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Playlist 2025: Top 30 Part 2 – S20E10

Sounds & Grooves – Stagione 20 Episodio 10
Verso la Vetta: La Seconda Parte della Playlist 2025

Quindici brani per raccontare l’anno: tra folk radicale, improvvisazione, post-punk e visioni sonore globali. Un viaggio tra le posizioni 15-1 della Playlist del 2025 di Sounds & Grooves.

Con il decimo episodio del podcast si completa il viaggio nella mia Playlist del 2025, arrivando finalmente alle posizioni dalla 15 alla 1: il punto in cui le traiettorie dell’anno convergono e alcune delle musiche più sorprendenti degli ultimi dodici mesi trovano il loro posto definitivo.

È una parte della classifica che attraversa territori molto diversi tra loro. Si passa dal folk visionario di Richard Dawson alle architetture sonore ipnotiche dei The Necks, dalle tensioni elettriche dei SUMAC insieme a Moor Mother fino alla raffinatezza pop-avanguardista degli eterni Stereolab. Accanto a loro convivono universi ancora più eccentrici e imprevedibili: la furia politica dei McLusky, l’anarchia rock dei Tropical Fuck Storm, l’esplorazione sonora del collettivo nato in Egitto The Dwarfs Of East Agouza, dalla nuova psichedelia dei Water From Your Eyes fino alle trame ipnotiche e rituali degli sloveni Širom.

Questa seconda metà della playlist non è soltanto una classifica finale: è piuttosto un ritratto sonoro del 2025, dove improvvisazione, rock sperimentale, folk mutante e avanguardia elettronica si intrecciano in modi sempre più imprevedibili. Quindici brani che hanno continuato a tornare, settimana dopo settimana, fino a diventare le coordinate musicali più vive di questo anno. 🎙️

Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to

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Iniziamo il podcast ripartendo da dove ci eravamo fermati nello scorso episodio. Al #15 della mia personalissima Playlist troviamo un duo indie rock proveniente da Brooklyn formato da Rachel Brown e Nate Amos. I Water From Your Eyes nel loro nuovo album, It’s A Beautiful Place, confermano tutto quello di buono avevano fatto sentire nel precedente Everyone’s Crushed del 2023, il loro debutto su Matador. I due mettono insieme idiozia e fatalismo con un ritmo spesso e volentieri frenetico, usando ritmi pulsanti e testi ironici e assurdi per trasmettere storie di disagio personale e sociale. Dal vivo si sono trasformati in un quartetto, unendo le loro forze con il chitarrista Al Nardo e il batterista Bailey Wollowitz del duo di NY Fantasy of a Broken Heart, facendo modellare gran parte della scrittura e della registrazione intorno alle dinamiche di un gruppo dal vivo a tutti gli effetti. Sempre in bilico tra pop e sperimentazione, tra forma canzone e classica contemporanea, come dimostra la “Born 2” inserita nel podcast. La struttura del brano sembra oscillare tra grunge, shoegaze e indie rock sperimentale, mentre la voce di Rachel Brown mantiene un tono quasi distaccato, capace di rendere ancora più enigmatico il significato del testo. Le liriche alludono alla possibilità di trasformarsi, di diventare “qualcos’altro”, ma allo stesso tempo rivelano una visione ambigua e disorientante della realtà. Il disco conferma e sviluppa l’estetica del duo: musica che mescola ironia, tensione emotiva e sperimentazione formale, dove pop e avanguardia convivono senza mai stabilizzarsi del tutto, dimostrando ancora una volta la propria capacità di trasformare l’instabilità sonora in una forma di energia creativa, capace di sorprendere e disorientare allo stesso tempo. L’ingresso della TOP 15 posizione della Playlist 2025 è più che meritato.

Al #14 troviamo gli australiani Lloyd Swanton (basso), Chris Abrahams (piano e tastiere) e Tony Buck (batteria). I tre sono tornati ad inebriarci con un nuovo (stavolta triplo) album a nome The Necks. Nel panorama della musica improvvisata contemporanea pochi gruppi hanno costruito un linguaggio riconoscibile e radicale come loro, capaci di sviluppare negli anni una forma musicale unica: lunghe composizioni improvvisate che si trasformano lentamente nel tempo, dove minime variazioni ritmiche e timbriche generano paesaggi sonori ipnotici e profondamente immersivi. Il loro nuovo lavoro, Disquiet, conferma questa estetica espandendola all’inverosimile: il disco è composto da quattro lunghissime suite per oltre tre ore di musica, una sorta di viaggio sonoro che attraversa jazz sperimentale, minimalismo e ambient senza mai aderire completamente a nessuno di questi generi. Come in gran parte della discografia dei Necks, anche qui il principio fondamentale è la costruzione lenta: motivi ripetitivi, pattern ritmici minimi e variazioni quasi impercettibili che nel tempo si trasformano in strutture sonore complesse e avvolgenti. Il risultato è una musica che richiede ascolto attento ma che, allo stesso tempo, è ambiente sonoro in continua evoluzione. “Rapid Eye Movement” è la traccia che apre il disco con i suoi quasi sessanta minuti di sviluppo graduale. Il brano inizia in modo sorprendentemente placido: il pianoforte di Abrahams disegna linee delicate mentre il contrabbasso di Swanton introduce vibrazioni profonde e la batteria di Buck lavora su pattern discreti e pulsanti. Poco a poco il tessuto sonoro si addensa, trasformandosi in una corrente ritmica sempre più intensa e stratificata. Il flusso sonoro di Disquiet non aggiunge altro a quello già prodotto dal trio ma allo stesso tempo non smette di emozionare e coinvolgere visto che, nonostante la lunghezza vorremmo che non finisse mai, portandoci davvero a fare un viaggio in un’altra dimensione, e lasciandoci, una volta terminato l’ascolto, con il desiderio di ripartire al più presto.

Andiamo avanti nella classifica trovando al #13 i Fugue State, un trio del Massachusetts di cui, lo ammetto, non conoscevo l’esistenza ma che mi hanno colpito così tanto da assicurarsi un posto importante nella mia personale Playlist annuale. Shane Bruno (voce e chitarra), Gage O’Brien (basso e synth) e Jonathan Hanson (batteria) hanno pubblicato nell’aprile 2025 In The Lurch costruendo un percorso coerente e insieme sfuggente, fatto di tensioni striscianti, strutture oblique e un’idea di rock che rifugge qualsiasi comfort zone. Già dal titolo il disco suggerisce uno stato di sospensione, un movimento interrotto o improvvisamente deviato. È una sensazione che attraversa tutto l’album: le canzoni sembrano avanzare su un terreno irregolare, tra cambi di dinamica repentini e stratificazioni sonore che si accumulano senza mai esplodere del tutto. Le chitarre lavorano più per sottrazione che per accumulo, alternando linee ipnotiche a fendenti rumoristi; la sezione ritmica predilige pattern ossessivi, quasi kraut, ma sempre incrinati da micro-variazioni che impediscono all’ascoltatore di adagiarsi. È un disco che gioca sulla tensione trattenuta, sull’idea di un collasso imminente che però non arriva mai davvero. i Fugue State dimostrano di saper abitare una zona di confine: tra post-punk e noise-rock, tra minimalismo e stratificazione, tra controllo e abbandono. Tra i momenti più intensi del disco spicca “Abscess”, il brano che chiude l’album con i suoi oltre otto minuti di sviluppo. La traccia si costruisce lentamente, partendo da un clima teso e quasi ipnotico per poi crescere progressivamente fino a un’esplosione di suono. La band stessa descrive il pezzo come “una miscela che parte da una lenta ebollizione per poi incendiare tutto”, sottolineando quanto il brano sia basato su una lunga costruzione e su momenti di improvvisazione collettiva. Il basso mantiene una linea pulsante che tiene insieme la struttura, mentre chitarre distorte, batteria nervosa e interventi di fiati,  sax e tromba, aggiungono una dimensione quasi free-rock alla composizione.  In un panorama spesso dominato dall’iper-produzione o dalla nostalgia, il trio americano ha scelto un’altra strada: lavorare sulla materia sonora come fosse un organismo vivo, fragile e imprevedibile. Con In The Lurch i Fugue State dimostrano come il punk possa ancora essere uno spazio aperto alla sperimentazione, capace di mescolare energia garage, improvvisazione e visioni psichedeliche in un’unica, inquieta corrente sonora.

Keeley Forsyth nasce come attrice di teatro, salvo poi partecipare a numerose serie tv britanniche. Ma è sempre stata un’artista a 360 gradi, appassionata di poesia e di musica, si è ritrovata a cantare i suoi versi accompagnandosi da uno scheletro musicale. Profondamente ancorata alla realtà e al dramma quotidiano dell’esistenza, Keeley, insieme al compositore Matthew Bourne, aveva dato alle stampe nel 2020 il suo album di esordio intitolato Debris, convincendo critica e pubblico grazie ad una voce profonda che ricorda echi di Nico e Scott Walker e agli arrangiamenti minimali ma di grande profondità.  la magia si è ripetuta nel 2022 con il suo secondo disco, intitolato Limbs, così uguale ma così diverso per poi toccare il climax della sua arte e profondità musicale lo scorso anno con  The Hollow che è stato pubblicato dalla 130701, sottoetichetta della Fat Cat, capace di arrivare al #9 della mia classifica. Il sodalizio creativo stabile fatto di concerti e progetti condivisi tra la Forsyth e Bourne è arrivato a compimento con un EP che troviamo al #12 intitolato Hand To Mouth costruito su una dialettica costante tra austerità e pathos. Il pianoforte di Bourne non è mai virtuoso e preferisce figure ripetitive, quasi minimaliste, mentre la voce di Forsyth, come sempre scura, teatrale, profondamente espressiva, si muove tra sussurri e improvvise aperture drammatiche. “It Seems” è uno dei momenti più intensi del disco, una composizione che sintetizza perfettamente l’estetica del progetto. Il brano prende avvio con una figura pianistica in movimento continuo, quasi una corrente sotterranea di note che si rincorrono e si dissolvono nello spazio. Sopra questa trama, la voce di Forsyth appare più leggera e riflessiva rispetto ad altri momenti del disco, come se emergesse da un flusso di pensieri interiori. Gradualmente la musica si espande con l’ingresso discreto di un violoncello, che avvolge il pianoforte in un’aura calda e contemplativa. L’effetto è ipnotico: la melodia non sembra procedere verso una vera risoluzione, ma fluttuare in una dimensione sospesa, quasi meditativa. Come gli altri dischi di Keeley Forsyth, anche Hand To Mouth richiede ascolto attento e tempo, ma che ricompensa la pazienza con una profondità emotiva straordinaria.

Nel panorama della musica sperimentale contemporanea, poche figure possiedono la stessa libertà creativa della compositrice e polistrumentista giapponese Eiko Ishibashi. Con il suo album Antigone, l’artista di Tokyo torna alla forma-canzone dopo diversi anni dedicati soprattutto alla musica per il cinema e a progetti strumentali, costruendo un lavoro sofisticato e cinematico che fonde jazz, chamber pop, psichedelia e ambient in una narrazione sonora densa di immagini e inquietudini contemporanee. l titolo dell’album richiama direttamente la figura tragica di Antigone, l’eroina del teatro greco che sfida il potere per dare sepoltura al fratello. Ishibashi non racconta esplicitamente la vicenda classica, ma utilizza quella figura come simbolo di resistenza morale e solitudine individuale in un mondo attraversato da crisi e disorientamento. Il progetto è stato realizzato con la collaborazione di Jim O’Rourke, partner artistico di lunga data della compositrice. Insieme hanno costruito arrangiamenti complessi ma estremamente raffinati, dove archi, fiati, sintetizzatori e strumenti acustici dialogano con una naturalezza quasi cinematografica. “October” il brano che apre l’intero lavoro, nasce da un impianto sonoro ampio e cinematografico: un’orchestrazione che si apre lentamente, mentre la voce eterea di Ishibashi si muove tra sintetizzatori distorti e frammenti sonori che ricordano comunicazioni radio o istruzioni del traffico. Questi elementi creano un effetto straniante, come se la musica fosse attraversata da segnali provenienti da un’altra dimensione, o da un sistema di controllo invisibile che interferisce con la realtà quotidiana. Dal punto di vista narrativo, il brano suggerisce immagini enigmatiche: una figura osserva un aereo che scende verso lo skyline di una città mentre all’orizzonte incombe un disastro, evocato solo attraverso frammenti e allusioni. È un esempio perfetto del metodo compositivo di Ishibashi: raccontare senza spiegare, lasciare che le parole si comportino come indizi sparsi dentro un paesaggio sonoro più grande. Con Antigone, Eiko Ishibashi ha confermato la sua posizione tra gli autori più originali della musica contemporanea. L’album non cerca soluzioni facili né melodie immediatamente consolatorie: preferisce costruire un mondo sonoro stratificato, enigmatico e profondamente emotivo.

Lei è una delle artiste più dotate, talentuose, libere e coraggiose del panorama musicale attuale. Poetessa, attivista, musicista, Camae Ayewa in arte Moor Mother è in grado di celebrare la cultura afroamericana e di esplorarne le radici. Lei è stata sempre capace di dipingere affreschi sonori capaci di incantare, di sorprendere, ricordando il passato e proiettandosi nel futuro, superando ogni divisione, e sperando (temo invano) che questa o le prossime generazioni siano in grado di avere più impegno civile e di non avere alcun tipo di preconcetto. I SUMAC, formati dalla chitarra di Aaron Turner (Isis, Old Man Gloom e Mamiffer), dalla batteria di Nick Yacyshyn (Baptists) e dal basso di Brian Cook (Russian Circles, These Arms Are Snakes), sono senza dubbio tra i migliori gruppi della nuova scena metal, avventurosi, abrasivi e disturbanti. The Film, album che sancisce la collaborazione tra questi due mondi e che troviamo al #10, è uno dei progetti più audaci e radicali della scena underground contemporanea. Il titolo stesso non è un vezzo retorico: qui non si tratta di una semplice raccolta di canzoni, ma di un’opera concepita come un’opera narrativa, quasi una colonna sonora immaginaria che si apre e chiude come un racconto visivo in otto “scene” che si muovono tra metal, noise, spoken word e narrazione sonora. Moor Mother ha dichiarato che l’intento era creare “un momento al di fuori delle convenzioni”, qualcosa che resista alle logiche di consumo e che vada ascoltato nella sua interezza, non come singoli brani dispersi. The Film affronta temi universali — terra, luogo, diritti umani, guerra, pace, sistemi di violenza e lo slancio verso la libertà — e li traduce in un linguaggio sonoro che spinge costantemente l’ascoltatore verso un’esperienza immersiva, quasi cinematografica. La struttura dell’album riflette questa idea: ogni titolo è indicato come “Scene”, con momenti di interludio, intensità crescente e varie contaminazioni. In alcuni punti la musica dei SUMAC è abrasiva e disturbante, in altri lascia spazio alla poesia di Moor Mother, creando un contrasto che è al tempo stesso rafforzativo e destabilizzante. Tra i momenti più significativi dell’album emerge “Scene 3”, brano dal ritmo lento ma implacabile, in cui la coralità delle idee si combina con una narrazione che parla di sopravvivenza, sogni infranti e desiderio di rinnovamento. La traccia vede un contributo vocale aggiuntivo di Kyle Kidd, la cui presenza introduce una dimensione quasi corale rispetto alla voce principale di Moor Mother. La musica costruisce un ritmo costante e marziale, sposando l’urgenza poetica della cantante con un tessuto sonoro che definisce i confini di un mondo in transizione. Il brano rappresenta un manifesto di liberazione e rinnovamento: l’idea di un luogo sicuro dove poter ricostruire, nascondendo le cicatrici della sopravvivenza e trasformando le difficoltà accumulate in forza: una sorta di punto di svolta narrativo all’interno del “film” sonoro di The Film.

Potevo forse escludere il ritorno del mio bardo preferito dalla Top 10? Al #9 troviamo Richard Dawson, artista che appartiene ad una categoria molto particolare e quasi in via di estinzione, quella dei songwriters un po’ stralunati, poco convenzionali. Basti pensare ad un Richard Youngs, o ad un Kevin Coyne, senza voler scomodare l’enorme talento di Kevin Ayers (Dawson potrebbe montarsi la testa), tanto per farvi capire come poter inquadrare un personaggio come il chitarrista di stanza a Newcastle Upon Tyne. A tre anni di distanza dal suo ultimo album in studio, Dawson ha pubblicato il 14 febbraio 2025 il suo nuovo End Of The Middle. Sebbene il songwriter non sia nuovo a grandi idee musicali, sia che abbia aperto il suo album del 2022 The Ruby Cord con un brano di 41 minuti, sia che abbia scritto canzoni epiche in collaborazione con il gruppo rock sperimentale finlandese Circle, anche stavolta ha cercato in qualche modo di stupire. In questo nuovo album Dawson cerca di ridimensionare tutto alla pura essenza, componendo una raccolta di canzoni che ricordano il fortunato PeasantEnd Of The Middle è riccamente intricato, evocativo, tattile e ha quasi la capacità di trasportarvi nei luoghi e negli scenari che descrive. In parte ispirato dal suo amore per i film del regista giapponese Yasujirō Ozu, l’album è incentrato su un nucleo familiare. “Si tratta di uno sguardo ravvicinato che cerca di esplorare la tipica casa di una famiglia della classe media inglese”, dice Dawson. “Ascoltiamo le storie di persone appartenenti a tre o quattro generazioni della stessa famiglia. Ma in realtà si tratta di capire come rompere certi cicli. Penso che la famiglia sia una metafora utile per esaminare come le cose si trasmettono generazionalmente”. “The Question” è uno dei momenti più suggestivi del disco, un brano di 8 minuti che si distingue per la sua atmosfera sospesa e straniante. Nella traccia Dawson racconta la vicenda di una giovane, Elsie, tormentata dall’apparizione di un fantasma senza testa, immagine carica di simbolismo e inquietudine, confermando, nel brano come in tutto l’album, la sua abilità nel raccontare le sue storie con una scrittura tanto potente e affascinante quanto oscura e poetica.

Abbiamo già avuto a che fare con l’australiano Gareth Liddiard, che, con i suoi The Drones, aveva deliziato i nostri padiglioni auricolari con la giusta miscela di psichedelia, folk e blues deviato. Il cantante-chitarrista di Melbourne, insieme alla sodale Fiona Kitschin, nel 2017 ha abbandonato la vecchia ragione sociale, prendendo a bordo  la batterista Lauren Hammel e la polistrumentista Erica Dunn e creando una nuova entità chiamata Tropical Fuck Storm. La nuova creatura si è mossa da subito senza impacci, partendo dal DNA della band precedente e arricchendolo di imprevedibili soluzioni sonore di follia visionaria, coerenti con la personalità del suo leader. Definiti da qualcuno “maestri del noise senza confini”, gli australiani hanno pubblicato nel corso di questo 2025 il loro quarto album Fairyland Codex. Il disco è stato pubblicato il 20 giugno dalla loro nuova etichetta, la Fire Records, dopo avere letteralmente bruciato le tappe con i primi tre album per Joyful Noise, arrivati fino al #7 della TOP10 australiana. Chiunque ami il rock mai ordinario e le linee sghembe o originali non può non approcciare con entusiasmo il suono degli australiani. Dopo aver inserito subito in un podcast della scorsa stagione il primo estratto dal disco “Bloodsport”, carico di un’anarchia sociale ben studiata, caratterizzato da un funk in stile Talking Heads e da un break di chitarra incalzante, stavolta ho scelto “Joe Meek Will Inherit the Earth” che emerge come una delle tracce più stranianti e suggestive visto che si muove su un terreno più rilassato e avvolgente, con influenze psichedeliche anni ’60 e un groove che accoglie ritmi sinuosi, creando un’atmosfera sospesa. Il titolo del brano, che rimanda in modo giocoso e visionario al produttore britannico Joe Meek — figura iconica delle sperimentazioni in studio degli anni ’60 — funziona quasi come un manifesto poetico di un’eredità sonora fuori dagli schemi, un segno di come i Tropical Fuck Storm sappiano guardare al passato per proiettarlo dentro un presente dove caos, tecnologia e memoria si intrecciano. Ormai non ci sono più dubbi sulla qualità di un gruppo che si conferma unico e straordinario.

Nei podcast abbiamo parlato più di una volta di un gruppo centrale e fondamentale per lo sviluppo del rock americano contemporaneo e non solo come i Wilco. Figura centrale e co-fondatore del gruppo, Jeff Tweedy ha saputo costruire anche una carriera solista fondata sull’equilibrio tra introspezione lirica e ricerca sonora. Conosciuto per la sua capacità di trasformare fragilità e dubbio in forma canzone, Tweedy continua a muoversi tra folk, rock e sperimentazione con una scrittura sempre più essenziale. Con il monumentale triplo Twilight Override, l’autore ha firmato un lavoro intimo e crepuscolare, dove le atmosfere sono soffuse ma mai rassegnate. Il titolo suggerisce un gesto simbolico: “forzare il crepuscolo”, non lasciarsi inghiottire dalla fine della luce. Le chitarre sono morbide, spesso acustiche, gli arrangiamenti misurati; ma sotto la superficie si avverte una tensione sottile, una ricerca di senso che attraversa tutto il disco. È un album che parla a bassa voce, ma con grande chiarezza emotiva. Difficile scegliere una sola traccia delle trenta pubblicate, ma tra quelle che più mi hanno colpito spiccaCaught Up In The Past. Secondo nella scaletta del primo disco, è un brano che incarna con eleganza il tema ricorrente dell’opera: il rapporto fra tempo, memoria e presenza. Musicalmente la canzone si muove su un tappeto morbido, evocando un’atmosfera sospesa che traduce in suono l’idea di essere, appunto, “intrappolati” nei ricordi. Il tocco leggero di pianoforte e le armonie vocali, insieme a una struttura che fluisce con naturalezza, creano un paesaggio emotivo intimo, riflessivo e poetico, dove l’ascoltatore si trova a contemplare immagini di feste notturne evocate da suoni di terrazze e conversazioni lontane. Il testo riflette una lotta interiore tra il desiderio di andare avanti e la difficoltà che alle volte proviamo nel lasciare andare ciò che è stato: “No one stands a chance getting caught up in the past”, canta Tweedy, con quel suo timbro ruvido e familiare che da sempre conferisce alle sue canzoni una profondità quasi confessionale. In Twilight Override Tweedy ha confermato ancora una volta la sua forza più grande: saper rendere universale ciò che nasce come confessione privata.

Il 2 aprile 2025, sedici anni dopo aver annunciato una pausa a tempo indeterminato, alcuni fan degli Stereolab hanno ricevuto un pacco contenente “unsolicited Stereolab material”. All”interno c’era un 7“ contenente ”Aerial Troubles”. Nel 2019 il gruppo aveva pubblicato edizioni ampliate e rimasterizzate dei loro sette album in studio, in concomitanza con la prima esibizione dal vivo dopo nove anni. Da allora hanno continuato a fare tour sporadici e incrementato il loro catalogo con varie compilation. Era solo l’antipasto perché il piatto forte è arrivato il 23 maggio 2025 quando la loro Duophonic UHF Disks e la Warp Records hanno pubblicato il primo album di inediti dal 2010 degli storici sperimentatori. Instant Holograms On Metal Film è un evento che ha segnato il ritorno di una delle band più influenti dell’avanguardia pop/rock europea, tredici canzoni scritte da Laetitia Sadier e Tim Gane; eseguite da Laetitia, Tim, Andy Ramsay, Joe Watson e Xavi Muñoz, che compongono l’attuale formazione del gruppo dal vivo. In un capitolo sonoro ricco di groove ipnotici, synth retrò, pulsazioni krautrock e melodie sofisticate, spicca “Immortal Hands”, quarto brano della scaletta. Sebbene non sia stato pubblicato come singolo, Immortal Hands incarna l’incontro tra l’eredità estetica del gruppo e la maturità di un suono che, pur riconoscibile, non si limita a ripetere il passato. La traccia procede con la tipica eleganza “retro-futurista” degli Stereolab, mescolando tessiture analogiche, ritmi delicati e arrangiamenti stratificati; lungo il suo sviluppo emergono influenze jazz e accenni di funk elettronico, che testimoniano la capacità della band di espandere il proprio linguaggio pur rimanendo fedele ai propri archetipi musicali. In questo pezzo, la leggerezza delle melodie si intreccia a un ritmo sinuoso e avvolgente, creando un’atmosfera che riflette il cuore del progetto: ritrovare un equilibrio fra nostalgia e innovazione sonora. Il disco ci mostra gli Stereolab non semplicemente come icona dell’avant‑pop anni ’90, ma come un gruppo contemporaneo vivo e pulsante capace di mescolare ricchezza di idea e leggerezza di forma.

Maurice Louca: compositore egiziano, manipolatore di beats e tastierista, appassionato di musica mediorientale e free jazz. Sam Shalabi: chitarrista canadese compositore di moltissime colonne sonore di film indipendenti e membro fondatore di gruppi del calibro di Shalabi Effect e Land Of Kush. Alan Bishop: contrabbassista e sassofonista americano, appassionato di tradizioni mediorientali, fondatore insieme al fratello Richard dei Sun City Girls che, dai primi anni ’80 fino allo scioglimento nel 2007 hanno mescolato rock, folk, jazz, avanguardia ed etnica e proprietario della sigla Alvarius B, con cui percorre le strade della tradizione americana. Nel 2012 ad Agouza, distretto di Giza, periferia del Cairo, questi tre musicisti si sono trovati a condividere lo stesso appartamento, decidendo di unire le proprie forze e creando un nuovo progetto che potesse sposare in qualche modo la tradizione musicale del medio oriente, con la psichedelia e l’improvvisazione. Così sono nati i The Dwarfs Of East Agouza, che già dal loro album di esordio intitolato Bes ci hanno preso per mano portandoci in un viaggio tra dune desertiche ed asteroidi siderali, una sorta di psichedelia etnica che lascia molto all’improvvisazione e al flusso emozionale dei musicisti, come nella miglior tradizione del genere. Dopo un lungo girovagare, per il quinto lavoro in studio il trio è approdato ad un’etichetta che sembra essere la loro giusta destinazione come la canadese Constellation, la cui attitudine alla sperimentazione musicale e alla contaminazione culturale si addice perfettamente al loro suono. Nei quattro precedenti lavori, i musicisti hanno continuato il loro viaggio incredibile mescolando tradizioni mediorientali, jazz, psichedelia, folk, con una capacità di improvvisazione che non ha eguali. Il nuovo Sasquatch Landslide, che troviamo al #5, non sposta molto le loro coordinate sonore ma le ribadisce e le rifinisce con un’energia creativa assolutamente straordinaria. Il trio ha trascorso l’ultimo decennio a sviluppare la sua telepatica alchimia dal vivo, girando in tour  tra Europa, USA, Medio Oriente e Nord Africa. Le loro esibizioni sono notoriamente spontanee e imprevedibili: esplorazioni mutevoli che mescolano groove, caos e abbandono estatico. La spontaneità e attitudine sperimentale e improvvisativa dei Dwarfs Of East Agouza si muove come un serpente, avvolgente e insidioso come la splendida cavalcata di “Titular”, suadente nelle sue frenetiche carezze ritmiche. In fondo quello che intriga della leggenda del Sasquatch (o Bigfoot che dir si voglia) è proprio il fatto che nessuno l’abbia mai visto in maniera definita, le testimonianze fotografiche della sua esistenza sono sempre state sfocate e controverse. Allo stesso modo l’enorme fascino di Sasquatch Landslide è proprio nella sua apparente confusione. Tante fonti sonore che arrivano contemporaneamente alle nostre orecchie: raffiche strumentali, percussioni ossessive, sax che affiorano, frammenti di melodia che si perdono in lontananza, un ribollente magma elettronico. Una tensione emotiva dove ogni suono ha il suo significato e il suo posto, un flusso lisergico ed estatico che va assaporato con orecchie e mente aperta per poterne godere al meglio.

A ben quarantasei anni dall’inizio della loro avventura musicale nel cuore dell’anarco‑punk europeo, gli olandesi The Ex sono tornati con il loro ventesimo album in studio, If Your Mirror Breaks, pubblicato dalla loro Ex Records, il primo album di inediti dopo 27 Passports del 2018 ed ennesima prova della loro inesauribile vitalità artistica. Il disco, che troviamo meritatamente ad un passo dal podio al #4, si presenta come un affresco sonoro politico e poetico: dieci brani che si muovono tra punk, noise rock e sperimentazione, costruendo un universo fatto di slogan rabbiosi, immagini surreali e ritmi galvanizzanti. Ogni traccia è un episodio che riflette le inquietudini del presente, dalla critica sociale al desiderio di resistenza, rendendo l’album una sorta di raccolta di brevi ma potenti racconti sonori. Il brano di apertura, “Beat Beat Drums”, dà immediatamente il tono all’intero lavoro: ispirato al celebre poema Beat! Beat! Drums! di Walt Whitman, il pezzo irrompe con una energia tribale e martellante, guidata dalla batteria incisiva di Katherina Bornefeld e da un attacco di chitarre taglienti tipico del quartetto. Con un ritmo incalzante e un senso di urgenza costante, il brano non è solo una dichiarazione estetica, ma anche un invito all’azione e alla consapevolezza: il battito dei tamburi diventa metafora di una resistenza che non si ferma, un richiamo a non lasciarsi sopraffare dalla stagnazione, dall’indifferenza o dal conformismo. La solidità ritmica del gruppo, insieme alla voce ruvida e diretta di Arnold de Boer e alle chitarre intrecciate di Andy Moor e Terrie Hessels, crea un impatto capace di catturare l’essenza del gruppo: feroce, sperimentale e sempre in movimento. Un altro grandissimo ritorno di una band che in 46 anni anni non ha perso nemmeno un grammo della sua incredibile energia.

Continuiamo il podcast con un gruppo che è entrato facilmente in classifica arrivando addirittura sul gradino più basso del podio al #3. Una delle etichette più importanti per quanto riguarda la sperimentazione musicale e la contaminazione culturale, la canadese Constellation, ha messo sotto contratto il sestetto libanese SANAM, pronti a portare in dote un universo sonoro che intreccia psichedelia, krautrock, improvvisazione, jazz, suggestioni goth ed elettronica con la tradizione del loro paese e la poesia araba contemporanea. Il gruppo, composto da Sandy Chamoun (voce), Antonio Hajj (basso), Farah Kaddour (buzuq), Anthony Sahyoun (chitarra, synth), Pascal Semerdjian (batteria) e Marwan Tohme (chitarre), nasce nel 2021 in seguito all’invito a collaborare con Hans Joachim Irmler, storico membro dei Faust, durante l’Irtijal Festival. Da quell’esperienza prende forma un percorso condiviso che si consolida durante una residenza discografica nel Libano rurale, in un periodo segnato da forti tensioni nazionali. Sametou Sawtan in realtà è il loro secondo lavoro, visto che il primo Aykathani Malakon, registrato dal vivo, è stato pubblicato nel giugno 2023 dall’etichetta britannica Mais Um Discos. Il titolo del disco è ricco di possibilità quanto la musica della band libanese. Sametou Sawtan si traduce dall’arabo come “Ho sentito una voce”. Che la si interpreti come inquietante o spirituale, questa frase esprime la capacità del suono e del linguaggio di indurre una pausa, catturare l’attenzione e aprirci al momento presente. Il lavoro sul nuovo lavoro è iniziato all’inizio del 2024. Le idee iniziali, nate ai Tunefork Studios di Beirut, sono state concretizzate in aprile durante una residenza a Beit Faris, una casa medievale nella città costiera di Byblos. Il sestetto è stato affiancato dal produttore Radwan Ghazi Moumneh (aka Jerusalem In My Heart). Gli ultimi due brani dell’album sono registrazioni delle sessioni di Beit Faris, mentre gli altri sono stati registrati ai La Frette Studios di Parigi durante il tour europeo della band nell’estate 2024. Non c’è dubbio che il loro approccio musicale sia tra le cose più interessanti e originali uscite recentemente, ascoltate l’iniziale “Harik” per credere. È stato il seme dell’album, scritto da Chamoun nel febbraio 2024, con la band che ha costruito il brano attorno alle sue parole. Inizia con un brivido, elettronica tagliente e voce ansimante che perfora la batteria martellante prima che la band raggiunga un esaltante climax.

Dopo Stereolab e The Ex al #2 troviamo un altro ritorno discografico tanto inaspettato quanto riuscito e deflagrante. Dopo oltre vent’anni di silenzio discografico, i mclusky sono tornati con The World Is Still Here And So Are We, quarto album in studio della storica band noise-rock gallese. Pubblicato il 9 maggio 2025 dall’etichetta Ipecac, il disco segna la prima raccolta di inediti del gruppo dai tempi di The Difference Between Me and You Is That I’m Not on Fire del 2004 e rappresenta uno dei ritorni più rumorosi e riusciti della scena alternativa recente. Guidati dal frontman Andrew Falkous, con Jack Egglestone alla batteria e Damien Sayell al basso, i mclusky non cercano di aggiornare il proprio linguaggio: lo rilanciano con la stessa ferocia post-hardcore, sarcasmo e abrasività sonora che li aveva resi un culto nei primi anni 2000. Chitarre scabre, basso torrenziale e una batteria martellante costruiscono un album diretto e compatto, dove l’ironia velenosa dei testi si mescola a un’energia quasi punk. La loro natura brutale e corrosiva è quantomai necessaria nel mondo odierno che sembra davvero senza contorollo. Il titolo dell’album, “Il mondo è ancora qui e anche noi”, suona quasi come un manifesto: non un nostalgico ritorno al passato, ma la constatazione che, nonostante il tempo trascorso, la rabbia e l’assurdità del presente continuano a richiedere lo stesso tipo di musica. Tra i brani più incisivi del disco spicca “Cops And Coppers”, seconda traccia della scaletta e perfetta sintesi dello stile della band. Il pezzo si muove su un basso pulsante e irregolare, quasi un battito cardiaco distorto, mentre le chitarre tagliano lo spazio con riff nervosi e la voce di Falkous oscilla tra grida stridule e ringhi primitivi. Il risultato è un brano teso e convulso, costruito su una dinamica che alterna groove ossessivo e improvvise esplosioni rumoriste. Falkous, con il suo tipico tono sarcastico e aggressivo, sputa versi che suonano come una satira feroce del potere e delle sue ipocrisie, incarnando quella miscela di umorismo brutale e critica sociale che da sempre caratterizza i mclusky. In un panorama rock spesso addomesticato, il ritorno dei mclusky con The World Is Still Here And So Are We dimostra che l’irriverenza può ancora essere una forma di lucidità, ribadita dal combo gallese con tutta la loro energia sporca e irresistibile.

Fortunatamente è possibile uscire dalle traiettorie abituali della geografia musicale per perdersi in luoghi immaginifici e inattesi. Il trio sloveno Širom nel 2022 era salito sul gradino più basso del podio con The Liquified Throne of Simplicity ma stavolta merita di guardare tutti dall’alto per la loro capacità di dipingere un universo avventuroso e oscuro di estrema libertà creativa e di indicibile bellezza. Iztok Koren (banjo, guembri, percussioni), Ana Kravanja (voce, viola, daf, ocarina, percussioni) e Samo Kutin (ghironda, tampura brač, percussioni, cordofoni, voce) giocano non solo con una mole straordinaria di strumenti autocostruiti (come un liuto amplificato con una molla collegata ad un tamburo), ma anche con una serie di ispirazioni capaci di attingere non solo dalle musiche tradizionali dell’Europa dell’Est, ma anche dal minimalismo di Steve Reich o dall’avanguardia jazz dell’Art Ensemble of Chicago. La Slovenia è una nazione che era stata inghiottita dalla Jugoslavia e prima ancora, a distanza di secoli, dall’Impero Romano, Bizantino e Austro-Ungarico, ma è anche un crocevia strategico nel cuore dell’Europa centrale, dei Balcani e dell’Adriatico, con una ricca topografia atavica di montagne, foreste profonde e paesaggi carsici. Una geografia capace di indurre un senso contemplazione e di creare una forte energia psichica, sviluppata dal trio nelle lunghe ed elaborate composizioni spalmate nel doppio evocativo In The Wind Of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper, il loro quinto lavoro in studio. I tre hanno sempre trovato un’importante motivazione nell’esplorazione, nello studio e nella ricerca di una lista sempre più lunga di strumenti esotici, nella riproposizione di un assemblaggio di oggetti trovati e nella costruzione di nuovi dispositivi efficaci come i risonatori acustici. All’insieme di suoni già diversificati hanno aggiunto il tampura brač (un mandolino/chitarra accorciato della regione balcanica), il daf (un tamburo a cornice mediorientale) , l’ocarina (uno strumento a fiato scanalato a forma di nave), il liuto e il guembri nordafricano a tre corde, ricoperto di pelle e pizzicato dal basso (strumento caratteristico della musica spirituale marocchina Gnawa). Tutto ciò si aggiunge al ripetuto suono della ghironda e all’uso della lira, della viola, del banjo a tre corde, del balafon, del ribab e del mizmar. Un disco magico (come dimostra la “For You, This Eve, The Wolves Will Be Enchantingly Forsaken” inserita nel podcast), un folk immaginario ed immaginifico di enorme impatto che vive di momenti di enorme energia e di altri più meditativi disegnando nuove mappe capaci di portare l’ascoltatore in mondi epici e lontani a cavallo tra passato e futuro. Il brano si sviluppa lentamente, come un racconto notturno: le linee strumentali si inseguono e si stratificano creando un clima sospeso, mentre le rare parti vocali oscillano tra calore e malinconia, evocando una dimensione quasi rituale. La composizione nasce dall’incontro di due idee musicali: da un lato l’improvvisazione collettiva tra i membri del gruppo, dall’altro lo studio delle armonie sviluppato da Samo Kutin, elementi che confluiscono in un brano che sembra emergere spontaneamente dal dialogo tra gli strumenti. Il risultato è una musica che appare insieme arcaica e futuristica, capace di evocare paesaggi boschivi, leggende e atmosfere crepuscolari. In meno di sei minuti il brano apre una finestra su quell’universo unico degli Širom, dove folk, improvvisazione e minimalismo si fondono in un linguaggio che sfugge a qualsiasi classificazione.

Così si chiude la seconda parte della mia Playlist 2025, un viaggio dalle posizioni 15 alla 1 tra artisti e brani che hanno definito l’anno in musica. Dai suoni sperimentali dei Širom e i ritmi taglienti dei mclusky fino al grande ritorno delle atmosfere elettriche di The Ex e degli incantesimi sonori di Stereolab, questa selezione ci ha guidato attraverso panorami sonori variegati, tra energia, introspezione e pura magia musicale.

Ma il viaggio non finisce qui.

Nel prossimo Episodio 11, attraverseremo quasi mezzo secolo di musica alternativa: dalle tensioni sperimentali dei This Heat e l’oscurità post-punk dei The Birthday Party, fino alla scrittura indie di Sebadoh e Silver Jews. Nel mezzo scorreranno l’energia garage dei Jon Spencer Blues Explosion, la sensibilità folk di Bonnie ‘Prince’ Billy e nuove prospettive del 2026 con Plantoid e Madra Salach.

Un percorso tra ombre, chitarre oblique e melodie impreviste che racconterà l’evoluzione dell’underground dagli anni ’70 a oggi. 🎧

Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.

Potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perché no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web.

Per suggerimenti e proposte, scrivetemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it.

Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto.

Buon Ascolto

TRACKLIST

1. WATER FROM YOUR EYES: Born 2  da  ‘It’s A Beautiful Place’  (2025 – Matador)

2. THE NECKS: Rapid Eye Movement  da  ‘Disquiet’  (2025 – Northern Spy)

3. FUGUE STATE.: Abscess  da  ‘In The Lurch’  (2025 – Strange Mono)

4. KEELEY FORSYTH & MATTHEW BOURNE: It Seems  da  ‘Hand To Mouth’  (2025 – 130701)

5. EIKO ISHIBASHI: October  da  ‘Antigone’  (2025 – Drag City)

6. SUMAC & MOOR MOTHER: Scene 3 (feat. Kyle Kidd)  da  ‘The Film (Original Motion Picture Soundtrack)’  (2025 – Rocket Recordings)

7. RICHARD DAWSON: The Question  da  ‘End Of The Middle’  (2025 – Weird World)

8. TROPICAL FUCK STORM: Joe Meek Will Inherit The Earth  da  ‘Fairyland Codex’  (2025 – Fire Records)

9. JEFF TWEEDY: Caught Up In The Past  da  ‘Twilight Override’  (2025 – dBpm Records)

10. STEREOLAB: Immortal Hands  da  ‘Instant Holograms On Metal Film’  (2025 – Duophonic UHF Disks)

11. THE DWARFS OF EAST AGOUZA: Titular da  ‘Sasquatch Landslide’  (2025 – Constellation)

12. THE EX: Beat Beat Drums da  ‘If Your Mirror Breaks’ (2025 – Ex Records)

13. SANAM: Harik   da  ‘Sametou Sawtan’   (2025 – Constellation)

14. MCLUSKY: Cops And Coppers  da  ‘The World Is Still Here And So Are We’  (2025 – Ipecac)

15. ŠIROM: For You, This Eve, The Wolves Will Be Enchantingly Forsaken  da  ‘In The Wind Of Night, Hard-Fallen Incantations Whisper’  (2025 – Glitterbeat / Tak:til)

 

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