Oddities

Eskimo

GROOVE NOTES #11
ODDITIES
The Residents — Eskimo: cartografia di un mondo impossibile

THE RESIDENTS: L’ARTE DI SCOMPARIRE

Nella storia dei The Residents, distinguere i fatti dalle leggende non è sempre semplice. Il gruppo ha alimentato fin dall’inizio il mistero sulle proprie origini, raccontando di provenire dalla Louisiana e di essersi fermato a San Mateo, in California, dopo un guasto al loro furgone. Anche il nome The Residents sarebbe nato da un episodio del 1971: un demo inviato alla Warner Bros. senza indicare il mittente sarebbe tornato indietro con la dicitura “To the residents”. Da allora, l’anonimato è diventato uno degli elementi più riconoscibili della loro identità artistica.

Mentre il rock degli anni ’70 continuava a costruire personaggi e personalità da esibire, i The Residents sceglievano di sottrarsi allo sguardo del pubblico. I volti nascosti da maschere grottesche, i frac e le bombette delle apparizioni dal vivo, fino alle celebri teste con gli enormi bulbi oculari, contribuivano a trasformare ogni concerto in una rappresentazione teatrale, spesso accompagnata da proiezioni e materiali multimediali. La musica non era separata dall’immagine, ma neppure riconducibile a una biografia o a una personalità pubblica. Sulla reale composizione del gruppo si sono accumulate nel tempo numerose ipotesi, compresa quella secondo cui musicisti diversi potrebbero essersi avvicendati sotto la stessa identità. È una possibilità fra molte, non una certezza: proprio l’assenza di informazioni verificabili ha permesso alla mitologia dei Residents di continuare a crescere. Più che risolvere il mistero, il gruppo ha fatto dell’impossibilità di scioglierlo una parte del proprio linguaggio.

La musica, intanto, metteva in discussione le convenzioni del rock. Con Meet The Residents (1974) e soprattutto con The Third Reich ’N Roll (1976), una deformazione corrosiva di celebri brani rock’n’roll, il gruppo aveva già mostrato di non essere interessato a rispettare le forme e le aspettative del pop. Con Eskimo, questa attitudine avrebbe preso una direzione ulteriore: non limitarsi a sovvertire la musica esistente, ma inventare un mondo, i suoi suoni e le sue regole, lasciando che anche gli autori sembrassero scomparire al suo interno.

WORLD MUSIC DAL POLO NORD

La storia che i The Residents raccontano attorno a Eskimo comincia con un personaggio misterioso, N. Senada, compositore e teorico musicale bavarese e loro presunto collaboratore scomparso nei primi anni ’70 alla ricerca della musica delle popolazioni artiche. Secondo la leggenda costruita dal gruppo, Senada sarebbe ricomparso durante la lavorazione del disco portando con sé registrazioni di suoni raccolti al Polo Nord e persino un barattolo d’aria artica. È una storia perfettamente in linea con il loro gusto per l’assurdo: abbastanza plausibile da incuriosire, abbastanza improbabile da far sospettare che anche questa volta i Residents stiano prendendo in giro chi cerca spiegazioni definitive.

La figura di Senada serve anche a introdurre due principi che i Residents gli attribuiscono: la Theory of Obscurity, secondo cui l’artista dovrebbe lavorare senza lasciarsi condizionare dalle aspettative del pubblico, e la Theory of Phonetic Organization, che invita a partire dai suoni e dalle loro possibilità espressive, anziché da una melodia o da una struttura musicale già definita. In Eskimo questi principi trovano una forma particolarmente evidente. Voci deformate, percussioni, rumori ambientali e strumenti dal timbro insolito non accompagnano semplicemente una storia: sono gli elementi attraverso cui la storia prende forma. La musica non descrive un mondo già esistente, ma lo costruisce progressivamente all’orecchio dell’ascoltatore.

La lavorazione di Eskimo cominciò nel 1976 e si protrasse per circa tre anni. Insieme ai collaboratori abituali, fra cui il chitarrista Philip “Snakefinger” Lithnam, il gruppo coinvolse il batterista Chris Cutler e Don Preston, già tastierista delle Mothers of Invention di Frank Zappa. L’obiettivo non era comporre una raccolta di canzoni ambientate nell’Artico, ma costruire una serie di scene sonore: cacce, nascite, rituali e incontri con il mondo degli spiriti. Ogni brano avrebbe avuto una propria vicenda, descritta anche nei testi stampati all’interno della copertina apribile. Per inventare questa cultura, però, i Residents non partirono da un vero studio etnografico. Il loro punto di riferimento era soprattutto l’immagine che la cultura popolare occidentale aveva costruito dei popoli del Nord: un territorio remoto, una vita primitiva, riti misteriosi e una natura ostile. Il risultato non è quindi una ricostruzione attendibile delle tradizioni Inuit, ma una fantasia musicale che mette in scena proprio quel repertorio di immagini e pregiudizi.

La scelta del Polo Nord aveva anche un suo risvolto ironico. Nell’immaginario americano, quel luogo era già popolato da Babbo Natale, renne e paesaggi innevati, grazie anche alla pubblicità della Coca-Cola. I Residents ripresero quell’immaginario e lo contaminarono con percussioni, strumenti costruiti o modificati, sintetizzatori, rumori di vento e voci deformate. La presunta autenticità etnica lasciava così il posto a un teatro sonoro artificiale, dove era difficile distinguere il rituale dalla parodia. È proprio qui che Eskimo diventa qualcosa di più di un esercizio di sperimentazione. Mentre il disco procede, la cultura immaginaria che i Residents hanno creato entra progressivamente in contatto con i simboli dell’Occidente. Le formule vocali, inizialmente incomprensibili, lasciano affiorare slogan pubblicitari come «Coca-Cola Adds Life». Il mondo che sembrava isolato e lontano viene raggiunto dalla cultura dei consumi: persino il Polo Nord, nella fantasia dei Residents, non può restare fuori dalla sua portata.

IL DISCO CHE SCOMPARVE

Mentre Eskimo si avvicinava alla pubblicazione, i rapporti fra i Residents e la Cryptic Corporation si fecero sempre più tesi. Fondata in California nel 1976 da Jay Clem, Homer Flynn, Hardy W. Fox e John Kennedy, la Cryptic si occupava degli affari del gruppo e dell’etichetta Ralph Records, ma il suo ruolo andava oltre la normale gestione di una carriera musicale: contribuiva a organizzare le uscite discografiche e a alimentare il mistero costruito intorno all’identità dei Residents. I quattro fondatori hanno sempre negato di far parte dei Residents, la cui identità è rimasta avvolta nell’anonimato. Il successo crescente di Duck Stab! nel 1978 apriva nuove possibilità commerciali, ma faceva anche temere al gruppo che le esigenze del mercato potessero condizionare il proprio lavoro e compromettere quell’anonimato che era parte integrante del progetto.

La tensione esplose quando Eskimo era ormai atteso per la pubblicazione. Alla vigilia della consegna dei nastri per la stampa, i Residents presero i master e scomparvero. La Cryptic Corporation si ritrovò senza un disco da pubblicare e reagì recuperando dagli archivi un album che il gruppo aveva registrato anni prima e che non era mai stato destinato alla circolazione: Not Available, uscito nel 1978. Anche questa vicenda sembra fatta apposta per alimentare la mitologia dei Residents: un disco che non doveva uscire prende il posto di un disco che non riesce a uscire. I master di Eskimo erano finiti in Inghilterra, affidati al percussionista Chris Cutler e custoditi in una cassetta di sicurezza a Londra. John Kennedy e Jay Clem, della Cryptic Corporation, raggiunsero Cutler per recuperarli. La stampa musicale britannica seguì con interesse la scomparsa del gruppo e il recupero dei nastri, trasformando il contrasto in un nuovo capitolo della storia dei Residents. Nel frattempo, loro avevano lasciato l’Inghilterra e, secondo il racconto della vicenda, si erano diretti in Giappone prima di tornare a San Francisco.

La riconciliazione (vera o presunta) arrivò con un nuovo studio di registrazione a sedici piste, fornito dalla Cryptic Corporation. I Residents lo usarono per registrare Santa Dog ’78, distribuito come regalo natalizio agli iscritti alla mailing list della loro etichetta Ralph Records insieme al singolo originale del 1972 e a un racconto della loro scomparsa. Anche il conflitto finì così per diventare materiale narrativo, coerentemente con un gruppo che non ha mai separato del tutto la propria musica dalla finzione costruita intorno a essa. Eskimo uscì finalmente nel 1979, naturalmente pubblicato dalla Ralph Records. La prima tiratura di diecimila copie in vinile bianco andò esaurita rapidamente e la stampa britannica accolse il disco con grande interesse. Sulla copertina comparivano per la prima volta le celebri maschere con gli enormi bulbi oculari, destinate a diventare il loro simbolo visivo. Dopo tre anni di lavoro il disco era finalmente arrivato nei negozi, ma la sua storia, fatta di sparizioni, identità nascoste e versioni difficili da separare dalla leggenda, sembrava già appartenere allo stesso mondo immaginario che la musica aveva costruito.

DENTRO IL GHIACCIO: L’ASCOLTO

Eskimo è uno di quei dischi che non puoi ascoltare in sottofondo: ti costringe a seguire le voci che affiorano dal vento, i rumori, le percussioni e i suoni che sembrano provenire da un luogo remoto. I sei brani compongono una sequenza di storie immaginarie, fra cacce, nascite, allucinazioni e rituali. Non c’è una voce che racconti gli avvenimenti dall’esterno: sono gli strumenti, i canti e gli effetti sonori a suggerire ciò che accade, come se i Residents avessero realizzato la colonna sonora di un film che dobbiamo ricostruire con l’immaginazione.

“The Walrus Hunt” ci porta subito nel cuore della storia: una caccia al tricheco fra i ghiacci del Polo Nord. I cacciatori si spostano in kayak nell’acqua gelida, cercando la preda fra la neve e la bufera. A orientarli sono il corno ricavato da una zanna di narvalo e i canti delle donne rimaste sulla riva, che accompagnano la spedizione con le loro voci. Quando il tricheco viene individuato, la tensione cresce e il paesaggio sonoro si anima di richiami, percussioni e rumori che si confondono con il vento. I Residents non si limitano a descrivere una scena: ci fanno entrare nella caccia, costruendo attraverso i suoni la sensazione di trovarsi fra i cacciatori, senza ricorrere a una narrazione tradizionale.

Con “Birth” la bufera si fa ancora più intensa. La storia segue una donna che raggiunge una grotta di ghiaccio per partorire, accompagnata dai canti e dalla musica cerimoniale della comunità. All’interno, il ghiaccio sembra vibrare e trasformarsi in uno strumento, mentre gli uomini invocano la nascita di un maschio. Il parto si svolge sotto la sorveglianza dell’Angakok, figura magica e rituale, e il destino del neonato dipende dal suo sesso. La società immaginata dai Residents rivela così il proprio lato più crudele, dominato dal ruolo del cacciatore e da regole spietate. Sul piano musicale, percussioni, sintetizzatori e voci emergono dalla tormenta, dando corpo a un rituale sospeso fra suggestione e parodia.

L’intensa “Arctic Hysteria” porta il disco nel territorio dell’allucinazione. Nell’oscurità dell’inverno, una donna intenta a pulire gli abiti del marito perde progressivamente il contatto con la realtà: immagina di essere morta, sepolta dalla comunità e condannata a un aldilà popolato da spiriti e locuste. Gli uomini intonano un canto per ricondurla alla normalità, finché lei riprende il proprio lavoro, apparentemente ignara di quanto accaduto. Le dissonanze elettroniche accentuano il senso di smarrimento prima dell’arrivo delle spettrali note d’organo che introducono “The Angry Angakok”.

Qui il potere dello sciamano chiamato Angakok viene messo alla prova dalla disperazione della comunità. Da venti giorni la tribù danza e prega perché la banchisa si apra e consenta la caccia alla balena, ma il ghiaccio resiste. Quando un cacciatore osa sfidare l’Angakok, il cielo si oscura, il mare si agita e fra i lastroni compare una creatura gigantesca, simile a un serpente galleggiante. La folla fugge terrorizzata e il cacciatore scompare. Canti e percussioni accompagnano una scena che assume i contorni di un racconto fantastico, ma anche di una rappresentazione grottesca del potere e della paura: la comunità ha bisogno del suo uomo magico, finché non comincia a dubitare di lui.

“A Spirit Steals a Child” è un tripudio di percussioni e xilofoni, voci deformate, pianti e richiami sinistri. Durante la festa delle vesciche, un rituale immaginario nel quale la comunità restituisce al mare le anime degli animali cacciati, un bambino viene lasciato incustodito e rapito dallo spirito della Foca Piangente, creatura metà donna e metà foca. Il padre e l’Angakok si mettono allora in viaggio verso il mondo degli spiriti per tentare di riportarlo indietro. Il racconto si trasforma in un teatro sonoro sempre più concitato, fra incantesimi, ululati e sacrifici. I Residents fanno convivere il grottesco e l’inquietudine, mentre le voci sembrano perdere progressivamente ogni forma riconoscibile.

Con “The Festival of Death” arriva il capitolo conclusivo di questa mitologia. La festa segna la fine dei sei mesi di oscurità invernale: nella neve compaiono i volti dei morti, che annunciano di aver rubato il sole e condannato i vivi al buio. Le donne escono dagli igloo e affrontano gli spiriti, rivendicando il proprio ruolo di madri e fonte della vita. Gli uomini si tolgono le maschere dei defunti e si uniscono ai canti, finché i primi raggi del sole ricompaiono all’orizzonte.

È proprio in questo brano che irrompe la formula pubblicitaria «Coke Adds Life», tratta dalla campagna della Coca-Cola lanciata nel 1976. Accanto agli slogan di McDonald’s e Toyota, la promessa commerciale si mescola ai canti e alle formule cerimoniali, fino a sembrare essa stessa un mantra. Il contrasto è spiazzante: mentre la comunità celebra il ritorno della luce, la voce della pubblicità porta nel cuore del rituale il linguaggio della società dei consumi. La musica si dissolve nel vento, ma il cortocircuito fra mito e cultura commerciale rimane.

È possibile leggere Eskimo come il racconto dell’assimilazione di una società rituale nella cultura del consumo, ma sarebbe riduttivo fermarsi a questa interpretazione. Il disco può essere anche una satira anticapitalistica, un esperimento di fantasia primitivista, un gioco infantile condotto con una serietà quasi maniacale o un grande scherzo musicale. Queste letture convivono senza risolversi in una spiegazione definitiva. I Residents costruiscono con cura un mondo immaginario per poi incrinarlo con l’assurdo, la caricatura e gli slogan della pubblicità. Nel 1980 torneranno su questo materiale con Diskomo, un 12 pollici che rielabora Eskimo in chiave disco e parodistica, mettendone ulteriormente in evidenza il lato ludico. La forza del disco sta anche qui: nella possibilità di prenderlo molto sul serio e, nello stesso tempo, di dubitare continuamente delle sue intenzioni.

“For maximum enjoyment, this album should be listened to with headphones while reading the literal accounts of what you hear. Eskimo should be played in its entirety. A relaxed state of mind is essential. Warm clothing or a blanket should be within easy reach.”
The Residents
LISTEN
THE RESIDENTS
Eskimo
RALPH RECORDS · 1979
Sei scene sonore, una civiltà immaginaria e il confine incerto fra rituale, parodia e cultura dei consumi.

The Residents — Eskimo, copertina dell'album del 1979

ALBUM COVER · RALPH RECORDS

UN MONDO INVENTATO, UNA REALTÀ FIN TROPPO RICONOSCIBILE

A distanza di quasi cinquant’anni, Eskimo conserva la sua capacità di spiazzare proprio perché non offre (e non vuole offrire) una lettura definitiva. Le note di copertina raccontano le vicende di questa civiltà immaginaria e permettono di seguire il disco come un film sonoro, con personaggi, rituali e avvenimenti surreali. Ma non è obbligatorio percorrere quella strada. Il linguaggio inventato dai Residents, con le sue voci deformate e le formule incomprensibili, può essere ascoltato come parte di una narrazione oppure come pura materia sonora, lasciando che ciascuno costruisca le proprie immagini e il proprio racconto. Anche le voci sembrano cambiare significato a seconda di come le ascoltiamo: quello che in un momento appare un canto rituale, in un altro può diventare un lamento, una minaccia o qualcosa di vagamente comico.

L’irruzione degli slogan pubblicitari in “The Festival Of Death” apre un’altra prospettiva. «Coke Adds Life» e le altre formule commerciali spezzano l’illusione del mondo artico e ne mettono in crisi la presunta distanza dalla società occidentale. È un’intuizione che i Residents svilupperanno ulteriormente nel 1980 con The Commercial Album, una raccolta di quaranta brani brevi, ciascuno concepito per durare circa un minuto, in un confronto diretto con la forma e la durata dello spot pubblicitario. In Eskimo il linguaggio della pubblicità invade una civiltà immaginaria; nel disco successivo diventa il punto di partenza di un intero progetto musicale.

I Residents costruiscono un mondo, ma non stabiliscono fino in fondo che cosa dobbiamo vedere mentre lo attraversiamo. Possiamo seguire le storie della copertina, riconoscere la satira della società dei consumi oppure abbandonarci ai suoni e lasciare che la fantasia faccia il resto. Il disco non ci chiede necessariamente di scegliere fra esperimento, provocazione e gioco: lascia che queste possibilità convivano, senza sciogliere del tutto le contraddizioni. È anche per questo che Eskimo continua a essere un’opera singolare, difficile da classificare e capace di restituire qualcosa di diverso a ogni ascolto.

LE ALTRE VITE DI ESKIMO

La storia di Eskimo non si è fermata alla pubblicazione del 1979. Nel 2002 i Residents sono tornati sull’album con un DVD che ne presentava la musica rimasterizzata in Surround Sound, accompagnata da immagini e testi legati alle sei storie del disco. Fra i contenuti aggiuntivi comparivano anche estratti da Nanook Of The North, il film muto del 1922 di Robert J. Flaherty, accompagnati da musiche tratte dal progetto Hunters. L’album diventava così un’esperienza audiovisiva, nella quale il suono dialogava con immagini documentarie e materiali che contribuivano a complicare ulteriormente il confine fra racconto inventato e rappresentazione etnografica.

Nel 2019, per il quarantesimo anniversario, Eskimo (Deconstructed) ha proposto un approccio ancora diverso: distribuito in un’edizione composta da due LP e un CD, raccoglie oltre settanta elementi musicali, canti, loop ed effetti sonori registrati durante la lavorazione originale. Non una semplice ristampa, dunque, ma la possibilità di entrare nella costruzione del disco, ascoltarne separatamente i materiali e riorganizzarli in nuove combinazioni. Il progetto si inserisce nella filosofia partecipativa di I Am a Resident, invitando gli ascoltatori a diventare, almeno in parte, autori di una propria versione dell’opera.

Nel settembre 2026, con Eskimo Folk Tales, i Residents hanno aperto un nuovo capitolo di questo universo. Il mini-album raccoglie sei brani ispirati a racconti che, secondo la mitologia del gruppo, sarebbero stati consegnati negli anni ’70 dal misterioso N. Senada, ma non utilizzati nell’album originale. Le nuove composizioni, realizzate per il progetto live dedicato a Eskimo, riprendono quelle storie e le trasformano in altro materiale sonoro, quasi cinquant’anni dopo la prima esplorazione del mondo artico immaginato dai Residents. Il fatto che una cultura dichiaratamente inventata continui a generare nuove storie e nuove musiche è forse il segno più evidente della vitalità del progetto: Eskimo non è soltanto un disco da riscoprire, ma un mondo che, incredibilmente, i suoi autori non hanno ancora finito di esplorare.

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