
Questa è la storia di due mondi teoricamente inconciliabili che si scontrano: il rock alternativo da una parte e il dancefloor dall’altra. La collisione è avvenuta nel 1991 ed è stata davvero spettacolare, come nei migliori film catastrofici. Stavolta il “colpevole” non è stato un asteroide brutto e cattivo che ha lasciato devastazioni imponenti sul nostro pianeta, ma uno degli album più influenti degli anni ’90: Screamadelica, inciso dai Primal Scream con l’aiuto fondamentale di un “veterano” della scena dance come Andrew Weatherall.
Bobby Gillespie, evidentemente, non voleva essere ricordato solo come il batterista dei Jesus & Mary Chain in uno dei dischi più influenti usciti negli anni ’80, quel Psychocandy che nel 1985 aveva dato una sferzata clamorosa al pop-rock britannico facendo condividere melodie e muri di feedback, dolcezza e rumore, canzoni pop e distorsioni che sembravano arrivare direttamente da un amplificatore lasciato incustodito. Nel frattempo, però, la musica aveva cominciato a muoversi parecchio più velocemente delle etichette con cui provavamo a tenerla in ordine. Nella seconda metà degli anni ’80 tre ragazzi bianchi come i Beastie Boys avevano preso un genere che, almeno sulla carta, non gli apparteneva e lo avevano rivoltato dall’interno, mettendo insieme hip hop, punk, funk, hard rock e campionamenti con una naturalezza che avrebbe fatto saltare parecchi recinti.
Non era più così semplice stabilire chi potesse suonare cosa, né soprattutto dove dovesse finire una musica e cominciarne un’altra. Il rock guardava verso il rap, il rap guardava verso il funk e il rock, la musica elettronica si prendeva sempre più spazio e, soprattutto in Gran Bretagna, il dancefloor aveva smesso da tempo di essere soltanto il posto dove andare dopo aver ascoltato un concerto. I Primal Scream si trovarono nel mezzo di questo cambiamento con un disco che avrebbe trasformato definitivamente la loro identità, ma anche con un’etichetta alle spalle che in quel periodo sembrava avere una capacità quasi imbarazzante di mettere nello stesso catalogo musicisti che parevano provenire da pianeti differenti.
La Creation Records del 1991 meriterebbe già un capitolo a parte. Il 23 settembre uscì Screamadelica; il 4 novembre, appena quarantadue giorni dopo, arrivò Loveless dei My Bloody Valentine. In meno di due mesi la stessa etichetta pubblicò due album che sembravano non avere quasi nulla in comune e che invece, ciascuno a modo proprio, avevano contribuito a creare un mondo sonoro nuovo. Da una parte il rock psichedelico dei Primal Scream cominciava a prendere confidenza con house, dub e cultura dei club; dall’altra Kevin Shields e i My Bloody Valentine trasformavano le chitarre in qualcosa di liquido, rumoroso e quasi fisico, cancellando progressivamente la distanza tra melodia e rumore.
Due dischi diversissimi, pubblicati dalla stessa etichetta a poche settimane di distanza, e Alan McGee, boss della Creation Records che sembrava avere deciso che per fare musica non fosse più necessario scegliere una sola direzione. I Primal Scream, intanto, stavano per scoprire cosa sarebbe successo mettendo l’indie rock su una pista da ballo.
Prima ancora di mettere la puntina sui solchi (o di mettere il CD nel lettore visto che nel 1991 era diventato il supporto dominante), Screamadelica aveva già deciso di non comportarsi come un disco particolarmente interessato alle buone maniere. La copertina di Paul Cannell, artista legato alla Creation Records, è diventata negli anni inseparabile dal disco: quel sole deformato, quei colori che sembrano sciogliersi uno dentro l’altro, quella faccia che appare al centro come se qualcuno avesse provato a dipingere un’allucinazione senza preoccuparsi troppo di renderla comprensibile.
Cannell lavorò all’immagine senza avere ascoltato l’album, partendo dalle indicazioni ricevute da Bobby Gillespie e dall’immaginario che circondava il progetto. L’ispirazione decisiva sarebbe arrivata da una macchia d’acqua sul soffitto degli uffici della Creation, osservata da Cannell dopo aver assunto LSD. A quel punto, probabilmente, una normale infiltrazione d’acqua smise definitivamente di essere una normale perdita. Il risultato è una delle copertine più riconoscibili della musica britannica degli anni ’90, perfettamente in sintonia con un album che avrebbe fatto della contaminazione il proprio metodo di lavoro. Il sole di Cannell sembra quasi sciogliersi davanti agli occhi, come se anche l’immagine avesse perso la necessità di rimanere dentro i propri confini.
E in fondo è proprio quello che succede alla musica contenuta nel disco. La psichedelia, questa volta, ha voglia di ballare.
Nella seconda metà degli anni ’80 la musica aveva già cominciato a perdere parecchie delle sue certezze, e mentre il rock alternativo continuava a coltivare chitarre, amplificatori e una certa rispettabile dose di ostinazione, nei club britannici stava prendendo forma qualcosa che avrebbe cambiato il modo stesso di vivere la musica. L’acid house, i rave, i DJ e una nuova cultura del dancefloor stavano creando un pubblico disposto ad ascoltare per ore una musica costruita sulla ripetizione, sul ritmo e sulla trasformazione, senza avere necessariamente bisogno di una band sul palco.
Per una generazione cresciuta con il rock questo poteva sembrare quasi un altro pianeta, anche se in realtà le distanze si stavano accorciando rapidamente. I campionatori avevano già dimostrato che un suono poteva essere preso, spostato, ripetuto e trasformato; il DJ non era più soltanto quello che metteva i dischi, ma poteva diventare una sorta di musicista invisibile capace di costruire una nuova composizione partendo da materiale già esistente. E mentre tutto questo succedeva, i Primal Scream avevano cominciato a guardare nella stessa direzione. Il passaggio decisivo arriva nel 1990, quando i Primal Scream vennero a conoscenza di Andrew Weatherall dopo che il DJ e produttore londinese aveva scritto una recensione favorevole del loro secondo album omonimo nella fanzine Boys Own. Dopo averlo incontrato a una festa acid house in cui suonava come DJ e aver stretto amicizia con lui attraverso vari incontri successivi, Gillespie e compagni gli chiesero un remix del brano “I’m Losing More Than I’ll Ever Have” tratto proprio dall’album Primal Scream, lavoro per il quale avrebbe ricevuto un compenso di 500 sterline. Weatherall in quel momento rappresentava perfettamente quella nuova generazione di musicisti capaci di muoversi senza troppi riguardi tra post-punk, dub, house e cultura dei club. Il primo tentativo di Weatherall, che in seguito lo descrisse come l’aver semplicemente “messo una grancassa sotto l’originale”, fu giudicato dalla band troppo riverente nei confronti del materiale originale e venne scartato. A quel punto il chitarrista Andrew Innes ordinò a Weatherall di “distruggerlo completamente” e il tentativo successivo abbandonò tutta la traccia originale ad eccezione di un campione di sette secondi: il risultato si chiama “Loaded”.
E già dal primo secondo del brano era evidente che qualcosa era andato storto, ma nel modo migliore possibile.
Se non la conoscete (o non ve la ricordate), ascoltatela “Loaded”: Weatherall mette subito in chiaro le cose con un estratto della voce di Peter Fonda dal film I Selvaggi, prima di prendere le linee di basso e pianoforte da “I’m Losing More Than I’ll Ever Have”, tratto dal disco precedente degli scozzesi, e trascenderle in un brano appiccicoso e sensuale che potrebbe durare ore senza annoiare.
Come detto l’introduzione spoken word arriva da I Selvaggi (in lingua originale The Wild Angels), film del 1966 diretto da Roger Corman, e quelle parole pronunciate da Peter Fonda diventano immediatamente una specie di dichiarazione d’intenti: libertà, divertimento, voglia di stare insieme, voglia di fare festa. Non è esattamente il genere di apertura che ci si aspetterebbe da un gruppo indie rock abituato a presentarsi con chitarre e batteria, ma proprio per questo funziona alla perfezione. Weatherall prende quindi la canzone originale e comincia a togliere tutto ciò che non gli serve, lasciando emergere il basso, il pianoforte, il ritmo e quello spazio vuoto che nella musica dance può diventare importante quanto una melodia. Non si limita a fare un remix: cambia totalmente la prospettiva dalla quale ascoltare i Primal Scream.
“Loaded” diventa così qualcosa di molto più grande della sua origine, un brano nel quale il rock sembra essere stato smontato sul pavimento di uno studio e ricomposto seguendo regole prese direttamente dal dancefloor. La chitarra non è più obbligata a guidare la canzone, la voce non deve necessariamente essere il centro dell’attenzione e il ritmo può finalmente prendersi tutto il tempo che vuole. La cosa curiosa è che i Primal Scream non avevano ancora registrato Screamadelica, ma… avevano appena scoperto che potevano farlo. E nel mio immaginifico ho sempre pensato agli scozzesi che in studio esclamano all’unisono “Si può fareeeeee” come Gene Wilder nell’epocale Frankenstein Junior.
E forse è proprio qui che comincia davvero la storia del disco.
Dopo “Loaded” come sarebbe stato possibile tornare indietro facendo finta di niente? Il remix di Andrew Weatherall aveva mostrato ai Primal Scream che una loro canzone poteva continuare a esistere anche dopo essere stata smontata, allungata, privata di alcune delle sue parti e ricostruita secondo una logica completamente diversa. Il punto non era più semplicemente aggiungere un po’ di elettronica a una canzone rock, ma capire cosa sarebbe successo se il concetto stesso di canzone fosse stato sottoposto allo stesso trattamento.
E così i Primal Scream cominciarono a lavorare in una maniera che aveva sempre meno a che fare con l’idea tradizionale di una band chiusa in sala prove davanti a batteria, basso e due chitarre. Weatherall, Hugo Nicolson, Hypnotone, The Orb e Jimmy Miller finirono per occupare posizioni diverse all’interno dello stesso progetto, spingendo il gruppo verso direzioni spesso lontanissime tra loro. Screamadelica sarebbe nato proprio da questa apparente contraddizione: una band che, per trovare la propria identità, doveva prima accettare di perderla.
Ma sotto quella nuova pelle elettronica c’era una storia musicale molto più vecchia. Bobby Gillespie e Andrew Innes arrivavano infatti a questa rivoluzione con una cultura d’ascolto tutt’altro che limitata al post-punk o all’indie britannico. Nelle loro esplorazioni c’erano il rock americano, il soul, il funk, il gospel e quella musica nera nella quale ritmo, psichedelia, improvvisazione e melodia potevano convivere senza chiedere il permesso a nessuno. Tra i riferimenti più importanti c’erano anche Sly Stone e i Funkadelic, artisti capaci di trattare lo studio come un laboratorio e il groove non come un semplice accompagnamento, ma come una vera struttura portante.
Quella lezione entra in Screamadelica in maniera evidente, soprattutto attraverso le voci. I cori soul e gospel non sono lì per abbellire le canzoni o per aggiungere una patina rétro a un disco che vuole sembrare moderno: diventano parte della sua architettura, spostando continuamente il baricentro dalla singola voce di Gillespie a una dimensione più ampia e collettiva. È una differenza importante, perché il dancefloor non funziona soltanto attraverso il ritmo; funziona anche attraverso la sensazione di appartenere, almeno per qualche ora, allo stesso movimento.
E infatti “Come Together” sembra costruita esattamente per questo. La canzone viene dilatata, ricostruita e trasformata in un lungo flusso nel quale i cori gospel acquistano un peso enorme, mentre il campionamento della voce di Jesse Jackson proveniente dal concerto Wattstax del 1972 porta dentro il brano anche una dimensione politica e comunitaria. Weatherall insieme all’altro produttore Hugo Nicolson non si limitano a prendere una canzone dei Primal Scream e a renderla più ballabile: ne cambiano completamente il punto di vista allungandola fino ai 10:21 di durata, anche se la single version, mixata stavolta da Terry Farley e pubblicata nell’agosto 1990 come secondo estratto, sarà molto più diretta e accorciata fino a 4 minuti.
A questo punto il concetto di remix comincia quasi a stare stretto e la canzone diventa materia prima da plasmare a piacimento. Il basso può diventare un’ossatura, un coro può trasformarsi in un paesaggio, una voce può comparire per pochi secondi e assumere un significato enorme, mentre una registrazione apparentemente conclusa può essere riaperta e utilizzata come se fosse ancora allo stato grezzo. È una concezione della produzione molto più vicina alla manipolazione della materia che alla semplice registrazione di una band. Ed è probabilmente qui che Screamadelica trova il suo vero punto di equilibrio: non nella fusione, ormai quasi abusata, tra rock ed elettronica, ma nella possibilità di trattare ogni elemento della musica come qualcosa che può essere spostato, dilatato, sovrapposto e trasformato. I Primal Scream adesso avevano a disposizione un intero studio, e lo studio, da quel momento, sarebbe diventato parte integrante della band.
A quel punto, però, chiamare Screamadelica semplicemente un disco dance-rock sarebbe quasi riduttivo, perché dentro quelle canzoni c’è qualcosa di più profondo della semplice sovrapposizione tra due linguaggi. I Primal Scream non prendono il rock e lo mettono su una base house, così come non prendono la house e la decorano con qualche chitarra: quello che fanno è lasciare che le due cose si modifichino a vicenda, fino a rendere difficile capire dove finisca l’una e cominci l’altra. È anche il motivo per cui il disco continua a sembrare sorprendentemente moderno. Non perché anticipi semplicemente qualcosa che sarebbe arrivato dopo, ma perché ragiona già secondo una logica che oggi ci appare quasi naturale: campionare, ricostruire, sovrapporre, prendere una registrazione e considerarla non come un punto d’arrivo ma come materiale da cui ripartire. Nel 1991, però, per una band proveniente dalla scena indipendente britannica, era una maniera piuttosto radicale di pensare alla propria musica.
E dentro questo nuovo modo di lavorare c’è anche una riscoperta della musica nera americana che attraversa tutto il disco. Il funk di Sly Stone, la psichedelia dei Funkadelic, il soul, il gospel, il dub e la cultura dei sound system diventano parte dello stesso vocabolario, senza che i Primal Scream sentano il bisogno di dichiarare ogni volta da quale parte provenga un determinato suono. È una musica costruita per intuizioni che arrivano da epoche diverse e finiscono tutte nello stesso posto, ed anche per questo Screamadelica non mi ha dato mai l’impressione di essere soltanto un disco del 1991.
Dentro ci sono gli anni Sessanta, gli anni Settanta, il post-punk, la psichedelia, l’acid house e quella nuova cultura dei rave che in Gran Bretagna stava cambiando il modo di stare insieme intorno alla musica. Tutto viene passato attraverso la stessa macchina e restituito con una forma completamente nuova. Poi c’è “Movin’ On Up”, che apre il disco quasi come se volesse tranquillizzare chi, dopo “Loaded”, temeva che i Primal Scream avessero definitivamente perso la testa. La chitarra c’è, la struttura della canzone è riconoscibile, la voce di Gillespie è in primo piano, ma il gospel dei cori e quella sensazione di rinascita trasformano il pezzo in qualcosa che va ben oltre il semplice ritorno al rock. È un’apertura che diventa quasi un nuovo programma sonoro: noi possiamo cambiare tutto senza necessariamente buttare via quello che eravamo prima.
E infatti Screamadelica procede proprio così, saltando continuamente da una stanza all’altra senza perdere il filo. “Don’t Fight It, Feel It” porta il disco ancora più vicino al dancefloor, “Higher Than The Sun” lo spinge verso una psichedelia elettronica quasi sospesa, “Come Together” allarga il campo fino a trasformarsi in una specie di mantra collettivo, mentre “I’m Comin’ Down” rallenta tutto e lascia emergere una dimensione più oscura e introspettiva.
In mezzo a questa esplosione di colori, “Damaged” sembra quasi una fotografia scattata quando la festa è già finita, ed è proprio per questo che mi ha sempre colpito così tanto da inserirla spesso e volentieri nei miei podcast.
Jimmy Miller, il produttore che aveva lavorato con i Rolling Stones durante una delle loro stagioni più straordinarie, porta i Primal Scream in un territorio apparentemente più familiare, fatto di chitarre, basso, batteria e una struttura che non ha bisogno di inseguire il dancefloor. Ma ascoltandolo dentro Screamadelica, “Damaged” assume un significato diverso: non è il ritorno alla vecchia band, è piuttosto la dimostrazione che quella vecchia band può ancora esistere dentro il nuovo mondo che si è costruita intorno. La voce di Gillespie ha qui un peso differente, più fragile e umano, mentre l’arrangiamento lascia respirare la canzone senza riempire ogni spazio disponibile. Dopo i loop, i campionamenti, i cori e le lunghe dilatazioni psichedeliche, “Damaged” sembra quasi ricordarci che sotto tutto quel gigantesco laboratorio sonoro ci sono ancora delle canzoni.
E forse è proprio questo equilibrio a rendere Screamadelica così difficile da imitare davvero. Puoi prendere il suono di “Loaded”, puoi provare a ricreare una base house, puoi aggiungere un campionamento psichedelico o dei cori gospel, ma se togli quella capacità di far convivere l’euforia e la malinconia, il risultato rischia di diventare soltanto una copia ben confezionata. Screamadelica, invece, è un disco che non sembra mai completamente appagato delle meraviglie che ha appena trovato, è un disco a cui piace cambiare direzione proprio quando pensi di aver capito dove vuole andare.
Dopo Screamadelica, la distanza tra il mondo indie e quello della musica elettronica non sarebbe più sembrata così enorme. Il disco contribuì a rendere normale l’idea che una band potesse affidare una propria canzone a un DJ, che un produttore potesse diventare parte integrante del processo creativo e che il remix non dovesse necessariamente essere considerato una versione alternativa destinata soltanto al club. Dimostrò a tutti che eccome se era possibile partire da una canzone rock e arrivare da tutt’altra parte!
Ed è una strada che negli anni successivi sarebbe stata percorsa in mille modi diversi, con risultati più o meno felici. Perché, come la Settimana Enigmistica, Screamadelica avrebbe vantato negli anni innumerevoli tentativi di imitazione, ma il problema degli imitatori è sempre lo stesso: possono riprodurre la superficie, molto più difficilmente riescono a riprodurre il momento storico nel quale quella superficie aveva improvvisamente senso. Oggi siamo talmente abituati alle contaminazioni che ascoltare un disco costruito mettendo insieme rock, house, dub, funk, soul, gospel e psichedelia non ci sembra più particolarmente scandaloso.
Nel 1991, invece, quella collisione aveva ancora qualcosa di pericolosamente eccitante. Ed è forse proprio questo che rimane di Screamadelica: non soltanto il suo suono, ma la sensazione che tutto potesse ancora essere mescolato, cambiato, deformato e rimesso in circolo.

Riascoltare Screamadelica oggi significa innanzitutto fare un piccolo esercizio di memoria. Non quella personale, necessariamente, ma quella di una musica che nel giro di pochi anni aveva cambiato il modo di stare insieme, di ascoltare e persino di pensare a cosa potesse essere una canzone. Eppure il disco non suona come un reperto. È questa forse la cosa che continua a sorprendermi: puoi conoscere Loaded da una vita, avere sentito mille volte Come Together, sapere perfettamente dove entra un coro o quando arriva quella particolare chitarra, e poi ritrovarti comunque dentro qualcosa che continua a muoversi. Non perché ogni ascolto debba necessariamente rivelare un segreto nascosto, ma perché Screamadelica è un disco che preferisce girare intorno alle proprie idee, dilatarle, cambiarne la temperatura, lasciarle incontrare con qualcosa che arriva da un’altra parte. Il rock può diventare house, il dub può incontrare la psichedelia, il soul può entrare in una traccia elettronica e una ballata può comparire nel bel mezzo della festa senza chiedere scusa a nessuno.
Forse è proprio per questo che, dopo tutti questi anni, Screamadelica continua a trasmettere una sensazione di libertà. Non la libertà proclamata come slogan, ma quella molto più concreta che nasce quando smetti di chiederti se una cosa appartenga davvero a un genere e cominci semplicemente ad ascoltare se funziona. Adesso forse, dopo tanti anni di contaminazioni sonore, possiamo riconoscere molto più facilmente le sue coordinate. ma nel 1991 quella libertà aveva ancora il sapore della scoperta. in fondo, alla fine il punto non è stabilire se i Primal Scream fossero diventati una band rock capace di fare musica da ballo, oppure una band da dancefloor che si portava dietro le chitarre, il punto era aver capito che non serviva più scegliere.
E quando parte ancora una volta quel groove pazzesco, dopo ben trentacinque anni, Screamadelica continua semplicemente a fare quello che aveva imparato a fare nel 1991: muoversi.