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Sounds & Grooves Podcast | Visioni Sonore: S20E15

Sounds & Grooves – Stagione 20 Episodio 15
“Dagger Eyes”

Il quindicesimo episodio di Sounds & Grooves procede dal math rock ipnotico al folk psichedelico fino alla trascendenza sperimentale: un episodio che trasforma la playlist in un viaggio emotivo e narrativo

šŸŽ™ļø ā€œBenvenuti a Sounds & Grooves, il podcast dove i dischi prendono vita, i suoni diventano storie e la musica alternativa si racconta senza filtri. Io sono Stefano Santoni: preparatevi a un viaggio tra rumore, melodie e visioni sonore.ā€

Nel quindicesimo episodio di Sounds & Grooves, tensione ritmica, folk visionario e sperimentazione sonora si intrecciano in un percorso che attraversa math rock, psichedelia, post-rock e spiritual jazz. Da Zu ai Don Caballero, dalle atmosfere Canterbury di Kevin Ayers e Hatfield & The North fino alle derive spirituali di Lonnie Holley e Radwan Ghazi Moumneh, il podcast costruisce un viaggio sonoro libero, immersivo e fuori dagli schemi, dove ogni brano diventa una tappa di un racconto emotivo in continua trasformazione.

Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to

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ATTO I — Architetture in Tensione

Ferrum Sidereum: il ferro delle stelle e la furia della materia

Non potevo trovare modo più roboante per iniziare il nuovo podcast. una vera e propria dichiarazione di intenti. Dopo anni di silenzio discografico Massimo Pupillo e Luca T. Mai rispolverano alla grande la ragione sociale Zu accogliendo il batterista Paolo Mongardi (Zeus!, Fuzz Orchestra) e rinvigorendo quel suono che non a caso John Zorn ha definito ā€œtanto potente ed espressivo da surclassare di gran lunga ciò che fa la maggior parte delle band al giorno d’oggiā€. Il trio ĆØ tornato con Ferrum Sidereum, con un’opera monumentale composta da oltre 80 minuti di musica strumentale, densa, viscerale, senza compromessi. Pubblicato per House Of Mythology, l’album ĆØ un vero e proprio doppio lavoro concettuale, dove jazzcore, metal, noise e ambient si fondono in un magma sonoro continuo. GiĆ  il titolo, ā€œferro delle stelleā€, richiama un’immagine potente come la materia cosmica che cade sulla Terra, unendo dimensione fisica e spirituale. Ed ĆØ esattamente questo il cuore del disco: un viaggio che parte dalle viscere del suolo e si proietta verso lo spazio profondo. nei solchi troviamo il basso che diventa un’onda sismica, il sax baritono che taglia come una lama e la batteria che costruisce rituali tribali e ciclici. La musica si comporta come se fosse un fenomeno naturale: lava, tempesta, collasso.Ā All’interno di questo universo, ā€œGolgothaā€ rappresenta uno dei vertici più inquietanti e simbolici del disco visto che richiama giĆ  dal titolo un immaginario religioso e apocalittico, e il brano ne ĆØ la perfetta traduzione sonora. Qui il trio romano lavora su una partenza rarefatta, quasi ambient, inserendo in maniera progressiva elementi disturbanti per poi far esplodere il finale in un caos controllato. Una sorta di rito sonoro dove la ripetizione diventa ossessione, il suono si stratifica come un incubo e la tensione non trova mai vera risoluzione.Ā Ferrum Sidereum come potete immaginare non ĆØ un album facile, nĆ© immediato, ma un’opera che richiede immersione, tempo, resistenza, ed il grande ritorno degli Zu riesce a trasformare il suono in liturgia, la tensione in esperienza e il rumore in un profondo significato. Bentornati.

Interventions: la corruzione del rock dall’interno

L’esposizione a tappeto, per me di difficile comprensione, di un duo come gli Angine De Poitrine (per caritĆ , bravi son bravi ma…) mi ha fatto venire voglia di andare a ritroso per riscoprire e riascoltare gruppi che hanno interpretato certi stili musicali (math-rock innervato di potenza e radici etniche) in maniera sicuramente migliore. Questo piccolo excursus inizia da un quartetto di Baltimora chiamato Horse Lords. Loro sono in quattro, suonano insieme dal 2010 e la loro struttura ĆØ quella (quasi) classica di un gruppo rock: Owen Gardner (chitarra), Max Eilbacher (basso ed elettronica), Sam Haberman (batteria) e Andrew Bernstein (sax e percussioni), ma le finalitĆ  sono totalmente diverse. Gli Horse Lords agiscono come un malware che si annida nel cuore del rock, lo corrompe e lo muta in un’altra entitĆ . Si potrebbe chiamare math-rock, ma non ci sono ne equazioni ne spigoli, ci sono spirali di suono che vengono dagli studi musicali dei singoli musicisti. Tutti e quattro i componenti del gruppo hanno studiato classica contemporanea, in particolare Gardner ha iniziato suonando il banjo ed ĆØ studioso di blues americano e folk africano della Mauritania, Eilbacher studia elettronica e suona il basso solo con gli Horse Lords, Bernstein ha studiato a lungo percussioni africane, mentre Haberman ĆØ l’elemento più prettamente rock e ā€œselvaggioā€. Non ĆØ facile descrivere il suono di questi quattro hackers del rock, perchĆ© quello che esce fuori di solchi ĆØ di grande complessitĆ , visto che coesistono complicate poliritmie, potenti soluzioni sperimentali, afrofuturismi suggestivi, e grooves minimalisti. Interventions era il loro terzo album in studio, aperto da un brano come ā€œTruthersā€, con i suoi tempi spezzati e gli strumenti che si rincorrono incrociandosi in una studiata tensione ripetitiva e circolare. C’è un’energia che vibra sotto pelle, e che rimane forte nell’aria, grazie al suono deformato della chitarra (cui Gardner ha cambiato i tasti), all’incessante lavoro ritmico, e al sassofono che appare e scompare in una danza circolare che non lascia scampo. Il disco era entrato con autorevolezza nella mia personale playlist di fine anno, per la fantasia ed originalitĆ  mostrata, per i molteplici ingredienti miscelati con perizia, e perchĆ© la loro sperimentazione non ĆØ mai astrusa e fine a se stessa, ma sempre viva e pulsante, anche se talvolta può risultare difficile da assimilare. Il quartetto di Baltimora era tornato nel corso del 2022 con Comradely Objects, l’ennesimo capolavoro di una band capace di perseguire e di raggiungere una visione unitaria non solo musicale ma anche politica. L’inquieta e sfaccettata visione musicale del quartetto ma delinea un ritratto emozionante della rivoluzione in corso. Un impegno sociale espresso da partiture strumentali, loop ritmici in grado di incresparsi e mutare pelle sotto i nostri occhi quasi senza che ce ne accorgiamo, un abbandonarsi al flusso sonoro per poi controllarlo e focalizzarlo al meglio. Se avete bisogno di nuovi stimoli in musica e di un gruppo che suona come nessun altro, gli Horse Lords fanno assolutamente per voi.

What Burns Never Returns: matematica, caos e perfezione

Andiamo avanti con alcuni gruppi importanti nello sviluppo del suono tra math e post rock. I Don Caballero sono un trio nato nel 1991 a Pittsburgh, Pennsylvania dall’unione tra il chitarrista Mike Bandfield, il bassista Pat Morris e il batterista Damon Che Fitzgerald, autori di una scura e pesante via strumentale al post-punk. Con questa formazione la band ha inciso un paio di singoli prima dell’arrivo di Ian Williams alla seconda chitarra. E con questo fondamentale innesto il suono del gruppo ĆØ diventato davvero più nervoso ed agile, giĆ  dall’esordioĀ For Respect, pubblicato nell’ottobre del 1993 con Pat Morris al basso eSteve Albini a produrre il disco (come spesso accadeva non accreditato nelle note di copertina) come dimostra il suono sempre incredibilmente potente. Il bassista della formazione originale si prenderĆ  una pausa per il secondo album ma tornerĆ  qualche anno dopo per What Burns Never Returns che chiuderĆ  la prima era della band. L’album, seguito dell’altrettanto stratosferico Don Caballero 2, non ĆØ solo un disco fondamentale per il genere, ma un’opera che ridefinisce completamente il rapporto tra tecnica e istinto. Ogni brano ĆØ una struttura complessa, mutevole, imprevedibile e nonostante sia interamente strumentale, la comunicazione ĆØ totale: la tensione, il movimento, la collisione tra strumenti raccontano più di qualsiasi parola. Il suono ĆØ secco, preciso, quasi chirurgico, ma sotto questa apparente freddezza si nasconde un’energia brutale, quasi punk. L’influenza del post-hardcore e del jazz si fonde con una logica matematica che però non diventa mai sterile esercizio. Il titolo dell’album, What Burns Never Returns, suggerisce una riflessione implicita su trasformazione e irreversibilitĆ : ciò che brucia cambia stato, diventa altro. E allo stesso modo, ogni brano del disco si sviluppa, si trasforma ma non torna mai indietro. ā€œIn The Abscence Of Strong Evidence To The Contrary, One May Step Out Of The Way Of The Charging Bullā€ giĆ  dal titolo, lungo, ironico e quasi scientifico, si presenta come un manifesto della loro estetica sonora. Il riferimento al ā€œcharging bullā€ (toro in carica) ĆØ perfetto per descrivere un brano che avanza con una forza inarrestabile, tanto da sembrare sul punto di travolgere tutto lasciando all’ascoltatore la duplice scelta di resistere o farsi attraversare. La straripante ipertecnica batteria di Damon Che distrugge tutto quello che incontra, la lezione dei King Crimson di Red ĆØ stata assimilata ed amplificata all’ennesima potenza e Ian Wiliams ĆØ in grado di destreggiarsi sia in mezzo alle atmosfere più calme sia quando il clima sonoro intorno a lui si fa più caldo di una giungla anche se il suo apporto compositivo all’interno del disco ĆØ pressochĆ© nullo visto che era entrato in formazione da pochissimo al momento della registrazione. Gli incastri perfetti, la potenza abbinata alla melodia dei Don Caballero saranno portati avanti dallo stesso Williams in maniera completamente differente prima con gli Storm And Stress, poi con i Battles.

Ā The Anatomy Of Sharks: tensione, spazio e deriva post-rock

IĀ June Of 44 sono una band formata nel 1994 dall’unione di Jeff Mueller (Rodan e membro fondatore degli Shipping News) alla chitarra e voce, Doug Scharin alla batteria (ex Codeine), Fred Erskine al basso e tromba (dagli Hoover) e Sean Meadows (dai Lungfish) alla chitarra. Hanno esordito con un album (Engine Takes To The Water) che ereditava proprio dai Rodan l’amore per il rock disarticolato e sperimentale, mentre prendeva dagli Hoover gli spunti hardcore e i rigurgiti di improvvisazione. Il successivo Tropics And Meridians dimostra ancora l’abilitĆ  dei quattro nel costruire trame strumentali imprevedibili e cariche di tensione.Ā  La loro caratteristica principale sta nel saper cambiare ritmo, espandendo e d’un tratto comprimendo il loro suono. L’EPĀ The Anatomy Of Sharks, uscito a breve distanza dal secondoĀ Tropics And Meridians, contiene tre pezzi registrati nelle stesse sedute di quell’album, eĀ sono tra i migliori in assoluto della loro produzione. I brani mostrano il meglio della band, gli spunti vocali densi di teatralitĆ  di Jeff Mueller, le continue stasi e accelerazioni, sperimentalismi dissonanti, dilatazioni sospensive, cambi di ritmo e una persistente tensione drammatica come dimostra la splendidaĀ ā€œSeemingly Endless Steamerā€. GiĆ  dal titolo emerge l’immagine precisa di una nave a vapore che procede senza fine, attraversando uno spazio indefinito. Una progressione lenta, quasi ipnotica, in cui ogni elemento contribuisce a creare una sensazione di viaggio continuo tra strappi violenti e momenti di tranquillitĆ . Il successivo Four Great Points sembrerĆ  talvolta addirittura superiore ai precedenti, con i quattro a sfoggiare tutto il loro arsenale sonoro, trascinando l’ascoltatore, con la varierĆ  delle soluzioni sonore, in un mondo sinuoso, sospeso e rarefatto. Il quartetto produrrĆ  poi solo un disco non all’altezza dei precedenti (Anahata) prima di sciogliersi.

Inindependence: rumore, struttura e disorientamento

Restiamo nella scia del math-rock di fine anni ’90 andando a trovare gli A Minor Forest, gruppo formato nel 1993 da Erik Hoversten a San Francisco, ma legati poi alla scena di Chicago grazie alla collaborazione con Steve Albini e Bob Weston. Incredibile pensare che Erik Hoversten (chitarra e voce) John Benson (basso) e Andee Connors (batteria) si divertivano anche a suonare nei locali cover dei Metallica sotto le mentite spoglie di Creeping Death. Da subito si sono rivelati come una delle realtĆ  più eccentriche e sottovalutate della scena underground statunitense degli anni ’90, destreggiandosi facilmente tra post-hardcore, noise rock e suggestioni post-rock e sviluppando un linguaggio personale fatto di strutture irregolari, ironia e caos controllato.Ā Pubblicato nel 1998, Inindependence ĆØ stato il loro secondo e ultimo lavoro, sicuramente il più rappresentativo. Il disco ĆØ costruito su una logica di continua destabilizzazione che sfida continuamente l’ascoltatore, evitando qualsiasi forma di linearitĆ  o prevedibilitĆ  con i suoi cambi di tempo improvvisi e l’alternanza tra violenza sonora e momenti sospesi. E se le chitarre lavorano su dissonanze e intrecci caotici, la sezione ritmica non si limita a sostenere, ma ridefinisce continuamente il terreno su cui si muove la musica.Ā Il risultato ĆØ un disco che sembra sempre sul punto di collassare, ma che riesce a mantenere un equilibrio precario.Ā I titoli lunghi e surreali, le scelte compositive imprevedibili e un certo senso di umorismo nascosto rendono Inindependence un lavoro che non si prende mai completamente sul serio, pur essendo estremamente sofisticato.Ā Uno splendido esempio della loro visione musicale ĆØ proprio la prima traccia del disco ā€œThe Dutch Fistā€Ā che si snoda attraverso un inizio slow-core alla Codeine per poi esplodere in una strepitosa e incandescente progressione strumentale, trasformando la frammentazione in linguaggio e il caos in struttura. Il trio si ĆØ riunito per alcuni show nel corso del 2013 e per il Record Store Day del 2016 la Thrill Jockey ha fatto uscire delle ristampe dei loro 3 album in vinile.Ā Purtroppo queste ristampe hanno fatto laĀ  fine di molte altre uscite del genere, destinate prima a pochi eletti, poi ad essere vendute a prezzi improponibili. Anno dopo anno sono sempre più convinto che il RSD ĆØ l’ennesima occasione persa. Ma questa ĆØ un’altra storia.

ATTO II — Derive Psichedeliche e Narrazioni Oblique

Whatevershebringswesing: il sogno psichedelico tra ironia e malinconia

Dopo un avvio roboante, ĆØ il momento di cambiare atmosfera andando a trovare un personaggio tanto schivo e pigro per sua stessa ammissione quanto geniale e centrale per una delle scene più importanti degli anni ’70: la psichedelia britannica e la scena di Canterbury. Kevin AyersĀ ĆØ stato il bassista di una formazione centrale del movimento come i Soft Machine, prima di lasciare la band dopo una lunga tournee americana a supporto della Jimi Hendrix Experience. Stressato dalla vitaĀ on the road si trasferƬ insieme a quell’altro pazzoide di Daevid Allen ad Ibiza dove iniziò a comporre una serie di canzoni che conquistarono facilmente il produttore Peter Jenner, pronto a registrare il suo primo album da solista.Ā Joy Of A Toy ĆØ stato uno dei primissimi album pubblicati dalla neonata etichetta Harvest Records (sezione progressive della EMI), la stessa dei Pink Floyd. Il titolo dell’album si riferisce sia ad un brano del primo album dei Soft Machine che alla sua gioia nel giocare con gli strumenti, i brani sono pervasi da una giocositĆ  infantile appena velata da un’adulta malinconia, un disco complesso in bilico tra psichedelia, folk, allegorie e sperimentazioni. La sua carriera solista sfuggirĆ  a qualsiasi definizione precisa: troppo eccentrica per il pop, troppo leggera per il progressive, troppo sofisticata per essere semplicemente folk. Nel 1971 Kevin Ayers iniziò a registrare il suo terzo lavoro, quello che sarebbe diventato il suo album più acclamato, Whatevershebringswesing, accompagnato dai membri dei Gong e dalla sua precedente band di supporto, The Whole World, un disco capace di contenere tutte le aspirazioni musicali che Ayers aveva coltivato sin dalla fondazione dei Soft Machine. Come nella maggior parte dei suoi album, l’ascoltatore si trova di fronte a una collisione di stili disparati, ma in questo caso l’effetto ĆØ estremamente potente, rappresentando forse il punto più alto della sua poetica: un equilibrio perfetto tra melodia, sperimentazione e ironia esistenziale. Gli arrangiamenti sono eleganti ma mai prevedibili l’uso di archi e fiati ĆØ estremamente raffinato e i testi di Ayers sono sospesi tra surrealismo e quotidianitĆ , costruendo un mondo sonoro in cui tutto sembra leggero, ma sotto la superficie si avverte una sottile malinconia, quasi un senso di distanza dalla realtĆ .Ā Ciò che rende unico Kevin Ayers ĆØ il suo approccio cheĀ non ĆØ mai completamente serio, ma allo stesso tempo non ĆØ nemmeno ironico in senso superficiale.Ā La sua scrittura gioca continuamente su un confine sottile tra leggerezza e profonditĆ , tra nonsense e veritĆ  emotiva, svelandoĀ una visione del mondo precisa: un’esistenza osservata con distacco, curiositĆ  e una punta di disincanto.Ā Il brano che dĆ  il titolo all’album, con l’accompagnamento alla chitarra di Mike Oldfield e le armonie tormentate di Robert Wyatt, ĆØ il cuore dell’album e ne racchiude perfettamente lo spirito. L’ascoltatore viene avvolto in un’atmosfera intima, quasi domestica, dove ogni dettaglio sonoro contribuisce a creare una sensazione di tempo sospeso. Gli album successivi diventeranno via via più accessibili senza sfiorare le vette dei primi tre.

Hatfield and the North: geometrie morbide e jazz cosmico

Restiamo a gironzolare intorno a Canterbury all’inizio degli anni ’70 quando un gruppo chiamato Delivery, che suonava jazz rock, si sciolse lasciando liberi i propri componenti di scegliere nuove strade. Del gruppo facevano parte tra gli altri Pip Pyle (batteria, che nel frattempo aveva suonato con i Gong), Phil Miller (chitarra, che era entrato a far parte dei Matching Mole) e il fratello di Phil, Steve Miller (piano elettrico Wurlitzer, che era entrato a far parte dei Caravan). Ai tre si aggiunsero Richard Sinclair al basso (che suonava con Steve Miller nei Caravan). Questa formazione si allontanò dal linguaggio blues dei primi tempi dei Delivery per orientarsi verso brani basati su riff in tempi dispari e melodie prolungate associate allo stile di Canterbury. La band tenne alcuni concerti tra luglio e settembre di quell’anno e ottenne il suo primo contratto discografico con la Virgin Records. Nel frattempo Steve Miller fu sostituito da Dave Sinclair (organo Hammond, anch’egli proveniente dai Matching Mole e dai Caravan), e la band decise definitivamente la propria ragione sociale: Hatfield And The North. Dave Sinclair lasciò il gruppo nel gennaio 1973, poco dopo la sua partecipazione (con Robert Wyatt come ospite) al programma televisivo francese Rockenstock, e fu sostituito da Dave Stewart (degli Egg) prima che la band effettuasse le prime registrazioni. Con una formazione ormai definita il gruppo entrò in sala di registrazione nell’ottobre 1973 per pubblicare qualche mese dopo nel 1974 il primo album autointitolato.Ā Hatfield And The North ĆØ un disco che sfida ogni definizione rigida visto che all’interno possiamo trovareĀ  jazz-rock sofisticato, melodie pop oblique, strutture progressive complesse e un umorismo tipicamente britannico. Il risultato ĆØ una musica che cambia direzione continuamente mantenendo un’invidiabile leggerezza visto che le capacitĆ  strumentali dei componenti del gruppo non sono mai protese verso una esibizione sterile, ma al contrario verso il dialogo ed il gioco. Tra i momenti più affascinanti del disco, ā€œCalixā€ rappresenta una deviazione quasi ipnotica all’interno dell’album con una struttura fatta di tappeti di tastiera, linea fluida di basso, una batteria che gioca tra ride e rimshot e la voce dell’ospite Robert Wyatt a creare una forma di trance controllata, anticipando in qualche modo minimalismo e post-rock. Dopo un secondo album seguƬ lo scioglimento della band i cui tre membri Phil Miller, Dave Stewart e Pip Pyle continuarono a lavorare insieme neiĀ National Health, da molti considerato l’ideale continuazione degli Hatfield And The North, mentre Richard Sinclair seguƬ prima il suo progetto Richard and the SouthĀ per poi unirsi ad un altro gruppo della scena di Canterbury, iĀ Camel.

Incident At Cima: il deserto, il tempo e la deriva ambient

Pubblicato originariamente nel 1995 (e descritto da Rolling Stone come un’opera che evoca “Ennio Morricone mentre cavalca le dune nella Death Valley”), Scenic ĆØ il progetto nato nel 1992 per iniziativa di Bruce Licher, ex fondatore dei Savage Republic, con l’intento di esplorare le sue idee sulla creazione di musica ispirata a luoghi specifici. Il manifesto del progetto, annunciato dallo stesso Licher era “quello di creare una colonna sonora interamente strumentale per il deserto del Mojave orientaleā€ e nasceva all’interno dell’estetica rigorosa della Independent Project Records, etichetta fondamentale per una certa idea di musica minimale e contemplativa.Ā Incident At Cima ĆØ più di un album: ĆØ una topografia sonora. Un lavoro che prende il nome da Cima, minuscolo snodo ferroviario nel deserto del Mojave, e lo trasforma in uno spazio mentale fatto di silenzio, attesa e lente trasformazioni. Il debutto degli Scenic vede la partecipazione del chitarrista Bruce Licher, dell’ex bassista degli Shiva Burlesque James Brenner e del batterista Brock Wirtz. Tra i musicisti ospiti figurano Jeffrey Clark (Shiva Burlesque), Robert Loveless (ex Savage Republic/17 Pygmies), Chris Manecke (Abecedarians) e John Ganem. Insieme hanno creato un capolavoro sonoro interamente strumentale, un disco maturo e concentrato con un’atmosfera organica e senza tempo. La musica degli Scenic si costruisce su elementi essenziali come droni sottili, field recordings (treni, vento, rumori lontani) e lunghe dilatazioni temporali capaci di creare una continua sospensione, come se il tempo fosse stato rallentato fino quasi a fermarsi. ƈ musica che richiede attenzione, ma restituisce una sensazione rara, come quella di essere altrove, senza muoversi.Ā I brani non sembrano mai iniziare o finire davvero visto che sembranoĀ emergere dal silenzio per poi svilupparsi lentamente e svanire quasi senza una vera conclusione riflettendo perfettamente l’ambiente che li ispira:Ā il deserto, dove tutto ĆØ immobile e in costante mutazione allo stesso tempo. Quattro dei brani di Incident At Cima sono stati utilizzati con grande efficacia nel documentario del 2020 di Stuart Swezey “Desolation Center”, tra cui spicca proprio il brano scelto per il podcast ā€œCarrying On To Cadizā€, che sottolinea la sequenza dei titoli di testa del film.

Red Berms: surrealismo urbano e tensione post-indie da Londra

Disco del mese sulla rivista Blow Up e rivelazione assoluta di questa prima metĆ  del 2026 ĆØ sicuramente Red Berms, esordio degli Abigail Snail, un duo completamente nuovo uscito fuori non si sa come dal magma del sottobosco musicale che gira intorno ai New River Studios di Harringay, nel nord di Londra. Formati da Stef Kett (voce, chitarra e basso) e Will Glaser (batteria e glockenspiel), il duo, grazie all’ausilio di un formidabile James Allsopp (sax tenore e clarinetto basso, membro di Sly and the Family Drone), sono riusciti a tirare fuori 10 tracce capaci di non assomigliarsi nemmeno tra di loro. Capace di improvvisare zigzagando tra avant-rock, folk-pop, soul sperimentale con una tavolozza sonora impulsiva, innovativa e oserei dire quasi selvaggia, il disco si dipana tra ritmi discontinui, quasi animaleschi senza curarsi di correggere eventuali intoppi o imperfezioni, considerati dal duo come segni del processo creativo, una parte che rende la musica ancora più vera e vitale. “Parte di ciò che rende la musica fantastica sono i difetti e i pazzi eccentrici”, parole di Stef Kett. In realtĆ  i due non sono davvero usciti dal nulla, Kett ha suonato in diversi gruppi come Reciprocate e Shield Your Eyes, mentre Glaser ĆØ un batterista stimato, con collaborazioni importanti come quella con John Zorn. Il risultato della loro collaborazione ĆØ questo rock esplosivo e senza freni, dove tutto ĆØ possibile e può accadere in qualsiasi momento. Pochissimi sovraincisioni, e gli ottoni di Allsopp capaci di traghettare i brani in territori free jazz al galoppo sfrenato e spensierato come title track, decentrandosi quando necessario, e riunendosi al momento giusto in riff liberatori. la varietĆ  di stili e di intensitĆ  dei brani ha reso particolarmente difficile la scelta di un solo brano per rappresentare un disco cosƬ variegato anche se di breve durata (poco meno di 40 minuti). Alla fine ho deciso per un brano più acustico e folkeggiante come la seducente “Attach Bayonets”, con le percussioni a increspare la superficie della chitarra acustica e il sax a volteggiare sornione e seducente. Proprio perchĆ© ĆØ difficile al giorno d’oggi essere ancora sorpresi da certe sonoritĆ , l’ascolto di un disco straordinario come Red Berms ĆØ una vera manna dal cielo, sicuramente uno degli migliori esordi dell’anno, un album entusiasmante che celebra divertito l’atto stesso di suonare e registrare musica.

Life Slime: isolamento, ironia e psichedelia domestica

Nel panorama indipendente scozzese degli ultimi anni, Pictish Trail ĆØ diventato qualcosa di più di un semplice progetto musicale. Dietro questo nome si muove Johnny Lynch, artista eccentrico e profondamente personale, capace di costruire negli anni un linguaggio riconoscibile fatto di folk deformato, elettronica lo-fi, psichedelia malinconica e una scrittura sempre in equilibrio tra ironia e vulnerabilitĆ . Lynch ĆØ anche una figura centrale della scena indipendente delle Ebridi grazie ala creazione dell’etichetta Lost Map Records, non solo una label ma un vero collettivo creativo nato sull’isola di Eigg, un luogo che ha inevitabilmente influenzato la sua estetica sonora e il suo modo di raccontare il mondo. La musica di Pictish Trail ha sempre avuto qualcosa di isolato e periferico, non solo geograficamente ma anche emotivamente. Nei suoi dischi convivono melodie pop sghembe, paesaggi sintetici consumati e una continua sensazione di distanza, come se ogni canzone arrivasse da un punto remoto, fisico o mentale. Con Life Slime, il suo sesto lavoro in studio, Johnny Lynch porta questa poetica ancora più avanti, realizzando un album che sembra nascere direttamente dalla frammentazione contemporanea, trasformando stanchezza, disconnessione e spaesamento in materiale creativo. Una separazione dolorosa ĆØ stata portata in musica con il suo consueto disincanto, una leggerezza rappresentata giĆ  dal titolo, quella sostanza gelatinosa con cui abbiamo giocato un po’ tutti da ragazzi. Il disco si muove in modo fluido tra elettronica minimale, indie psichedelico e atmosfere quasi ambient, mantenendo però sempre un forte cuore melodico. Nonostante le produzioni siano stratificate, nulla appare veramente monumentale o eccessivo. Al contrario, il disco conserva una dimensione volutamente umana, domestica, quasi fragile. I synth sembrano usurati dal tempo, le drum machine non cercano mai precisione assoluta e le chitarre emergono come bagliori sfocati dentro una nebbia sonora costante. Tutto contribuisce a creare un senso di sospensione che attraversa l’intero lavoro. ā€œTorch Songā€, il brano scelto per rappresentare l’intero lavoro, richiama la tradizione delle torch songs, le grandi canzoni malinconiche costruite attorno alla perdita e al desiderio, ma Johnny Lynch prende quell’immaginario e lo destruttura completamente. Il pezzo si sviluppa lentamente, quasi con timidezza, attraverso synth soffusi, ritmiche minimali e chitarre liquide che sembrano galleggiare nello spazio. La voce entra in punta di piedi, fragile, esitante, come se stesse cercando di trattenere qualcosa destinato inevitabilmente a svanire. Confermando ancora una volta la propria unicitĆ  all’interno della scena indipendente britannica, Johnny Lynch continua a lavorare ai margini del pop, trasformando imperfezioni e fragilitĆ  in elementi centrali della propria estetica.

ATTO III — Memoria, SpiritualitĆ  e Dissolvenza

50 Song Memoir: Stephin Merritt e l’autobiografia come invenzione

Parlare dei The Magnetic Fields significa inevitabilmente parlare di Stephin Merritt, mente assoluta di uno dei progetti più sofisticati e singolari della musica indipendente americana. Merritt ha sempre occupato uno spazio tutto suo all’interno del pop contemporaneo, lontano dalle mode e da qualsiasi idea di immediatezza commerciale, costruendo negli anni un universo artistico fatto di melodie perfette, orchestrazioni minimali, humour nero, romanticismo deformato e una scrittura capace di alternare cinismo e vulnerabilitĆ  con una naturalezza quasi disarmante. Fin dagli esordi dei Magnetic Fields, la sua musica ha dato l’impressione di appartenere a un tempo parallelo, come se il cabaret europeo, il synth pop, il folk e la canzone d’autore americana convivessero dentro uno stesso linguaggio obliquo e profondamente personale.Ā Con 50 Song Memoir, Merritt ha realizzato nel 2017 quello che probabilmente ĆØ il progetto più ambizioso della sua carriera, un’opera monumentale composta da cinquanta canzoni, una per ogni anno della sua vita, dall’infanzia fino ai cinquant’anni. Referente diretto di questo album ĆØ senza dubbio il capolavoro 69 Love Songs, triplo album che uscito nel 1999 in tre volumi separati non aveva all’inizio avuto il meritato successo di critica e pubblico. Ma ridurre il disco a una semplice autobiografia sarebbe completamente fuorviante, perchĆ© Stephin Merritt non racconta mai sĆ© stesso in maniera diretta o confessionale. Anche quando parla della propria vita, tutto passa attraverso filtri continui, ironia, esagerazione, invenzione e distanza emotiva. La memoria diventa cosƬ un materiale instabile, qualcosa che può essere deformato, teatralizzato e trasformato in racconto senza perdere autenticitĆ .Ā L’aspetto più sorprendente del disco ĆØ la sua capacitĆ  di restare leggero pur affrontando continuamente il passare del tempo, le relazioni, l’identitĆ  e la percezione di sĆ©. Merritt evita qualsiasi forma di retorica nostalgica e costruisce invece una sorta di archivio emotivo discontinuo, dove episodi reali, ricordi alterati e invenzioni convivono senza alcun bisogno di separazione. Ogni brano cambia stile, atmosfera e arrangiamento, attraversando folk, synth pop, orchestrazioni da musical e elettronica minimale, mandenendo una coerenza assoluta grazie alla scrittura e soprattutto alla voce di Merritt, quel timbro profondo e distante che negli anni ĆØ diventato immediatamente riconoscibile. Dentro questo enorme mosaico narrativo, ā€œā€™67 Come Back As A Cockroachā€ rappresenta uno dei momenti più strani, ironici e perfettamente rappresentativi della sua poetica. Il titolo giĆ  racconta moltissimo del suo approccio alla scrittura, sospeso continuamente tra sarcasmo, surrealismo e riflessione esistenziale. La canzone prende spunto dal 1967, anno di nascita dello stesso Merritt, ma invece di trasformarsi in una memoria nostalgica o celebrativa, si muove immediatamente verso territori assurdi e grotteschi, immaginando una reincarnazione sotto forma di scarafaggio. Il brano gioca con immagini surreali e un umorismo volutamente nero, ma sotto la superficie emerge qualcosa di molto più profondo. Merritt usa l’assurdo per parlare di identitĆ , alienazione e percezione di sĆ©, trasformando l’idea della reincarnazione in una riflessione ironica sull’esistenza e sul rapporto con il mondo. Musicalmente il pezzo conserva quell’eleganza minimale tipica dei Magnetic Fields, con arrangiamenti asciutti e melodie apparentemente leggere che contrastano continuamente con il contenuto del testo. ƈ proprio questa tensione tra forma e contenuto a rendere la musica di Merritt cosƬ unica da decenni.

Woodland: il ritorno alla radice della canzone americana

Gillian WelshĀ nasce a New York ma si trasferisce a Los Angeles con i genitori adottivi quando ha solo 3 anni. GiĆ  da adolescente le sue preferenze in musica vanno dalle parti di folksingers storici come Woody Guthrie e Bob Dylan prima di trovare la sua strada nello storicoĀ Berklee College of Music di Boston dove incontraĀ David Rawlings, con cui inizia una lunga e proficua relazione personale e artistica. Da oltre trent’anni i due costruiscono un percorso unico all’interno del folk e dell’americana, lavorando su una scrittura capace di sembrare antichissima e modernissima nello stesso momento. Le loro canzoni hanno sempre avuto qualcosa di essenziale e inevitabile, come se esistessero giĆ  prima ancora di essere registrate, e proprio questa capacitĆ  di sottrarre invece di aggiungere ĆØ diventata nel tempo la loro firma artistica più riconoscibile. Ascoltare la voce calda e misurata della Welch e la chitarra di Rawlings, precisa ma piena di tensione emotiva, significa entrare in uno spazio particolare della musica americana contemporanea, un luogo in cui il tempo sembra muoversi diversamente e dove la tradizione non viene mai trattata come semplice nostalgia ma come materia viva, mutevole e profondamente presente. Con Woodland, il duo torna a lavorare proprio su questa idea di essenzialitĆ , ma con una consapevolezza ancora più profonda. Il disco prende il nome dallo studio di registrazione Woodland Sound Studios di Nashville, luogo simbolico per la loro musica e per il loro modo di intendere il suono come qualcosa di organico, umano e imperfetto. Gli storici studi creati nel 1967 erano stati acquistati dalla coppia nel 2001 e sono stati distrutti da un tornado nel 2020. Gli artisti hanno dichiarato in un comunicato stampa che le canzoni contenute inĀ WoodlandĀ sonoĀ ā€œun turbinio di contraddizioni, vuoto, riempimento, gioia, dolore, distruzione [e] continuitĆ ā€.Ā  L’intero album sembra attraversato da una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla permanenza delle cose, ma senza mai cedere alla malinconia facile o alla celebrazione nostalgica del passato. Welch e Rawlings continuano invece a cercare una forma di veritĆ  emotiva attraverso arrangiamenti ridotti al minimo, lasciando che siano le voci, le chitarre e gli spazi vuoti a costruire il cuore delle canzoni. La ā€œNorth Countryā€ inserita in scaletta lavora soprattutto sull’idea di distanza, geografica ma anche emotiva. C’è il senso del viaggio, del ritorno, del legame con un luogo che continua a esistere dentro la memoria anche quando ĆØ ormai lontano. Gillian Welch interpreta il brano con una delicatezza assoluta, evitando qualsiasi enfasi e lasciando che siano le parole e le armonie a trovare lentamente il proprio peso emotivo. ƈ proprio questa mancanza di teatralitĆ  a rendere la canzone cosƬ potente, perchĆ© tutto appare autentico, fragile e profondamente umano. Come ampiamente prevedibile, nel disco non ci sono grandi novitĆ , ma il consolidamento della loro scrittura straordinaria. Una classicitĆ  folk che vive di tradizione e di arrangiamenti curati e straordinari.

Parallelograms: il disco fantasma che tornò dal silenzio

La storia di Linda Perhacs ĆØ una delle più strane, misteriose e affascinanti della musica americana del Novecento, una vicenda che sembra quasi impossibile da immaginare oggi e che proprio per questo ha contribuito a trasformare Parallelograms in uno dei dischi di culto più amati della psichedelia folk. Quando l’album uscƬ nel 1970, praticamente nessuno se ne accorse. Non ci fu un vero successo commerciale, non ci furono tour importanti nĆ© un seguito immediato, e Linda Perhacs sparƬ quasi completamente dalla scena musicale subito dopo la pubblicazione del disco. Per decenni il suo nome rimase poco più di una leggenda sotterranea, tramandata tra collezionisti, musicisti e appassionati di folk psichedelico come una specie di segreto nascosto nel tempo. La parte più incredibile della storia ĆØ che Linda Perhacs era una giovane igienista dentale con la passione per il canto che un giorno si trovò come cliente il produttore e compositore Leonard Rosenman. La fine degli anni sessanta era stato un periodo d’oro per il songwriting folk e psichedelico, e la Perhacs condivideva con il marito (scultore) la passione per l’arte e per artisti come Joni Mitchell o Tim Buckley. La Perhacs aveva composto e registrato a casa alcune canzoni e durante una seduta con Rosenman, era stata facilmente convinta dal produttore a consegnargli una cassetta con quelle registrazioni casalinghe. In realtĆ  Rosenman andando via dallo studio dentistico, non immaginava quale scrigno prezioso avesse in tasca, ma ben presto la meraviglia e lo stupore presero il sopravvento e la Perhacs si trovò in uno studio di registrazione pronta a mettere nei solchi quelle canzoni scritte ed interpretate in solitudine. Il risultato fu tanto entusiasmante (dal punto di vista musicale) quanto deludente, visto che il riscontro da parte del pubblico fu fiacco (per usare un eufemismo).Ā Eppure proprio quella sua natura isolata, quasi accidentale, ha reso il disco ancora più magnetico col passare del tempo.Ā Ascoltare Parallelograms oggi significa entrare in un universo sonoro completamente diverso rispetto al folk tradizionale americano dei primi anni Settanta. Linda Perhacs prende elementi acustici molto semplici e li trasforma attraverso armonizzazioni vocali surreali, strutture imprevedibili e una sensibilitĆ  psichedelica che non ha nulla di esplicitamente ā€œhippieā€ o decorativo. Il disco sembra sospeso continuamente tra natura e allucinazione, tra introspezione e dissoluzione della realtĆ . Le canzoni si muovono come organismi vivi, cambiando forma lentamente e lasciando emergere dettagli sonori quasi impercettibili che continuano a riaffiorare a ogni ascolto. ā€œChimacum Rainā€ non ĆØ altro che l’inizio, estremamente intenso, di questo viaggio sonoro cosƬ particolare. Il brano prende il nome da Chimacum, una zona dello stato di Washington, ma più che raccontare un luogo reale sembra evocare uno spazio mentale fatto di pioggia, memoria e trasformazione. La canzone respira lentamente, seguendo una logica più vicina ai fenomeni naturali che alla forma tradizionale della canzone folk. La pioggia evocata dal titolo non ĆØ soltanto un’immagine atmosferica ma diventa una presenza sonora costante, qualcosa che attraversa il brano e lo rende profondamente immersivo. Come detto, la delusione di un approccio freddo da parte del pubblico e la continua tendenza degli addetti ai lavori a paragonarla ad altre stelle del cantautorato folk, portarono la Perhacs a tornare al suo precedente lavoro confinandola in un anonimato da cui ĆØ uscita solo nel 2014, quando da splendida settantenne ha pubblicato The Soul Of All Natural Things. La storia di Linda Perhacs continua a colpire perchĆ© dimostra quanto certi dischi possano vivere indipendentemente dal successo immediato e dalle logiche dell’industria musicale. Parallelograms non ĆØ diventato importante grazie alla promozione o alle classifiche ma attraverso un lento passaggio di mano in mano, ascolto dopo ascolto, fino a trasformarsi in qualcosa di quasi mitologico, riscoperto da nuove generazioni di musicisti e ascoltatori.

Oh Me Oh My: memoria, sopravvivenza e spiritualitĆ  sonora

La storia di Lonnie Holley ĆØ una delle più intense e straordinarie della cultura artistica americana contemporanea perchĆ© prima ancora di essere musicista Holley ĆØ stato scultore, performer, narratore e testimone diretto di un’America marginale, violenta e profondamente segnata dalle disuguaglianze razziali e sociali. Nato in Alabama nel 1950 e cresciuto in condizioni durissime, Lonnie Holley ha attraversato povertĆ  estrema, sfruttamento e traumi personali trasformando però ogni frammento della propria esperienza in materia creativa. Per molti anni la sua arte si ĆØ sviluppata soprattutto attraverso assemblaggi e sculture realizzate con materiali recuperati, oggetti abbandonati e detriti della societĆ  americana, costruendo un linguaggio visivo capace di parlare contemporaneamente di memoria, sopravvivenza e spiritualitĆ . Quando la musica ĆØ diventata centrale nel suo percorso artistico, Holley ha semplicemente continuato a fare ciò che aveva sempre fatto, ovvero trasformare ciò che resta, ciò che viene dimenticato e ciò che appare spezzato in qualcosa di vivo. Ascoltare la musica di Lonnie Holley significa entrare in un flusso continuo di pensiero, improvvisazione e memoria collettiva. I suoi dischi non funzionano secondo le regole tradizionali della forma canzone e spesso sembrano emergere direttamente dall’istante presente, come se ogni parola e ogni suono stessero prendendo forma nel momento stesso dell’esecuzione. ƈ una musica profondamente libera che attraversa gospel, blues, spoken word, ambient, jazz spirituale ed elettronica sperimentale senza mai appartenere completamente a nessuno di questi linguaggi. Con Oh Me Oh My, pubblicato nel 2023, Lonnie Holley realizza probabilmente uno dei lavori più accessibili e insieme più profondi della sua carriera. Il disco mantiene intatta la sua natura visionaria e improvvisativa ma riesce anche a costruire un dialogo molto forte con la musica contemporanea grazie alla presenza di collaboratori provenienti da mondi diversi. L’album si muove continuamente tra spiritualitĆ  e denuncia sociale, tra memoria personale e riflessione collettiva, lasciando emergere un’umanitĆ  fragile ma ostinatamente resistente. La voce di Holley resta il centro emotivo di tutto il progetto, un flusso continuo di immagini, invocazioni e frammenti poetici che sembrano arrivare da una dimensione sospesa tra sogno e testimonianza diretta.Ā Dentro questo universo emotivo e spirituale, ā€œEarth Will Be Hereā€, interpretata insieme a Moor Mother, rappresenta uno dei momenti più intensi e politicamente significativi dell’intero disco. L’incontro tra Holley e Moor Mother appare naturale perchĆ© entrambi condividono una stessa idea dell’arte come atto di resistenza, memoria e trasformazione. Anche se appartengono a generazioni differenti, i loro linguaggi riescono a dialogare perfettamente attraverso una tensione comune tra poesia, improvvisazione e critica sociale.Ā Il brano si sviluppa lentamente, quasi come una meditazione collettiva sul tempo, sulla permanenza e sulla fragilitĆ  dell’essere umano. Il titolo stesso suggerisce immediatamente una prospettiva molto precisa, quella di una Terra destinata a sopravvivere oltre le crisi, le violenze e le contraddizioni dell’umanitĆ . Il dialogo tra i due artisti non cerca mai armonia nel senso tradizionale ma costruisce piuttosto un equilibrio instabile tra contemplazione e urgenza. Le loro voci sembrano provenire da spazi differenti ma finiscono lentamente per intrecciarsi dentro lo stesso flusso emotivo. ƈ un brano che parla di sopravvivenza ma anche di responsabilitĆ  collettiva, di memoria ma anche di futuro, senza mai trasformarsi in manifesto esplicito o slogan.

Eternal Life No End: il suono come memoria ferita

Chiudiamo il podcast con un incontro, quello tra Radwan Ghazi Moumneh e FrĆ©dĆ©ric D. Oberland, che sembrava quasi inevitabile se si osservano i percorsi artistici dei due musicisti negli ultimi anni. Moumneh, mente del progetto Jerusalem In My Heart, ha costruito una delle ricerche sonore più intense e personali della musica sperimentale contemporanea, fondendo tradizione araba, elettronica analogica, improvvisazione e memoria culturale in un linguaggio profondamente fisico e spirituale. Oberland, invece, attraverso il lavoro con gli Oiseaux-TempĆŖte e numerosi altri progetti tra ambient, drone e colonne sonore, ha sviluppato una sensibilitĆ  capace di trasformare il paesaggio sonoro in esperienza cinematica e politica allo stesso tempo. Insieme, i due artisti sembrano trovare un terreno comune fatto di tensione, evocazione e ricerca continua di nuove forme espressive.Ā Con Eternal Life No End, Moumneh e Oberland realizzano, grazie alla garanzia di un’etichetta come la canadese Constellation, un disco che va ben oltre la semplice collaborazione musicale e assume quasi la forma di un rituale sonoro, un’opera attraversata da lutto, memoria, spiritualitĆ  e violenza storica. L’album si muove dentro territori difficili da definire perchĆ© tutto appare costantemente sospeso tra composizione e improvvisazione, tra musica concreta e trance rituale, tra paesaggio elettronico e presenza fisica degli strumenti acustici. Ascoltare il disco significa entrare in uno spazio sonoro instabile, dove nulla rimane fermo e ogni elemento sembra emergere lentamente da una profonditĆ  invisibile. Uno degli aspetti più affascinanti di Eternal Life No End ĆØ il modo in cui il suono viene trattato come materia viva. I modular synth, le percussioni, gli strumenti tradizionali mediorientali e le texture ambientali non costruiscono semplicemente arrangiamenti ma sembrano piuttosto stratificarsi come frammenti di memoria o rovine sonore. La musica non segue una progressione narrativa tradizionale ma procede attraverso accumuli, tensioni e trasformazioni continue. Ci sono momenti in cui tutto appare quasi immobile e altri in cui il disco sembra improvvisamente spalancarsi verso un caos controllato e profondamente emotivo.Ā Dentro questo flusso oscuro e magnetico, ā€œDagger Eyesā€ emerge come uno dei momenti più intensi e ipnotici dell’intero album. Il brano si sviluppa lentamente attraverso un ritmo pulsante e quasi ossessivo che sembra creare una sorta di stato di trance controllata. Fin dalle prime battute si percepisce una tensione sotterranea che non cerca mai una vera esplosione ma continua invece ad accumularsi e trasformarsi. I synth modulari costruiscono un ambiente sonoro instabile e organico mentre le percussioni mantengono il pezzo in un movimento costante e rituale.Ā La voce di Moumneh entra nel brano come una presenza frammentata, a tratti distante e quasi disincarnata, aumentando ulteriormente la sensazione di spaesamento: lo sguardo come elemento ambiguo, qualcosa che può essere insieme percezione, memoria e minaccia. Il disco riesce a essere profondamente politico senza mai diventare didascalico, spirituale senza perdere concretezza e radicale senza rinunciare alla dimensione emotiva.

Questo 15° episodio di Sounds & Grooves non ĆØ solo una sequenza di brani, ma un percorso costruito con precisione narrativa visto che traccia connessioni invisibili tra generi lontani (math rock → folk → sperimentazione sonora) e si mantiene in equilibrio tra tensione e rilascio. È un episodio che richiede attenzione, ma che restituisce molto: perfetto per chi cerca un’esperienza d’ascolto completa, stratificata, e lontana dalle logiche algoritmiche.

E non finisce qui. Il prossimo appuntamento con Sounds and Grooves, il 16° episodio stagionale, attraverserĆ  territori sospesi tra malinconia, introspezione e tensione emotiva, muovendosi con naturalezza tra indie rock, slowcore, post-punk e atmosfere notturne. Da The Bevis Frond a Bark Psychosis, passando per Low,The Cure e New Order, questa puntata costruisce un viaggio che parte dalla forma canzone e approda a paesaggi sonori sempre più profondi e contemplativi. Un flusso coerente di ombre, riverberi e melodie capaci di trasformare l’ascolto in esperienza emotiva.

Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.

Potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perchƩ no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web.

Per suggerimenti e proposte, scrivetemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it.

Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto.

Buon Ascolto

TRACKLIST

1. ZU: Golgotha Ā da Ā ā€˜Ferrum Sidereum’  (2026 – House Of Mythology)

2. HORSE LORDS: TruthersĀ Ā da Ā ā€˜Interventions’  (2016 – Northern Spy)

3. DON CABALLERO: In The Abscence Of Strong Evidence To The Contrary, One May Step Out Of The Way Of The Charging BullĀ Ā Ā da Ā ā€˜What Burns Never Returns’  (1998 – Touch And Go)

4. JUNE OF 44: Seemingly Endless SteamerĀ Ā Ā da Ā ā€˜The Anatomy Of Sharks EP’  (1997 – Quarterstick Records)

5. A MINOR FOREST: The Dutch FistĀ Ā da Ā ā€˜Inindependence’  (1998 – Thrill Jockey)

6. KEVIN AYERS: WhatevershebringswesingĀ Ā daĀ  ā€˜Whatevershebringswesing’  (1972 – Harvest)

7. HATFIELD AND THE NORTH: CalyxĀ Ā da Ā ā€˜Hatfield And The North’  (1974 – Virgin)

8. SCENIC: Carrying On To Cadiz Ā da Ā ā€˜Incident At Cima’  (1995 – Independent Project Records)

9. ABIGAIL SNAIL: Attach BayonetsĀ Ā daĀ  ā€˜Rad Berms’  (2026 – Romac Puncture Repairs)

10.Ā PICTISH TRAIL: Torch Song Ā da Ā ā€˜Life Slime’  (2026 – Fire Records)

11. THE MAGNETIC FIELDS: ’67 Come Back As A Cockroach Ā da Ā ā€˜50 Song Memoir’  (2017 – Nonesuch)

12. GILLIAN WELCH, DAVID RAWLINGS: North Country daĀ  ā€˜Woodland’  (2024 – Acony Records)

13. LINDA PERHACS: Chimacum Rain daĀ  ā€˜Parallelograms’ (1970 – Kapp Records)

14. LONNIE HOLLEY: Earth Will Be Here (feat. Moor Mother)Ā Ā daĀ  ā€˜Oh Me Oh My’  (2023 – Jagjaguwar)

15. RADWAN GHAZI MOUMNEH & FRƉDƉRIC D. OBERLAND: Dagger Eyes Ų¹ŁŠŁˆŁ† Ł…Ł„Ų£ŁŽŁ‰ Ų·Ų¹ŁˆŁ†Ā Ā daĀ  ā€˜Eternal Life No End Ł„ŁŠŁ„Ų© ظلماؔ Ł…Ł„Ų¹ŁˆŁ†Ų©ŲŒ كحياة Ų·Ų§Ł„ŲØŁŠŁ‡Ų§ā€™Ā  (2026 – Constellation)

MIXCLOUD

TIDAL PLAYLIST

Sounds & Grooves - S20E15:
Playlist TIDAL

Sounds & Grooves Selection

Il 15° episodio di Sounds & Grooves procede dal math rock ipnotico al folk psichedelico fino alla trascendenza sperimentale: un episodio che trasforma la playlist in un viaggio emotivo e narrativo.

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