Home » Sounds & Grooves Podcast | Lights That Never Go Out: S20E19 Podcast Sounds & Grooves Podcast | Lights That Never Go Out: S20E19 Sounds & Grooves ā Stagione 20 Episodio 19Lights That Never Go Out Il diciannovesimo episodio di Sounds & Grooves celebra il ventesimo anniversario della storica podradio con un viaggio attraverso quarant’anni di musica indipendente, tra classici senza tempo, tesori nascosti e nuove uscite. šļø āBenvenuti a Sounds & Grooves, il podcast dove i dischi prendono vita, i suoni diventano storie e la musica alternativa si racconta senza filtri. Io sono Stefano Santoni: preparatevi a un viaggio tra rumore, melodie e visioni sonore.ā Sedici brani che collegano Washington a Manchester, Melbourne a Londra, la California a Venezia, seguendo quel filo invisibile che unisce post-hardcore, post-punk, psichedelia, indie pop, folk e ambient.Ā Una puntata speciale che ĆØ anche una festa per i vent’anni di RadioRock.To e per tutti quelli che continuano a credere che la musica sia ancora scoperta, passione e meraviglia Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to Download, listen, enjoy!!! Prima di partire con questo viaggio in musica potete effettuare il download del podcast anche nella versione a 320 kb/s semplicemente cliccando sul banner qui sotto. Scarica il podcast a 320 kb/s PARTE I āĀ Le geografie dell’inquietudine:dalle avanguardie americane al post-punk britannico Neptune: comeĀ costruire strumenti e creare mondi Il diciannovesimo episodio di Sounds and Grooves si apre con un gruppo che fa il suo grande ritorno sulle scene, un trio formato da musicisti che prima ancora di suonare i propri strumenti, li immaginano, li progettano e li costruiscono. I Neptune sono una sorta di musicisti-artigiani per i quali il gesto creativo comincia molto prima della composizione. Ogni oggetto recuperato, ogni pezzo di metallo, ogni molla, ogni vecchio componente industriale diventa materia sonora, parte integrante di un lessico musicale che sfugge a qualsiasi classificazione. Nati a Boston all’inizio degli anni Novanta, i Neptune si sono mossi fin dagli esordi ai margini del rock sperimentale americano. Mentre gran parte della scena indipendente guardava ancora alle chitarre elettriche tradizionali, il gruppo guidato da Jason Sanford iniziava a costruire strumenti utilizzando ferraglia recuperata nelle discariche, vecchi utensili industriali, tubi, lamiere, molle e componenti meccanici destinati alla rottamazione. La loro musica nasce quindi da una filosofia precisa. Non utilizzare ciò che ĆØ giĆ disponibile, ma creare gli strumenti necessari per produrre un linguaggio completamente nuovo. Ć un approccio che richiama inevitabilmente alcune figure fondamentali del Novecento musicale. Harry Partch, il compositore americano che inventò un’intera famiglia di strumenti per poter realizzare il proprio sistema armonico. Gli Einstürzende Neubauten, che trasformarono i cantieri della Berlino Ovest in giganteschi laboratori ritmici. Captain Beefheart, che reinventò completamente la grammatica del blues. Glenn Branca e Rhys Chatham, che concepirono la chitarra elettrica come un’orchestra di frequenze piuttosto che uno strumento melodico. Ma torniamo a Boston. Undici formazioni, trentadue pubblicazioni e centinaia di strumenti dopo, la band continua a sfornare il proprio sound improvvisato con strumenti autocostruiti, spesso lasciando stupefatto il pubblico di tutto il mondo. Mark William Pearson, Jason Sidney Sanford e Daniel Paul Boucher sono tornati con Play Some Music (la fanno facile loro…), album che ondeggia meravigliosamente tra noise-rock e improvvisazione, suonato da chitarre in acciaio con struttura a rete metallica microtonali e macrotonali, oltre a batteria amplificata, percussioni realizzate con lame di sega circolare, elettronica e organo con effetto feedback, per dare vita a una raccolta di brani, sia improvvisati che composti, dedicati alla mitologia classica e al regno nebuloso della memoria. Sempre alla ricerca di nuovi orizzonti sonori, alle caratteristiche chitarre e batteria frenetiche dei Neptune si affiancano nuove percussioni amplificate simili a quelle del gamelan e trame elettroniche visionarie che sembrano fluttuare nello spazio. āYesterday’s Faceā con il suo potente motorik, ĆØ solo uno dei nove viaggi verso territori inesplorati. Un inizio di episodio che assume un significato particolare, quello che la curiositĆ debba continuare ad essere il motore principale della musica indipendente. Fugazi: quando il rock indipendente riscrisse le proprie regole Se esiste una band che ha ridefinito il significato stesso della parola “indipendente”, quella ĆØ senza dubbio i Fugazi. Molti gruppi hanno fatto musica fuori dalle grandi etichette. Pochissimi hanno costruito un’intera filosofia capace di influenzare generazioni di artisti ben oltre le proprie canzoni. Per capire davvero cosa rappresentino i Fugazi bisogna tornare indietro di qualche anno, nella Washington D.C. dei primi anni Ottanta. Una cittĆ lontana dai riflettori di New York e Los Angeles, ma destinata a diventare uno dei laboratori culturali più importanti della musica americana. Ian MacKaye ĆØ ancora poco più che adolescente quando fonda i Minor Threat. Insieme a loro nasce l’hardcore di Washington, ma nasce anche qualcosa di ancora più importante: un’idea diversa di comunitĆ musicale. Concerti a prezzi popolari. Nessuna barriera tra palco e pubblico. Produzioni indipendenti. Controllo totale delle proprie opere attraverso la Dischord Records, fondata insieme a Jeff Nelson. Quando, nel 1987, prendono forma i Fugazi con Guy Picciotto (chitarra), Joe Lally (basso) e Brendan Canty (batteria), quell’etica viene portata a un livello superiore. Da subiti la loro idea ĆØ chiarissima e coerente: rifiutano sponsor, merchandising invasivo, biglietti costosi e qualsiasi forma di compromesso con l’industria musicale. Per molti anni il prezzo dei loro concerti rimane volutamente accessibile, perchĆ© la musica, secondo MacKaye, deve appartenere prima di tutto alle persone. Ma parallelamente alla loro grandezza etica c’ĆØ anche la loro continua evoluzione musicale. Dopo che la loro saga straordinaria era stata capace di partire con un lavoro clamoroso come Repeater, il quartetto aveva di incanalato meravigliosamente la propria straripante energia in altri due dischi enormi come Steady Diet Of NothingĀ eĀ In On The Kill Taker.Ā Il quarto lavoro in studio aveva visto la luce nel 1995 sotto il nome di Red Medicine. La stesura dellāalbum aveva richiesto diversi mesi di jam session e registrazioni a Guilford House, una tenuta di campagna isolata situata a Guilford, nel Connecticut, portando il loro hardcore evoluto su un piano ancora più raffinato e in qualche modo intellettuale, come dimostra la straordinaria āDo You Like Meā inserita nel podcast. La band, che ha fatto dellāintegritĆ morale e musicale il proprio marchio di fabbrica, ĆØ ufficialmente in pausa dal 2002, dopo lāuscita del loro ultimo album in studio The Argument (2001). I Fugazi sono, senza ombra di dubbio, uno dei gruppi più importanti e seminali degli ultimi 30 anni: nessuno ĆØ riuscito a coniugare con la stessa naturalezza rigore etico, ricerca musicale e capacitĆ comunicativa. Unwound: il capolavoro nascosto dell’America indipendente Se i Fugazi hanno dimostrato che il rock indipendente poteva diventare una forma di pensiero prima ancora che un genere musicale, la terza tappa di questo percorso porta quella stessa intuizione ancora più avanti. La geografia resta quella del Nord America, ma il baricentro si sposta verso la costa occidentale, dove gli anni ’90 hanno prodotto alcune delle esperienze più radicali e influenti della musica underground. Olympia, nello Stato di Washington, ĆØ una cittĆ di appena cinquantamila abitanti. Eppure, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del decennio successivo, diventa uno dei luoghi più fertili della cultura indipendente mondiale. Da una parte il movimento riot grrrl, con Bikini Kill e Sleater-Kinney; dall’altra la Kill Rock Stars, etichetta destinata a cambiare il volto dell’alternative americano. Ć in questo contesto che nascono gli Unwound, veri e propri giganti dellāhardcore americano degli anni ā90. I riff granitici e le soluzioni ricche di spasmi e di lacerante elettricitĆ li hanno resi tra le migliori band del genere e non solo. Justin Trosper, voce e chitarra, Vern Rumsey, basso, e Sarah Lund, batteria giĆ nel 1993 con il primo vero album,Ā Fake Train,Ā avevano gettato le basi per una carriera sfolgorante, trovando forse la piena maturitĆ con il successivoĀ New Plastic Ideas. Il debutto mostra un gruppo giĆ in grado di mostrare unāincredibile capacitĆ di scrittura che rimarrĆ ad un livello qualitativamente altissimo fino alla fine della loro parabola artistica. Eppure sono stati per anni sconosciuti al grande pubblico, ma se parlavi con qualcuno che suonava in una band noise, post-rock o art-punk e li nominavi, ecco gli occhi dell’interlocutore illuminarsi immediatamente. Erano uno di quei gruppi che circolavano sottotraccia, attraverso passaparola, fanzine, cassette duplicate e piccoli club universitari. Un patrimonio condiviso da chi viveva la musica indipendente come una scoperta continua. Siamo nel 1996, la Sub Pop aveva raccontato Seattle e l’esplosione del grunge, ma la Kill Rock Stars, fondata da Slim Moon, stava giĆ costruendo un catalogo che era diventato presto il punto di riferimento di una scena meno spettacolare ma artisticamente inesauribile. Il gruppo inizia a pubblicare album con una regolaritĆ impressionante, e ogni disco sembra migliorare il precedente, con il post-hardcore a lasciare spazio a strutture sempre più complesse aprendosi all’improvvisazione. Quando arriva Repetition, nel 1996, il gruppo ha ormai raggiunto una maturitĆ sorprendente e il disco sembra quasi una sintesi di tutto ciò che il rock alternativo americano aveva prodotto nel decennio precedente con una personalitĆ ormai inconfondibile. āLady Electā ci mostra un gruppo che percorreva una strada diametralmente opposta a quella mainstream del periodo, tra grandi scariche nevrotiche e splendide soluzioni armoniche che non rinunciano alla potenza espressiva. Qualche anno fa laĀ Numero Group, etichetta specializzata in preziosi recuperi, ha raccolto tutti gli album (di complessa reperibilitĆ e mai ristampati in unāepoca in cui viene ristampato praticamente ogni cosa) della band in quattro imperdibili cofanetti, integrando il tutto con un live inedito che ne racchiude lāincredibile energia dal vivo. Nel 2023 Justin Trosper e Sara Lund erano tornati sui palchi americani per un tour di reunion insieme al nuovo bassista Jared Warren, dopo la prematura scomparsa, quasi sei anni fa, del membro fondatore Vern Rumsey deceduto a soli 47 anni in circostanze mai del tutto chiarite. Ā Tropical Fuck Storm: il caos come forma di precisione Quando si parla di Gareth Liddiard ĆØ impossibile non pensare ai The Drones, una delle band più irregolari e sottovalutate del rock australiano degli ultimi vent’anni, capace di fondere blues deformato, psichedelia, folk e rumore in un linguaggio personale e profondamente inquieto. Conclusa quella lunga avventura, nel 2017 il cantante e chitarrista di Melbourne, insieme alla bassista Fiona Kitschin, ha deciso di ripartire quasi da zero, coinvolgendo la batterista Lauren Hammel e la polistrumentista Erica Dunn nella nascita dei Tropical Fuck Storm.Ā Più che una semplice continuazione dei The Drones, i Tropical Fuck Storm rappresentano la naturale evoluzione dell’universo creativo di Liddiard. Le radici restano saldamente piantate nel rock alternativo e nel blues sghembo, ma vengono continuamente contaminate da post-punk, art rock, psichedelia, funk nervoso, improvvisazione e improvvise esplosioni di noise. Il risultato ĆØ un suono volutamente instabile, in costante mutazione, capace di trasformare il disordine in una precisa scelta estetica. Ogni brano sembra sul punto di implodere, salvo poi ritrovare un equilibrio precario che diventa la vera cifra stilistica del quartetto.Ā L’esordio A Laughing Death in Meatspace, pubblicato nel 2018, ĆØ ancora oggi uno dei debutti più sorprendenti e audaci del rock indipendente dell’ultimo decennio. Un disco che rifiuta qualsiasi compromesso e costruisce il proprio fascino proprio attraverso l’imprevedibilitĆ , alternando melodie oblique, ritmiche sghembe e improvvise accelerazioni elettriche a momenti di apparente quiete. Dietro la sua anarchia controllata si nasconde però una scrittura lucidissima, capace di osservare con sarcasmo un mondo attraversato da alienazione, crisi sociale e rapporti umani sempre più fragili. āYou Let My Tires Downā ĆØ il brano che ho scelto per il podcast, costruito su un groove sinuoso e quasi ipnotico e capace di evitare qualsiasi esplosione convenzionale, preferendo insinuarsi lentamente nell’ascoltatore attraverso chitarre che sembrano procedere in direzioni opposte e un continuo gioco di tensioni tra le voci di Gareth Liddiard e Fiona Kitschin. La metafora del titolo (qualcuno che ti sgonfia le gomme dell’auto) diventa il ritratto di una relazione logorata da piccole crudeltĆ quotidiane, di quei sabotaggi emotivi silenziosi che finiscono per svuotare ogni energia. Ć una narrazione surreale, ironica e amara allo stesso tempo, perfettamente rappresentativa dello sguardo disincantato con cui il gruppo osserva la contemporaneitĆ . Ć proprio questa capacitĆ di trasformare il caos in linguaggio, l’assurdo in racconto e la dissonanza in emozione a rendere i Tropical Fuck Storm una delle formazioni più originali del panorama rock degli ultimi anni. Album dopo album gli australiani si sono confermati come una delle band più imprevedibili, visionarie e anticonformiste della attuale generazione. The Mothmen e la Manchester laterale Quando si racconta la Manchester dei primi anni Ottanta, il rischio ĆØ sempre quello di ripetere la stessa storia che passa inevitabilmente dalla Factory Records, dai Joy Division diventati New Order, dall’estetica di Peter Saville e dalla costruzione di un mito che, a distanza di oltre quarant’anni, continua a esercitare un fascino straordinario. Ć una storia vera, naturalmente, ma incompleta. PerchĆ© mentre Tony Wilson trasformava Manchester nel laboratorio più osservato del rock britannico, esisteva un’altra cittĆ musicale, meno celebrata e molto più difficile da raccontare. Una cittĆ fatta di musicisti che non avevano alcun interesse a costruire una nuova mitologia del post-punk, ma che preferivano guardare oltre i confini dell’Inghilterra, verso il dub giamaicano, il funk africano, il krautrock tedesco e tutte quelle musiche che, all’epoca, sembravano appartenere a mondi lontanissimi.Ā Ć proprio in questa Manchester laterale che nascono i The Mothmen. La loro storia incrocia inevitabilmente quella di un gruppo molto più famoso come i Durutti Column, ma non nel modo in cui spesso viene raccontata. Prima che Vini Reilly trasformasse i Durutti Column in uno dei progetti più poetici e personali della musica britannica, il gruppo aveva una fisionomia completamente diversa. Chris Joyce, Tony Bowers e il chitarrista Dave Rowbotham facevano parte di quella primissima incarnazione, ma quando Reilly decise di proseguire da solo, trasformando i Durutti Column in un laboratorio intimista costruito intorno alla sua chitarra liquida e malinconica, gli altri musicisti imboccarono una strada completamente differente dando vita ai The Mothmen insieme a Bob Harding. Sarebbe però riduttivo considerarli semplicemente una costola dei Durutti Column perchĆ© in realtĆ il loro progetto nasceva da una domanda molto precisa: cosa sarebbe potuto diventare il post-punk se avesse smesso di guardare esclusivamente al rock? All’inizio degli anni Ottanta quella domanda attraversava gran parte della scena britannica. Mark Stewart e i Pop Group (ne parleremo nel prossimo episodio) stavano giĆ incorporando il funk e il dub nelle loro composizioni. Jah Wobble, dopo l’uscita dai Public Image Ltd., esplorava ritmi africani e mediorientali. Adrian Sherwood iniziava a costruire il proprio universo sonoro attraverso la On-U Sound, trasformando il dub in una piattaforma aperta alla sperimentazione. Persino Brian Eno, negli anni precedenti, aveva dimostrato che le musiche africane potevano dialogare naturalmente con il rock occidentale.Ā The Mothmen si inserirono in questo fermento senza appartenere davvero a nessuna scuola. La loro musica possedeva qualcosa di profondamente organico. Le linee di basso non erano pensate per sostenere le chitarre, ma diventavano il vero motore delle composizioni. La batteria di Chris Joyce privilegiava il movimento continuo rispetto all’impatto, mentre le chitarre rinunciavano quasi completamente alla retorica del riff rock per diventare elementi ritmici, tessiture, piccoli interventi timbrici.Ā Riascoltando oggi la āPlease Let Goā inserita in scaletta, contenuta nel loro esordio Pay Attention! pubblicato (non a caso) proprio dalla On-U Sound, colpisce soprattutto quanto poco il brano suoni “inglese”. La sua struttura sembra guardare molto più a Fela Kuti che ai Gang Of Four, più alle produzioni giamaicane di King Tubby che alla new wave europea. Eppure non si tratta di appropriazione stilistica perchĆØ i The Mothmen non hanno imitano nessuno ma semplicemente hanno assorbito linguaggi differenti e trasformanoli in qualcosa di completamente personale. e dimostrando allo stesso tempo che il post-punk non era un genere, ma un metodo. Significava prendere il linguaggio del punk e usarlo come punto di partenza anzichĆ© come punto di arrivo. Da questa prospettiva, qualsiasi contaminazione diventava possibile. La band si sciolse appena un anno e un album dopo nel 1982, e tra gli ex membri del gruppo, Joyce e Bowers furono quelli che ottennero successivamente il maggior successo commerciale, entrando a far parte della prima sezione ritmica dei Simply Red tra il 1984 e il 1989. C Cat Trance: Nottingham, la cittĆ che guardava oltre l’Occidente Dopo il rumore controllato di Fugazi, Unwound e Tropical Fuck Storm, il nostro viaggio sonoro si ĆØ aperto verso una concezione ancora più ampia della musica indipendente, nella quale il dialogo con altre culture diventa una necessitĆ creativa. Dopo i The Mothmen questa apertura trova il suo naturale proseguimento nei C Cat Trance, anche se il loro percorso nasce un centinaio di chilometri più a sud. Se Manchester rappresentava uno dei laboratori del post-punk più aperti alla contaminazione, anche Nottingham stava vivendo una stagione creativa sorprendente. La cittĆ aveva giĆ dato vita tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta a una scena estremamente vivace, nella quale punk, funk, dub e avanguardia convivevano con naturalezza. Uno dei gruppi più importanti di quella stagione furono i Medium Medium. Il loro album The Glitterhouse rimane ancora oggi una delle opere più originali del post-punk inglese, grazie a una miscela di ritmi funk, tensione nervosa e fascinazione per le musiche provenienti da altre culture. Quando il cantante John Rees Lewis lasciò il gruppo nel 1982, insieme al batterista Nigel Stone, non aveva alcuna intenzione di replicare quella formula, ma piuttosto dalla volontĆ di spingersi ancora oltre. Il loro interesse non era più soltanto la contaminazione stilistica, ma la costruzione di un vero linguaggio interculturale. Ć significativo che una band proveniente da Nottingham abbia saputo elaborare una prospettiva cosƬ ampia. La distanza dai grandi centri dell’industria musicale probabilmente favoriva una maggiore libertĆ creativa. Senza la pressione delle aspettative commerciali, gruppi come i C Cat Trance potevano permettersi di seguire esclusivamente la propria curiositĆ . Con il loro esordio C Cat Trance del 1983, costruiscono un paesaggio sonoro nel quale le coordinate tradizionali del post-punk sembrano dissolversi. La sezione ritmica mantiene un andamento ipnotico e circolare, mentre le chitarre rinunciano deliberatamente alla centralitĆ tipica del rock per lasciare spazio alle dinamiche complessive del brano. La voce di John Rees Lewis si inserisce nell’intreccio sonoro con discrezione, contribuendo a creare un’atmosfera sospesa, quasi meditativa. La āLet Me Sleepā inserita nel podcast dimostra come molti musicisti britannici stessero iniziando a guardare fuori dai confini culturali dell’Occidente. Non si trattava ancora della cosiddetta world music, termine che sarebbe stato coniato solo qualche anno più tardi, ma di una curiositĆ autentica verso linguaggi musicali fino ad allora quasi sconosciuti al pubblico rock. Le percussioni nordafricane, le scale modali mediorientali, il dub giamaicano e la musica tradizionale dell’Asia Minore iniziavano lentamente a entrare nelle sale prova inglesi. Molti degli elementi che caratterizzeranno la musica britannica più avventurosa degli anni successivi sono giĆ presenti qui: l’interesse per il dialogo tra culture differenti, il gusto per le strutture aperte, la volontĆ di superare le categorie tradizionali del rock. Riscoprire band come The Mothmen e C Cat Trance ĆØ assolutamente necessario per comprendere molte evoluzioni della musica britannica negli anni a venire. PARTE II ā Paesaggi della memoria: dal deserto americano alla luce che non si spegne mai Thin White Rope: il suono del deserto prima del deserto Se la prima metĆ della scaletta ha raccontato il momento in cui il rock ha iniziato a guardare oltre se stesso, la seconda cambia lentamente prospettiva. L’urgenza del post-punk lascia spazio a una musica più contemplativa, nella quale il paesaggio diventa protagonista. Non ĆØ un caso che, dopo aver attraversato Boston, Washington, Olympia, Manchester e Nottingham, il viaggio ci porta ora verso gli spazi aperti dell’America occidentale e, subito dopo, nelle campagne inglesi. Il rumore lascia gradualmente il posto alla profonditĆ , lasciando intatta la tensione creativa. Quando si parla di rock americano degli anni Ottanta, la memoria collettiva tende a concentrarsi su due grandi narrazioni: il college rock che porterĆ ai R.E.M. e l’hardcore californiano destinato a influenzare il decennio successivo. Tra queste due coordinate, però, esisteva un’altra America musicale. Un’America più silenziosa, attraversata da strade interminabili, piccoli centri abitati e paesaggi desertici. Era un territorio che il cinema di Wim Wenders aveva giĆ iniziato a raccontare e che alcuni musicisti cercavano di trasformare in suono. Se il Paisley Underground ĆØ stato un importante movimento nato allāinizio degli anni ā80 sulla costa Ovest degli Stati Uniti caratterizzato da una riscoperta e dalla attualizzazione del suono psichedelico, iĀ Thin White Rope capitanati dal cantante/chitarrista Guy Kyser e dal chitarrista Roger Kunkel, ne hanno espresso una originale variante che si discostava dai gruppi dello stesso periodo ed accomunati allāinterno della stessa scena. I due leader, irrequieti giĆ nei continui cambiamenti di sezione ritmica, hanno sempre inseguito una visione personale, dalle liriche introspettive, dagli incroci chitarristici dal grande impatto, dalla polverosa identitĆ desertica. Kyser e Kunkel guardavano alle radici del blues, al folk, alla psichedelia e alla musica country, deformandole fino a renderle quasi irriconoscibili. I Thin White Rope non suonavano il deserto, ma ne evocavano l’immaginario. Le loro canzoni possedevano la stessa sensazione di vastitĆ , di isolamento e di inquietudine che si prova attraversando gli spazi sconfinati dell’Ovest americano.Ā Pubblicato nel 1988, In The Spanish Cave ĆØ il loro terzo lavoro in studio e rappresenta probabilmente il punto più alto della loro parabola artistica. Ć un disco nel quale il rock psichedelico degli anni Sessanta, il country più oscuro e la tensione post-punk convivono in un equilibrio sorprendente. Non ci sono citazioni nostalgiche, ma il suono viene rielaborato attraverso una sensibilitĆ profondamente contemporanea. āRed Sunā ĆØ sicuramente una delle tracce più conosciute del gruppo. un brano dove le chitarre non cercano mai l’impatto immediato, ma costruiscono un orizzonte sonoro fatto di riverberi, armonici e improvvise aperture melodiche, mentre la voce di Guy Kyser rimane volutamente distante, quasi osservasse il paesaggio da una collina lontana. Le pause, i tempi dilatati, gli spazi lasciati tra uno strumento e l’altro contribuiscono quanto le note a creare quella sensazione di sospensione che caratterizza tutto il disco.Ā Ć difficile non riconoscere l’influenza che i Thin White Rope hanno esercitato sulle generazioni successive. I Giant Sand di Howe Gelb, i primi Calexico, i Dirty Three, gli stessi Songs: Ohia di Jason Molina devono qualcosa a quella capacitĆ di trasformare il paesaggio in musica. Persino il cosiddetto movimento americana degli anni Novanta, pur seguendo percorsi differenti, erediterĆ questa attenzione verso il lato più oscuro e cinematografico della tradizione americana. Wolf People: il folk rock britannico senza nostalgia Se i Thin White Rope hanno raccontato il paesaggio americano, i Wolf People riportano il viaggio sulle colline dell’Inghilterra rurale. Ma anche qui bisogna evitare un equivoco. Parlare di folk britannico significa spesso evocare immagini rassicuranti: villaggi immersi nel verde, antiche tradizioni, strumenti acustici e melodie tramandate nel tempo. I Wolf People sono partiti proprio da quel patrimonio, ma lo hanno reinterpretato attraverso il linguaggio dell’hard rock e della psichedelia. Nati a Londra nei primi anni Duemila attorno alla figura del cantante e chitarrista Jack Sharp, il gruppo ĆØ emerso in un momento particolare della musica inglese. Mentre gran parte della scena indipendente guardava al post-punk o all’elettronica, loro riscoprivano artisti come Fairport Convention, Pentangle, Comus e Steeleye Span, mettendoli in dialogo con Black Sabbath, Led Zeppelin, Wishbone Ash e i grandi gruppi del rock progressivo britannico. Il risultato poteva sembrare un mero esercizio revivalistico, ma al contrario, i Wolf People hanno dimostrato come la tradizione possa essere materia viva, pronta a generare nuove forme. Ciò che rende i Wolf People particolarmente interessanti ĆØ la loro capacitĆ di evitare due estremi opposti. Da una parte il folk purista, dall’altra il semplice hard rock con influenze tradizionali. La loro musica vive invece in uno spazio intermedio, dove la memoria diventa materiale creativo e non semplice citazione. Non sorprende che il gruppo abbia trovato casa presso la Jagjaguwar, etichetta capace di costruire negli anni un catalogo nel quale convivono Bon Iver, Sharon Van Etten, Dinosaur Jr., Angel Olsen e numerosi altri artisti accomunati dalla volontĆ di superare le convenzioni di genere. Fain, il loro terzo lavoro pubblicato nel 2013, ĆØ forse il disco che meglio sintetizza questa visione. Il titolo richiama un termine inglese antico che significa “volentieri”, “con piacere”, ma suggerisce anche un rapporto spontaneo con il passato, privo di qualsiasi intento revivalistico.Ā āEmpty Vesselsā ĆØ il brano scelto per rappresentare il disco, una traccia che sembra nascere direttamente dal paesaggio. Le chitarre acustiche ed elettriche convivono senza gerarchie, mentre la voce di Jack Sharp mantiene un tono quasi narrativo, come se stesse raccontando una leggenda tramandata oralmente. Progressivamente il brano si apre, acquistando intensitĆ senza mai perdere il proprio equilibrio.Ā Ciò che rende i Wolf People particolarmente interessanti ĆØ la loro capacitĆ di evitare due estremi opposti. Da una parte il folk purista, dall’altra il semplice hard rock con influenze tradizionali. La loro musica vive invece in uno spazio intermedio, dove la memoria diventa materiale creativo e non semplice citazione. Dopo un altro album, Ruins, uscito nel 2016, la band ha annunciato una pausa a tempo indeterminato nel gennaio 2020 adducendo come motivi āla distanza geografica che ci separa e i crescenti impegni personali e familiariā. Glyders: il presente che conosce il proprio passato La Drag City ĆØ una delle ultime etichette americane ad aver conservato una vera identitĆ culturale. Negli ultimi trent’anni ha pubblicato artisti diversissimi ā da Bill Callahan a Joanna Newsom, da Royal Trux a Bonnie “Prince” Billy, da Jim O’Rourke a Natural Information Society, da White Fence a Tashi Dorji ā senza MAI inseguire le mode. Ogni nuovo nome sembra inserirsi in un catalogo che privilegia personalitĆ forti rispetto ai generi musicali. I Glyders arrivano proprio da questo universo. I sodali sul palco e nella vita Joshua Condon (chitarra e voce) e Eliza Weber (basso) hanno iniziato il progetto oltre dieci anni fa, cambiando più volte formazione prima di trovare un equilibrio come trio con l’arrivo del batterista Joe Seger. Con Forever che la band sembra finalmente raggiungere la propria forma definitiva: un trio capace di suonare con la spontaneitĆ delle grandi rock band degli anni Settanta, ma senza alcuna tentazione revivalista. Un suono che deve necessariamente qualcosa al caro buon vecchio garage-rock, farcito con influenze psichedeliche e country blues guidate con sapienza dietro al mixer da un notevole deus ex machina come Cooper Crain (Cave, Bitchin Bajas). La āStone Shadowā inserita in scaletta sintetizza perfettamente la loro modalitĆ compositiva: un attacco notevole costruito su un riff che profuma di boogie elettrico, ma dopo poche battute ci si accorge che sotto quella superficie convivono molte altre anime. Si intravede il groove ipnotico dei Can, il gusto melodico di The Band, la ruviditĆ dei Creedence Clearwater Revival, il rock americano più polveroso e perfino una certa libertĆ psichedelica che ricorda alcune produzioni della West Coast contemporanea. Ć una musica che conosce profondamente la tradizione ma la tratta come materia viva, non come un repertorio da imitare.Ā La cosa più interessante ĆØ che i Glyders non cercano mai di sembrare “vintage”. Suonano piuttosto come una band che ha interiorizzato cinquant’anni di rock americano e li restituisce con naturalezza, senza preoccuparsi di dichiarare le proprie influenze. Ć un approccio molto Drag City quello di non celebrare il passato, ma di usarlo come linguaggio per costruire qualcosa che appartiene pienamente al presente. un gruppo che ha giĆ due dischi notevoli sulle spalle e che potrĆ sicuramente continuare a stupirci in positivo nel futuro. The Smiths : l’immortalitĆ emozionale di The Queen Is Dead Parliamo adesso di un gruppo che ha toccato il cuore di molti e di cui ĆØ difficile dire qualcosa che non si sappia, visto che tra articoli, libri ed altro sono tantissimi quelli che hanno provato a sviscerare la parabola degli Smiths. Ammetto spudoratamente che da sempre tra Steven Patrick Morrisey e John Martin Maher in arte Johnny Marr (pseudonimo scelto per evitare di essere confuso con il batterista dei Buzzcocks) parteggio per questāultimo e che le esternazioni “particolari” del primo difficilmente mi vanno a genio. In ogni caso questo non mi fa certo dimenticare le pagine meravigliose ed indimenticabili che hanno scritto. Lāincontro tra i due, entrambi figli di immigrati irlandesi, avvenne nel 1982 a Manchester tramite una conoscenza comune, Steve āPommyā Pomfret, un chitarrista che aveva giĆ provato ad unire le sue forze con quelle del cantante. In realtĆ , giĆ dal quel primo incontro, il povero Pommy capƬ subito che lāintesa tra i due sarebbe stata talmente totale che non ci sarebbe stato posto per lui nella futura band. La sinergia tra il cantante e paroliere amante della letteratura decadente e il chitarrista che traeva i suoi suoni dallāamore viscerale per un modo di affrontare la sei corde che discendeva direttamente da Roger McGuinn dei The Byrds ha segnato definitivamente unāepoca. I due, insieme alla sezione ritmica composta da Andy Rourke al basso e Mike Joyce alla batteria, in soli quattro album pubblicati dal 1984 al 1987, hanno in qualche modo influenzato intere generazioni, creando un suono che abbandonava il post punk e la nascente new wave per tornare ad un certo modo di affrontare la melodia, segnata dai testo introversi e carichi di rabbia, passione e ironia del suo frontman.Ā Pubblicato il 16 giugno 1986, The Queen Is Dead, il terzo album degli Smiths non ĆØ stato soltanto il loro vertice creativo, ma il momento in cui il rock britannico trovò un nuovo modo di raccontare la fragilitĆ , il desiderio e il disagio senza rinunciare all’ironia, alla letteratura e a una straordinaria eleganza melodica.Ā Quarant’anni dopo, The Queen Is Dead continua a occupare un posto privilegiato nell’immaginario collettivo. Ć uno di quei rari album che sembrano appartenere contemporaneamente al proprio tempo e a tutti quelli successivi. Ogni nuova generazione finisce per scoprirlo come se fosse stato inciso pochi mesi prima, riconoscendo in quelle canzoni emozioni che non hanno perso un grammo della loro intensitĆ .Ā Nel 1986 la Gran Bretagna stava vivendo uno dei periodi più complessi della sua storia recente. Gli anni del governo Thatcher avevano trasformato profondamente il Paese, lasciando dietro di sĆ© tensioni sociali, disoccupazione e una crescente sensazione di smarrimento. La musica pop reagiva in modi molto diversi. Da una parte dominavano l’edonismo sintetico e la spettacolarizzazione di MTV, dall’altra si sviluppava una scena alternativa di cui faceva parte il quartetto, che cercava linguaggi differenti per raccontare quella realtĆ . La tensione tra le liriche introspettive di Morrisey e la chitarra luminosa di Marr trova la propria sintesi perfetta in āThere Is A Light That Never Goes Outā, probabilmente la canzone più amata dell’intero repertorio degli Smiths. Due persone salgono in automobile e attraversano la cittĆ durante la notte. Desiderano soltanto allontanarsi da tutto, trovare uno spazio nel quale sentirsi finalmente accolte. Eppure, nel giro di pochi minuti, quella fuga diventa una metafora universale della ricerca di appartenenza, dell’amore e del desiderio di essere compresi.Ā Il celebre verso “To die by your side is such a heavenly way to die” ĆØ stato spesso interpretato come un’esaltazione romantica della morte. In realtĆ Morrissey costruisce un paradosso poetico molto più complesso. La morte non rappresenta il fine del racconto, ma l’unitĆ di misura dell’intensitĆ emotiva. Quando un istante raggiunge la propria perfezione, tutto ciò che potrebbe accadere dopo perde improvvisamente importanza. Quarant’anni dopo la sua pubblicazione, The Queen Is Dead continua ad accompagnarci in un percorso fatto di ironia, malinconia, rabbia e bellezza e āThere Is A Light That Never Goes Outā non ha perso nemmeno un grammo della sua bellezza e tensione emotiva. Saranno le manie di protagonismo di āMozā probabilmente, a decretare la crisi e la fine della band, e le turbolenze finali non potranno mai, per parafrasare proprio la loro canzone più nota, spengere quella luce che per alcuni anni ĆØ stata davvero abbagliante. Vic Godard: l’uomo capace di arrivare sempre troppo presto La storia della musica popolare ĆØ piena di artisti che hanno avuto successo e di altri che sono stati riscoperti molti anni dopo. parliamo adesso di un personaggio di cui ho parlato molto raramente ma che appartiene invece a una categoria ancora più rara: quella dei musicisti che hanno continuamente anticipato il proprio tempo senza preoccuparsi minimamente di essere compresi. Quando Vic Godard (pseudonimo diĀ Victor John Napper) fondò i Subway Sect nel pieno dell’esplosione punk, nel 1976, sembrava destinato a diventare uno dei protagonisti della nuova scena londinese. La band partecipò perfino al celebre 100 Club Punk Festival, condividendo il palco con Sex Pistols, Clash, Siouxsie and the Banshees e Buzzcocks. Eppure Godard sembrava giĆ guardare altrove. Mentre il punk si irrigidiva rapidamente in una nuova ortodossia, lui iniziava a immaginare una musica capace di assorbire soul, jazz, pop orchestrale e perfino suggestioni easy listening: una scelta coraggiosa, ma che lo condannò all’incomprensione.Ā Negli anni Ottanta, mentre molti suoi contemporanei costruivano carriere solide, Vic Godard alternava lunghi silenzi a dischi meravigliosi, spesso ignorati dal grande pubblico. Ma ĆØ proprio questa apparente marginalitĆ ad averne fatto una figura di culto. Musicisti come il Morrissey appena ascoltato, gli Orange Juice, Belle and Sebastian e più recentemente gli Young Marble Giants e numerosi protagonisti dell’indie britannico hanno sempre riconosciuto in lui uno dei grandi outsider della musica inglese. Dopo aver riformato i Subway Sect per una manciata di stagioni, nel 1984 Godard registrò un album negli storici Olympic Studios londinesi, intitolato T.R.O.U.B.L.E., con un gruppo di musicisti jazz londinesi noto come Working Week, che ĆØ stato poi pubblicato solo nel 1986 da un’etichetta storica come la Rough Trade. Il disco si apre con āHoliday Hymnā, canzone di grande eleganza che può esser presa come perfetto esempio della sua poetica visto che ĆØ una scrittura fatta di dettagli, armonie raffinate e una leggerezza che ricorda certo pop britannico degli anni Sessanta filtrato attraverso la sensibilitĆ post-punk. La voce di Godard conserva quell’apparente distacco che rende ancora più efficace ogni sfumatura emotiva.Ā Ascoltandolo oggi colpisce soprattutto la modernitĆ del suo approccio. Molti artisti contemporanei costruiscono la propria identitĆ sulla contaminazione tra generi, ma Vic Godard lo faceva giĆ quarant’anni fa, senza alcuna strategia. Semplicemente seguiva il proprio gusto. Dopo quest’album Godard si ritirerĆ per qualche anno facendo il postino, per poi riprendere nei primi anni 2000 a registrare insieme ai suoi riformati ed amati Subway Sect. PARTE III āĀ La luce che resta: l‘eleganza del tempo e il ritorno alla contemplazione Kevin Rowland & Dexys Midnight Runners: il folk dopo il soul come dichiarazione di libertĆ Se Vic Godard rappresenta l’outsider per eccellenza, Kevin Rowland incarna invece una delle personalitĆ più complesse e imprevedibili della musica britannica, visto che ĆØ stato capace di reinventarsi innumerevoli volte senza perdere la sua personale visione. Dopo l’esperienza punk con i Killjoys, Rowland si era reso conto molto presto che il rock inglese rischiava di trasformarsi in un linguaggio autoreferenziale. A quel punto non gli restava altro che cercare altrove la propria ispirazione, nel soul di Detroit, nell’R&B, nella musica celtica, nella tradizione irlandese e perfino nel jazz. I Dexys Midnight Runners sono nati da questa idea in qualche modo radicale: costruire una band nella quale disciplina, intensitĆ emotiva e ricerca musicale fossero inseparabili. Rowland, insieme al chitarrista Kevin ‘Al’ Archer forma una band di nove elementi capace di coniugare la new wave con il soul. Leggenda vuole che le prime performance locali dei Dexys siano addirittura infuocate, proponendo al pubblico, oltre a materiale di derivazione punk, cover soul di casa Stax Records. Ma Rowland fin dagli esordi della sua creatura aveva immaginato la band come un organismo in continua trasformazione. Dopo il successo dell’esordio Searching For The Young Soul Rebels, invece di consolidare la formula che aveva funzionato, le divergenze insanabili tra la band e il suo leader “stravagante” porterĆ ad una defezione di massa, lasciando il solo Rowland a portare avanti il marchio Dexys rivoluzionando totalmente l’assetto dei musicisti. L’arrivo della violinista Helen O’Hara e il crescente interesse per la musica tradizionale irlandese modificarono profondamente il suono del gruppo, dando vita a un disco nel quale la sezione fiati della stagione soul convive con il violino, le melodie popolari e un’intensitĆ emotiva quasi teatrale. Too-Rye-Ay viene pubblicato nel luglio 1982 a nomeĀ Kevin Rowland & Dexys Midnight Runner arrivando al #2 delle classifiche in UK. Trainato dal singolo āCome On Eileenā (n°1 in classifica) l’album, come detto, si discosta lievemente dalle striature soul del suo predecessore in favore della riscoperta delle radici irlandesi di Rowland, i fiati sono rimpiazzati da violini celtici e divagazioni tzigane.Ā āUntil I Believe In My Soulā rappresenta il lato meno conosciuto ma forse più profondo dell’album. Posta strategicamente poco prima del singolo di successo che chiude l’album, ĆØ una composizione di oltre sette minuti che dimostra quanto i Dexys fossero lontani dalla semplice ricerca del singolo perfetto. La canzone cresce lentamente, rifiuta qualsiasi struttura prevedibile e procede come un dialogo interiore, nel quale il gospel, il soul e il pop britannico si fondono in un’unica corrente emotiva.Ā Il titolo ĆØ giĆ una dichiarazione di poetica. “FinchĆ© non crederò nella mia anima” non ĆØ soltanto una frase suggestiva, ma il manifesto di un artista che ha sempre cercato autenticitĆ prima ancora del successo. Un brano e un artista che racconta bene anche lo spirito di questo episodio dedicato ai vent’anni di RadioRock.To. Dopo aver attraversato quattro decenni di rock indipendente, il viaggio arriva a un artista che ha sempre anteposto la sinceritĆ alle convenzioni del mercato. Another Sunny Day: la magia incontaminata e romantica della Sarah Records Abbiamo parlato spesso su queste pagine di quell’oasi incontaminata di bellezza ed emozioni chiamata Sarah Records. Nata a Bristol nel 1987 per iniziativa di Clare Wadd e Matt Haynes, rimasta in attivitĆ meno di otto anni e chiusa volontariamente nel momento di maggiore prestigio, la Sarah non ĆØ stata semplicemente una casa discografica indipendente. Ć stata una dichiarazione di intenti. Un piccolo rifugio costruito lontano dalle logiche dell’industria musicale, dove contavano le canzoni, l’eleganza e una certa idea romantica dell’indipendenza.Ā Nel pieno dell’epoca dominata dalle major, dalla spettacolarizzazione di MTV e, poco dopo, dall’esplosione del britpop, il catalogo della Sarah sembrava provenire da un universo parallelo. I Field Mice, gli Orchids, i Blueboy, gli Even As We Speak, i Secret Shine, gli Another Sunny Day, gli Heavenly e decine di altri artisti contribuirono a costruire un’estetica riconoscibile fin dalla prima nota. Chitarre cristalline, melodie che sembravano arrivare direttamente dagli anni Sessanta, testi intimi, produzioni volutamente essenziali e un rifiuto quasi ostinato di qualsiasi forma di cinismo.Ā Definire tutto questo semplicemente indie pop significa coglierne soltanto la superficie. La Sarah Records rappresentava piuttosto un modo diverso di intendere la musica e, in fondo, anche la vita. Le sue pubblicazioni parlavano di vulnerabilitĆ senza trasformarla in debolezza, di romanticismo senza sentimentalismo, di quotidianitĆ senza banalitĆ . Erano canzoni che sembravano sussurrare invece di gridare, convinte che l’intensitĆ non dipendesse dal volume ma dalla sinceritĆ . Il londinese Harvey Williams ĆØ legato a doppio filo alla Sarah Records visto che il suo progetto Another Sunny Day ha pubblicato il suo primo singolo āAnorak Cityā proprio nel 1988 in un flexi-disc dell’etichetta di Bristol, incluso in un numero della fanzine Are You Scared To Get Happy? e addirittura votato come ‘Single of the Week’ dalla rivista NME. Altri 6 singoli poi finalmente messi tutti insieme nell’album London Weekend, pubblicato nel 1992 dalla Sarah e ristampato più recentemente (2009) dalla Cherry Red.Ā Riascoltando oggi un brano come āYou Should All Be Murderedā si ha la sensazione di trovarsi davanti a una fotografia rimasta incredibilmente nitida. Sono passati quasi quarant’anni dalla sua pubblicazione, eppure quelle chitarre continuano a suonare fresche, quelle melodie conservano la stessa immediatezza e Harvey Williams continua a ricordarci che le canzoni migliori non hanno bisogno di effetti speciali. Williams ĆØ poi entrato a far parte dei Blueboy, prima di incidere due album con il proprio nome, uno con la Sarah e uno con l’erede dell’etichetta di Bristol, la Shinkansen Records. Ha poi collaborato a diversi dischi di altri gruppi, tra cui i The Field Mice (di cui ĆØ diventato membro fisso) e The Hit Parade. Nel 2002 Harvey Williams ha iniziato a lavorare per la BBC, pur essendo membro dei Trembling Blue Stars dell’amico Bob Wratten, suo sodale negli Another Sunny Day. Ć anche una scelta che racconta bene lo spirito di RadioRock.To. Da vent’anni la radio affianca ai grandi nomi artisti che il tempo ha trasformato in piccoli classici nascosti, dimostrando che la storia della musica non ĆØ fatta soltanto di bestseller, ma anche di opere che continuano a vivere grazie alla passione di chi le ascolta e le trasmette. Eden: il folk, il jazz e l’arte della sottrazione Tracey Thorn e Ben Watt sono due artisti che hanno le stesse radici ben piantate in un terreno di folk crepuscolare ed intimista: la prima con le Marine Girls, il secondo che da solista ha dato alle stampe nel 1983 lo splendido North Marine Drive. Il loro incontro all’universitĆ di Hull fu importante per la loro professione e per la loro vita privata visto che diventarono inseparabili: sul palco come Everything But The GirlĀ e nella vita come marito e moglie. Le loro voci (straordinaria quella di Tracey) e le loro capacitĆ compositive hanno dato vita ad un progetto che giĆ dall’inizio si rivela estremamente importante.Ā Prima che il loro nome venisse associato alle piste da ballo di mezzo mondo grazie a āMissingā, e al celebre remix di Todd Terry che, a metĆ degli anni Novanta, trasformò il duo in protagonisti della scena dance internazionale, gli Everything But The Girl avevano giĆ scritto alcune delle pagine più eleganti della musica britannica degli anni Ottanta. Anzi, per molti appassionati, la loro vera grandezza appartiene proprio a quel primo decennio, quando Ben Watt e Tracey Thorn costruirono una serie di album che sfuggivano a qualsiasi classificazione. Folk, jazz, bossa nova, chanson, pop da camera e songwriting britannico convivevano in un equilibrio tanto fragile quanto perfetto.Ā Il punto di partenza della loro storia ĆØ Eden, pubblicato nel giugno del 1984. Non ĆØ soltanto il debutto discografico del duo: ĆØ uno di quei rari primi album che sembrano nascere giĆ completamente maturi. Mentre la Gran Bretagna viveva gli anni dell’edonismo pop, dei sintetizzatori, della New Romantic e della produzione sempre più scintillante, Ben Watt e Tracey Thorn imboccarono deliberatamente la strada opposta. Registrarono un disco costruito attorno agli spazi vuoti, ai silenzi, al respiro degli strumenti acustici e a una sensibilitĆ che guardava più a JoĆ£o Gilberto, Chet Baker e Burt Bacharach che alle classifiche del momento. Robin Millar, lo stesso produttore che in quei mesi stava lavorando anche con Sade, comprese perfettamente quella visione e contribuƬ a creare un suono morbido, caldo e senza tempo. Eden ĆØ un disco composto e suonato in punta di piedi, in equilibrio perfettamente dosato tra folk, jazz, pop. Un disco di una delicatezza e classe straordinari, una sequenza di gemme senza alcun momento di stasi.Ā Dal primo singoloĀ āEach And EveryoneāĀ al dolcissimo finale diĀ āSoft TouchāĀ scritto e cantato da Watt non cāĆØ un solo momento minore. Difficile trovare una sola traccia da inserire nel podcast. Alla fine la scelta ĆØ caduta sulla meravigliosaĀ āFascinationā, una canzone che sembra quasi dissolversi nell’aria mentre la si ascolta. La chitarra acustica, le leggere sfumature jazz, il contrabbasso e il canto di Tracey Thorn dialogano senza che nessuno senta il bisogno di occupare il centro della scena. Ć musica costruita sulla fiducia reciproca tra gli strumenti, sulla convinzione che l’emozione possa nascere dalla sottrazione. Qualche anno dopo troveremo la voce di Tracey nella jazzata āThe Paris MatchāĀ inserita nel classicoĀ CafĆØ BleuĀ degli Style Council e nel decennio successivo nellaĀ title trackĀ diĀ Protection dei Bristoliani Massive Attack, preludio alla svolta elettronica del duo. Pur non incidendo più in coppia, Ben Watt e Tracey Thorn ancora deliziano i nostri padiglioni auricolari con album solisti di qualitĆ più che sufficiente. il duo si ĆØ ripresentato a sorpresa nel 2023 dopo ben 24 anni di silenzio con un nuovo lavoro intitolato Fuse. Al Jabr: Richard H. Kirk e il mondo oltre il post-punk Arrivati quasi in fondo alla scaletta, il viaggio sembra ormai essersi allontanato definitivamente dalle sue origini. Le chitarre degli Smiths, il soul dei Dexys, il guitar pop della Sarah Records e l’eleganza jazz degli Everything But The Girl hanno progressivamente lasciato spazio a un paesaggio diverso, nel quale i confini tra rock, elettronica e musica del mondo diventano sempre più sfumati. Ć qui che compare Al Jabr, forse il nome meno conosciuto dell’intera selezione, ma anche uno dei più affascinanti.Ā Dietro questo pseudonimo si nasconde Richard H. Kirk, una figura gigantesca della musica sperimentale britannica scomparso nel 2021. Fondatore dei Cabaret Voltaire, Kirk ĆØ stato uno dei musicisti che, dalla Sheffield industriale della seconda metĆ degli anni Settanta, ha contribuito a ridefinire il significato stesso della parola “post-punk”. Mentre molti gruppi utilizzavano sintetizzatori come semplice evoluzione del rock, i Cabaret Voltaire guardavano giĆ all’industrial, al dub giamaicano, all’elettronica, alla cultura dei sound system e alla nascente musica da club. Senza di loro sarebbe difficile immaginare l’evoluzione della techno di Detroit, della Warp Records, dell’IDM e di buona parte della musica elettronica contemporanea. Ma ciò che ha reso Richard H. Kirk un artista unico ĆØ stata la sua inesauribile curiositĆ . Terminata l’esperienza dei Cabaret Voltaire, invece di trasformarsi in un monumento della propria storia, ha iniziato una seconda carriera fatta di identitĆ parallele: Sandoz, Electronic Eye, Dark Magus, Trafficante, Nitrogen e, appunto, Al Jabr. Ogni alias diventava un laboratorio nel quale esplorare un diverso linguaggio musicale, senza alcun interesse per il riconoscimento del pubblico o del mercato. One Million And Three, pubblicato dalla britannica Alphaphone Recordings nel 1999, ĆØ rimasto l’unico album realizzato con il nome Al Jabr, quasi un’opera isolata all’interno di una discografia sterminata. GiĆ il titolo del disco suggerisce una prospettiva diversa, visto che Kirk aveva preso spunto dal celebre slogan reggae “Africa Must Be Free by 1983” di Hugh Mundell, per trasformarlo provocatoriamente nella traccia di apertura “Africa Must Be Free (By 2003)”. Ć un gesto che racconta bene il senso dell’intero progetto: guardare alle conseguenze del colonialismo, alle migrazioni culturali, alla diaspora africana e alle connessioni tra Europa e Medio Oriente attraverso il linguaggio della musica elettronica. Il brano scelto per il podcast āHard Rainā, procede per stratificazioni, facendo convivere ritmiche dub, campionamenti, tessiture ambientali e pulsazioni elettroniche che sembrano arrivare tanto dalla Sheffield industriale quanto dalle coste del Mediterraneo. Le suggestioni mediorientali e africane non vengono utilizzate come semplice colore, ma diventano parte integrante di un linguaggio nuovo, nel quale ogni elemento dialoga con gli altri senza gerarchie.Ā Ć un approccio che oggi appare sorprendentemente moderno. Molta della musica contemporanea parla di contaminazione culturale, ma Richard H. Kirk praticava questa idea giĆ negli anni Novanta, con una libertĆ rara e una profonditĆ che sfuggiva alle semplificazioni della cosiddetta world music. Dopo avere attraversato quarant’anni di rock indipendente britannico, la scaletta del podcast vira definitivamente verso il mondo proprio verso la conclusione, ricordandoci che la storia della musica non ĆØ fatta di compartimenti stagni, ma di continui incontri tra culture, linguaggi e tradizioni apparentemente lontane. Gigi Masin: il movimento come forma della memoria “Nemo propheta in patria” ĆØ una locuzione in latino che esprime la difficoltĆ delle persone ad emergere in ambienti a loro familiari. In realtĆ per quanto riguarda la musica italiana questa frase idiomatica vale soprattutto per chi crea musica di qualitĆ , basti vedere il gregge dei 250.000 di Ultimo e i biglietti delle 10 date di Vasco Rossi polverizzati in nemmeno 1 ora, o al successo di personaggi quantomeno improbabili come Jovanotti o Max Pezzali. Probabilmente questo riguarda quasi esclusivamente una certa visione dei concerti live, dove la musica e gli artisti (o presunti tali) in realtĆ restano solo sfocati sullo sfondo, visto che il vero centro dell’attenzione sembra essere soprattutto l’essere parte di un evento, e condividerlo in maniera “instagrammabile”. Questo discorso meriterebbe ben altro approfondimento, ma adesso che siamo arrivati alla fine del podcast preferisco tornare alla musica vera e propria per evidenziare una fantastica realtĆ artistica nostrana come il veneziano Gigi Masin, classe 1955, una passione per la musica sviluppata da ragazzo come speaker radiofonico e alimentata dal lavoro come tecnico teatrale e poi nella sede veneziana della Rai, che gli permette di iniziare a lavorare sulle sue composizioni con giradischi, registratori a bobine e sintetizzatori. Un occhio a grandi del jazz come Paul Bley e Keith Jarrett, l’amore per la chitarra dovuto a Nick Drake e John Martyn, la discografia di Masin ĆØ tutta da riscoprire, fino ad arrivare al nuovissimo Movement, pubblicato da un’etichetta come la Sacred Bones Records. Pensate che Wind, il suo album di esordio del 1986, non ĆØ mai stato ufficialmente distribuito e le uniche copie che ne sono state fatte (soltanto cinquecento) sono state vendute personalmente dall’artista. Con il tempo ĆØ diventato oggetto di culto, non solo per la sua impossibile reperibilitĆ (a causa di un’alluvione che colpƬ Venezia, tutte le stampe del disco vennero distrutte da un’inondazione), ma anche per i campionamenti che personalitĆ musicali come Bjƶrk hanno fatto di alcuni pezzi. Ma torniamo a Movement, quello effettuato da Masin non ĆØ stato un semplice cambio di casa discografica, ma il suo riconoscimento definitivo come uno dei grandi protagonisti della musica ambient contemporanea.Ā Il titolo dell’album e del brano che chiude il podcast racchiude giĆ il suo significato. āMovementā non parla soltanto del movimento fisico, ma del movimento delle idee, della memoria, delle emozioni e dello stesso linguaggio ambient, che in quarant’anni ha smesso di essere un territorio marginale per diventare uno dei lessici più fertili della musica contemporanea. Masin ha spiegato di avere voluto realizzare un disco capace di coinvolgere il corpo oltre che la mente, un’ambient che respirasse, pulsasse e accompagnasse il gesto umano invece di limitarsi a fare da sfondo.Ā Pur rimanendo fedele alla poetica della sottrazione che lo accompagna fin dagli esordi, introduce elementi ritmici, suggestioni techno, echi balearici e una nuova idea di dinamismo che rende la sua musica sorprendentemente contemporanea. Non c’ĆØ alcun desiderio di inseguire le tendenze. Semmai accade il contrario: ĆØ il presente che sembra finalmente raggiungere un musicista che aveva intuito molte cose con decenni di anticipo.Ā In questo senso Movement ĆØ anche una riflessione sul tempo. Gigi Masin ha attraversato la perdita, il silenzio, la riscoperta internazionale e una seconda vita artistica che pochi avrebbero immaginato, eppure questo disco non trasmette nostalgia ma curiositĆ . Ć l’opera di un autore che continua a guardare avanti, convinto che la ricerca non finisca mai e proprio per questoĀ ĆØ il finale perfetto per questa puntata di Sounds and Grooves. Dai Fugazi a Richard H. Kirk, dagli Smiths alla Sarah Records, dai Dexys agli Everything But The Girl, ogni tappa del viaggio ha raccontato musicisti che hanno scelto di seguire una visione personale invece delle convenzioni del mercato.Ā Anche RadioRock.To, in questi vent’anni, ha scelto la stessa strada. Ha continuato a cercare connessioni improbabili, a mettere in dialogo epoche e generazioni, a raccontare artisti che il tempo ha reso più grandi di quanto il loro presente fosse stato capace di riconoscere. In fondo ĆØ questo il privilegio della musica indipendente: non avere mai davvero un punto di arrivo. Ma il viaggio ĆØ tutt’altro che concluso. Il ventesimo ed ultimo episodio stagionale non sarĆ soltanto una conclusione, ma un momento di sintesi. Un ultimo itinerario attraverso il presente e la memoria, nel quale i fili disseminati lungo tutta la stagione torneranno a intrecciarsi per raccontare, ancora una volta, perchĆ© continuiamo ad ascoltare musica: non per trovare risposte definitive, ma per continuare a porci domande. Un percorso che attraverserĆ quasi sessant’anni di musica, partendo dai Chicago del 1969 per arrivare alle nuove frontiere sonore del 2026 con Maria BC, Dagmar Zuniga e upsammy & Valentina Magaletti. In mezzo troveranno spazio alcune delle pagine più rivoluzionarie della musica contemporanea: Devo, Gang Of Four, The Pop Group, Mark Stewart, Cabaret Voltaire, Ludus, Swamp Children, Mojave 3, Ida, Tex La Homa, Damien Rice, Micah P. Hinson e Gastr Del Sol. Non sarĆ una semplice playlist, ma un viaggio tra le idee che hanno cambiato il modo di fare musica e che continuano ancora oggi a ispirare nuove generazioni di artisti. PerchĆ© ogni fine, quando si parla di musica, ĆØ soltanto l’inizio del prossimo ascolto. Il tutto sarĆ , come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to. Potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perchĆ© no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web. Per suggerimenti e proposte, scrivetemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it. Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto. Buon Ascolto Ascolta o scarica il podcast da radiorock.to TRACKLIST 1. NEPTUNE: Yesterday’s Face Ā da Ā āPlay Some MusicāĀ (2026 – Sleeping Giant Glossolalia) 2. FUGAZI: Do You Like MeĀ Ā da Ā āRed Medicineā (1995 – Dischord Records) 3. UNWOUND: Lady ElectĀ Ā Ā da Ā āRepetitionā (1996 – Kill Rock Stars) 4. TROPICAL FUCK STORM: You Let My Tires DownĀ Ā Ā da Ā āA Laughing Death In Meatspaceā (2018 – Mistletone) 5. THE MOTHMEN: Please Let GoĀ Ā da Ā āPay Attention!ā (1981 – On-U Sound) 6. C CAT TRANCE: Let Me SleepĀ Ā daĀ āC Cat Tranceā (1983 – Red Flame) 7. THIN WHITE ROPE: Red SunĀ Ā da Ā āIn The Spanish Caveā (1988 – Demon Records) 8. WOLF PEOPLE: Empty Vessels Ā da Ā āFainā (2013 – Jagjaguwar) 9. GLYDERS: Stone ShadowĀ Ā daĀ āForeverāĀ (2025 – Drag City) 10.Ā THE SMITHS: There Is A Light That Never Goes Out Ā da Ā āThe Queen Is DeadāĀ (1986 – Rough Trade) 11. VIC GODARD: Holiday Hymn Ā da Ā āHoliday Hymnā (1985 – Ćl Benelux) 12. KEVIN ROWLAND & DEXYS MIDNIGHT RUNNERS: Until I Believe In My SoulĀ daĀ āToo-Rye-Ayā (1982 – Mercury) 13. ANOTHER SUNNY DAY: Green daĀ āLondon Weekendā (1992 – Sarah Records) 14. EVERYTHING BUT THE GIRL: FascinationĀ daĀ āEdenā (1984 – Blanco Y Negro) 15. AL JABR: Hard RainĀ daĀ āOne Million And Threeā (1999 – Alphaphone Recordings) 16. GIGI MASIN: MovementĀ daĀ āMovementā (2026 – Sacred Bones Records) MIXCLOUD TIDAL PLAYLIST Playlist TIDAL Sounds & Grooves S20 E19 Vent'anni di RadioRock.To. E una sola costante: la curiositĆ . Il 19° e penultimo episodio stagionale di Sounds & Grooves celebra il ventesimo anniversario della storica podradio con un viaggio attraverso quarant'anni di musica indipendente, tra classici senza tempo, tesori nascosti e nuove uscite. Apri su TIDAL Stefano Share This Previous ArticleBIG|BRAVE ā in grief or in hope No Newer Articles Comments (0) Leave a Reply Cancel replyYour email address will not be published. Required fields are marked *Your CommentName * Email * Website Δ Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti. 2 settimane ago