di debutto More Than a New Discovery, registrato su un 4 piste insieme a vecchie volpi della sala di registrazione. Un esordio acerbo ma visionario, dove l’artista ha dovuto a malincuore cedere il suo amato pianoforte al musicista jazz Stan Free e ha dovuto vedere i suoi arrangiamenti leggermente appiattiti. I brani diventeranno celebri grazie ad altri, ma nelle versioni originali si sente qualcosa di più inquieto, meno levigato, con testi che mai si direbbero scritti da una diciottenne. Laura scrive brani che sembrano già sfuggire alla forma standard. La struttura armonica è sorprendentemente mobile. I cambi di tonalità non sono decorativi: sono emotivi. La voce è ancora acerba rispetto agli album successivi, ma già capace di oscillare tra innocenza e dramma. Questo disco è importante per un motivo chiave: dimostra che la sua scrittura è più avanti dell’industria che la circonda.
IL PARADOSSO DEL SUCCESSO
Nonostante alcune voci di corridoio che davano la Nyro per frustrata e scontenta della realizzazione dell’esordio e per la distribuzione non certo ideale del disco (le ristampe del 1969 e del 1973 venderanno molto di più), sembra invece che Laura fosse già mentalmente proiettata verso il secondo lavoro. Il 17 giugno 1967 l’artista si esibì al Monterey Pop Festival, e sebbene alcuni resoconti hanno descritto la sua performance come un fiasco clamoroso, culminato con i fischi del pubblico che la costrinsero a lasciare il palco, le registrazioni rese successivamente disponibili al pubblico sembrano contraddire questa versione dei fatti. Non c’era alcun dubbio, però, che la musica in anticipo sui tempi di Laura Nyro non fosse propriamente in linea con il Festival di Monterey, tanto è vero che il giornalista di Newsweek Michael Lydon recensì la sua performance in modo molto negativo, scrivendo che «la serata toccò il fondo» durante la sua esibizione definita sulla rivista (non certo con un’accezione positiva) come «melodrammatica».
Quando i Blood, Sweat & Tears portano “And When I Die” in cima alle classifiche, la canzone diventa un inno brass-rock. Quando i The 5th Dimension trasformano “Stoned Soul Picnic” e “Wedding Bell Blues” in successi radiofonici, il suono che esce dagli altoparlanti risulta estremamente pulito e calibrato. Ma le versioni originali della Nyro sono molto diverse: più irregolari, più teatrali, più emotivamente fratturati. Il primo grande paradosso della sua carriera è servito: Laura scrive classici mainstream senza mai diventare lei stessa mainstream.
L’uomo che capì tutto e il sistema che non poteva contenerla
Alla fine degli anni Sessanta entra in scena una figura decisiva: David Geffen. Giovane manager con un fiuto straordinario, Geffen (di soli quattro anni più anziano di lei) riconosce immediatamente ciò che molti dirigenti discografici non erano riusciti a capire: Laura Nyro non è una semplice interprete, è un’autrice totale, una compositrice con una grammatica propria. Geffen diventa subito il suo manager e si fa promotore della sua autonomia artistica. In un’epoca in cui le donne nell’industria vengono spesso trattate come interpreti da plasmare, lui difende la sua centralità creativa negoziando per lei uno dei contratti più vantaggiosi dell’epoca per una giovane cantautrice: un segnale di fiducia assoluta nel suo valore. Ma qui nasce anche una tensione strutturale del loro rapporto che in qualche modo porterà alla rottura negli anni a venire perché in David Geffen rappresenta il sistema: di lì a poco fonderà la Asylum Records, che diventerà il cuore del cantautorato californiano con artisti come Joni Mitchell e Jackson Browne, mentre Laura è e sarà sempre allergica al sistema promozionale. Non ama andare continuamente in tournée. Non ama le interviste strategiche. Non ama il compromesso.
Il loro rapporto è intenso, quasi da fratello e sorella e mai sfocerà in una relazione sentimentale, ma simbolicamente rappresenta lo scontro tra due visioni in qualche modi antitetiche perché David Geffen vede la musica come architettura industriale e visione strategica, mentre per Laura Nyro la musica è un’assoluta necessità emotiva e spirituale. Finché gli interessi coincidono, l’equilibrio regge. Ma, come detto, Laura non è fatta per assecondare una macchina promozionale. La tensione tra genio e industria non esploderà mai in un conflitto pubblico, ma si risolverà in una divergenza silenziosa: lei proteggerà la propria vulnerabilità scegliendo l’isolamento creativo, lui costruirà il suo impero industriale: le loro traiettorie si separeranno.
Ma adesso facciamo un passo indietro e torniamo alla fine del 1967, quando Geffen compra la proprietà della musica del primo album da Mogull per 470.000 dollari, risolve il contratto con la Verve e fa accasare la sua prediletta appena ventenne all’etichetta di Bob Dylan e Miles Davis: la Columbia.
Eli And The Thirteenth Confession: l’esplosione creativa

Il risultato dell’approdo di Geffen nella vita artistica di Laura Nyro si concretizza in un capolavoro uscito il 3 marzo 1968: Eli And The Thirteenth Confession. È un disco febbrile, urbano, sensuale, registrato su un otto piste (il doppio dell’esordio) nei primi due mesi dell’anno. Gospel e soul si intrecciano a una teatralità quasi broadwayana. Le canzoni sembrano una sorta di suite compatte: “Eli’s Comin’” cambia pelle più volte in pochi minuti; “Sweet Blindness” danza su un groove obliquo; “Stoned Soul Picnic” vibra di ambiguità armonica. Gli arrangiamenti stavolta sono appannaggio di un suo prediletto come Charlie Calello e il pianoforte (finalmente stavolta completamente suo…) è percussivo, ritmico, centrale. Non accompagna: guida. La Nyro si impunta addirittura per avere i testi scritti su un foglio all’interno della copertina, non certo una consuetudine in quei tempi, facendo salire vertiginosamente il costo della produzione fino a toccare i 36.000 dollari, più del doppio della media dell’etichetta.
Questo è il momento in cui Laura Nyro diventa una forza creativa pienamente autonoma. In un panorama dominato da figure maschili come Bob Dylan o Leonard Cohen, la Nyro offre una scrittura altrettanto radicale ma intrisa di sensualità e spiritualità femminile. Il titolo stesso, “La tredicesima confessione”, è programmatico. C’è un senso di urgenza personale, quasi diaristica. “Eli” è un nome che vibra tra il terreno e il sacro. Può essere un amante, un’ossessione, un’ombra maschile che attraversa le canzoni come un fantasma desiderato. Ma “Eli” è anche un richiamo biblico — “Dio mio” — un’invocazione sospesa tra estasi e abbandono. Nella New York febbrile di fine anni Sessanta, Nyro intreccia spiritualità e sensualità senza chiedere permesso, e quel nome diventa il punto di collisione tra carne e rivelazione.
Poi c’è la questione del titolo: “La Tredicesima Confessione”. Non la prima, non l’ultima: la tredicesima. Un numero che rompe l’ordine, che incrina la perfezione simbolica del dodici. È la confessione che eccede il rituale, quella che non si può più trattenere. Non un peccato sussurrato, ma una dichiarazione totale di desiderio, vulnerabilità, colpa e potere. Il titolo suona come un atto liturgico scritto da una ragazza di vent’anni che canta come se stesse officiando una messa soul. Una sorta di diario in fiamme, le cui pagine sono vergate da un gospel urbano filtrato attraverso la psiche di una poetessa. Questo disco segna una svolta storica: una donna che scrive, arrangia e interpreta con controllo totale nel 1968 non è un fatto comune.
Ma anche qui, come detto, il paradosso è dietro l’angolo. Il disco vende pochino al momento della pubblicazione (si rifarà fortunatamente nel corso degli anni), ma non andrà oltre la posizione 181. Ancora peggio andrà al singolo “Eli’s Comin’”, nemmeno in Top 200, mentre la versione zuccherosa e quasi inoffensiva di “Stoned Soul Picnic” proposta dai The 5th Dimension andrà come un missile dritta dritta sul gradino più basso del podio.
New York Tendaberry: la vulnerabilità radicale

Un anno dopo, tutto cambia. Dopo la pubblicazione di Eli, Laura Nyro passa un periodo denso di varie esperienze: dall’uso di LSD al rapporto sentimentale che durerà un anno con Jim Fielder, bassista dei Blood, Sweat and Tears. Accarezzerà per un attimo anche l’idea di diventare la cantante del gruppo dopo l’abbandono di Al Kooper, ma fortunatamente anche qui la mano di Geffen si dimostrerà risoluta e corretta nel dissuaderla dal suo insano proposito.
Dal suo nuovo attico nella Upper West Side, Laura inizia a scrivere il terzo capitolo, le cui registrazioni sul mixer a 16 piste (si raddoppia di nuovo) si protrarranno per ben 10 mesi. New York Tendaberry, che esce il 24 settembre 1969 non è un seguito: è un ripiegamento. Se Eli è espansivo, Tendaberry è introverso. Le orchestrazioni si diradano, il pianoforte diventa uno spazio drammatico, le pause pesano quanto le note e la sua voce è più esposta. Il brano che da il titolo all’album è quasi un monologo teatrale: voce che si incrina, dinamiche improvvise, pause, sospensioni. New York si trasforma da paesaggio esterno in uno stato d’animo.
“You look like a city. But you feel like a religion to me”
New York Tendaberry
È qui che Laura Nyro anticipa il cantautorato confessionale degli anni Settanta e oltre. Ormai nell’aria il sogno degli anni Sessanta si sta inesorabilmente incrinando, l’ottimismo sta piano piano lasciando spazio a una consapevolezza più dolorosa. Questo disco esprime questo stato d’animo e influenzerà non poco le generazioni successive. Tra i due dischi passa solo un anno, ma emotivamente sembra che sia trascorsa un’intera epoca: dal 1968 dell’energia collettiva al 1969 della disillusione.
Stranamente, visto che l’ambientazione è più scura e intimista, stavolta il riscontro commerciale e di pubblico è maggiore: il disco arriverà al numero 32 della Billboard 200 rimanendo in classifica per ben 17 settimane. Ma anche in questo caso il singolo “Save The Country”, ispirato dall’assassinio di Robert Kennedy e posizionato in chiusura di prima facciata, resterà un flop mentre avrà molto più successo un anno dopo nella trasposizione dei The 5th Dimension (ancora loro…), pronti a traghettarla verso il numero 10. Il brano avrà anche una rilettura splendida (nello stesso anno) nello straordinario Streetnoise dei Trinity di Brain Auger e Julie Driscoll. E se la tensione si stempera in una gioiosa “Time and Love”, come dimenticare la drammatica bellezza di “Gibsom Street”, con la voce che prima sussurra nell’orecchio per poi incendiare tutto quello che incontra.
Nel 1969, la Verve ristampò l’album di debutto della Nyro con il titolo The First Songs e lo stesso anno Geffen e Nyro vendettero la Tuna Fish Music alla CBS per 4,5 milioni di dollari. In base ai termini del suo accordo con la Nyro, Geffen ricevette la metà del ricavato della vendita, rendendoli entrambi milionari.
A questo punto Laura Nyro ha solo 22 anni, 3 brani scritti da lei in Top 10, ed è riuscita a creare un mondo cantautorale completamente nuovo che sarà fondamentale per la nascita e lo sviluppo di numerose artiste. Quale sarà la sua prossima mossa? Andrà sempre più spedita sul tappeto rosso alla luce dei riflettori o si defilerà ritirandosi lentamente dalla centralità pubblica?
Spiritualità e ritiro

Nel novembre del 1970 esce il suo quarto album, Christmas And The Beads Of Sweat dove la Nyro tenta una complicata mediazione tra i due precedenti capolavori. Il disco è abbastanza sottovalutato ma estremamente piacevole, visto che Laura sperimenta un suono più caldo e groove-oriented, più soul, più ritmico ma senza perdere la complessità armonica. Collaborano con lei nientepopodimeno che Duane Allman e Alice Coltrane, la cui arpa cesella la splendida “Upstairs by a Chinese Lamp” che apre la seconda facciata, nonché la Muscle Shoals Rhythm Section, un gruppo di session men della città di Muscle Shoals, nel nord dell’Alabama, a rendere il disco come il più rock (se così possiamo dire) dell’artista, come dimostra “Beads of Sweat”.
Curioso e quasi ironico pensare che l’unico singolo che riuscirà ad entrare nella Top 100 (al #92) sarà proprio la sua rilettura di “Up On The Roof” scritta da Gerry Goffin e Carole King. Paradossale il fatto che i suoi brani siano stati portati al successo da altri mentre il suo unico brano di successo sia proprio una cover… Il disco, che vede anche il brano più lungo scritto dalla Nyro come la splendida scorribanda pianistica “Map To The Treasure”, si fermerà in classifica alla 53° posizione, pagando probabilmente quell’equivoca parola “Christmas” che campeggia in copertina e che in qualche modo inganna il pubblico che lo scambia per un album natalizio. In ogni caso è un periodo di grande popolarità per Laura, che durante le registrazioni del disco sale sul palco del Fillmore East addirittura con il suo idolo Miles Davis come supporto (il trombettista come potete immaginare non la prenderà benissimo), mentre nel tour susseguente all’uscita di Christmas And The Beads Of Sweat gli farà da supporto un Jackson Browne alle prime armi, con cui per un breve periodo intraprenderà una storia sentimentale. Come detto l’album è notevole anche se è spesso sottovalutato, vista la caratura dei due precedenti, ma si sente in sottofondo uno scricchiolio preoccupante: l’industria si sta muovendo verso una maggiore strutturazione del cantautorato mentre lei sembra già guardare altrove.
Nel novembre 1971, con Gonna Take A Miracle, Laura Nyro torna alle radici soul reinterpretando classici R&B insieme al trio vocale Labelle (Nona Hendryx, Patti LaBelle e Sarah Dasha), che nel loro esordio autointitolato pubblicato due mesi prima avevano inserito la sua “Time & Love”. Laura Nyro aveva incontrato Patti LaBelle nel 1970, quando aveva rilasciato una delle sue rare interviste alla manager di LaBelle, Vicki Wickham. Wickham aveva portato LaBelle con sé all’intervista, e le due strinsero una profonda amicizia che le portò ad andare in tour insieme e a progettare un disco insieme. Gonna Take A Miracle rimane estremamente apprezzato dalla critica per la sua atmosfera rilassata, gli straordinari ritmi soul e la classica produzione soul di Philadelphia curata da Kenny Gamble e Leon Huff, duo capace di scrivere e produrre ben 175 dischi d’oro e di platino. É stato il suo ultimo album con un certo successo commerciale, visto che ha raggiunto la posizione n. 46 della Billboard 200, e la n. 41 della classifica degli album R&B. Tra le ballate come “Spanish Harlem” scritta da Phil Spector e portata al successo da Ben E. King e brani più energetici come la splendida versione di “Monkey Time” di Curtis Mayfield o la “You’ve Really Got a Hold on Me” di Smokey Robinson. L’album in realtà è importante perché anche se la Nyro è solo interprete, mostra la fonte primaria del suo linguaggio musicale: il gospel e il soul femminile degli anni ’60. Non è un passo indietro creativo ma semplicemente un ritorno alle origini emotive.
Lo strappo, il lutto e il ritorno
Siamo nel 1971, anno in cui David Geffen si dedica anima e corpo alla fondazione della propria etichetta discografica, la Asylum Records. Il manager annuncia addirittura alla stampa che Laura Nyro (insieme a Joni Mitchell) sarebbe stata la prima cantante a firmare un contratto con la neonata etichetta. Ma Geffen ignorava che in realtà la Nyro aveva invece già rinnovato a sua insaputa il contratto con la Columbia, in quanto reputava fondamentale la lealtà per una etichetta che gli aveva sempre lasciato la libertà artistica che lei cercava e pretendeva. In un intervista del 2012 Geffen descrisse il suo rifiuto come il più grande tradimento della sua vita fino a quel momento dicendo di aver “pianto per giorni” in seguito. Al contrario Laura Nyro vedeva la vendita del suo catalogo non solo passato ma anche futuro per circa 4 milioni e mezzo di dollari come una gretta mercificazione delle proprie creazioni. Lo strappo fu violento, i due si riparleranno solo molti anni dopo, probabilmente senza aver mai perdonato all’altro quello che consideravano come un tradimento. Laura Nyro inizia a ritirarsi progressivamente dalla centralità pubblica. Mentre l’industria si consolida attorno al cantautorato californiano, lei sceglie prima New Orleans, poi un cottage nel Connecticut e una vita più appartata annunciando il suo ritiro dalle scena a 24 anni. Nel 1972 sposa David Bianchini, un veterano della guerra del Vietnam, dopo una storia d’amore fulminea, ma il matrimonio non resse oltre tre anni, durante i quali lei si era abituata alla vita di campagna, in netto contrasto con quella febbrile di New York in cui aveva registrato i suoi primi dischi.
Nel 1975 decide di rientrare nel music business, ma mentre finalmente stava per entrare dopo anni in uno studio di registrazione avvalendosi della collaborazione del produttore e arrangiatore Charlie Calello (con cui aveva già lavorato in Eli And The Thirteenth Confession), Laura subisce due strappi violenti di quelli che possono segnare la vita di una persona. Non tanto la separazione da Bianchini quanto la morte della sua adorata madre Gilda, stroncata da un cancro alle ovaie all’età di 49 anni. Laura non poteva certo immaginare che un destino crudele l’avrebbe fatta morire della stessa malattia alla stessa età della madre due decenni più tardi.
Smile esce nel febbraio 1976, e dal punto di vista musicale possiamo dire che segna l’inizio del “periodo melodico” che l’artista manterrà nei suoi album in studio per il resto della carriera, pur continuando a coltivare il suo fascino per il misticismo attraverso vari strumenti esotici e arrangiamenti particolari. Il brano che dà il titolo all’album, in particolare, esplora un profondo interesse per la cultura dell’estremo oriente e diversi brani, tra cui “Children Of The Junks” e “I Am The Blues”, erano stati scritti e cantati da Nyro in concerto già nel 1971 e nel 1972 (come dimostrano alcuni bootleg) e sono stati successivamente registrati per questo album. In altri brani come “Money” si scaglia contro l’industria musicale mentre la conclusiva “Smile” ci fa ricordare le sue passate suggestioni. In generale il clima riflette il suo nuovo stile di vita rilassato, lontano dai riflettori dei media, perdendo però molto in originalità nonostante l’apporto di grandi musicisti come Michael e Randy Brecker. L’album, naturalmente dedicato alla madre, ottiene un modesto successo nelle classifiche, raggiungendo la posizione numero 60 della Billboard 200, allora nota come classifica degli album pop. Questo la portò al suo primo tour con una band al completo nel 1976, completata dalla chitarra di John Tropea e il basso di Richard Davis (presenti nella registrazioni di Smile) più altri musicisti tra cui spiccano la batteria di Andy Newmark e il vibrafono di Mike Mainieri. Il tour verrà documentato l’anno successivo nell’album live Season Of Lights. il disco, inizialmente progettato come doppio, è stato ridotto a disco singolo dalla Columbia, decisione presa dalla scarsa resa commerciale di Smile. Il doppio è stato pubblicato esclusivamente per il mercato giapponese ed è stato finalmente reso disponibile a tutti solo nel 2008 dall’etichetta Iconoclassic. Inutile dire che è l’edizione preferibile per gustare lo show nella sua interezza e lo straordinario interplay tra i musicisti.
Autoproduzione e interiorità: la maternità e la svolta silenziosa
Dopo il tour Laura Nyro si ritira nella sua nuova casa a Danbury, nel Connecticut, dove fa allestire uno studio nella sua abitazione e registra nell’estate del 1977 i brani che compongono il nuovo Nested che uscirà solo a giugno dell’anno successivo. Le canzoni affrontano temi quali la maternità (il figlio Gil, frutto della sua relazione con l’indiano Harindra Singh, nascerà due mesi dopo l’uscita dell’album e prenderà il cognome dell’ex marito) e l’essere donna, e mostrano un modo di cantare notevolmente più rilassato. La strumentazione è rilassata e fluida, simile a quella di Smile, ma forse meno ispirata al jazz e più melodica. È anche il primo lavoro completamente autoprodotto dalla Nyro, assistita da Roscoe Harring, una scelta radicale, soprattutto per una donna artista negli anni ’70. Se vogliamo fare un po’ di gossip possiamo dire che uno dei chitarristi che suona nel disco è addirittura Vinnie Cusano, cha più tardi farà parte dei KISS dal 1982 al 1984 sotto il nome di Vinnie Vincent. In “Crazy Love” troviamo uno dei momenti più intensi del disco e il suo pianoforte di nuovo in primo piano, Laura non parla di un amore romantico nel senso tradizionale. È qualcosa di più vasto: un amore universale che diventa forza destabilizzante, una tensione costante tra abbandono e controllo. I pochi accordi e la voce che fluttua di “Child in a Universe” ci portano nel cuore spirituale dell’album, mentre l’apertura di “Mr. Blue (Song of Communications)” è una falsa porta d’ingresso: sembra accogliente, ma nasconde subito la grammatica emotiva dell’intero album. Laura canta come se parlasse a qualcuno che non tornerà davvero, il “blue” è sia persona che stato d’animo: una assenza che diventa atmosfera. I critici hanno elogiato l’album come un ritorno melodico alla forma, e la Nyro ha promosso l’album quando era in avanzato stato di gravidanza con un tour da solista vissuto con una nuova consapevolezza di aver trovato finalmente un equilibrio. Nonostante il plauso della critica e un sound probabilmente più commerciale, Nested è diventato il suo primo album dopo il suo debutto del 1967 More Than A New Discovery, a non entrare nella Billboard 200. Il fallimento commerciale fu tale che per anni il disco rimase fuori stampa ed è senza dubbio il suo album in studio meno conosciuto. Dopo la nascita di Gil nell’agosto 1978, si ritirò ancora una volta per lungo tempo dalle luci della ribalta per crescere suo figlio e coltivare l’amore della sua vita con la pittrice Maria Desiderio, relazione felice e duratura visto che durò ben 17 anni, fino alla sua scomparsa.
Gli ultimi lavori, la morte e l’eredità invisibile
I due dischi che chiudono di fatto la sua carriera sono purtroppo anche i più deboli. Il suo spirito avventuroso ormai si era assolutamente stemperato e il suo perfezionismo nella sua sala di incisione di Danbury porterà più spese di ammodernamento (tra i 150.000 e i 200.000 dollari) che risultati compositivi. Affiancata al mixer da Todd Rundgren (fan di lunga data che ben presto abbandona il suo ruolo di produttore citando come fattore determinante il suo approccio incerto) e Nydia Mata, la Nyro da alle stampe Mother’s Spiritual nel gennaio del 1984. Il disco si muove stancamente ricevendo recensioni contrastanti e diverse critiche per essersi trasformata in una sorta di “ambientalista fanatica”. Non va meglio nove anni dopo a Walk The Dog And Light The Light, altro disco che si muove stancamente tra jazz, folk e pop senza mai trovare il guizzo giusto e portando la Columbia un anno più tardi alla decisione di non rinnovare il suo contratto.
Siamo nel 1994 e Laura Nyro accusa come un pugile barcollante il colpo della chiusura di un rapporto per lei fondamentale. A quel punto Laura cerca la strada dei concerti, presentandosi prima in trio e poi da sola con il pianoforte, senza intristirsi nel fatto di suonare in posti molto piccoli, anzi, trovando nuova linfa nel suonare di fronte ad un pubblico affezionato e limitato. Torna addirittura a suonare all’estero, perfino in Giappone, ma a presentare il conto e mettere la parola fine ad un’eventuale rinascita artistica ci pensa lo stesso male incurabile che le aveva portato via madre e nonna materna. L’8 aprile 1997 Laura Nyro muore per un tumore alle ovaie, e lo stesso terribile destino stroncherà anche la sua compagna Maria Desiderio solo due anni e mezzo più tardi. L’accanimento di un destino crudele. Il clamore susseguente alla sua morte non è proporzionato al suo talento, ma, come spesso accade e come ancora più spesso raccontiamo su queste pagine, il tempo renderà merito al suo lavoro.
Elton John ha riconosciuto quanto il suo pianismo abbia influenzato il proprio. Artiste come Tori Amos e Fiona Apple devono più di qualcosa alla sua libertà armonica e alla sua vulnerabilità espressiva. Laura Nyro ha dimostrato che una donna poteva scrivere, arrangiare e interpretare senza mediazioni, con una complessità pari, e spesso superiore, ai colleghi maschi più celebrati. La grandezza di Laura Nyro non sta solo nelle canzoni. Sta nel modo in cui ha usato la forma pop per contenere conflitto, spiritualità, sensualità, non cercando mai di essere semplice o rassicurante.
In un’epoca che celebrava la visibilità, lei ha scelto l’integrità. E forse è proprio per questo che, ancora oggi, ogni volta che una canzone devia dalla forma prevedibile, ogni volta che il gospel si mescola alla confessione, ogni volta che una voce femminile si espone senza protezioni, sotto la superficie si sente un’eco.
È la tredicesima confessione.
È Laura Nyro.
ALBUM IN STUDIO
- More Than A New Discovery (1967, Verve Records; ristampato come The First Songs) US n. 97
- Eli And The Thirteenth Confession (1968, Columbia Records) US n. 181
- New York Tendaberry (1969, Columbia Records) US n. 32
- Christmas And The Beads Of Sweat (1970, Columbia Records) US n. 51
- Gonna Take A Miracle (con Labelle, 1971, Columbia Records) US n. 46
- Smile (1976, Columbia Records) US n. 60
- Nested (1978, Columbia Records)
- Mother’s Spiritual (1984, Columbia Records) US n. 182
- Walk The Dog & Light The Light (1993, Columbia Records)
- Angel In The Dark (2001, Rounder Records; album postumo con brani registrati nel biennio 1994–95)
ALBUM LIVE
- Season Of Lights…Laura Nyro In Concert (1977, Columbia Records)
- Laura (Laura Nyro Live At The Bottom Line) (1989, Cypress Records)
- Live From Mountain Stage (2000, Blue Plate Music)
- Live / The Loom’s Desire (2002, Rounder Music)
- Live In Japan (2003, EMI Special Markets)
- Spread Your Wings And Fly: Live At The Fillmore East May 30, 1971 (2004, Columbia Records)
PRINCIPALI ANTOLOGIE
- Stoned Soul Picnic: The Best Of Laura Nyro (1997, Columbia / Legacy)
- Time And Love: The Essential Masters (2000, Columbia / Legacy)
- Hear My Song: The Collection 1966–1995 (2024, Madfish)