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Sounds & Grooves Podcast | Visioni Notturne: S20E18

Sounds & Grooves – Stagione 20 Episodio 18
Visioni Notturne

Il diciottesimo episodio di Sounds & Grooves ĆØ un viaggio tra folk visionario, jazz liquido e psichedelia espansa

šŸŽ™ļø ā€œBenvenuti a Sounds & Grooves, il podcast dove i dischi prendono vita, i suoni diventano storie e la musica alternativa si racconta senza filtri. Io sono Stefano Santoni: preparatevi a un viaggio tra rumore, melodie e visioni sonore.ā€

Il diciottesimo episodio stagionale attraversa paesaggi sonori in continua trasformazione: dalla trance matematica degli Horse Lords alla psichedelia cosmica dei Can, passando per il folk visionario di Van Morrison, il doom rituale degli OM, le derive ambient dei Seefeel e le memorie elettroniche dei Boards Of Canada.Ā Un viaggio tra progressive, jazz nordico, elettronica, krautrock, folk e sperimentazione sonora, costruito come una lunga esperienza immersiva dove ogni brano dialoga con il successivo.

Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to

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ATTO I — Geometrie ipnotiche e visioni elettriche

Horse Lords: la matematica della trance contemporanea

Il diciottesimo episodio di Sounds and Grooves si apre come una trasmissione captata da una frequenza parallela. Pochi episodi fa, in relazione all’hype abbastanza ingiustificato relativo agli Angine De Poitrine, avevo parlato di alcuni gruppi in grado di esprimere certe coordinate sonore in maniera più esaustiva, completa e creativa, partendo proprio da loro.Ā  Il quartetto di Baltimora chiamato Horse Lords ha costruito negli anni un linguaggio unico, capace di fondere minimalismo, krautrock, microtonalitĆ  e poliritmie africane in una forma sonora ipnotica e meccanica. Loro suonano insieme dal 2010 e la loro struttura ĆØ quella (quasi) classica di un gruppo rock, ma le finalitĆ  sono totalmente diverse. Owen Gardner (chitarra), Max Eilbacher (basso ed elettronica), Sam Haberman (batteria) e Andrew Bernstein (sax e percussioni) agiscono come una sorta di malware capace di annidarsi nel cuore del rock, corromperlo e mutarlo in un’altra entitĆ . Si potrebbe chiamare math-rock, ma non ci sono ne equazioni ne spigoli, ci sono spirali di suono che vengono dagli studi musicali dei singoli musicisti. Tutti e quattro i componenti del gruppo hanno studiato classica contemporanea, in particolare Gardner ha iniziato suonando il banjo ed ĆØ studioso di blues americano e folk africano della Mauritania, Eilbacher studia elettronica e suona il basso solo con gli Horse Lords, Bernstein ha studiato a lungo percussioni africane, mentre Haberman ĆØ l’elemento più prettamente rock e ā€œselvaggioā€. Non ĆØ facile descrivere il suono di questi quattro hackers del rock, perchĆ© quello che esce fuori dai loro solchi ĆØ di grande complessitĆ , visto che coesistono complicate poliritmie, potenti soluzioni sperimentali, afrofuturismi suggestivi, e grooves minimalisti. Da pochissimi giorni ĆØ uscito il loro nuovo album che ĆØ stato presentato cosƬ: ā€œUn emozionante passo avanti nel linguaggio musicale condiviso dalla band, Demand To Be Taken To Heaven Alive! mira a trasportare l’ascoltatore in un regno sonoro spirituale, estatico e utopicoā€. E anche se nelle cartelle stampa non manca mai la tendenza all’iperbole, stavolta c’ĆØ del vero perchĆ© il quartetto ha colpito di nuovo nel segno. Demand To Be Taken To Heaven Alive! ĆØ l’ennesimo disco straordinario dove per la prima volta si lasciano accompagnare da altri musicisti come Madison Greenstone al clarinetto basso, Weston Olencki al trombone e Nina Guo e Evelyn Saylor alle voci (naturalmente non usate in modo convenzionale). Una creativitĆ  che sembra non avere confini come dimostrano i primi due brani dell’album, visto che ā€œEureka 378-Bā€, ĆØ un arrangiamento di musica sacra per arpa del XIX secolo, guidato dalle voci di Guo e Saylor, la cui melodia si espande, ponendo le basi tonali per la seguente, stratosferica, ā€œBrain Of The Firmā€. Come affermano loro stessi, ā€œcerchiamo di creare musica che sfidi lo status quo e offra all’ascoltatore un percorso verso la liberazione. Lo studio e l’esplorazione del suono e della musica hanno una dimensione spirituale ed estatica, e nutriamo una grande riverenza per il loro impatto sull’individuo e sul mondoā€. Se avete bisogno di nuovi stimoli in musica e di un gruppo che suona come nessun altro, gli Horse Lords fanno assolutamente per voi.

Bonner Kramer & Thurston Moore: il dolore trasformato in suono

Dopo aver ridefinito il concetto di rock alternativo con i Sonic Youth, Thurston Moore ha trascorso gran parte della sua carriera solista esplorando territori sempre più astratti e sperimentali. Figura centrale dell’underground americano sin dagli anni ’80, Moore ha contribuito a portare rumore, improvvisazione e avanguardia dentro il linguaggio del rock contemporaneo. Mark Kramer conosciuto professionalmente semplicemente come Kramer e adesso come Bonner Kramer, ĆØ un musicista, compositore, produttore discografico e fondatore dell’etichetta discografica newyorkese Shimmy Disc. ƈ stato membro a tempo pieno di band mai convenzionali come New York Gong, Shockabilly, e Bongwater, ha suonato in tour (di solito al basso) con band come Butthole Surfers, Ween, Half Japanese e The Fugs (nel tour di reunion del 1984) e, non contento, si ĆØ esibito regolarmente con John Zorn e altri musicisti improvvisatori della scena di New York negli anni ’80. Kramer ĆØ stato anche produttore di Daniel Johnston, Galaxie 500 e Low, solo per citare i più noti. La sua sensibilitĆ  ha trovato in Moore un interlocutore ideale per realizzare un’opera che rinuncia a qualsiasi forma di spettacolarizzazione del dolore per concentrarsi invece sulla sua dimensione più intima e contemplativa. They Came Like Swallows (Seven Requiems For The Children Of Gaza), ĆØ un album pubblicato in risposta alla tragedia umanitaria che ha colpito Gaza ed ĆØ esplicitamente dedicato alla memoria dei bambini uccisi durante il conflitto. Il disco si presenta come una meditazione sonora sul lutto, sull’assenza e sull’impossibilitĆ  di trovare parole adeguate di fronte alla sofferenza. Per questo ĆØ esclusivamente strumentale, una psichedelia densa e scura che mira ad una pace che mai come adesso sembra davvero lontana. L’unico brano cantato ĆØ la cover di ā€œInsightā€, uno dei brani meno celebrati ma più profondi del repertorio dei Joy Division. Originariamente pubblicata nel 1979 all’interno di Unknown Pleasures, la canzone rappresentava giĆ  allora una riflessione intensa sull’alienazione, sulla perdita e sulla ricerca di una qualche forma di significato nel caos dell’esistenza. Le voci di Kramer e Moore la rendono davvero intensa e commovente, utilizzando il materiale dei Joy Division come punto di partenza per una riflessione nuova e profondamente contemporanea. Una parte dei proventi di questo album sarĆ  devoluta all’organizzazione umanitaria no profit World Central Kitchen.

ā€œAbbiamo concordato, senza bisogno di parole, di offrire la nostra musica come forma di attivismo sonoro e come energia benefica. Questo album ĆØ il nostro contributo, come duo, alla dignitĆ  umana; ĆØ la nostra musica dell’anima per un pianeta che assomigli, anche solo vagamente, a un luogo di paceā€. (Thurston Moore)

Little Barrie: il ritorno del groove: tra blues moderno, psichedelia e tensione urbana

A fine 2025 avevamo parlato in termini entusiastici dell’incontro tra i Little BarrieĀ eĀ Malcolm Catto, non una semplice collaborazione, ma la convergenza naturale di due visioni sonore affini. Da un lato l’eleganza nervosa e profondamente british della band guidata dallo straordinario chitarrista e cantante Barrie Cadogan, dall’altro il tocco analogico, poliritmico e viscerale del batterista dei The Heliocentrics (e rinomato produttore). Pur rimanendo spesso lontani dai riflettori riservati ai grandi nomi dell’indie inglese, il trio ha sviluppato un linguaggio personale che attraversa blues, funk, garage rock, soul e psichedelia con una naturalezza sorprendente. Fin dagli esordi, i Little Barrie hanno occupato una posizione peculiare all’interno della scena britannica. Nati a Londra nei primi anni 2000, hanno sempre mostrato una forte devozione per la musica americana degli anni ’60 e ’70, ma evitando accuratamente il rischio del semplice revivalismo. La loro forza ĆØ sempre stata quella di assimilare influenze molto diverse e trasformarle in qualcosa di contemporaneo e immediatamente riconoscibile. Una parte importante del fascino della band deriva sicuramente dalla figura di Barrie Cadogan, musicista considerato da molti colleghi uno dei chitarristi più talentuosi della sua generazione. Nel corso della sua carriera ha collaborato con artisti di enorme prestigio come Morrissey, Primal Scream, Paul Weller, The The e Johnny Marr, costruendo una reputazione fondata più sulla qualitĆ  del lavoro che sulla ricerca della notorietĆ . Il suo stile chitarristico combina eleganza tecnica, sensibilitĆ  blues e una particolare attenzione al groove, elementi che costituiscono il cuore stesso dell’identitĆ  dei Little Barrie. Cadogan ha creato il gruppo nel 2000, con una formazione stabilizzata poi nel 2006 quando a dare man forte a Cadogan e al bassista Lewis Wharton era arrivato Virgil Howe, gran batterista e figlio di Steve Howe, chitarrista degli Yes. Dopo la pubblicazione nel 2017 di Death Express (un titolo tristemente profetico), Howe ĆØ venuto a mancare all’improvviso per un attacco cardiaco a soli 41 anni. I superstiti da quel momento hanno inciso solo due lavori insieme a Catto fino alla pubblicazione recente del notevole Gravity Freeze, che vede il ritorno della sigla Little Barrie da sola con l’apporto di Tony Coote dietro ai tamburi. Il funk psichedelico della ā€œLuggin’ Hurtā€ inserita in scaletta mostra il blues come presenza costante, che viene filtrato attraverso sensibilitĆ  funk, suggestioni garage e un’attitudine quasi cinematografica. La chitarra di Cadogan, come sempre, evita qualsiasi forma di esibizionismo virtuosistico per concentrarsi invece sulla creazione di tensione e movimento. Ogni nota sembra collocata esattamente nel punto giusto, contribuendo a una sensazione generale di costante propulsione. Il trio dimostra per l’ennesima volta di essere una delle formazioni più sottovalutate della scena britannica contemporanea.

Ā Caravan: la magia senza tempo di In The Land Of Grey And Pink

Facciamo un triplo salto carpiato all’indietro nel tempo restando in Inghilterra e andando a trovare la scena forse più interessante degli anni ’70, quella che ha trovato il proprio centro nella cittĆ  di Canterbury e in una serie di musicisti capaci di sviluppare una visione completamente diversa della musica cosiddetta progressive. I Caravan furono fondati proprio nella splendida cittadina del Kent nel 1968 da Pye Hastings (chitarra e voce), Dave Sinclair (tastiere), Richard Sinclair (basso e voce) e Richard Coughlan (batteria). I quattro avevano giĆ  suonato in diverse occasioni con una band locale, i Wilde Flowers, di cui facevano parte anche Kevin Ayers e i futuri membri dei Soft Machine Robert Wyatt e Hugh Hopper. Fin dai primi passi era sembrato evidente come il quartetto volesse percorrere una strada personale, distante tanto dall’aggressivitĆ  del rock psichedelico quanto dalla pompositĆ  che avrebbe caratterizzato una parte del progressive britannico degli anni ’70. Se molti gruppi dell’epoca puntavano soprattutto sulla spettacolaritĆ  e sulla complessitĆ  tecnica, i Caravan avevano scelto una via diversa. Le loro composizioni erano certamente sofisticate, ma non rinunciavano mai alla melodia, all’ironia e a una leggerezza quasi pastorale che sarebbe diventata la loro cifra distintiva. Jazz, folk, pop psichedelico e improvvisazione convivevano all’interno di un linguaggio fluido, caratterizzato da un’atmosfera rilassata e profondamente inglese. Dopo i primi due album, il gruppo probabilmente aveva raggiunto il suo apice con il terzo lavoro, dal titolo immaginifico di In The Land Of Grey And Pink, un album che ancora oggi viene considerato uno dei capolavori assoluti della Canterbury Scene e, più in generale, del progressive rock britannico.Ā L’album ĆØ stato scritto e registrato tra la fine del 1970 e l’inizio del 1971 e dal punto di vista strumentale, ĆØ dominato dalla tastiera di David Sinclair, mentre il lato B ĆØ occupato da uno dei momenti più alti del progressive inglese, la suite ā€œNine Feet Undergroundā€. La copertina presenta un dipinto di ispirazione tolkieniana che, ascoltando il disco, ci fa credere che possa esistere davvero una terra dove il rosa e il grigio siano dominanti. Dopo la pubblicazione del disco si stava formando una fedele base di fan e la band era stata chiamata ad esibirsi in festival e concerti prestigiosi, ad esempio quello di Rotterdam davanti a 250.000 persone. L’album era stato descritto come ā€œpraticamente impeccabileā€ e la band sembrava destinata al successo a livello nazionale e internazionale. Ma proprio in quel momento cruciale, forse per le vendite del disco non propriamente eccezionali, Dave Sinclair decise di lasciare la band. Come ha cercato di spiegare Pye Hastings, ā€œDave stava facendo progressi più rapidamente di tutti noi e credo che si sentisse frustrato nel vedere altre band di dubbia qualitĆ  ottenere maggiori guadagni. Certo ĆØ che i nostri manager probabilmente erano davvero fuori di sĆ©: la band stava migliorando in modo incredibile, il nuovo album appena uscito era stato incensato dalla critica ma il membro più importante del gruppo aveva deciso di andarseneā€. La title track, ā€œIn The Land Of Grey And Pinkā€, cantata da Richard Sinclair nella sua maniera calda e rilassata, possiede una grazia disarmante. Non ci sono virtuosismi ostentati nĆ© improvvise accelerazioni tecniche. Tutto si sviluppa con una naturalezza sorprendente, attraverso una melodia morbida, accompagnata da arrangiamenti raffinati e da un’atmosfera sospesa tra nostalgia e sogno. Nel corso degli anni, i Caravan hanno continuato la loro attivitĆ  attraversando numerosi cambi di formazione e pubblicando altri lavori di grande valore, e anche se non hanno mai raggiunto la popolaritĆ  dei grandi nomi del progressive, la loro influenza ĆØ rimasta costante e profonda. Molti musicisti appartenenti al jazz-rock, al neo-progressive e persino all’indie contemporaneo hanno riconosciuto il loro debito nei confronti del loro suono unico.

Van Morrison e il richiamo delle origini: Veedon Fleece, il capolavoro nascosto

Restiamo negli anni ’70 con un artista straordinario che da un po’ di tempo non appariva nei podcast. Van Morrison, dopo aver abbandonato i Them e dopo il deludente album d’esordio, aveva finalmente ottenuto il successo che meritava a fine anni ’60 con il monumentale jazz-folk acustico di libero impatto espressivo di cui era permeato Astral Weeks. Due anni dopo l’artista nordirlandese si trovava ancora in un tale stato di grazia artistica da decidere di non fotocopiare l’album precedente, ma di comporre brani dall’atmosfera più rilassata innestandogli un’anima soul che troveremo spesso nella sua discografia. Il risultato si intitolava Moondance, un album diverso ma egualmente straordinario inciso da un’artista al culmine della sua ispirazione. Per questo podcast ho voluto andare un po’ più avanti nel tempo, quando dopo la pubblicazione di un doppio che immortalava anche la sua istrionica bravura sul palco, Van The Man ha dovuto affrontare un momento di distacco dalla musica coinciso con una crisi artistica dovuta dal minore successo degli album pubblicati dopo Moondance e il divorzio dalla modella Janet Rigsbee dopo 7 anni di matrimonio. Veedon Fleece, pubblicato nell’ottobre del 1974, ĆØ rimasto a lungo in ombra rispetto a capolavori universalmente celebrati come i due migliori, ma oggi viene considerato da molti appassionati e critici una delle opere più profonde e misteriose dell’intera carriera del musicista nordirlandese, una sorta di capolavoro segreto che continua a rivelare nuovi significati a ogni ascolto. La realizzazione dell’album era partita dal suo ritorno in Irlanda dopo molti anni di assenza a fine 1973 insieme alla sua nuova compagna Carol Guida. Le tre settimane trascorse nel visitare la costa sud-ovest dell’isola verde aveva dato nuova ispirazione a Morrison, pronto, una volta tornato negli USA, a prendere nuovi musicisti e una parte della sua appena sciolta The Caledonia Soul Orchestra per fargli incidere le canzoni composte in vacanza. Le tracce del disco sembrano emergere lentamente da una nebbia di ricordi, immagini e riferimenti poetici. Folk irlandese, jazz, soul e ballate acustiche convivono in un’atmosfera sospesa, quasi autunnale. Morrison canta con un’intensitĆ  trattenuta, evitando qualsiasi forma di spettacolaritĆ . Tutto appare avvolto da una luce soffusa e crepuscolare, come se il disco fosse stato registrato in uno spazio lontano dal mondo. Un folk psichedelico venato di jazz, che sembra contemporaneamente inquieto e rassicurante, malinconico ma mai triste. In realtĆ  la ā€œCountry Fairā€ collocata in chiusura di album e inserita in scaletta era stata originariamente concepita durante le sessioni del precedente Hard Nose The Highway e soltanto in seguito trovò la sua collocazione definitiva all’interno di Veedon Fleece. Ma alla resa dei conti la scelta si ĆØ rivelata assolutamente perfetta, perchĆ© la canzone possiede proprio quella qualitĆ  rasserenante che sembra riassumere lo spirito dell’intero lavoro. Una chiusura discreta e poetica per uno dei lavori più sottovalutati e affascinanti della carriera di Van Morrison, artista che continua a graffiare anche ai giorni nostri.

ATTO II — SpiritualitĆ , memoria e dissoluzione

Paul McCartney: il ritorno alla memoria di The Boys Of Dungeon Lane

Credo che questo sia una sorta di miracolo: poter parlare di un nuovo album di uno di quegli artisti che ha segnato in modo davvero indelebile gli ultimi 60 anni di musica. Paul McCartney, naturalmente ĆØ di lui che stavo parlando, continua incredibilmente a dimostrare una qualitĆ  che pochi musicisti della sua generazione possono vantare: la capacitĆ  di guardare indietro senza trasformare la nostalgia in esercizio celebrativo. Con The Boys Of Dungeon Lane, il suo nuovo album appena pubblicato, l’ex Beatle firma uno dei lavori più intimi e riflessivi della sua lunga carriera, un disco attraversato dai ricordi dell’infanzia a Liverpool, dagli affetti familiari e da quella particolare capacitĆ  di trasformare la memoria in racconto musicale. Il titolo dell’album fa riferimento a una strada della zona di Speke, nella Liverpool della sua infanzia, e rappresenta una sorta di viaggio sentimentale dentro i paesaggi e le emozioni che hanno formato il giovane Paul prima di diventare uno dei motori di quel gruppo che ha cambiato musica e costume negli anni’60 chiamato The Beatles. Dungeon Lane ĆØ la strada che Paul vede ancora quando torna a casa, e che rappresenta una sorta di porta d’accesso simbolica a un mondo precedente alla sua fama: i pomeriggi sulle rive del Mersey, con un libro sul birdwatching in mano, bar fumosi, chitarre economiche, e sogni ancora da realizzare. Questo nuovo album nasce dalla collaborazione con il produttore Andrew Watt, con il quale McCartney ha lavorato a partire dal 2021. Le sessioni di registrazione del nuovo disco si sono protratte per diversi anni, tra Los Angeles e lo studio domestico di Hogg Hill Mill, accompagnando le pause del tour mondiale del Baronetto. L’album alterna momenti di rock dal sapore Wings, armonie che rimandano ai Beatles e ballate caratterizzate da una delicata vena autobiografica. Naturalmente non ci sono rivoluzioni sonore, ma il disco possiede una sinceritĆ  disarmante narrata da una voce inevitabilmente cambiata dal tempo, ma capace di acquisire una fragilitĆ  che rende ancora più intenso il carattere delle composizioni. La malinconia non ĆØ mai tristezza, ma piuttosto accettazione serena del passato e delle persone che hanno contribuito a costruire la sua vita. La ā€œFirst Star Of The Nightā€ inserita nella parte finale del disco e a metĆ  del podcast ĆØ una sorta di conversazione silenziosa con il tempo che passa. Il titolo stesso evoca immagini semplici e universali: la prima stella che appare nel cielo serale, simbolo di quiete, memoria e speranza. All’etĆ  di quasi 84 anni, Macca si affida alla forza della melodia e a una scrittura che conserva intatta quella grazia compositiva che lo accompagna dagli anni Sessanta, accompagnato in un paio di tracce dal vecchio sodale Ringo Starr, e dalla memoria che ci consente di rivivere i momenti delle prime canzoni scritte con Lennon e i viaggi in macchina con Harrison. Come detto in precedenza, ĆØ un miracolo ascoltare un nuovo album di Paul, ed ĆØ ancora più bello il fatto che sia un album straordinario.

Ky Brooks: la bellezza inquieta del cambiamento

Negli ultimi anni la scena musicale di MontrĆ©al si ĆØ confermata uno dei laboratori creativi più fertili e imprevedibili del Nord America. Accanto ai nomi storicamente associati alla cittĆ  canadese, come Godspeed You! Black Emperor, Silver Mt. Zion o Big|Brave, ĆØ cresciata una nuova generazione di artisti capaci di attraversare i generi senza preoccuparsi delle etichette. Tra questi, Ky Brooks occupa una posizione particolarmente interessante. Musicista, tecnico del suono, organizzatrice culturale e figura centrale della comunitĆ  indipendente della cittĆ , Brooks ha sempre concepito la musica come uno spazio aperto all’incontro, alla sperimentazione e alla trasformazione. Prima di intraprendere il percorso solista con il semplice nome di Ky, la Brooks si era fatta conoscere come voce e autore dei Lungbutter, trio noise-punk capace di fondere aggressivitĆ , sensibilitĆ  queer e una forte componente performativa. Parallelamente aveva partecipato a numerosi progetti, dai Femmaggots al trio sperimentale Nag, contribuendo anche alla crescita di La Plante, uno degli spazi autogestiti più importanti della scena underground di MontrĆ©al. In questo contesto di continua contaminazione ĆØ maturata l’esigenza di sviluppare una scrittura più personale e meno vincolata alle dinamiche del rock tradizionale. Nel 2021 Joni Sadler, batterista delle Lungbutter ĆØ venuta a mancare per un improvviso aneurisma cerebrale, portando le due compagne nello sconforto e naturalmente alla chiusura immediata delle attivitĆ  della ragione sociale. Per esorcizzare in qualche modo questo dolore, Ky ha chiamato a raccolta alcuni amici musicisti come il chitarrista Mathieu Ball (Big|Brave), il bassista Joshua Frank, il batterista Farley Miller, il sassofonista James Goddard (anche all’elettronica) per creare Power Is The Pharmacy, un album di art-punk cerebrale e viscerale ā€œche parla principalmente di dolore, morte, paura della perdita, perdita dei sogni, perdita della giovinezza, delle persone, dello spazio pubblico e, in ultima analisi, di se stessiā€. Il disco ĆØ stato pubblicato proprio dalla Constellation, casa discografica che da oltre venticinque anni rappresenta uno dei punti di riferimento mondiali per la musica indipendente e sperimentale. Una raccolta di canzoni emotivamente elettrizzante che spazia tra i generi e che ĆØ alimentata dalla penetrante poesia di Ky, sia cantata che espressa attraverso un emozionale spoken word. ā€œThe Dancerā€, con il moog di Nick Schofield, ĆØ uno dei brani che meglio sintetizza il desiderio dell’artista di esplorare territori nuovi. In un disco spesso attraversato da atmosfere cupe e riflessive, la canzone introduce una pulsazione quasi ipnotica, costruita su arpeggiatori sintetici, ritmi meccanici e un groove costante che richiama tanto certa elettronica minimale quanto le derive più oblique della new wave. Anche il video che accompagna il brano (guardalo qui a fianco), realizzato da Eric Bent, insiste su questa idea del movimento come esperienza primordiale, mostrando un bambino che impara a muoversi e a scoprire il proprio corpo attraverso il gesto e il ritmo. Una metafora perfetta per una composizione che parla della danza non tanto come intrattenimento, ma come linguaggio fondamentale, quasi ancestrale. Ky, che adesso si nasconde spesso sotto il nome di hidden_attachment, ĆØ una delle voci più originali emerse dalla scena canadese contemporanea e una conferma della straordinaria capacitĆ  della Constellation di intercettare musicisti che continuano a immaginare nuove forme di libertĆ  sonora.

BIG|BRAVE, il peso del dolore e la forza della speranza: In Grief Or In Hope

Se solo recentemente mi sono riavvicinato a certe sonoritĆ  di musica che potremmo definire metal, il merito, tra gli altri, ĆØ deiĀ BIG|BRAVE, trio canadese composto da Robin Wattie (chitarra e voce), Mathieu Ball (chitarra) e Tasy Hudson (batteria). Loro si collocano in quel nebuloso spazio tra il metal e la sperimentazione, alternando una schiacciante e drammatica pesantezza con una leggerezza eterea e meditativa, in una modalitĆ  che pochi dei loro colleghi riescono a percorrere con successo. Dopo aver sperimentato in ambitoĀ dark folkĀ insieme ai compagni di etichetta The Body, lo scorso anno i tre erano tornati a far sentire le loro sonoritĆ  ossessive, pesanti e distorte con due album straordinari comeĀ Nature MorteĀ eĀ A Chaos Of FlowersĀ che avevo posizionato sul podio della mia personaleĀ Playlist 2024, con cui pensavo che avessero raggiunto l’apice del loro percorso e che aveva raggiunto la Top 30 della mia classifica. Dopo un album interlocutorio come OST dello scorso anno, il gruppo di Montreal ĆØ pronto a pubblicare il suo decimo album, intitolatoĀ in grief or in hope, il 12 giugno 2026 definito come ā€œuna visione creativa del suono elettroacustico e della narrazione emotiva, un’infinita ricchezza di distorsioni travolgenti e bellezza devastanteā€. Il nuovo album segna una svolta per i BIG|BRAVE verso composizioni più dense e orientate alla chitarra. Con il bassista Liam Andrews (MY DISCO, Aicher), da tempo in tour con la band, che si unisce per la prima volta in studio alla chitarrista/cantante Robin Wattie e al chitarrista Mathieu Ball, i brani sono sapientemente stratificati con un ricco intreccio di armoniche e complessitĆ  tonali. Ogni brano ĆØ un microcosmo di distorsioni in netto contrasto con passaggi delicati della voce della Wattie. Le progressioni istintive del trio sono rese più vivide dalla registrazione dal vivo, che sfrutta il suono imponente e caratteristico delle loro esibizioni. All’interno di loop dalla trama massimalista e voci elaborate, i brani utilizzano l’estetica della musica drone, elettronica e heavy su una base di forma pop. La Wattie ha scritto: ā€œVolevo esplorare frasi musicali accattivanti e melodiche intrecciate all’intensitĆ  della strumentazione e ai cambiamenti di accordi monotoni. Tutto ciò su cui riuscivo a riflettere era il dolore e la speranza; la morte e la vita; causa ed effetto; esperienze condivise dell’essere umanoā€. Con la ā€œAn Uttering Of Antipathyā€ inserita in scaletta, i BIG|BRAVE dimostrano ancora una volta la loro capacitĆ  di fondere drone, post-rock e noise in un’unica esperienza sonora immersiva. Il brano si sviluppa attraverso lunghi strati di chitarre riverberate e batterie ipnotiche, mentre la voce di fluttua tra fragilitĆ  e potenza, conferendo una dimensione emotiva intensa alla struttura monumentale del pezzo. Il brano riflette sull’incapacitĆ  di comprendersi reciprocamente, traducendo concetti emotivi complessi in architetture sonore minimaliste ma dense. L’ascolto ĆØ un esercizio di attenzione e pazienza: ogni microcambiamento nel tessuto musicale rivela dettagli nascosti, rivelando la profonditĆ  emotiva della band, ormai maestra nella capacitĆ  di creare musica che unisce intensitĆ  emotiva e sofisticazione sonora. Anche senza la batteria di Tasy Hudson (che non mi ĆØ dato di sapere se ĆØ stata definitivamente accantonata), il gruppo con la sua anima tanto intima e sofferta quanto potente e apparentemente monolitica, ĆØ pronto ad intraprendere un nuovo percorso di enorme intensitĆ  emotiva.

OM: la via mistica del suono di Advaitic Songs

Dopo la chiusura dell’avventura Sleep, band che aveva ridisegnato i confini dello stoner rock, il cantante e bassista Al Cisneros insieme al batterista Chris Hakius decisero nel 2003 di formare una loro band, chiamandola OM, un duo dedito ad una sorta di lento rituale doom con precisi riferimenti religiosi. Om ĆØ un termine indeclinabile sanscrito che ha il significato di solenne affermazione, ed ĆØ anche il mantra più sacro e rappresentativo della religione induista. GiĆ  dal nome quindi il duo aveva in mente l’idea di trasferire in musica una personale declinazione spirituale ed esoterica della psichedelia. Fin dagli esordi con Variations On A Theme e Conference Of The Birds, gli OM si sono distinti per un approccio unico. Se gli Sleep avevano portato il doom verso dimensioni cosmiche, gli OM hanno sostituito la furia psichedelica con una forma di contemplazione. I loro brani si sviluppano lentamente, attraverso linee di basso ipnotiche e ritmi circolari che sembrano richiamare tanto il minimalismo contemporaneo quanto le tradizioni liturgiche dell’Oriente e del Medio Oriente. Con l’ingresso di Emil Amos dei Grails alla batteria, la musica del gruppo si ĆØ progressivamente aperta a nuove influenze, fino ad arrivare nel 2012 a Advaitic Songs, probabilmente il vertice creativo della loro carriera e tuttora ultimo album in studio del duo. Pubblicato dalla Drag City, il disco rappresenta una straordinaria sintesi tra doom, psichedelia, musica sacra e suggestioni provenienti dalle tradizioni musicali dell’India, dell’Etiopia e del Medio Oriente. Il titolo stesso fa riferimento all’Advaita Vedānta, corrente filosofica induista fondata sul principio della non dualitĆ , secondo cui tutto ciò che esiste ĆØ parte di una medesima realtĆ . L’album fu registrato presso gli Electrical Audio di Chicago, con il compianto Steve Albini come ingegnere aggiuntivo, cosa che ha contribuito non poco a mantenere quella trasparenza sonora e quella naturalezza timbrica che caratterizzano l’album. La band si dimostra maestra nel creare ambientazioni evocative e trascendentali, dando vita ad una vera e propria saga oscura, orientaleggiante, mistica e spirituale. Un doppio album che vede la presenza del nuovo membro Robert Aiki Aubrey Lowe (ex 90 Day Men) alla voce e cori, e che presenta ben tre brani su cinque sopra i dieci minuti. Ancora una volta l’iconografia cristiana trova spazio in una loro cover, con Giovanni Battista che campeggia nella copertina dell’album. ā€œState Of Non-Returnā€ ĆØ uno dei brani di maggior impatto del disco, perfetta per mostrare la maniera evocativa ed epica di composizione del gruppo statunitense. Con Advaitic Songs, gli OM hanno raggiunto una dimensione artistica difficilmente classificabile. Il loro lavoro non appartiene soltanto al metal, ma dialoga con la musica contemporanea, con la spiritualitĆ  e con la ricerca sonora più radicale.

Alvarius B. : con Malarial Dream Alan Bishop torna a evocare i fantasmi dei Sun City Girls

Alan Bishop ĆØ un contrabbassista, chitarrista e sassofonista americano, grande appassionato di tradizioni mediorientali e fondatore di una meravigliosa ed indimenticabile band chiamata Sun City Girls. La morte del percussionistaĀ Charles Gocher nel 2007 ha segnato la fine definitiva dei Sun City Girls, ma non ha interrotto la creativitĆ  di Bishop. Trasferitosi al Cairo, dove vive da molti anni, l’artista ha continuato a sviluppare il mondo di Alvarius B., progetto iniziato negli anni ’90, intrecciando la propria attivitĆ  con quella dei The Invisible Hands, Dwarfs of East Agouza, e dell’etichetta Sublime Frequencies, fondata insieme a Hisham Mayet e dedicata alla riscoperta di musiche provenienti dall’Asia, dal Medio Oriente e dall’Africa. L’esperienza egiziana ha lasciato un segno evidente nel suo repertorio, nel quale melodie occidentali e suggestioni orientali si fondono in maniera naturale. Soprattutto dei Dwarfs ci siamo occupati molte volte su queste pagine, progetto estremamente interessante nato nel 2015Ā insieme all’egiziano Maurice Louca ed al canadese Sam Shalabi che da oltre un decennio riesce a contaminare in maniera straordinariamente creativa gli strumenti e i suoni della tradizione araba con l’elettronica europea e l’improvvisazione. Qualche anno fa avevamo giĆ  inserito in scaletta il monumentale With A Beaker On The Burner And An Otter In The Oven, triplo album che testimoniava l’ampiezza di una scrittura che alterna momenti di dolcezza quasi classica a improvvise deviazioni surreali. Dopo quasi un decennio da quel disco straordinario, Bishop ha riportato in vita il suo alter ego Alvarius B. con Malarial Dream, pubblicato dall’etichetta Abduction. Registrato al Cairo, dove il musicista statunitense vive da oltre quindici anni, il nuovo lavoro rappresenta uno dei capitoli più affascinanti e accessibili della sua lunga avventura solista, recuperando lo spirito degli ultimi Sun City Girls e filtrandolo attraverso le esperienze maturate nel mondo arabo e nelle numerose collaborazioni sviluppate negli anni. Composto da nove brani e costruito prevalentemente su materiale originale, il nuovo album si allontana dalle forme cantautorali più scarne dei lavori recenti per assumere i contorni di un vero disco d’ensemble. Attorno a Bishop ruota infatti una comunitĆ  di musicisti provenienti da altri progetti come The Invisible Hands, oltre ai suoi sodali dei Dwarfs of East Agouza e figure di primo piano della scena sperimentale locale e internazionale come Cherif El Masri (chitarra), Eyvind Kang (viola) e Asher Gamedze (batteria). Il risultato ĆØ un mosaico sonoro in cui psichedelia, folk, blues desertico e suggestioni mediorientali convivono con assoluta naturalezza. La splendida psichedelica “The Multiple Hallucinations Of An Assassin – Part 2” inserita in scaletta fa entrare il disco nel suo territorio più caratteristico, fatto di percussioni ipnotiche, strumenti tradizionali e melodie che sembrano sospese tra sogno e rituale. Alan Bishop ha dimostrato ancora una volta che Alvarius B. ĆØ molto più di un semplice progetto parallelo, ma una sorta di suo laboratorio personale, uno spazio libero nel quale convergono decenni di esplorazioni sonore, memorie psichedeliche e influenze raccolte lungo un percorso che continua a sfuggire a ogni classificazione. In un panorama musicale spesso troppo prevedibile, la sua capacitĆ  di sorprendere rimane un privilegio raro.

ATTO III — Psichedelia liquida e memorie elettroniche

I Can e l’universo di Tago Mago, il disco che reinventò il rock

Quando alla fine degli anni Sessanta la musica rock sembrava oscillare tra psichedelia e blues elettrico, in Germania una manciata di gruppi stava cercando un linguaggio completamente nuovo. Tra questi, i Can sarebbero diventati la formazione più visionaria e influente. Fondati nel 1968 a Colonia dal tastierista Irmin Schmidt e dal bassista Holger Czukay, entrambi allievi del compositore Karlheinz Stockhausen, insieme al chitarrista Michael Karoli e allo straordinario batterista Jaki Liebezeit, i Can nacquero con l’idea di superare i modelli angloamericani e creare una musica capace di fondere avanguardia colta, improvvisazione, funk, elettronica e psichedelia. Il loro nome sarebbe diventato indissolubilmente legato al krautrock, termine coniato dalla stampa britannica che, pur riduttivo, finƬ per identificare una delle correnti più innovative della musica europea. Kenji ā€œDamoā€ Suzuki, scomparso due anni fa, era nato a Kobe, in Giappone, il 16 gennaio 1950. Appena diciottenne si era trasferito in Europa, dapprima in una comune svedese e poi in Irlanda, Francia, Regno Unito e Germania, guadagnando soldi con il busking. Proprio mentre suonava in strada a Monaco ĆØ stato notato da Holger Czukay e Jaki Liebezeit. I Can erano in cerca di un cantante dopo l’abbandono di Malcolm Mooney subito dopo l’uscita del primo albumĀ Monster Movie (1969). Leggenda vuole che la sezione ritmica del gruppo tedesco, colpita dal canto surreale e poco convenzionale di Suzuki, lo invitasse a unirsi al gruppo giĆ  dalla sera stessa. La sua presenza portò nei Can una componente ancora più imprevedibile: la voce diventava uno strumento ritmico, una successione di parole inventate, frammenti di lingue differenti e intuizioni spontanee. La band divenne in breve uno dei gruppi più importanti della scena tedesca grazie ad un suono innovativo e visionario, che coraggiosamente andava a pescare dal minimalismo contemporaneo (Czukay e Schmidt erano entrambi allievi di Stockhausen) alla psichedelia, incastrandosi meravigliosamente con i Velvet Underground e una certa musica etnica. La loro avanguardia si celebrò con l’uscita del seminaleĀ Tago MagoĀ nel 1971. Ascoltiamo insieme la meravigliosaĀ ā€œPaperhouseā€, che dimostra come la loro libera sfrontatezza e anarchica purezza sia stata fonte di ispirazione per tantissimi artisti degli anni settanta e ottanta, tra cui David Bowie, Joy Division, Stone Roses e Talking Heads. Il branoĀ  rivela anche il metodo di lavoro unico dei Can. Il gruppo registrava lunghe improvvisazioni dalle quali Holger Czukay, pioniere del montaggio su nastro, ricavava successivamente le versioni definitive. In questo processo composizione e improvvisazione diventavano indistinguibili, anticipando tecniche che sarebbero diventate comuni decenni più tardi nella musica elettronica e nella produzione digitale. A oltre mezzo secolo dalla sua pubblicazione, Tago Mago continua a essere un punto di riferimento imprescindibile. La sua modernitĆ  appare quasi sorprendente: molti dei linguaggi sviluppati dai Can sarebbero stati riscoperti anni dopo dal post-punk, dall’ambient, dalla techno e dal rock alternativo. L’unico membro fondatore rimasto in vita, Irmin Schmidt, ha pubblicato a cadenza regolare una serie di album live rimasterizzati che mostra l’incredibile bravura anche improvvisativa del gruppo. Uno di questi album, Live In Paris 1973, ci ha riportato indietro a una delle ultime performances di Suzuki insieme a loro.

Mariam Wallentin incontra il Vestnorsk Jazzensemble: la primavera in movimento di Spring Flood

Cambiamo atmosfera e andiamo a parlare di un’artista che ĆØ una presenza quasi fissa su queste pagine. Da quasi vent’anni Mariam Wallentin occupa una posizione unica nella musica scandinava. Cantante, compositrice e polistrumentista svedese, conosciuta soprattutto per il duo Wildbirds & Peacedrums insieme al marito Andreas Werliin, per il progetto solista di alternative pop Mariam The Believer e per la sua presenza all’interno della Fire! Orchestra, la Wallentin ha costruito un linguaggio personale capace di unire improvvisazione, jazz, musica contemporanea e songwriting sperimentale. La sua voce, intensa e profondamente espressiva, ĆØ diventata nel tempo uno degli strumenti più riconoscibili della scena scandinava. Il nuovo capitolo della sua carriera prende forma con Spring Flood, frutto della collaborazione con il Vestnorsk Jazzensemble e pubblicato dall’etichetta norvegese Hubro. Più che un semplice incontro tra una cantante e un ensemble, il disco rappresenta un vero lavoro collettivo, nato dall’interazione spontanea tra musicisti accomunati dalla stessa sensibilitĆ  verso l’improvvisazione e la ricerca sonora, più orientato alla forma canzone rispetto alla Fire! Orchestra. L’origine del progetto risale alla primavera del 2023, quando la Wallentin ha soggiornato per un breve periodo a Basilea. Il continuo scorrere del Reno, i colori della stagione e le sensazioni di un luogo estraneo ma in qualche modo familiare hanno alimentato una serie di appunti e frammenti poetici che l’artista mano a mano ha raccolto in una sorta di diario personale. Poche settimane più tardi, quei materiali sono arrivati a Bergen, dove il Vestnorsk Jazzensemble l’aveva invitata per una serie di prove. L’atmosfera e la sinergia che si era immediatamente creata in studio ha convinto immediatamente i musicisti a trasformare quelle sessioni in una registrazione vera e propria. In appena due giorni erano pronti gli 8 brani di Spring Flood, un lavoro costruito sull’ascolto reciproco, sull’intuizione e sulla libertĆ  espressiva.Ā Guidato artisticamente dal sassofonista Kjetil MĆøster, il Vestnorsk Jazzensemble ĆØ una formazione a geometria variabile che riunisce alcuni dei migliori musicisti della Norvegia occidentale. L’organico utilizzato per Spring Flood comprende archi, arpa, tromba, chitarra, basso e una doppia sezione ritmica, elementi che permettono alla musica di espandersi continuamente tra paesaggi cameristici, improvvisazione e pulsazioni più energiche. Il risultato ĆØ un suono ricco di dettagli, in cui ogni intervento sembra nascere organicamente dal precedente. La splendida ā€œBaselā€ ĆØ uno dei primi singoli anticipatori, capace di tradurre in musica il ricordo della cittĆ  svizzera e del fluire incessante del fiume. Mariam Wallentin ha confermato ancora una volta la propria straordinaria capacitĆ  di muoversi tra generi differenti senza perdere identitĆ , mentre il Vestnorsk Jazzensemble dimostra quanto la tradizione jazzistica scandinava continui a essere uno dei laboratori più fertili e innovativi della musica contemporanea.

Seefeel, il ritorno dopo quindici anni con Sol.Hz

Chiudiamo il podcast con due gruppi molto amati che sono tornati a deliziare i nostri padiglioni auricolari dopo parecchi anni di silenzio. All’inizio degli anni ’90 il londinese Mark Clifford entusiasta ricercatore musicale, ha creato i SeefeelĀ insieme a Daren Seymour (basso), Justin Fletcher (batteria ed elettronica), e Sarah Peacock (voce e chitarra). Il gruppo, nonostante avesse le sembianze di un tipico quartetto rock, amava giocare con i suoni trasformandosi da shoegaze ad ambient, da noise a dub, tra Aphex Twin e i My Bloody Valentine. Clifford mandò un demo fu inviato a tre case discografiche e allo storico John Peel della BBC Radio 1 che si dimostrò entusiasta e li invitò per una delle sue memorabili sessions. Poco dopo, una delle etichette a cui era stato inviato il demo, la Too Pure, contattò la band mettendoli sotto contratto.Ā L’album di esordio del gruppo si intitolavaĀ Quique, ed ĆØ stato uno degli ā€œAlbum dell’annoā€ del Melody Maker grazie ad una recensione proprio di Simon Reynolds che ne apprezzava il movimento ondivago tra shoegaze ed elettronica. Successivamente firmarono per laĀ Warp RecordsĀ diventando i primi artisti della storica etichetta britannica a fare uso di chitarre. La loro esteticaĀ ambient-motorik noise-popĀ ĆØ stata aggiornata ai giorni nostri con un mini EP intitolatoĀ Everything Squared pubblicato nel 2024 dopo ben 14 anni di silenzio, confermando i due superstiti Mark Clifford e Sarah Peacock come maestri nel costruire atmosfere impareggiabili. Il primo maggio sono tornati con il loro primo album completo in quindici anni, Sol.Hz, una raccolta di melodie frammentate e tessiture vaporose, caratterizzata da un’atmosfera suggestiva, nebulosa e estatica. In un certo senso, questo può essere considerato l’album ā€œdubā€ dei Seefeel: gli arrangiamenti apparentemente eteree di Mark Clifford sono in qualche modo vicini all’ambient a basso volume, ma quando vengono riprodotti da un impianto audio adeguato, il basso cavernoso e l’uso sapiente degli effetti sono più evidenti, confondendo la percezione del tempo e della posizione audio dell’ascoltatore. Come sempre con i Seefeel, però, non si spinge mai troppo lontano nel freddo sperimentalismo o nella texture sintetica, le voci pesantemente manipolate di Sarah Peacock conferiscono ai brani un elemento umano vitale, con loop di chitarra elaborati che permettono a frammenti di melodia di fluttuare attraverso le tracce di delay. Dal punto di vista stilistico, si ispira al mini-albumĀ Squared RootsĀ del 2024, nel senso che il materiale ĆØ stato analizzato minuziosamente e rielaborato fino a raggiungere la perfetta iterazione, anche se forse ā€œformaā€ non ĆØ il termine più appropriato per un gruppo che sfuma i confini tra soliditĆ  e spazio in modo cosƬ radicale. La frase spesso ripresa dal Manifesto del Partito Comunista,Ā ā€œtutto ciò che ĆØ solido si dissolve nell’ariaā€, potrebbe essere utilizzata come sintesi per descrivere l’esperienza di ascoltare un disco dei Seefeel. Il titolo dell’albumĀ Sol.Hz può essere tradotto letteralmente come sole più elettricitĆ , anche se l’interpretazione esatta ĆØ ambigua e lasciata aperta al dibattito, proprio come la frase spesso citata di Marx. ā€œFalling Firstā€, penultima traccia dell’album ĆØ forse una delle composizioni più luminose realizzate dal duo negli ultimi anni, perfetta per traghettare il podcast verso la conclusione. Qui i ritmi sembrano galleggiare sotto la superficie, mentre le stratificazioni elettroniche si sviluppano lentamente fino a creare una sensazione di sospensione quasi estatica. La voce di Sarah Peacock assume sfumature eteree e delicate, trasformandosi in un richiamo distante che attraversa il paesaggio sonoro senza mai spezzarne l’equilibrio. ƈ un brano che riesce a evocare contemporaneamente ambient house, dub e shoegaze, mantenendo però quell’identitĆ  inafferrabile che ha sempre reso i Seefeel un’entitĆ  impossibile da classificare.

Boards Of Canada: il ritorno dall’ombra con Inferno

Chiudiamo il podcast con le ambientazioni suggestive di uno tra i nomi più enigmatici e influenti dell’elettronica contemporanea. IĀ Boards Of Canada hanno costruito una carriera fatta di ossessione per texture, nostalgia e paesaggi sonori che sfuggono al tempo. Con la loro estetica unica, che mescola campionamenti vintage, synth analogici e melodie sospese, il duo formato dai fratelli Mike Sandison (Michael Peter Sandison)Ā eĀ Marcus Eoin (Marcus Eoin Sandison) riesce da sempre a creare un senso di familiaritĆ  straniante, come se ogni traccia fosse un ricordo di un futuro mai vissuto. Per oltre tredici anni il loro silenzio ĆØ stato alimentato da una mitologia costruita su indizi, apparizioni sporadiche e una quasi totale assenza dalla scena pubblica. I fratelli scozzesi che dalla fine degli anni ’90 hanno ridefinito il concetto di musica elettronica evocativa, sono diventati nel tempo qualcosa di più di un semplice duo: una presenza fantasma capace di influenzare ambient, IDM, hip hop e persino il cinema attraverso un linguaggio sonoro fatto di memorie distorte, sintetizzatori analogici e misteriose registrazioni provenienti da un passato immaginario. Dopo Tomorrow’s Harvest, pubblicato nel 2013, ogni indiscrezione sul loro ritorno era diventata oggetto di culto. La lunga attesa si ĆØ finalmente conclusa con Inferno, quinto album in studio e una delle uscite più attese degli ultimi anni. L’annuncio del disco ĆØ stato preceduto da una campagna promozionale in perfetto stile Boards Of Canada. Vecchie videocassette VHS recapitate ai fan, manifesti enigmatici comparsi in diverse cittĆ  del mondo e brevi frammenti audio hanno riacceso una comunitĆ  che non aveva mai smesso di cercare significati nascosti nella loro musica. Inferno si sviluppa lungo diciotto tracce e quasi settanta minuti di durata, espandendo ulteriormente il vocabolario sonoro del duo senza rinunciare a quelle caratteristiche che lo hanno reso inconfondibile. Le atmosfere crepuscolari del disco precedente vengono qui arricchite da una maggiore presenza di strumenti suonati, da campionamenti vocali che intrecciano scienza e spiritualitĆ  e da una costruzione narrativa che sembra suggerire una lenta discesa attraverso paesaggi interiori e visioni metafisiche. C’ĆØ tutto un universo di riferimenti musicali, spirituali, esoterici, tra chiaroscuri immaginifici e scorciatoie verso luoghi sospesi, dove memoria e immaginazione diventano indistinguibili. La ā€œYou Retreat In Time And Spaceā€ che chiude il podcast ĆØ il penultimo brano del disco e autentico epilogo emotivo prima della breve chiusura affidata a ā€œI Saw Through Platoniaā€, brano che si sviluppa lentamente, attraverso armonie sfocate e pulsazioni appena accennate che evocano una sensazione di dolce smarrimento. I sintetizzatori sembrano dissolversi nell’aria mentre frammenti melodici emergono e scompaiono come immagini sbiadite ritrovate in vecchie pellicole domestiche. Inferno, nonostante alcuni commenti negativi francamente di difficile comprensione, conferma il duo scozzese come veri fuoriclasse del genere, capaci, con la loro inventiva, di creare musica che sembra provenire da un tempo indefinito e di consolidare il loro culto.

Terminato l’ascolto di questo diciottesimo episodio di Sounds and Grooves, rimane la sensazione di aver attraversato territori lontanissimi tra loro eppure legati da una sottile coerenza emotiva. Dalle architetture ipnotiche degli Horse Lords alle meditazioni cosmiche degli OM, passando per la delicatezza pastorale dei Caravan, il misticismo di Van Morrison, le inquietudini contemporanee di Ky e l’impressionante intensitĆ  dei BIG|BRAVE, ogni brano ha contribuito a costruire un percorso che ha continuamente oscillato tra memoria, trascendenza e ricerca sonora.

Quando le ultime note dei Boards Of Canada si dissolvono lentamente nello spazio, ciò che rimane non ĆØ soltanto il ricordo di una playlist particolarmente riuscita, ma la sensazione di aver condiviso un viaggio. Un percorso attraverso folk, progressive, jazz, doom, elettronica e psichedelia che, come accade con la musica migliore, sembra continuare a risuonare anche dopo che il silenzio ĆØ tornato a occupare la stanza. E forse ĆØ proprio questo il piccolo miracolo di Sounds and Grooves: trasformare una sequenza di canzoni in una geografia emotiva nella quale perdersi, ritrovarsi e, per un’ora abbondante, dimenticare il rumore del mondo.

Ma il viaggio ĆØ tutt’altro che concluso. Nel prossimo episodio di Sounds and Grooves, il diciannovesimo, ci attendono nuove deviazioni tra post-hardcore, dream pop, folk crepuscolare e pop d’autore, con protagonisti come Unwound, Thin White Rope, Mojave 3, Dexys Midnight Runners, The Mothmen, Harvey Williams, Vic Godard e Gigi Masin.

Ancora una volta, la bussola punterĆ  verso territori inattesi, tra classici nascosti e nuove meraviglie da scoprire.

Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.

Potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perchƩ no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web.

Per suggerimenti e proposte, scrivetemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it.

Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto.

Buon Ascolto

TRACKLIST

1. HORSE LORDS: Eureka 378-B / Brain Of The Firm Ā da Ā ā€˜Demand to Be Taken to Heaven Alive!’  (2026 – RVNG Intl.)

2. BONNER KRAMER & THURSTON MOORE: InsightĀ Ā da Ā ā€˜They Came Like Swallows (Seven Requiems For The Children Of Gaza)’  (2026 – Silver Current Records)

3. LITTLE BARRIE: Lugging’ HurtĀ Ā Ā da Ā ā€˜Gravity Freeze’  (2026 – Easy Eye Sound)

4. CARAVAN: In The Land Of Grey And PinkĀ Ā Ā da Ā ā€˜In The Land Of Grey And Pink’  (1971 – Deram)

5. VAN MORRISON: Country FairĀ Ā da Ā ā€˜Veedon Fleece’  (1974 – Warner Bros. Records)

6. PAUL McCARTNEY: First Star Of The NightĀ Ā daĀ  ā€˜The Boys Of Dungeon Lane’  (2026 – Capitol Records)

7. KY: The DancerĀ Ā da Ā ā€˜Power Is The Pharmacy’  (2023 – Constellation)

8. BIG|BRAVE: An Uttering Of Antipathy Ā da Ā ā€˜In Grief Or In Hope’  (2026 – Thrill Jockey)

9. OM: State Of Non-ReturnĀ Ā daĀ  ā€˜Advaitic Songs’  (2012 – Drag City)

10.Ā ALVARIUS B.: The Multiple Hallucinations of an Assassin – Part 2 Ā da Ā ā€˜Malarian Dream’  (2026 – Abduction)

11. CAN: Paperhouse Ā da Ā ā€˜Tago Mago’  (1971 – United Artists Records)

12. MARIAM WALLENTIN & VESTNORSK JAZZENSEMBLE: Basel daĀ  ā€˜Spring Flood’  (2026 – Hubro)

13. SEEFEEL: Falling First daĀ  ā€˜Sol.Hz’  (2026 – Warp Records)

14. BOARDS OF CANADA: You Retreat In Time And SpaceĀ daĀ  ā€˜Inferno’  (2026 – Warp Records)

MIXCLOUD

TIDAL PLAYLIST

Sounds & Grooves - S20E18: Visioni Notturne
Playlist TIDAL

Sounds & Grooves Stagione 20 Episodio 18

Il 18° Episodio stagionale attraversa paesaggi sonori in continua trasformazione: dalla trance matematica degli Horse Lords alla psichedelia cosmica dei Can, passando per il folk visionario di Van Morrison, il doom rituale degli OM, le derive ambient dei Seefeel e le memorie elettroniche dei Boards Of Canada.

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