Podcast

Sounds & Grooves Podcast | Costellazioni Alternative: S20E17

Sounds & Grooves – Stagione 20 Episodio 17
Costellazioni Alternative

Il diciassettesimo episodio stagionale di Sounds & Grooves tiene insieme nuove uscite del 2026, classici dell’alternative rock, folk obliquo, psichedelia rumorista e derive post-punk

šŸŽ™ļø ā€œBenvenuti a Sounds & Grooves, il podcast dove i dischi prendono vita, i suoni diventano storie e la musica alternativa si racconta senza filtri. Io sono Stefano Santoni: preparatevi a un viaggio tra rumore, melodie e visioni sonore.ā€

Da The Heads a Bim Sherman, passando per Felt, R.E.M., Kneecap e Broken Social Scene: il diciassettesimo episodio di Sounds and Grooves attraversa quarant’anni di musica alternativa tra rumore cosmico, post-punk emotivo, folk rituale e canzoni che continuano a reinventare il presente.

Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to

Download, listen, enjoy!!!

Prima di partire con questo viaggio in musica potete effettuare il download del podcast anche nella versione a 320 kb/s semplicemente cliccando sul banner qui sotto.

Scarica il podcast a 320 kb/s

ATTO I – Visioni cosmiche e nuove derive

The Heads: Psichedelia senza confini

Iniziamo il podcast con un patrimonio importante della psichedelia inglese fin dagli anni ’90 come The Heads. I membri fondatori Simon Price (Kandodo), H O Morgan, Wayne Maskell e Dave Spencer, che verrĆ  presto sostituito fa Paul Allen (Anthroprophh), iniziarono a suonare in un garage di Bristol, creando un suono intenso e distorto che si distaccava dalle tendenze britpop dell’epoca. Il loro stile fonde jam psichedeliche dilatate, fuzz pesante e un approccio ā€œDIYā€ che li ha resi pionieri dell’estetica underground psichedelica britannica. Dopo alcuni singoli indipendenti, il debutto Relaxing With… (1996) ha iniziato a consolidare la loro reputazione nella scena heavy-psych. Il loro suono visionario, pur rimanendo ai margini del successo commerciale, ha esercitato una forte influenza su band psych moderne come White Hills e Gnod. La cittĆ  di Bristol, giĆ  laboratorio creativo per realtĆ  come Massive Attack e Portishead, rappresentò per i The Heads un ambiente perfetto in cui fondere influenze molto diverse. La band guardava contemporaneamente al krautrock tedesco dei Can e dei Neu!, allo space rock degli Hawkwind, alla psichedelia abrasiva dei Loop e degli Spacemen 3, ma anche al noise più estremo e al free rock. Fin dagli esordi il gruppo si distinse per un approccio quasi fisico al suono: lunghe jam elettriche, muri di feedback, groove ossessivi e strutture spesso prive di una forma tradizionale. Pur rimanendo sempre lontani dai riflettori mainstream, la band di Bristol ha costruito una discografia monumentale che dialoga idealmente con pace rock, krautrock, noise e improvvisazione libera, spesso sviluppata attraverso lunghissime jam ipnotiche. Il recente yourprettyplaceisgoingtohell continua questa tradizione visionaria attraverso un flusso sonoro denso e abrasivo che sembra non avere nĆ© inizio nĆ© fine. Il disco sembra voler esasperare ulteriormente la componente cosmica e allucinatoria del loro linguaggio, creando un flusso sonoro che oscilla continuamente tra trance motorik e caos controllato. ā€œOnā€Ā ĆØ uno dei brani più corti del programma, dominato dalla torrenziale ā€œ it’s about time….and spaceā€ e mette subito in chiaro le intenzioni del podcast, con un suono potente che sembra espandersi continuamente senza confini.

Ulrika Spacek – Il labirinto sonoro di Expo

Continuiamo a parlare di album appena pubblicati con una band formata a Reading dallo scioglimento dei Tripwires. Gli Ulrika Spacek si sono formati nel 2014 grazie all’incontro tra il cantante-chitarrista Rhys Edwards, il chitarrista Rhys Jenkins, il tastierista Joseph Stone, il bassista Syd Kemp e il batterista Callum Brown, costruendo rapidamente un’identitĆ  fortemente riconoscibile fatta di tensione atmosferica, destrutturazione melodica e continua ricerca sonora. Fortunatamente il quintetto ha sempre cercato di evitare qualsiasi sovraesposizione, pubblicando solamente quattro lavori in una decina d’anni di attivitĆ . Pur pescando da diverse soluzioni sonore (new wave, psichedelia, suggestioni kraut, shoegaze), il quintetto ha sempre brillato per originalitĆ , riuscendo a trasformare influenze molto riconoscibili in qualcosa di profondamente personale. Un approccio che cerca di smussare gli angoli opposti pop e sperimentazione, costruendo allo stesso tempo una forte reputazione live grazie a concerti intensi e spesso imprevedibili. Il gruppo ĆØ tornato da poco sugli scaffali dei negozi di dischi con un nuovo album intitolato semplicemente Expo, dove sembrano spingersi ancora più avanti nella loro ricerca, lavorando senza sosta sull’idea di costruzione e demolizione sonora, creando strutture che sembrano emergere lentamente per poi collassare improvvisamente. Il brano inserito nel podcast, ā€œBuild A Box Then Break Itā€ visualizza proprio questo approccio compositivo, che predilige l’accumulo di strati di chitarre, rumori e variazioni armoniche che modificano continuamente la percezione dello spazio sonoro. Paesaggi apparentemente instabili che improvvisamente si aprono a ritornelli quasi pop, arrangiamenti sofisticati ma immediati, un utilizzo intelligente e mai invasivo dell’elettronica, Expo ĆØ l’ennesima dimostrazione del grande talento di questo quintetto inglese, bravissimi.

Kneecap: IdentitĆ , provocazione e caos urbano

Dj PróvaĆ­, nome d’arte di J. J. Ɠ Dochartaigh, ha fondato i Kneecap nel 2017 insieme ai due rapper Liam Ɠg Ɠ hAnnaidh aka Mo Chara e Naoise Ɠ CaireallĆ”in aka MóglaĆ­ Bap. Il nome della band deriva da kneecapping, le gambizzazioni che avvenivano durante il periodo di violenze tra i repubblicani cattolici e i protestanti filobritannici dell’Ulster, quando i militanti e i paramilitari punivano spacciatori, criminali e presunti informatori, sparandogli alle gambe. Il trio irlandese, fin dagli esordi, si ĆØ esposto in modo frontale e provocatorio su diversi temi. Il loro logo ricorda il passamontagna che i paramilitari dell’IRA indossavano durante il conflitto nordirlandese, e lo stesso DJ PróvaĆ­ indossa un passamontagna con il tricolore dell’Irlanda ā€œperchĆ© ĆØ il simbolo delle persone che resistono. E poi questo ha i colori della bandiera irlandese: il verde dei nazionalisti, l’arancione degli unionisti e il bianco nel mezzo, simbolo della paceā€. Il trio ĆØ assunto alla notorietĆ  sul palco di Coachella un paio di anni fa, invitando il pubblico a gridare il coro “Free Palestine!”Ā  e proiettando frasi non proprio accomodanti sulla “gestione” palestinese da parte del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. A mettere benzina sul fuoco del trio irlandese, poco tempo dopo, ecco l’accusa a Mo Chara di sostegno al terrorismo da parte del governo del Regno Unito, per aver sventolato una bandiera di Hezbollah durante il Glastonbury Festival del 2024. Nonostante le accuse siano cadute (la bandiera era stata tirata sul palco da uno spettatore), il trio ha dovuto subire l’accusa di anti semitismo e la censura da parte di molti paesi stranieri, con gli Stati Uniti naturalmente in primo piano nel negargli il visto di entrata. Incuranti del vento contrario, i tre sono tornati a far sentire la loro voce pubblicando Fenian, il loro secondo lavoro in studio che evoca l’antico nome dei popoli irlandesi,Ā fenĆ©, e si riferisce ai rivoluzionari repubblicani che combatterono per l’indipendenza dall’impero britannico. Prodotto da Dan Carey, il nuovo album dei Kneecap espande il loro linguaggio sonoro incorporando elementi folk, elettronici e sperimentali senza perdere la brutalitĆ  ritmica tipica dell’hip hop. La scelta del brano ĆØ caduta su ā€œCocaine Hillā€ anche per la presenza di Radie Peat. La cantante dei Lankum porta nella canzone una tensione folk oscura e ancestrale parlando di dipendenza e depressione, che contrasta perfettamente il caos urbano dei Kneecap. Il risultato ĆØ un brano che sembra mettere in collisione passato e presente, ritualitĆ  antiche e alienazione contemporanea. Tra invettive al giudice del processo contro Mo Chara, accuse dirette al governo inglese e il sostegno esplicito alla causa palestinese, il trio si esprime con forza in gaelico, dando alle stampe un lavoro notevole non solo dal punto di vista sociale ma anche da quello prettamente musicale.

Cocanha: La tradizione occitana reinventata

Le Cocanha rappresentano uno dei progetti più originali emersi negli ultimi anni nell’ambito della reinterpretazione della musica tradizionale europea. Il duo francese proveniente da Tolosa, formato da Caroline Dufau e Lila Fraysse, lavora sulla tradizione occitana recuperandone la forza rituale e comunitaria senza mai trasformarla in semplice riproduzione folkloristica. La cultura occitana possiede una storia lunghissima e complessa, profondamente radicata nel sud della Francia ma spesso marginalizzata rispetto alla cultura dominante francese. Proprio per questo molti artisti contemporanei hanno iniziato negli ultimi anni a recuperare lingua, canti e tradizioni popolari occitane come forma di resistenza culturale e riscoperta identitaria. Le Cocanha si inseriscono perfettamente in questo movimento ma lo fanno con uno sguardo estremamente contemporaneo.Ā La loro musica nasce quasi esclusivamente dalla voce e dalle percussioni. Attraverso battiti di mani, tamburi minimali e intrecci vocali ipnotici, il duo costruisce paesaggi sonori che sembrano appartenere contemporaneamente al passato e al presente. L’elemento ripetitivo e circolare diventa fondamentale, trasformando le canzoni in una sorta di riti collettivi in cui il tempo sembra dissolversi. Flame Folclòre rappresenta uno dei punti più maturi del loro percorso artistico, doveĀ  non cerca mai di modernizzare artificialmente la tradizione, ma piuttosto di liberarne tutta la forza ritmica e spirituale. Le registrazioni mantengono una dimensione estremamente fisica e organica, quasi come se l’ascoltatore si trovasse direttamente all’interno di un rito collettivo, sovversivo e liberatorio.Ā ā€œRemenanuĆØchā€, il primo brano del disco, ĆØ una traccia di folk da combattimento che si sviluppa attraverso ripetizioni vocali e percussive che generano un effetto ipnotico progressivo. Le Cocanha dimostrano come la musica tradizionale possa ancora essere profondamente contemporanea senza perdere autenticitĆ , e loro lo fanno nel modo migliore possibile, riappropriandosi del loro territorio e delle loro, splendide, tradizioni sovversive, dimostrando che il folklore non ĆØ nĆ© un abbellimento nĆ© nostalgia, ma un luogo di lotta, dove narrazioni, e identitĆ  vengono costantemente rinegoziati.

My Precious Bunny: fragilitĆ  digitale e surrealismo emotivo

La vocazione indie pop scorre sempre molto potente nel DNA della famiglia Wolter. I fratelli Jack e Lily, sotto il nome diĀ Penelope Isles, avevano pubblicato a fine 2021 il loro secondo album Which Way To Happy, registrato da un nome importante come Dave Fridmann (Flaming Lips, MGMT). Il disco vedeva i due fratelli originari dell’Isola di Man ma residenti a Brighton alle prese con un appiccicoso miscuglio di dream-pop, ondate psichedeliche e techno-wave, un suono indie che prendeva qualcosa da band come Grizzly Bear ma con un’attitudine frizzante e stralunata. Quando Jack si ĆØ impegnato in un altro progetto, sotto lo pseudonimo di Cubzoa, per Lily ĆØ stato il momento perfetto per riprendere alcune canzoni scritte durante il lockdown, quando forzatamente aveva vissuto a casa dei suoi genitori a Penzance, in Cornovaglia, senza nulla da fare se non registrare demo e andare a fare surf. Fresca di una rottura, si era ritrovata immersa in un peso enorme fatto di riflessione, gelosia, cuore spezzato, ricordi, confusione, insicurezza e bassa autostima, che veniva alleviato registrando demo nella sua camera da letto. Entrata in sala di registrazione con l’aiuto del suo carissimo amico e produttore Allister Kellaway, si ĆØ ribattezzata come My Precious Bunny, il nome con cui la madre la chiamava da piccola. L’album, appena uscito, si intitola A Moment In My Eyes, e abbandona la parte più elettronica del precedente progetto per spingere sull’acceleratore del pop più riflessivo e profondo acquistando profonditĆ  con l’aggiunta qua e la di arrangiamenti di archi e fiati. ā€œKookieCannibalā€ suggerisce giĆ  dal titolo una collisione tra immaginario infantile e tensione disturbante, e la voce di Lily quasi sussurrata, viene circondata da elementi sonori dissonanti, piccoli rumori elettronici e improvvise aperture melodiche che sembrano provenire dal miglior dream-pop. Come dice la stessa Lily nel press kit: “ƈ intima e cinematografica allo stesso tempo: musica per conversazioni notturne a cuore aperto e lunghi viaggi in macchina verso nessun luogo in particolare, con ogni nota carica di nostalgia e movimento.”

Aldous Harding: il teatro enigmatico di Train On The Island

Spesso e volentieri (anche recentemente) ĆØ apparsa su queste pagine la neozelandese di stanza in Galles Hannah Sian Topp, più conosciuta come Aldous Harding, senza dubbio una delle songwriters più talentuose ed interessanti uscite negli ultimi anni. Un percorso dove si inseguono storie e stati d’animo, raccontati dalla prospettiva personale di un’autrice che piano piano ha saputo trovare un equilibrio tra malinconia e vitalitĆ . Se quattro anni fa Warm Chris ne aveva confermato la statura artistica con un album variegato, spiazzante, bizzarro e magistrale, che ci aspettavamo da un’artista assolutamente unica, anche il suo recente ritorno non fa altro che ribadire con forza il suo gigantesco talento. Train On The Island ĆØ stato registrato dallo stesso team di musicisti e produttore (l’immancabile John Parish) e addirittura negli stessi studi, i leggendari Rockfield Studios di Monmouth in Galles, degli ultimi tre album. Questo basta per non aspettarci niente di nuovo da un’artista che invece della sorpresa ha fatto uno dei suoi punti di forza? Naturalmente la risposta ĆØ no, la schizofrenia creativa della Harding ĆØ sempre assolutamente la sua carta vincente, cambi improvvisi di tono, pause, movimenti vocali quasi teatrali, arrangiamenti essenziali che lasciano emergere ogni minima sfumatura interpretativa. Insomma, da sempre la neozelandese riesce a creare un senso di mistero permanente, travestendosi in maniera diversa ad ogni brano, e talvolta anche all’interno della stessa traccia. Il nuovo disco rappresenta un ulteriore capitolo di questa continua evoluzione artistica, lavorando se possibile ancora di più sulla sottrazione e sull’ambiguitĆ , costruendo paesaggi sonori rarefatti in cui ogni elemento appare attentamente calibrato. La ā€œOne Stopā€ scelta per il podcast ĆØ assolutamente perfetta in questo senso, con quel pianoforte alla Laura Nyro a costruire un tappeto dove giocare con la sua voce elegante e divertita, per poi cambiare registro nella seconda metĆ  trasformandosi in una perfetta gemma pop condotta dalla chitarra di H. Hawkline e dalla batteria di Sebastian Rochford. L’ennesimo grande disco di un’artista che ha dimostrato, ancora una volta, come il folk contemporaneo possa diventare territorio di sperimentazione radicale senza perdere intensitĆ  emotiva.

ATTO II — Indie rock, romanticismo e tensione emotiva

Grant Lee Buffalo: l’America inquieta di Fuzzy

Grant-Lee Phillips non ha mai davvero inseguito la popolaritĆ . La sua passione e visione musicale ĆØ stata ispirata, almeno agli inizi, dal Paisley Underground e dal post punk. Come abbiamo appena detto, insieme all’amico californiano Jeffrey Clark aveva creato gli Shiva Burlesque. Una delle band di culto di quel periodo. Un gruppo sottovalutato e rimasto sempre nell’ombra senza mai avere avuto almeno un briciolo della popolaritĆ  avuta dai Dream Syndicate o dai Rain Parade. Una volta sciolta la band, Phillips salƬ sul palco per una manciata di spettacoli da solista nei club di Hollywood, prima di reclutare gli ex membri degli Shiva Burlesque Joey Peters (batteria) e Paul Kimble (basso) e chiamare il nuovo gruppoĀ Grant Lee Buffalo. Il trio si costruƬ rapidamente un seguito locale, facendo il tutto esaurito nei club grazie ad alcune intense performances dal vivo. per Phillips il nuovo gruppo ĆØ stato stata la sua consacrazione in parte anche commerciale del suo talento di musicista. Le canzoni dei Grant Lee Buffalo evocavano spesso paesaggi desertici, piccole cittĆ  dimenticate, tensioni sociali e una costante sensazione di irrequietezza esistenziale, e la voce intensa di Phillips contribuiva a rendere tutto ancora più personale e riconoscibile. Fuzzy, l’album di esordio del trio pubblicato nel 1993, ĆØ stato uno splendido affresco di come il suo suono abbia abbandonato in parte la matrice Paisley per andare a pescare nella tradizione folk e country. Tra ballad elettriche, melodie impetuose e piccoli gioielli come ā€œJupiter And Teardropā€, l’esordio della band si rivela come un piccolo grande capolavoro, non scevro da aperte denunce politiche. Un affascinante viaggio sulle strade blu americane. I Grant Lee Buffalo sono rimasti per molti anni una band amatissima soprattutto da musicisti, critici e ascoltatori particolarmente attenti, forse proprio perchĆ© incapaci di aderire pienamente a una scena specifica. Non erano grunge, non erano folk tradizionale, non erano college rock nel senso classico. Erano qualcosa di più ambiguo e personale. Phillips successivamente non ripeterĆ  più le vette dei primi due lavori della sua creatura, ma continuerĆ  a sfornare album dalla media qualitativa estremamente elevata.

Keene Brothers: l’incontro perfetto tra Robert Pollard e Tommy Keene

Andiamo avanti nel podcast parlando di un progetto breve ma estremamente significativo nella storia del rock indipendente americano.Ā Dietro il nome di Keene Brothers si nascondeva infatti l’incontro tra due figure fondamentali dell’underground statunitense: Robert Pollard, mente creativa dei Guided By Voices, e Tommy Keene, uno dei più grandi autori power pop della sua generazione.Ā Per comprendere davvero il loro unico lavoro, Blues And Boogie Shoes, bisogna partire dalla storia dei due protagonisti. Robert Pollard ĆØ stato uno degli artisti più prolifici e influenti dell’indie rock americano. Con i Guided By Voices ha costruito una discografia immensa fondata su registrazioni lo-fi, melodie irresistibili e una scrittura capace di fondere surrealismo, rock classico e cultura pop americana, incarnando da sempre l’idea romantica dell’artista indipendente totalmente libero da regole commerciali. Tommy Keene, invece, rappresentava una figura più appartata ma altrettanto importante. Fin dagli anni Ottanta aveva sviluppato uno stile personale che univa power pop, jangle rock e malinconia melodica. Pur non raggiungendo mai un grande successo commerciale, Keene era considerato da moltissimi musicisti una sorta di autore di culto, capace di scrivere canzoni perfette con apparente semplicitĆ .Ā Quando i due decisero di collaborare nel progetto Keene Brothers, il risultato fu sorprendentemente naturale. Blues And Boogie Shoes appare infatti come l’incontro ideale tra l’immediatezza melodica di Tommy Keene e l’immaginazione surreale di Pollard. Il disco mantiene un’atmosfera leggera e malinconica, profondamente legata alla tradizione del rock alternativo americano.Ā ā€œDeath Of The Partyā€ rappresenta uno dei momenti più belli dell’album. La canzone possiede quella qualitĆ  malinconica tipica del miglior power pop: melodie luminose che nascondono però una forte sensazione di perdita e vulnerabilitĆ , le chitarre brillano senza mai diventare eccessive, mentre la scrittura mantiene una naturalezza quasi disarmante. Il disco resta uno dei grandi tesori nascosti dell’indie americano degli anni Duemila, capace di conservare ancora oggi tutta la sua eleganza malinconica.

Felt: il romanticismo eterno di Ignite The Seven Cannons

Ogni tanto mi tocca fare un onestissimoĀ mea culpaĀ quando includo nei podcast artisti che sono passati non propriamente spesso da queste parti. Stavolta non potevo ignorare la storia di un personaggio misterioso e carismatico come Lawrence Hayward, che con i suoiĀ Felt ha scritto pagine di musica assolutamente memorabili durante gli anni ’80. L’amore per Tom Verlaine ed i Television ĆØ stata la scintilla che ha portato il ragazzo di Birmingham a creare musica. Non sarĆ  facile il percorso che porterĆ  Hayward a registrare finalmente nel 1982 il primo mini Crumbling The Antiseptic Beauty: il pessimismo dopo un rifiuto di contratto da parte della label Postcard ma subito dopo un invito di Mark E. Smith in persona per aprire un concerto dei The Fall, tanto da fargli capire che la strada intrapresa era quella giusta. Da li in poi ci saranno un tour con i Cocteau Twins, l’ingresso del giovane tastierista Martin Duffy (scomparso a fine 2022 che poi suonerĆ  con The Charlatans e Primal Scream) e l’abbandono del chitarrista e co-fondatore Maurice Deebank a sancire il regno di Hayward pronto ad allontanare le venature più scure e a portare i Felt verso una sorta di synth pop ambizioso e raffinato. Lawrence concepiva i Felt quasi come un’opera artistica totale. Ossessionato dalla ricerca della bellezza e profondamente distante dalle logiche commerciali, costruƬ attorno alla band un’estetica raffinatissima fatta di romanticismo decadente, jangle pop, psichedelia delicata e influenze letterarie. Pur pubblicando album straordinari per etichette indipendenti come Cherry Red, i Felt rimasero sempre ai margini del successo mainstream, diventando però un punto di riferimento fondamentale per generazioni successive di musicisti indie. Nel 1985 esce il loro quarto album in studio. Ignite The Seven Cannons And Set Sail For The Sun, prodotto da Robin Guthrie dei Cocteau Twins rappresenta una svolta importante nella storia dei Felt. Ultimo a vedere la presenza del chitarrista e co-fondatoreĀ Maurice Deebank e primo con le tastiere di Martin Duffy, il disco mostraĀ arrangiamenti più atmosferici e influenze dream pop, coordinate che stavano ridefinendo la musica indipendente britannica di metĆ  anni ’80. Proprio Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins ĆØ l’ospite speciale diĀ “Primitive Painters”, quello che diventerĆ  il singolo di maggior successo dei Felt, raggiungendo la vetta della classifica dei singoli indipendenti del Regno Unito. Il testo riflette perfettamente l’universo poetico di Lawrence, sempre in equilibrio tra aspirazione artistica e senso di esclusione dal mondo reale, con l’ausilio della magica voce della Fraser, la canzone si trasforma in qualcosa di sospeso tra spiritualitĆ  e sogno. Fortunatamente da qualche tempo la benemerita Cherry Red ha provveduto a ristampareĀ i dieci dischi pubblicati dalla band, anche se con unĀ artwork, come dire, talvolta discutibile.

Broken Social Scene: il caos emotivo di You Forgot It In People

All’inizio degli anni Duemila, quando l’indie rock internazionale stava lentamente uscendo dall’estetica minimalista degli anni Novanta, i Broken Social Scene portarono una nuova idea di collettivitĆ  sonora. Più che una semplice band, il progetto canadese guidato da Kevin Drew (voce e chitarra) e Brendan Canning (voce e basso) funzionava come una comunitĆ  artistica aperta e mutevole, capace di coinvolgere decine di musicisti provenienti dalla scena indipendente di Toronto.Ā La nascita dei Broken Social Scene rappresentò una sorta di reazione emotiva alla frammentazione dell’indie rock di fine anni Novanta. Invece di lavorare sulla sottrazione, il collettivo puntava sull’accumulo: chitarre sovrapposte, orchestrazioni improvvise, voci multiple, rumore, melodia e caos convivevano continuamente all’interno delle loro composizioni.Ā Dopo l’esordio quasi strumentale di Feel Good Lost, il gruppo pubblicò nel 2002 You Forgot It In People, disco destinato a diventare uno degli album più importanti dell’indie rock del nuovo millennio. Il lavoro riusciva a fondere sensibilitĆ  pop, noise rock, post-rock e orchestrazioni emotive in un linguaggio completamente personale. Parallelamente il disco contribuƬ anche a rendere internazionale l’intera scena canadese, aprendo la strada ad artisti come Arcade Fire, Feist e Metric. Il disco ĆØ stato il momento della svolta commerciale per la band nonostante siano state usate tecniche di produzione complesse e sperimentali e un gran numero di strumenti, in linea con il notevole ampliamento della formazione della band che vedeva ben 8 membri e la collaborazione di altri musicisti come Leslie Feist. L’entusiasmo locale per l’album ĆØ stato cosƬ grande che le prime tirature andarono rapidamente esaurite, rendendo necessaria una ristampa nel 2003. La ā€œCause = Timeā€ inserita in scaletta, condotta dalla voce di Kevin Drew, cresce lentamente attraverso un continuo accumulo di tensione fino a trasformarsi in un’esplosione catartica di chitarre, rumore e melodia. Proprio pochi giorni fa il collettivo canadese ha pubblicato il suo primo album in studio dopo nove anni intitolato Remember The Humans, prodotto proprio dallo stesso David Newfeld che era dietro al mixer ventiquattro anni prima per la registrazione di You Forgot It In People.

ATTO III — Post-punk, memoria e dissolvenze notturne

R.E.M. : la maturitĆ  politica e poetica di Lifes Rich Pageant

Cosa si può dire degliĀ R.E.M.Ā che non sia giĆ  stato detto? Una carriera trentennale, quindici album in studio, tutti nessuno escluso (anche gli ultimi due nella fase di minore ispirazione) di grande coerenza ed onestĆ  artistica. Michael Stipe e compagni hanno portato con classe, sensibilitĆ  ed enorme capacitĆ  di scrittura, l’indie rock nelĀ mainstream, vendendo quasi 90 milioni di dischi. Michael Stipe, Peter Buck, Mike Mills e Bill Berry costruirono un linguaggio completamente nuovo, capace di fondere folk rock, post-punk, college rock e sensibilitĆ  poetica. Nei primi anni della loro carriera i R.E.M. apparivano quasi misteriosi. I testi criptici di Michael Stipe, le melodie malinconiche e le chitarre jangle di Peter Buck crearono immediatamente un’estetica riconoscibile e profondamente influente. Album come Murmur e Reckoning ridefinirono completamente il panorama del rock indipendente americano, aprendo la strada a gran parte della musica alternativa degli anni Novanta. Dopo l’esperienza travagliata a Londra con il produttore Joe Boyd di Fables Of The Reconstruction, il gruppo per il seguente Lifes Rich Pageant, pubblicato nel 1986, voleva conservare tutta la sensibilitĆ  melodica degli esordi introducendo anche una maggiore chiarezza politica e una produzione più potente. I R.E.M. iniziarono infatti ad affrontare temi ambientali, sociali e culturali con una consapevolezza nuova, senza mai perdere la loro eleganza poetica. Volevano un disco davvero energico, che potesse inserire anche pianoforti, organi, fisarmoniche, banjo. Per questo presero in considerazione l’idea di lavorare con il produttore Don Gehman perchĆ© avevano apprezzato il suono acustico del suo lavoro con John Mellencamp. E l’album ĆØ stato registrato proprio al Belmont Mall Recording Studio di Mellencamp a Belmont, Indiana, dove il gruppo si trovava molto più a suo agio rispetto a Londra e giorno dopo giorno si scopriva sempre più felice della produzione del disco e della maggiore chiarezza che Gehman aveva dato alla voce di Stipe. ā€œFall On Meā€ ĆØ stato il primo dei due singoli estratti dal disco, una delle prime composizioni della band a trattare il tema dell’ambientalismo, affrontando l’inquinamento ambientale e il problema delle piogge acide, trasformando una questione ecologica in una meditazione profondamente umana sulla fragilitĆ  e sull’interdipendenza. Una splendida e ariosa ballata con una delle melodie più indimenticabili, amate e rappresentative dell’intera carriera di un gruppo assolutamente stellare.

Buy the sky and sell the sky and tell the sky and tell the sky

Don’t fall on me (What is it up in the air for) (It’s gonna fall)

Fall on me (If it’s there for long) (It’s gonna fall)

Blue Orchids: le visioni post-punk di The Greatest Hit (Money Mountain)

Martin Beddington, meglio conosciuto con il nome d’arte di Martin Bramah, incontrò Mark E. SmithĀ e la tastierista originale dei Fall,Ā Una Baines,Ā verso la fine del 1975; Bramah e il bassista fondatoreĀ Tony Friel erano amici della sorella di Smith, Barbara. Il chitarrista rimase nei Fall fino all’aprile del 1979, avendo co-scritto la maggior parte del repertorio della band fino ad allora, inclusa la maggior parte delle canzoni del loro album di debutto Live at the Witch Trials. la vita in simbiosi con un personaggio sarcastico e complicato come Smith non era affatto facile e Bramah lasciò il gruppo a metĆ  tour a causa delle tensioni tra di loro. Anche se per qualcuno le tensioni tra cantante e chitarrista fossero diventate ancora più complesse dopo l’inizio della relazione tra Bramah e la Baines, il chitarrista in seguito dichiarò semplicemente che secondo il suo punto di vista la band “stava diventando un po’ dittatoriale. In fondo eravamo solo ragazzi di 19-20 anni. Volevo essere selvaggio e libero e fare le cose a modo mio”. Dopo la sua uscita dai The Fall, Bramah creò i Blue Orchids (insieme a due altri ex The Fall come la tastierista Una Baines, e il chitarrista Rick Goldstraw, insieme al bassista Steve Toyne e al batterista Ian Rogers) come progetto profondamente personale e immediatamente distinto dalla maggior parte della scena di Manchester dell’epoca. Se molte band post-punk puntavano sull’aggressivitĆ  o sulla sperimentazione più estrema, i Blue Orchids svilupparono invece un linguaggio molto più ambiguo e visionario. La loro musica univa psichedelia deviata, tensione post-punk, melodie oblique e atmosfere quasi allucinate. Martin Bramah portava con sĆ© parte dell’approccio nervoso dei primi The Fall, ma lo trasformava in qualcosa di più melodico e spirituale. La Manchester dei primi anni Ottanta rappresentava un ambiente creativo straordinariamente fertile. Attorno a etichette come Rough Trade e Factory si sviluppò una scena che ridefinƬ completamente la musica britannica indipendente. I Blue Orchids ne rappresentavano il lato più enigmatico e sotterraneo, lontano sia dall’estetica più pop dei New Order sia dal nichilismo urbano di altre realtĆ  post-punk. Il gruppo firmò proprio per la Rough Trade, e dopo il cambio di batterista (Toby Toman dai Durutti Column al posto di Ian Rogers) e di bassista, con Goldstraw a sdoppiarsi dopo l’abbandono di Toyne, ecco nel 1982 la pubblicazione del debutto The Greatest Hit (Money Mountain), 10 tracce attraversate da chitarre oblique, ritmi nervosi e melodie che sembrano emergere improvvisamente dal caos come dimostra la splendida ā€œHanging Manā€ inserita in scaletta. Per comprendere l’ironica scelta del titolo il frontman ha risposto cosƬ: Le case discografiche pubblicano sempre raccolte di “Greatest Hits” di vari artisti famosi, quindi ho pensato che sarebbe stato interessante intitolare il nostro primo albumĀ The Greatest Hit (definitivo singolare), mi faceva presagire un certo senso dell’umorismo – ma cos’ĆØ esattamente il greatest hit? Potrebbe essere una droga, scalare una montagna, innamorarsi o vedere la propria band preferita – per me ĆØ essere veramente presenti nel momento, assaporare la vita senza tutti i momenti pesanti.” La voce di Bramah mantiene sempre una qualitĆ  sospesa e visionaria, amplificando il senso di inquietudine poetica. I Blue Orchids, riformati da Bramah nel 2003 e con lui come unico membro originale, hanno pubblicato sette album di nuovo materiale dal 2003.

House Of All: l’ereditĆ  mutante dei The Fall in Inklings

Martin Bramah rappresenta perfettamente quel momento irripetibile della musica britannica in cui l’underground cercava nuove forme espressive senza alcun interesse verso il successo commerciale o le convenzioni di genere. CosƬ nei The Fall, nei Blue Orchids e nella sua nuova formazione, gli House Of All creati nel 2023 e composti esclusivamente da ex membri dei The Fall.Ā Per oltre quarant’anni i The Fall hanno rappresentato un’anomalia assoluta all’interno della musica contemporanea. Mentre il punk originario si trasformava in new wave o alternative rock, Mark E. Smith continuava a reinventare un linguaggio fondato su ripetizione ossessiva, groove minimali, spoken word delirante e improvvise collisioni tra rockabilly, krautrock, garage e letteratura working class britannica. I The Fall non assomigliavano a nessun altro gruppo e proprio per questo influenzarono generazioni intere di musicisti, dai Sonic Youth ai Pavement, fino a gran parte dell’indie britannico contemporaneo.Ā Dopo la morte di Smith nel 2018 sembrava impossibile immaginare qualsiasi prosecuzione di quell’universo sonoro. Gli House Of All non cercano però di imitare i The Fall nĆ© tantomeno di sostituirli. La band utilizza piuttosto quella grammatica musicale come punto di partenza per sviluppare nuove traiettorie. Inklings , il loro quarto album in studio, rappresenta il momento in cui questo progetto trova una propria identitĆ  autonoma. Il disco conserva la tensione nervosa e la ripetitivitĆ  ipnotica tipiche dei The Fall, ma introduce anche una maggiore apertura melodica e un senso quasi collettivo della composizione. L’assenza di una figura dominante come Mark E. Smith modifica inevitabilmente il modo in cui la musica si sviluppa: meno autoritaria, più fluida, ma ancora profondamente inquieta. La ā€œPrince Of This Worldā€ inserita in scaletta ĆØ costruita attraverso groove ossessivi, linee di basso martellanti e chitarre spigolose che sembrano avanzare in modo quasi automatico. La voce mantiene un tono declamatorio e straniante, mentre la musica procede come una macchina ritmica instabile ma irresistibile. Martin Bramah con i suoi due progetti ĆØ davvero rimasto l’unico erede di un’entitĆ  unica come sono stati i The Fall.

The Go-Betweens: l’eleganza e malinconia di 16 Lovers Lane

Che gran gruppo sono stati i The Go-Betweens. Formati a Brisbane, Australia da due studenti dell’UniversitĆ  del Queensland cosƬ diversi ma cosƬ vicini come Grant McLennan e Robert Forster. Più aperto e comunicativo il primo, più scuro ed introverso il secondo, trovarono comunque il modo di essere inseparabili e di creare tra le pagine più belle dell’indie rock australiano degli anni ’80. Pur provenendo da un continente lontano, il gruppo trovò presto una forte connessione con la scena indipendente britannica degli anni Ottanta. I loro dischi pubblicati per Rough Trade li inserirono idealmente accanto a realtĆ  come Orange Juice, Aztec Camera o Felt, pur mantenendo sempre una personalitĆ  completamente distinta. La forza della band risiedeva soprattutto proprio nel dialogo creativo tra McLennan e Forster: due autori diversissimi ma perfettamente complementari. Grant McLennan possedeva una scrittura più emotiva e malinconica, mentre Robert Forster tendeva verso testi più ironici e osservativi. L’incontro tra queste due sensibilitĆ  generava canzoni straordinariamente sofisticate ma mai fredde o intellettuali, riuscendo a trasformare piccoli dettagli quotidiani in racconti emotivi universali.Ā Verso la fine del 1987 la band, dopo 5 anni trascorsi a Londra, decise di tornare a Sydney. Internamente, mentre la relazione tra Robert Forster e la batterista Lindy Morrison era ormai finita, quella tra Grant McLennan e la violinista Amanda Brown si era intensificata. Al loro ritorno in Australia, la band accolse John Willsteed al basso e iniziò a preparare il sesto album.Ā Il processo di registrazione di 16 Lovers Lane fu diverso rispetto alle precedenti pubblicazioni. Tra il dicembre 1987 e il gennaio 1988, McLennan e Forster iniziarono un intenso processo di composizione, realizzando in anticipo i demo di tutte le canzoni e lasciando meno spazio all’improvvisazione. McLennan dichiarò: ā€œCi siamo davvero seduti per la prima volta dopo anni e abbiamo scritto insieme, nel senso che qualsiasi cosa nuova avessimo ideato la sera prima, la rivedevamo, la riarrangiamo, la scartavamo o la inserivamo in qualcos’altro. Il nostro metodo normale era quello di scrivere separatamente e poi passare due settimane insieme, familiarizzando con le canzoni degli altri e suggerendo idee. Quindi questo modo di procedere era completamente diverso ed era dovuto al tentativo di tornare a ciò che ha dato inizio alla band: l’intimitĆ .ā€ In più, il gruppo era estasiato dal poter lavorare in una cittĆ  dove le spiagge erano a soli 10 minuti di distanza. Il risultato ĆØ un album dove il pop raggiunge vette elevate di malinconia e bellezza. Il primo brano del disco ā€œLove Goes Onā€ ĆØ stato anche l’ultimo singolo pubblicato dal gruppo prima dello scioglimento nel dicembre del 1989, brano che possiede una leggerezza melodica straordinaria ma custodisce al tempo stesso una malinconia profondissima.Ā La pausa momentanea (il gruppo si riformò nel 2000) ed i progetti solisti non intaccarono l’amicizia fraterna tra i due che venne tragicamente spezzata nel 2006 quando, un anno dopo l’ultimo capitolo della band Ocean Apart, McLennan morƬ colpito da un improvviso arresto cardiaco. Da quel momento il capitolo The Go-Betweens ĆØ stato considerato definitivamente chiuso e Forster, dopo un momento di comprensibile vuoto, ha ripreso il suo cammino solista che, nel solco della sua vecchia band, non si mostra mai eccentrico ma predilige la profonditĆ  delle melodie. Se siete appassionati di letture musicali e non, Forster ha anche scritto uno splendido libro di memorie, intitolatoĀ ā€Grant And Iā€Ā per celebrare gli anni trascorsi con il suo grande amico e sodale Grant McLennan.

Peter Blegvad: l’arte, poesia e fragilitĆ  di The Naked Shakespeare

Peter Blegvad ĆØ una delle figure più singolari e difficilmente classificabili della musica sperimentale europea. Nato a New York City ma artisticamente legato soprattutto alla scena britannica, Blegvad ha attraversato decenni di underground muovendosi continuamente tra musica, letteratura, fumetto e arte visiva.Ā La sua carriera iniziò negli anni Settanta con gli Slapp Happy, progetto avant-pop creato ad Amburgo insieme a Dagmar Krause e Anthony Moore, che univa surrealismo, cabaret europeo e sperimentazione rock. In seguito collaborò anche con gli Henry Cow, entrando cosƬ in contatto diretto con l’universo del rock in opposition e della musica d’avanguardia europea. Nonostante queste esperienze estremamente sperimentali, Blegvad ha sempre mantenuto una forte attenzione verso la forma canzone e la scrittura narrativa.Ā Ciò che rende unico il suo lavoro ĆØ proprio la capacitĆ  di fondere intellettualismo e vulnerabilitĆ  emotiva. Le sue canzoni sono spesso costruite come piccoli racconti pieni di ironia, immagini poetiche e improvvise aperture malinconiche. Parallelamente Blegvad ha sempre coltivato una forte attivitĆ  come illustratore e fumettista, sviluppando un immaginario profondamente personale. The Naked Shakespeare, pubblicato nel 1983, ĆØ stato il primo tassello della sua lunga carriera solista. Il disco unisce art rock, folk sperimentale e songwriting letterario in modo assolutamente originale. La cosa che mi ha sempre affascinato del disco ĆØ che pur essendo colto e complesso, riesce a mantenere sempre una forte immediatezza emotiva. Sebbene l’album non abbia ottenuto il successo commerciale sperato, proprio la prima traccia dell’album, ā€œHow Beautiful You Areā€ (scritta insieme a John Greaves, storico collaboratore e bassista degli Henry Cow), ĆØ stata reinterpretata da Leo Sayer nell’album Have You Ever Been In Love, capace invece di arrivare alla 15 posizione della classifica statunitense. Nonostante l’apparente semplicitĆ , l’album, grazie anche alla sapiente produzione di Andy Partridge degli XTC, conserva una straordinaria libertĆ  creativa, mostrando tutta la forza poetica di un artista che ha sempre preferito l’esplorazione artistica alla ricerca del successo.

Bim Sherman: la spiritualitĆ  dub e la malinconia reggae di Miracle

La chiusura del podcast ĆØ affidata ad una voce meravigliosa e ad un album che ogni tanto mi piace ritrovare e riscoprire. Jarrett Lloyd Vincent, in arteĀ Bim Sherman, ĆØ stato uno degli interpreti più incantati e puri delĀ reggae. Le sue prime registrazioni giamaicane alla fine degli anni ’70 mostravano giĆ  una sensibilitĆ  particolare: canzoni introspettive, spesso attraversate da un senso di vulnerabilitĆ  e ricerca spirituale. Pur lavorando all’interno della tradizione reggae, Sherman sembrava sempre interessato a una dimensione più contemplativa e personale della musica. Ma la vera svolta per lo sviluppo del suo suono ĆØ stato il trasferimento a Londra voluto da un produttore fondamentale per l’evoluzione del dub e del reggae come Adrian Sherwood. In Gran Bretagna Sherman ha fatto parte di alcuni collettivi creati da Sherwood con l’intento di ridisegnare confini del reggae e del dub con la sua etichetta On-U Sound. Dopo le collaborazioni con New Age Steppers, The Justice League Of Zion, Singers & Players e Dub Syndicate, nel 1996, poco prima della sua morte, Sherman ha confezionato insieme a Sherwood e all’amico percussionista indiano Talvin Singh, il suo capolavoro: Miracle. E quello che esce da questi solchi ĆØ davvero un miracolo. Un tappeto sonoro preparato dalla chitarra di Skip McDonald, del basso di Doug Wimbish, dalle tablas di Singh e dalla presenza eterea della sezione di archi della Studio Beats Orchestra Bombay. Undici tracce tra cui alcune del suo vecchio repertorio, qui asciugate fino a farle diventare di una bellezza eterea, mistica. Paesaggi dub profondissimi, pieni di echi, riverberi e spazi vuoti, con la voce fragile di Sherman che emerge lentamente dal suono. Un disco che accarezza mente e cuore, capace di farci sognare cullati dalla voce sussurrata ma profonda di un artista che purtroppo ci ha lasciati nel 2000 a soli 50 anni per un male incurabile. Ogni volta che si mette questo disco sul piatto e partono le prime battute di ā€œBewilderedā€Ā si ripete ogni volta un miracolo, quello che ci fa appassionare, commuovere e che ci fa abbandonare completamente: il miracolo della bellezza più pura.

Questo 17° episodio è stato disegnato come una mappa emotiva che attraversa epoche, linguaggi e geografie differenti senza mai perdere coerenza. Una sequenza di brani che dimostra come la musica alternativa continui ancora oggi a reinventarsi partendo dalle sue ombre, dalle sue intuizioni e dalla sua inesauribile capacità di creare mondi.

E non finisce qui. Il prossimo appuntamento con Sounds and Grooves, il diciottesimo episodio stagionale, attraverserĆ  paesaggi sonori in continua trasformazione: dalla trance matematica degli Horse Lords alla psichedelia cosmica dei Can, passando per il folk visionario di Van Morrison, il ritorno commovente di Paul McCartney, il doom rituale degli OM, il jazz scandinavo e i paesaggi atmosferici di Mariam Wallentin & Vestnorsk Jazzensemble, le derive ambient dei Seefeel e le memorie elettroniche e cinematiche dei Boards Of Canada. Un viaggio tra progressive, jazz nordico, elettronica, krautrock, folk e sperimentazione sonora, costruito come una lunga esperienza immersiva dove ogni brano dialoga con il successivo.

Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.

Potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perchƩ no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web.

Per suggerimenti e proposte, scrivetemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it.

Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto.

Buon Ascolto

TRACKLIST

1. THE HEADS: On Ā da Ā ā€˜yourprettyplaceisgoingtohell’ (2026 – Rooster Rock)

2. ULRIKA SPACEK: Build A Box Then Break ItĀ Ā da Ā ā€˜Expo’ (2026 – Full Time Hobby)

3. KNEECAP: Cocaine Hill (feat. Radie Peat)Ā Ā Ā da Ā ā€˜FENIAN’ (2026 – Heavenly Records)

4. COCANHA: RemenanuĆØchĀ Ā Ā da Ā ā€˜Flame Folclore’ (2026 – Les Disques Bongo Joe)

5. MY PRECIOUS BUNNY: KookieCannibalĀ Ā da Ā ā€˜A Moment In My Eyes’ (2026 – Bella Union)

6. ALDOUS HARDING: One StopĀ Ā daĀ  ā€˜Train On The Island’  (2026 – 4AD)

7. GRANT LEE BUFFALO: Jupiter And TeardropĀ Ā da Ā ā€˜Fuzzy’  (1993 – Slash)

8. KEENE BROTHERS: Death Of The Party Ā da Ā ā€˜Blues And Boogie Shoes’ (2006 – Fading Captain Series)

9. FELT: Primitive Painters (feat. Elizabeth Fraser)Ā Ā daĀ  ā€˜Ignite The Seven Cannons And Set Sail For The Sun’ (1985 – Cherry Red)

10. BROKEN SOCIAL SCENE: Cause = Time Ā da Ā ā€˜You Forgot It In People’ (2002 – Arts & Crafts)

11. R.E.M.: Fall On Me Ā da Ā ā€˜Lifes Rich Pageant’ (1986 – I.R.S. Records)

12. BLUE ORCHIDS: Hanging Man daĀ  ā€˜The Greatest Hit (Money Mountain)’  (1982 – Rough Trade)

13. HOUSE OF ALL: Prince Of This World daĀ  ā€˜Inklings’ (2026 – Tiny Global Productions)

14. THE GO-BETWEENS: Love Goes On!Ā Ā daĀ  ā€˜16 Lovers Lane’  (1988 – Mushroom)

15. PETER BLEGVAD: How Beautiful You AreĀ Ā daĀ  ā€˜The Naked Shakespeare’ (1983 – Virgin)

16. BIM SHERMAN: Bewildered Ā da Ā ā€˜Miracle’ (1996 – Mantra Recordings)

MIXCLOUD

TIDAL PLAYLIST

Sounds & Grooves - S20E17: Cosmic Noise and Fragile Songs
Playlist TIDAL

Sounds & Grooves Season 20 Episode 17

Da The Heads a Bim Sherman, passando per Felt, R.E.M., Kneecap e Broken Social Scene: il diciassettesimo episodio di Sounds and Grooves attraversa quarant’anni di musica alternativa tra rumore cosmico, post-punk emotivo, folk rituale e canzoni che continuano a reinventare il presente.

Apri su TIDAL
Comments (0)

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.