Podcast

Life Signs: Musica mutante dal 1977 al 2025 – S20E05

Sounds & Grooves – Stagione 20, Episodio 05
Musica mutante e linee di tensione

Dal post-punk obliquo di Pylon e Minutemen alle nuove inquietudini di Water From Your Eyes e Geese: un viaggio tra tensioni, comunità e visioni contemporanee.

C’è una linea sotterranea che attraversa questo episodio: una corrente irregolare che parte dall’urgenza nervosa del post-punk e arriva fino alle forme più ibride e spirituali del presente. È un viaggio dentro la tensione come linguaggio, dentro il suono come atto fisico, politico, umano.

Si comincia con l’attrito secco dei Pylon, si passa per l’underground intellettuale e spigoloso degli MX-80 Sound, fino alla furia etica e frammentata dei Minutemen. Da lì la traiettoria si apre: gli stop-and-go emotivi di The Union of a Man and a Woman, le mutazioni avant-pop di Water From Your Eyes e la tensione febbrile dei Geese ci riportano nel presente con la stessa urgenza, ma con nuovi codici.

Nel mezzo e oltre: la vertigine shoegaze dei Serena-Maneesh, l’inno laico e comunitario degli IDLES, l’alienazione parlata dei Dry Cleaning, l’ambiguità emotiva dei Sorry. E poi l’anima profonda di Mavis Staples, la memoria commossa e struggente di For Those I Love, il misticismo percussivo di Jim White, fino alla tradizione che si fa trance collettiva con Lankum.

Non è solo una scaletta: è un arco narrativo che unisce rumore e spiritualità, collisione e canto, underground storico e presente inquieto. Un episodio che attraversa quasi cinquant’anni di musica alternativa per dimostrare una cosa semplice: l’intensità non passa di moda, cambia forma.

Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to

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Iniziamo il podcast con un gruppo che (mea culpa) ho passato molto di rado. L’esordio discografico dei Pylon, Gyrate, pubblicato nel 1980 dall’etichetta DB Records, è uno dei punti di riferimento meno celebrati ma più influenti della scena post-punk americana degli anni Ottanta. Registrato rapidamente e con un approccio spartano, Gyrate fonde ritmi nervosi e funzioni minimali con un groove tagliente che guarda tanto alla new wave quanto al punk danzante, con una tensione e un’energia che pochi altri dischi dell’epoca sono riusciti a eguagliare. Il lavoro della sezione ritmica, il basso elastico di Michael Lachowski e la batteria precisa di Curtis Crowe, insieme ai riff angolari di Randy Bewley e alla voce intensa e atipica di Vanessa Briscoe Hay, hanno creato una miscela che è allo stesso tempo tagliente e irresistibile. I quattro frequentavano lo stesso corso di arte alla University of Georgia ad Athens, cittadina che ha dato i natali a moltissimi grandi artisti come Vic Chesnutt, Elf Power e R.E.M. Ad aprire il disco c’è “Volume”, un manifesto sonoro che cattura subito lo spirito del gruppo. La canzone è costruita su un ritmo incalzante e su chitarre che pulsano con forza, mentre la voce della Hay ripete l’invito “turn up the volume, forget the picture”, quasi a spingere l’ascoltatore a lasciarsi alle spalle preconcetti e a lasciarsi travolgere dal suono stesso. Questo mantra sulla potenza dell’esperienza sonora riflette perfettamente l’estetica dei Pylon: niente fronzoli, nessuna concessione superflua, ma una presa diretta con l’impatto emotivo della musica. Un gruppo che, come molti altri, non hanno mai avuto il riconoscimento che meritavano, ma allo stesso tempo hanno influenzato molti gruppi successivi.

Un altro gruppo tanto sfortunato quanto influente è stato un quartetto proveniente da Bloomington, Indiana (Bruce Anderson: chitarra, Dave Mahoney: batteria, Dale Sophiea: basso e Rich Stim: voce, chitarra e sax) che sul finire degli anni ’70 si è trasferito a San Francisco venendo a contatto con un’istituzione della scena sperimentale e underground: i The Residents. Nonostante il mezzo passo falso del debutto Hard Attack (che nel 1977 aveva venduto sì e no un centinaio di copie costringendo la Island a licenziarli), i MX-80 Sound vennero accolti dalla Ralph Records di proprietà degli stessi Residents andando a formare con i signori dell’occulto, i Chrome e i Tuxedomoon il cosiddetto “quadrato di San Francisco”, formato dai quattro gruppi più importanti della scena musicale locale dell’epoca. Bruce Anderson e i suoi compagni d’avventura licenziarono nel 1980 il secondo lavoro Out Of Tunnel che ebbe un impatto superiore all’esordio, diventando presto un disco di culto. Ma già dallo sfortunato (solo commercialmente) esordio si intravedevano le coordinate del loro vorticoso art-punk graffiato da geniali intuizioni rumoriste e dalle scorribande del sassofono suonato dal secondo chitarrista Rich Stim. In “Man On The Move vengono fuori le influenze del gruppo (Pere Ubu su tutti), ma filtrate da una sensibilità e capacità di scrittura che hanno reso il quartetto inarrestabile, tumultuoso e entusiasmante: un altro gruppo importantissimo per molto alternative rock e hardcore americano negli anni a venire.

Mondi che si scontrano con fragore: proto-punk, hardcore, free jazz, power pop, musica sperimentale, funk, soul, rock psichedelico e il primo trip di acidi tutto insieme. Il trio più memorabile e creativo a memoria d’uomo, quello formato dalla voce e dalla chitarra di D.Boon, dal basso rutilante di Mike Watt e dalla batteria di George Hurley. I Minutemen hanno frullato decenni di musica servendoli in un unico meraviglioso e prezioso scrigno intitolato Double Nickels On The Dime. I tre di San Pedro (porto di Los Angeles) hanno condensato in 43 (!) brani tutta la loro esplosività, abbandonando in parte l’hardcore degli inizi per approdare ad un suono caleidoscopico e trascinante, dove la ritmica funk si sposa con il calor bianco dell’hardcore, lasciando un piccolo spazio anche per il folk, in un esplicitare i più disparati generi musicali che non risulta mai ne dispersivo ne disomogeneo. L’album è uno dei più innovativi del rock (ascoltate la trascinante “The Glory Of Man”) e chissà dove i tre ci avrebbero portati se la carriera del gruppo non si fosse drammaticamente conclusa con la morte di Boon in un incidente con un furgoncino in Arizona il 22 dicembre 1985, a soli 27 anni. A seguito della morte di Boon, né Watt né Hurley avevano intenzione di continuare a suonare. Ma, incoraggiati da un fan del gruppo formarono i fIREHOSE nel 1986 insieme all’allora ventiduenne Ed Crawford, chitarrista e fan dei Minutemen. Tra i progetti paralleli di Watt c’è da annoverare quello insieme ai nostri Stefano Pilia e Andrea Belfi (poi sostituito da Paolo Mongardi) chiamato Il Sogno Del Marinaio.

Loro sono stati quasi una sorta di enigma sonoro, un gruppo capace di pubblicare un album devastante per poi sparire nel nulla. Nel sottobosco più irregolare dell’underground americano degli anni ’90, The Union of a Man and a Woman occupano una posizione eccentrica, quasi laterale. Non hanno mai cercato il centro della scena, né l’hanno sfiorato per caso. Il loro percorso è stato piuttosto un attraversamento obliquo del rock sperimentale: chitarre abrasive, strutture spezzate, tensioni emotive trattenute fino al punto di rottura, stop and go devastanti. Un trio di noise-rock formato a Staunton in Virginia da tre ragazzi Kurt Beals (voce, basso e sax), John Harouff (chitarra, percussioni e violino) e Neil Campbell (batteria) quando avevano appena 12 anni. Il loro devastante album di debutto (e purtroppo unico) dal titolo The Sound of the Union of a Man and a Woman, fu pubblicato nel 1998 dalla Jagjaguwar, colpendo al cuore gli amanti del noise rock per le loro scorribande tribali, gli stop improvvisi e le aperture melodiche che caratterizzano la “Cut To Fit The Mouth” inserita nel podcast. La band e l’album ebbero una grande influenza sul compagno di scuola Mark Shue, che in seguito divenne attivo come musicista in band come i Guided by Voices e lavorò come turnista in un album dei Pterodactyl, una band co-fondata da Kurt Beals. Harouff e Campbell formarono successivamente The Cinnamon Band, gruppo che pubblicò due EP ed un 7″ prima di sparire di nuovo velocemente.

Tornando all’attualità, nel corso del 2025 è tornato a far sentire la propria voce un duo indie rock proveniente da Brooklyn formato da Rachel Brown e Nate Amos. I Water From Your Eyes nel loro nuovo album, It’s A Beautiful Place, confermano tutto quello di buono avevano fatto sentire nel precedente Everyone’s Crushed del 2023, il loro debutto su Matador. I due mettono insieme idiozia e fatalismo con un ritmo spesso e volentieri frenetico, usando ritmi pulsanti e testi ironici e assurdi per trasmettere storie di disagio personale e sociale. Dal vivo si sono trasformati in un quartetto, unendo le loro forze con il chitarrista Al Nardo e il batterista Bailey Wollowitz del duo di NY Fantasy of a Broken Heart, facendo modellare gran parte della scrittura e della registrazione intorno alle dinamiche di un gruppo dal vivo a tutti gli effetti. Sempre in bilico tra pop e sperimentazione, tra forma canzone e classica contemporanea, come dimostra la “Life Signs” inserita nel podcast. Il brano, imponente e muscoloso, si risveglia con un backbeat nu-metal e una voce ritmica che si trasforma in un coro caratteristico dei WFYE, a cascata e celestiale. Il video vede il duo nei panni di un cast di personaggi televisivi e di una versione di loro stessi che guardano tutto sullo schermo nel corso di una vita. Il nuovo album racchiude una sorta di poltiglia tumultuosa tra rock e pop sperimentale, piacevole e violenta, cruda anche se fortunatamente sono stati archiviati i problemi di abuso di sostanze di Amos, meritando la 15° posizione della mia personalissima classifica del 2025.

Questo album è stato senza ombra di dubbio tra i più gettonati nella revisione degli ultimi 12 mesi. I Geese, quartetto indie‑rock di Brooklyn capitanato dall’istrionico Cameron Winter, hanno pubblicato a settembre Getting Killed, terzo album che è stato accolto dalla quasi totalità della critica con grande entusiasmo, con punteggi elevati e inserimenti nelle liste dei migliori album dell’anno per la sua capacità di reinventare le regole del rock contemporaneo pur mantenendo un legame con l’attitudine post‑punk. Devo essere sincero, ho provato più e più volte ad ascoltarlo, ma la voce mutante di Winter (nonostante l’endorsing di Nick Cave) non è riuscita a convincermi del tutto e la loro esuberanza ed eclettismo sonoro a volte mi va proprio di traverso quasi come i Black Midi cui sono stati talvolta paragonati. A produrli per la loro terza fatica discografica è stato chiamato Kenny Beats, chiamato negli ultimi annida molti gruppi rock (ne parleremo di nuovo tra poco) per dare un’impronta diversa ai suoni, visto il suo status di deus ex machina dell’hip-hop. Ho voluto inserire nel podcast “Islands of Men” perché la mia predilezione è andata sulle tracce dallo sviluppo più meditativo e progressivo. Il brano si apre su un riff di basso costante e si costruisce lentamente, creando un’atmosfera calda e ipnotica che evolve per quasi sei minuti, spingendo l’ascoltatore a un ascolto più profondo e coinvolto.

Spostiamoci in Norvegia, più precisamente a Egersund, per trovare i  Serena-Maneesh, progetto creato nel 1999 dal polistrumentista Emil Nikolaisen. L’album #2: Abyss In B Minor, secondo e ultimo del gruppo pubblicato nel 22 marzo 2010 per l’etichetta 4AD, è uno dei dischi più affascinanti e densi del revival shoegaze e psichedelico degli anni Duemila. Registrato in parte in una caverna fuori Oslo, è un’esperienza sonora stratificata e ipnotica: un mosaico di riverberi, distorsioni, ritmi saturi e melodie sospese che rielabora la lezione dei grandi maestri del genere con un approccio personale e visionario. Tra le tracce più suggestive dell’album spicca “Melody For Jaana”, un brano che si muove su un terreno sonoro allo stesso tempo evocativo e immersivo. Con la sua struttura dilatata, le chitarre avvolgenti e le voci che emergono come da un sogno indistinto, la canzone incarna l’essenza contemplativa dell’album: un flusso di sensazioni più che un semplice pezzo da ascoltare. Nikolaisen, nel suo progetto, ha saputo utilizzare il suono non solo come mezzo espressivo ma come ambiente emotivo da esplorare. Dopo un lungo tour in Europa e Nord America di supporto all’album, il progetto è stato messo in pausa. Nel 2013, il frontman e compositore Nikolaisen aveva annunciato l’inizio dei lavori per un nuovo album a nome Serena-Maneesh ma ad oggi non ci sono state ulteriori novità.

Era da un po’ che su queste pagine non parlavamo degli Idles. La band di Bristol ha subito occupato un posto speciale nei cuori del pubblico assetato di post punk vero e senza fronzoli. Le liriche di Joe Talbot non hanno fatto prigionieri, spiattellando in maniera a volte cruda ma reale i disagi di  una generazione spiazzata dalla Brexit e desiderosa di giustizia ed equità. Anche il secondo Joy As An Act Of Resistance aveva fatto centro pieno, grazie ad inni come Danny Nedelko e grazie ad una formula sonora ormai collaudata e alle indubbie capacità empatiche ed energiche on stage del quintetto. Il terzo album a volte è quello della verità e il quintetto britannico lo ha pubblicato in piena pandemia e in un momento di estrema popolarità, cosa che gli ha portato, come prevedibile nei nuovi perversi meccanismi social, anche molti attacchi frontali. In ogni caso, forti di una fan base affezionata e attaccata al gruppo come poche, Talbot e compagni hanno pubblicato nel 2020 Ultra Mono, il terzo album che presentava uno spettro sonoro più articolato pur mantenendo inalterate le aggressive coordinate sonore che li hanno resi una della band più importanti degli ultimi anni. Proprio per dare un’impronta diversa al loro suono Talbot e compagni hanno chiamato Kenny Beats (di cui abbiamo parlato poco fa) a sedersi dietro al mixer. “A Hymn” rappresenta uno dei momenti più intensi  e particolari, visto che rallenta il ritmo rispetto alle esplosioni sonore del resto dell’album e invita l’ascoltatore a una riflessione più emotiva e personale. Con un’atmosfera quasi meditativa, il brano inserito nel podcast con il suo verso reiterato “I want to be loved / Everybody does” mette a nudo l’insicurezza e il desiderio universale di amore e connessione, mostrando un lato più umano della band.

Abbiamo parlato poco fa della scena post-punk (aaaargh!) inglese, mettendo l’accento soprattutto su alcuni collettivi che fanno dell’abilità strumentale (Black Midi) e della potenza strutturale (Idles) i loro punti di forza. Come molte bands coeve (Goat Girl, Shame, Fat White Family), i Dry Cleaning sono nati nel sud di Londra dall’incontro alla Royal College of Art tra il chitarrista Tom Dowse e la cantante Florence Shaw. Qualche anno più tardi la formazione si è consolidata grazie all’innesto di Lewis Maynard (basso) e Nick Buxton (batteria) e alla pubblicazione di due EP ottimamente recepiti da pubblico e critica. La forza del collettivo si misura nelle scorribande chitarristiche che richiamano nomi importanti del passato come Gang Of Four, e nel cantato recitativo e apparentemente abulico di Florence Shaw. L’attesissimo album di esordio si intitolava New Long Leg ed era stato prodotto da un personaggio importante come John Parish. Se il modo di cantare quasi recitativo e della Shaw risulta in qualche modo spiazzante, il modo in cui si integra con le taglienti intuizioni del resto del gruppo risulta estremamente interessante e fornisce al quartetto un passaporto di quasi unicità all’interno del movimento britannico. La “Strong Feelings” inserita nel podcast è una delle tracce in cui questo meccanismo funziona meglio, ma la conclusiva “Every Day Carry”, con i suoi synth e le ambientazioni quasi krautrock, potrebbe fornire nuovi sbocchi estetici alla band. Con il successivo Stumpwork, meno diretto e  più avventuroso, ed il recentissimo Secret Love i quattro ragazzi sono fortunatamente riusciti a non deludere le aspettative.

Rimaniamo nella capitale britannica spostandoci dalla zona sud a quella nord di Londra. Il gruppo è nato come duo, Asha Lorenz e Louis O’Bryen, due ragazzi che si sono conosciuti al liceo, hanno iniziato a fare musica con il nome di Sorry nel 2014 postando le proprie creazioni sulla piattaforma SoundCloud. Dopo la pubblicazione di vari EP, nel 2020, dopo aver firmato un contratto con la Domino, grazie alla collaborazione di Lincoln Barrett (batteria) e Campbell Baum (basso), hanno registrato e pubblicato l’atteso debutto intitolato 925, un disco molto interessante e difficilmente inquadrabile in un singolo genere, anche se viene spesso associato alla scena post punk. In realtà, già nell’esordio, i due riuscivano a cambiare registro spesso, spiazzando piacevolmente l’ascoltatore dal pop alternativo all’indie rock con piccole pennellate di jazz e hip-hop. Successivamente i due hanno allargato il gruppo a quintetto, innestando il tastierista Marco Pini, il batterista Lincoln Barrett e il bassista Campbell Baum. Il secondo Anywhere But Here, ne aveva confermato la crescita compositiva, maturazione portata a compimento nell’ultimo Cosplay, un album che gioca con influenze, riferimenti culturali e citazioni pop, fondendo il rock alternativo con elementi glitch, psichedelici e post‑moderno in un suono denso e spesso inquietante. Le dinamiche imprevedibili dei Sorry colpiscono nel segno spesso e volentieri, trovando il climax nella splendida “Candle”, uno dei brani chiave. Pubblicato come ultimo singolo prima dell’uscita ufficiale del disco, la canzone mantiene molti degli elementi distintivi del nuovo sound dei Sorry: una scrittura che fonde introspezione emotiva con immagini sonore insolite e un approccio che sfida le convenzioni classiche del rock indie.

Che possiamo dire di Mavis Staples, che non sia già stato detto. Una delle voci più significative della musica americana tra gospel, soul, blues e folk e una pioniera nella difesa dei diritti civili. A 86 anni, la Staples ha aperto un nuovo capitolo della sua lunga carriera interpretando una raccolta di cover che attraversano generi e decenni, esplorando temi di dolore, resilienza, speranza e umanità con la sua voce roca e profonda. Sad and Beautiful World reinterpreta classici passati e moderni, da Tom Waits a Kevin Morby, da Leonard Cohen a Mark Linkous, passando per Curtis Mayfield, Frank Ocean e Gillian Welch. 10 tracce in cui la Staples reinterpreta materiali che abbracciano diversi generi ed epoche, mantenendo uno stile coerente. Il disco è stato prodotto da Brad Cook e vede contributi di artisti di alto profilo come Bonnie Raitt, Jeff Tweedy, Derek Trucks e Justin Vernon, che aggiungono sfumature sonore senza mai togliere il centro alla presenza emotiva di Mavis. Un disco accolto con grande entusiasmo da critica e pubblico, riuscendo ad emozionare profondamente con la sua voce roca e profonda. Il brano che da il titolo all’album è stato originariamente scritto da Mark Linkous aka Sparklehorse, songwriter che abbiamo amato alla follia. Nonostante la distanza generazionale, la Staples è riuscita perfettamente ad incarnare il senso della canzone: un mondo che può essere insieme triste per le sue ingiustizie e doloroso per le perdite vissute, e al tempo stesso bellissimo nella resilienza, nell’amore e nell’empatia che emergono nonostante tutto. Tessendo insieme strumenti come la pedal steel, il piano e i fiati per creare un’atmosfera di intensa riflessione, l’eleganza della Staples rende omaggio ad una canzone che è una sorta di benedizione, in grado di trasformare l’accettazione del dolore in una testimonianza di grazia e speranza.

Due ragazzi cresciuti insieme nelle comunità operaie del nord di Dublino, un’adolescenza condivisa, un’amore per la musica esploso e corrisposto, una band, i Burnt Out che nel 2016 ha lisciato di poco quell’esplosione che qualcuno chiama post-punk e che ha investito Inghilterra e Irlanda poco più tardi. Uno di questi ragazzi, David Balfe, coinvolto da questo amore per la comunità di amici fraterni cui apparteneva e soprattutto dal legame che lo univa al leader della band, Paul Curran, aveva avuto l’idea di registrare un album che ruotasse proprio su questi sentimenti fortissimi consolidati negli anni. Nel 2018 il suicidio di Curran cambia completamente le carte in tavole e ribalta un intero piano di esistenza. Balfe elabora il lutto continuando a lavorare sul progetto, naturalmente cambiandolo in corsa, intitolandolo For Those I Love e rendendolo disponibile su Bandcamp solamente ad amici e familiari. Un disco dove vengono svelati i sentimenti più intimi, le dinamiche della violenza delle gang del loro quartiere cui avevano dovuto assistere da piccoli, e alla forza dell’unione per uscire da morte, dolore e dal rifiuto delle droghe più economiche come momentanea scorciatoia per uscire da tutto quello. “I have a love, and it never fades”, queste le prime parole recitate da Balfe nell’apertura di “I Have A Love”, parole che campeggiano sul supporto fisico. Eh sì, alla fine l’autore ha acconsentito alla pubblicazione del disco in formato fisico, richiesta da Ash Houghton, un A&R della September Records rimasto folgorato dalle tracce. Questa richiesta ha trovato l’appoggio della famiglia di Curran e dei loro amici comuni, pronti ad esortare Balfe a condividere il progetto con il mondo. Un disco dove Balfe, che deve convivere con l’assenza della sua metà, travolge tutto come un fiume in piena nel ricordo di una persona con cui aveva condiviso tutto il suo mondo e sperato in un futuro migliore. Ad accompagnare il flusso di parole, c’è un’elettronica ora cupa, ora melodica, ora quasi trance ma talvolta vicina al dubstep. Un’ode ai loro amici e alla loro famiglia, a tutte le persone che amava: l’adolescenza difficile, il senso di appartenenza, l’amicizia così forte da poter schiacciare tutto, e poi il senso di colpa per quella morte così improvvisa e lancinante. For Those I Love è un disco potente, evocativo, sentimentale, catartico, sorprendente, dove è impossibile scindere la musica dalle emozioni.

Lo scorso anno un membro dei Dirty Three tanto poco appariscente quanto essenziale nell’economia del trio come il batterista Jim White, aveva pubblicato un disco tanto atipico quanto bello ed ispirato. All Hits: Memories era un lavoro praticamente di sola batteria, a parte alcune macchie sonore messe a disposizione dal liuto di George Xylouris, dalle tastiere di Ben Boye e dal synth che lo stesso White si era divertito ad utilizzare. L’esordio solista di un musicista classe 1962, mai appagato dalle sue molteplici e multiformi collaborazioni: due album insieme a Mark Kozelek e al tastierista di Chicago Ben Boye, la quasi “storica” collaborazione con George Xylouris sotto il nome Xylouris White, la sinergia con la chitarrista Marisa Anderson, la partecipazione al suggestivo progetto Springtime insieme a Gareth Liddiard (Tropical Fuck Storm, Drones) e Chris Abrahams (The Necks). Il nostro eroe ha poi collaborato come turnista con altri artisti come Nina Nastasia, Cat PowerPJ Harvey e Bill Callahan per poi finire ad essere membro pulsante del nuovo progetto The Hard Quartet creato da Stephen Malkmus (Pavement). Bello pensare che un musicista del genere, con oltre 40 anni di carriera alle spalle, ami ancora curiosare nel suo giardino sonoro, tanto da tornare in studio di nuovo insieme al fido produttore Guy Picciotto (Fugazi), per registrare l’atteso seguito intitolato Inner Day con cui fa evolvere la sua modalità compositiva affiancando al suo drumming atipico un sempre maggiore uso delle tastiere. L’abilità di Jim White è quella di saper gestire l’equilibrio tra tastiere e percussioni, a volte suonandoli in maniera contrapposta, con il drumming a diventare più intenso ed intricato quando le tastiere creano un’atmosfera rilassante e viceversa. Nella seconda metà del disco troviamo un’ulteriore novità rispetto all’esordio: nella title track fa capolino la sua voce narrante e quasi sussurrante che appare di nuovo in “I Don’t Do / Grand Central” in dialogo con quella divertita della strumentista free jazz Zoh Amba, perfettamente a suo agio nel dialogo vocale con Jim e nell’arricchire con la sua chitarra uno dei momenti migliori del disco. Jim White è riuscito a trasformarsi in compositore maturo ed intrigante.

Chiudiamo il podcast con un gruppo irlandese che sta rivitalizzando un genere storico come il folk cambiando in corsa le regole del gioco. Il 2023 ha visto il ritorno dei dublinesi Lankum con il loro quarto album intitolato False Lankum. Partendo da canzoni folk tradizionali, i Lankum (nome preso dal protagonista della scura folk ballad intitolata proprio “False Lankum” scritta da John Reilly) hanno impresso il loro marchio personale facendo leva su pesanti droni e distorsioni che conferiscono nuova intensità e bellezza a ogni brano. Con questo album il quartetto aveva consolidato il suo distacco dal genere folk classico, creando una musica audace e contemporanea che nasce, come detto, da elementi tradizionali ma che suona decisamente nuova. Nelle 12 tracce dell’album il quartetto irlandese aveva utilizzato una nuova tavolozza per colorare il proprio suono in modo sempre più sperimentale, grazie anche all’ausilio del produttore di lunga data John ‘Spud’ Murphy. Solo dopo la registrazione il gruppo si era reso conto che quasi tutte le canzoni dell’album, raccolte o scritte, avevano una sorta di riferimento al mare. A confermare il loro status di nuove superstar del folk, a fine giugno 2024 il quartetto ha pubblicato Live in Dublin, un album registrato in tre serate da tutto esaurito al Vicar Street di Dublino dove i Lankum hanno eseguito diversi brani del loro catalogo, tra cui “The Rocky Road to Dublin” che finora non era mai stato pubblicato ufficialmente. Unico neo, dei 9 brani che compongono la scaletta dell’edizione digitale, solo 6 sono finiti sul vinile. La rilettura di un grande traditional come “The Wild Rover” è la chiusura perfetta del podcast.

Con questo quinto episodio di Sounds & Grooves, ci lasciamo alle spalle un viaggio sonoro che attraversa quasi cinquant’anni di sperimentazione musicale: dall’urgenza geometrica di Pylon e la frammentazione etica dei Minutemen, alla vitalità avant-pop di Water From Your Eyes e Geese, fino alle profondità spirituali di Mavis Staples e alla trance collettiva dei Lankum. Ogni traccia ha agito come una lente, rivelando tensioni, contraddizioni e bellezze nascoste, confermando che l’intensità della musica non passa mai di moda, ma si trasforma e rigenera.

E mentre le ultime note svaniscono, l’orizzonte già trema: l’Episodio 6 ci porterà in territori nuovi e affascinanti, dove il post-punk corrosivo di Upchuck e Big Special si mescolerà a icone immortali come Stone Roses e The The, le sperimentazioni elettroniche dei Silver Apples si fonderanno con le atmosfere noir dei Tuxedomoon, e la tensione ipnotica dei Toso Toso incontrerà la raffinata eleganza jazz di Lyle Mays. Una scaletta che promette di sfidare, sorprendervi e catturarvi, ricordandoci ancora una volta perché la musica, in tutte le sue forme, resta la nostra guida più sincera attraverso il caos e la bellezza del mondo contemporaneo. Preparatevi a lasciarvi catturare dal suono, ancora una volta.

Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.

Potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perché no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web.

Per suggerimenti e proposte, scrivetemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it.

Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto.

Buon Ascolto

TRACKLIST

1. PYLON: Volume da  ‘Gyrate’  (1980 – DB Recs)

2. MX-80 SOUND: Man On The Move  da  ‘Hard Attack’  (1977 – Island Records)

3. MINUTEMEN: The Glory Of Man   da  ‘Double Nickels On The Dime’  (1984 – SST Records)

4. THE UNION OF A MAN AND A WOMAN: Cut To Fit The Mouth  da  ‘The Sound Of The Union Of A Man And A Woman’  (1998 – Jagjaguwar)

5. WATER FROM YOUR EYES: Life Signs  da  ‘It’s A Beautiful Place’  (2025 – Matador)

6. GEESE: Islands Of Men  da  ‘Getting Killed’  (2025 – Partisan Records)

7. SERENA-MANEESH: Melody For Jaana  da  ‘#2: Abyss In B Minor’  (2010 -4AD)

8. IDLES: A Hymn  da  ‘Ultra Mono’  (2020 – Partisan Records)

9. DRY CLEANING: Strong Feelings  da  ‘New Long Leg’  (2021 – 4AD)

10. SORRY: Candle  da  ‘Cosplay’  (2025 – Domino)

11. MAVIS STAPLES: Sad And Beautiful World  da  ‘Sad And Beautiful World’  (2025 – Anti-)

12. FOR THOSE I LOVE: I Have A Love da  ‘For Those I Love’  (2021 – September Recordings Limited)

13. JIM WHITE: I Don’t Do / Grand Central (feat. Zoh Amba)  da  ‘Inner Day’   (2025 – Drag City)

14. LANKUM: The Wild Rover da  ‘Live in Dublin’  (2023 – Rough Trade)

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