NO HUMAN TONGUE CAN TELL
UNA VOCE, MOLTE STORIE

Per Radie Peat la tradizione non è qualcosa da conservare sotto vetro. È una materia viva, capace di cambiare significato ogni volta che una voce la attraversa.
La cantante dei Lankum e degli ØXN porta questa idea nel suo primo album solista, No Human Tongue Can Tell, in uscita il 13 novembre 2026 su Rough Trade Records. Il disco raccoglie nove brani della tradizione folk, scelti e reinterpretati attraverso una sensibilità profondamente personale, mettendo al centro storie di amore, abbandono, sofferenza, forza e resistenza femminile.
È un disco che guarda indietro senza avere un atteggiamento nostalgico. Le canzoni arrivano da un patrimonio tramandato attraverso generazioni, ma nella voce di Radie Peat tornano a parlare al presente.
UNA CANZONE DI RABBIA
Il primo assaggio dell’album è The Moon and Stars, una canzone attraversata dalla rabbia e dalla disperazione di una donna tradita e abbandonata proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di sostegno. Radie Peat ne recupera la struttura tradizionale, ma interviene sul testo e ne sposta con decisione il punto di vista.
Nella sua versione compaiono riferimenti allusivi alle gravidanze indesiderate e all’aborto, insieme alla rue, un’erba tradizionalmente associata ai tentativi di provocare un aborto spontaneo. Non sono elementi aggiunti per attualizzare artificialmente la canzone: la Peat li utilizza per riportare in primo piano l’esperienza della donna che la canta e la subisce. La voce diventa così il vero centro del brano. La rabbia non viene attenuata né trasformata in qualcosa di decorativo: rimane dentro la canzone, insieme alla sensazione di costrizione e disperazione che accompagna il personaggio.
Nella sua rilettura Radie modifica anche alcune parole della canzone, accentuandone il carattere di protesta. La protagonista non è più soltanto una figura raccontata dalla tradizione: attraverso la voce dell’artista irlandese diventa una donna che parla dalla propria esperienza, con una rabbia che non cerca di essere addomesticata. Il riferimento alla scena finale di Sive, il dramma di John B. Keane del 1959, rende ancora più radicale questa lettura. La Peat richiama il momento in cui Sive, dopo aver scoperto il matrimonio combinato che le è stato imposto, fugge nella notte e muore in una torbiera. Quella disperazione entra così nella nuova interpretazione di The Moon and Stars, portando in superficie una storia di abbandono, costrizione e resistenza.
QUINDICI ANNI NELLA TESTA
Per molto tempo il progetto è rimasto lì, nella testa della Peat, senza trovare una forma definitiva. Poi è arrivata l’idea di costruire un disco nel quale poter scrivere e suonare parti che si incrociano, lavorando direttamente sulla materia musicale e sulle possibilità offerte dalla propria voce e dai propri strumenti. L’esempio di Tubular Bells non diventa un modello da replicare, ma un punto di partenza: la possibilità di immaginare un album come un lavoro profondamente personale, costruito attraverso sovrapposizioni, dettagli e scelte individuali. La folksinger ha cercato una forma che potesse appartenere soltanto a lei, trasformando anche i propri limiti e le proprie preferenze in parte del linguaggio del disco.
A questo percorso ha contribuito anche John “Spud” Murphy, produttore già dei Lankum, che la aiuta nella realizzazione dell’album. Il risultato è No Human Tongue Can Tell, un progetto nato lentamente e arrivato alla sua forma compiuta senza perdere quella dimensione intima da cui era partito.
LE VOCI CHE HANNO LASCIATO UNA TRACCIA
La lista delle influenze racconta un percorso tutt’altro che lineare. Ci sono voci profondamente legate alla tradizione folk britannica e irlandese, come Shirley e Dolly Collins, Lal Waterson e Liam Weldon, accanto a figure dal percorso più personale e obliquo. Enya introduce un’altra idea di spazio sonoro, mentre Katie Kim, Jackson C. Frank e Karen Dalton appartengono a una storia della canzone nella quale fragilità, intensità e ricerca personale diventano parte integrante della musica. Più che cercare un unico riferimento, la Peat costruisce il proprio disco mettendo in relazione mondi diversi. È una prospettiva che si accorda con la natura stessa del progetto: partire dalla tradizione, ma permettere alle canzoni di assumere una forma nuova attraverso la propria voce.
NO HUMAN TONGUE CAN TELL
Nove brani della tradizione folk, riletti attraverso una voce e una sensibilità profondamente personali. Un progetto nato da un’idea coltivata per anni e finalmente arrivato alla sua forma definitiva.
Radie Peat — No Human Tongue Can Tell
Rough Trade Records · 13 novembre 2026 · 9 brani