Home2026PodcastSounds & Grooves Podcast | Linee d’Ombra: S20E11 Podcast Sounds & Grooves Podcast | Linee d’Ombra: S20E11 Sounds & Grooves – Stagione 20 Episodio 11Linee D’Ombra Il podcast di Sounds & Grooves tra post-punk, indie e nuove visioni underground Dal post-punk visionario all’indie irregolare: il nuovo episodio del podcast di musica alternativa è un viaggio tra garage, nuovo folk e nuove visioni dell’underground. Ogni episodio di Sounds & Grooves nasce con un’idea precisa: costruire un percorso nella musica alternativa che non segua necessariamente le classifiche o le cronologie più ovvie, ma che faccia dialogare epoche diverse attraverso affinità sonore, tensioni artistiche e spirito indipendente. Stavolta attraverseremo quasi mezzo secolo di musica alternativa: dalle tensioni sperimentali dei This Heat e l’oscurità post-punk dei The Birthday Party, fino alla scrittura indie di Sebadoh e Silver Jews. Nel mezzo scorreranno l’energia garage dei Jon Spencer Blues Explosion, la sensibilità folk di Bonnie ‘Prince’ Billy e nuove prospettive del 2026 con Plantoid e Madra Salach. Un percorso tra ombre, chitarre oblique e melodie impreviste che racconta l’evoluzione dell’underground dagli anni ’70 a oggi. Questo episodio del Sounds & Grooves podcast ti offrirà una nuova prospettiva. 🎧 Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to Buon ascolto 🎧 Prima di partire con questo viaggio in musica potete effettuare il download del podcast anche nella versione a 320 kb/s semplicemente cliccando sul banner qui sotto. Scarica il podcast a 320 kb/s Quando si parla di garage rock portato al punto di ebollizione, pochi nomi sono stati radicali quanto The Jon Spencer Blues Explosion. Nati a New York all’inizio degli anni Novanta quando Jon Spencer, reduce dalle incendiarie esperienze con Pussy Galore e Boss Hog, ha reclutato il chitarrista Judah Bauer e il batterista Russell Simins. Il trio ha sempre funzionato come un detonatore: blues primitivo, punk, funk sghembo e noise compressi in una formula brutale e immediata. Dopo otto anni di silenzio discografico, il gruppo era tornato nel 2012 con Meat And Bone, un disco che suonava come una dichiarazione di sopravvivenza. Non era un ritorno nostalgico né un tentativo di aggiornarsi alle mode: piuttosto una riaffermazione violenta del loro linguaggio originario. Registrato con un suono volutamente secco e muscolare, l’album riduceva tutto all’essenziale (voce, chitarra e batteria), ma con una densità ritmica e un’aggressività capace di ricordare quanto il blues sia materia grezza, quasi carnale. I riff sono taglienti, la sezione ritmica martella con una precisione quasi industriale e la voce di Spencer continua a oscillare tra le modalità predicatore soul e agitatore punk. Il disco sembra voler eliminare qualsiasi patina retro: il blues non è revivalismo, ma energia primordiale. La “Bag Of Bones” scelta per aprire il podcast è una delle tracce che meglio riassumono la poetica della band. Il brano si apre con un groove nervoso e scattante, su cui la chitarra costruisce un riff minimale ma ipnotico. Non c’è spazio per l’ornamento: tutto è ritmo, pulsazione, tensione. Spencer canta con il suo tipico stile teatrale, mentre la band procede come una macchina garage rock perfettamente oliata. La struttura è quasi tribale: pochi accordi, ripetizione ossessiva, crescendo di energia. Se i loro dischi degli anni ’90 avevano ridefinito i confini del garage blues, questo album dimostra che la loro formula non era un semplice revival ma un linguaggio ancora vivo. Rimaniamo nell’ambientazione del blues deformato andando indietro di parecchi anni. Lo ammetto, i recenti album di Nick Cave li trovo difficilmente affrontabili, per cui sono sono andato a ritroso nel tempo cercando il Cave abrasivo e ripescando il terzo disco dei The Birthday Party pubblicato nel luglio del 1982. I “paesaggi sonori tetri e rumorosi” del gruppo, nato nel 1977 a Melbourne in piena era punk, si rifacevano in modo irriverente al blues, al free jazz e al rockabilly, e facevano da sfondo alle inquietanti storie di violenza e perversione di Nick Cave, accompagnato dalla chitarra di Mick Harvey, dal basso di Tracy Pew, dalla batteria di Phil Calvert e, un anno più tardi, dall’ingresso fondamentale dell’altro chitarrista Rowland S. Howard. Nel 1980 il gruppo si trasferì a Londra, ma ben presto furono disillusi dallo stato della scena musicale, trovando pochi gruppi affini come The Fall e The Pop Group. Fecero viaggi di ritorno in Australia e tournée in Europa e negli Stati Uniti prima di trasferirsi a Berlino Ovest nel 1982. Proprio nel 1982 esce il loro secondo e ultimo album in studio, Junkyard, ispirato all’immaginario gotico sudista americano, trattando argomenti estremi come la figlia assassinata di un evangelista. Le registrazioni non furono facili, in quanto il bassista Tracy Pew, in seguito all’arresto per guida in stato di ebbrezza, venne sostituito per qualche tempo da Barry Adamson, mentre Mick Harvey suonò la batteria in alcuni brani, anticipando l’imminente partenza del membro fondatore Phill Calvert e il conseguente passaggio del gruppo da quintetto a quartetto. Uno dei momenti più emblematici dell’album è la “6″ Gold Blade” inserita nel podcast. Il brano si apre con una chitarra nervosa e sghemba, immediatamente riconoscibile nello stile di Howard: note taglienti, quasi storte, che creano un’atmosfera minacciosa prima ancora che la canzone inizi davvero. Quando la band entra, il pezzo si muove su un groove primitivo e instabile, come se potesse collassare da un momento all’altro. Cave non canta: declama, ringhia, racconta una storia che sembra uscita da un incubo urbano. La sua voce oscilla tra sarcasmo, rabbia e un senso di violenza imminente. A distanza di decenni, Junkyard rimane uno degli album più feroci del post-punk. Non solo per la sua aggressività, ma per la capacità di trasformare il rock in qualcosa di teatrale, disturbante e profondamente viscerale. Restiamo in Australia per trovare i Crime & The City Solution, band creata e guidata dal cantautore Simon Bonney a Sydney nel 1977 e caratterizzata da un suono che fonde blues, post-punk e atmosfere gotiche. Nel corso dei decenni ha avuto diverse formazioni e sedi passando da Melbourne a Londra, da Berlino a Detroit, attraversando nazioni, musicisti e mutazioni sonore ma restando un riferimento di culto nel rock alternativo e trasformando il rock oscuro di quegli anni in una forma quasi liturgica, fatta di tensione emotiva e paesaggi notturni. Bonney aveva sciolto il gruppo dopo solo due anni dalla formazione, per poi farla risorgere dalla proprie ceneri nel 1983 proprio grazie all’incontro con Mick Harvey e Rowland S. Howard reduci dallo scioglimento dei The Birthday Party di cui abbiamo appena parlato. Il gruppo successivamente si trasferirà a Berlino per cinque anni assorbendo l’influenza della scena locale di quegli anni, un ambiente artistico dove il rock si contaminava con teatro, letteratura e avanguardia sonora. In quel periodo il gruppo pubblicò Shine (1988), The Bride Ship (1989) e Paradise Discotheque (1990), un trittico che consolidò la loro reputazione come maestri nella fusione di lirismo apocalittico e arrangiamenti cinematici. Capitolo centrale e forse più emblematico di questa traiettoria, The Bride Ship cattura un momento in cui il gruppo aveva raggiunto una maturità espressiva sorprendente. La musica si muove lentamente, come un corteo nella nebbia: chitarre riverberate, tastiere atmosferiche, ritmi solenni. Tutto è costruito per sostenere la voce profonda e narrativa di Bonney, che canta come se stesse raccontando una storia davanti a un falò in una città abbandonata. Rispetto ai lavori precedenti, The Bride Ship amplia la dimensione emotiva della band. Non è più solo oscurità urbana: c’è anche una malinconia romantica, quasi epica. Le canzoni sembrano colonne sonore di film immaginari, sospese tra ballate gotiche e blues rallentato. Tra i momenti più intensi del disco spicca “The Shadow Of No Man”, un brano che condensa perfettamente la poetica del gruppo. L’introduzione è lenta e avvolgente: la musica emerge gradualmente, con un andamento ipnotico che ricorda una processione notturna. La voce di Bonney entra come una presenza distante, grave e controllata, mentre gli strumenti costruiscono uno spazio sonoro ampio e quasi cinematografico. Il brano è una ballata oscura e magnetica in cui il rock si trasforma in racconto, in paesaggio, in ombra. Un esempio perfetto di come i Crime & the City Solution abbiano saputo trasformare l’inquietudine del post-punk in una forma di poesia sonora. Nel vasto arcipelago dell’indie rock americano degli anni Novanta, pochi gruppi hanno incarnato con tanta autenticità lo spirito fragile e confessionale del lo-fi quanto i Sebadoh. Lou Barlow era il bassista e cofondatore dei Dinosaur Jr., dividendosi gli oneri compositivi insieme a J Mascis scrivessero canzoni. Era evidente però che le differenze sostanziali tra i due li portassero ad un rapporto conflittuale che si risolse nell’uscita di Barlow dal gruppo. Ancora prima dell’uscita dal gruppo, Barlow trascorreva sempre più tempo a registrare le sue canzoni a casa insieme all’amico polistrumentista Eric Gaffney, insieme al quale incise una cassetta autoprodotta a nome Sebadoh, una parola senza senso che l’autore mormorava spesso nelle sue registrazioni. I Sebadoh trasformarono piano piano l’estetica domestica delle cassette e delle registrazioni imperfette in un linguaggio emotivo profondamente personale, definendo il concetto di lo-fi. Se i primi dischi avevano perfezionato l’identità della band, con il sesto album in studio Harmacy, pubblicato nel 1996, il gruppo compie un passaggio significativo: la scrittura si fa più strutturata, il suono più definito, ma senza perdere quell’intimità emotiva che aveva reso i Sebadoh una delle band più amate dell’indie americano. Il disco arrivò in un momento cruciale per l’indie rock. Il successo del grunge aveva aperto nuovi spazi per le band alternative, e i Sebadoh scelgono di muoversi in una direzione leggermente più accessibile. Le chitarre restano ruvide ma melodiche, la produzione è più nitida rispetto al passato, e la band sembra trovare un equilibrio tra spontaneità lo-fi e songwriting maturo. Il disco alterna episodi energici e distorti a momenti più introspettivi, in cui emerge la vena più vulnerabile di Barlow. È proprio in queste canzoni che i Sebadoh mostrano la loro capacità di trasformare l’indie rock in confessione emotiva. Tra i momenti più luminosi dell’album spicca “Willing to Wait”, una ballata delicata che rappresenta uno dei vertici melodici della carriera del gruppo. Il brano si apre con una chitarra semplice e luminosa, quasi sospesa, su cui la voce di Barlow si muove con una dolcezza disarmante. A differenza di molte tracce più rumorose della band, il brano scelto per rappresentare il gruppo nel podcast vive di equilibrio e leggerezza. La melodia è immediata ma mai banale, sostenuta da una progressione armonica che sembra scorrere naturalmente, come una conversazione intima tra musicista e ascoltatore. A distanza di anni, Harmacy rimane uno dei dischi più accessibili dei Sebadoh: un album che mostra come la band abbia saputo evolversi senza tradire la propria sensibilità. La scomparsa prematura di Matteo Agostinelli, cantante e chitarrista degli anconetani Yuppie Flu è stato un duro colpo da digerire per chi ha vissuto la storia di uno dei gruppi più importanti per lo sviluppo dell’indie-rock nella nostra disastrata penisola. Il gruppo amava mostrare attitudini diversi ad ogni lavoro, andando ad esplorare l’indie rock, le contaminazioni delle tastiere analogiche, il post rock, la psichedelia, rimanendo sempre coerente nella propria visione musicale capace di portarli nei primi anni 2000 fino alla Rough Trade e alla programmazione della BBC. La band ha rappresentato uno dei casi più riusciti di dialogo tra sensibilità italiana e cultura alternativa anglosassone. Come detto gli Yuppie Flu non sono mai stati una semplice band indie: la loro musica ha mescolato pop obliquo, chitarre rumorose, psichedelia leggera e una scrittura intimista capace di guardare tanto al college rock americano quanto alla tradizione più visionaria del pop europeo. Pubblicato nel 2003, Days Before The Day è il loro quarto album, pubblicato dalla Homesleep Records, l’etichetta creata proprio da Matteo nel 1999 per lo sviluppo dell’indie rock italiano, il cui best seller nei 10 anni di attività è stato Rise and Fall of Academic Drifting dei Giardini di Mirò, di cui parleremo nel prossimo episodio. Il disco segna uno dei momenti più maturi della loro discografia e arriva dopo una fase di crescita artistica importante mostrando una band ormai pienamente consapevole delle proprie possibilità espressive. Rispetto ai lavori precedenti, il suono è più stratificato e raffinato, le chitarre restano centrali, ma vengono arricchite da arrangiamenti più ariosi, tastiere discrete e una produzione che lascia respirare le canzoni. L’album oscilla tra episodi energici e momenti più contemplativi, mantenendo sempre un equilibrio sottile tra malinconia e luminosità melodica. All’interno di questo universo sonoro trova spazio uno dei brani più suggestivi del disco, “Spring To Downcomers”. La canzone rappresenta perfettamente la sensibilità degli Yuppie Flu: un indie pop elegante, attraversato da un senso di dolce inquietudine. Il brano si sviluppa su una trama di chitarre morbide e avvolgenti, con un andamento fluido che sembra muoversi lentamente, quasi come una corrente sotterranea. La voce di Agostinelli, espressiva ed emozionale, entra con naturalezza, mantenendo quel tono sospeso e introspettivo che è diventato una delle firme stilistiche della band. A distanza di anni, Days Before The Day resta uno dei dischi più raffinati dell’indie italiano di quel periodo. Il gruppo non ha mai cercato l’impatto immediato o il successo facile, e l’album mostra come gli Yuppie Flu abbiano saputo trasformare l’indie rock in un paesaggio emotivo fatto di luce soffusa, nostalgia e movimento continuo. Una piccola gemma nascosta della scena alternativa italiana. La fine degli anni ’70 rappresentano un periodo molto complicato per i The Who ed in particolare per Pete Townshend. I quattro ci avevano messo tre anni a preparare Who Are You e solo un mese dopo la pubblicazione del disco la morte di Keith Moon aveva fatto traboccare il vaso. Townshed, disilluso dal music business, in preda a problemi personali come l’inizio di un flirt con l’eroina e la fine del suo matrimonio è in una fase di pericolosa deriva. Metteteci anche il fatto che siamo in piena epoca punk-new wave e potete capire anche il senso di inadeguatezza del chitarrista compositore, ormai cosciente anche della profonda crisi della sua band di appartenenza. Townshend era uno dei membri della vecchia guardia che il punk avrebbe dovuto spazzare via ed era improvvisamente incerto sul suo posto nel futuro. Tutto questo confluì direttamente in Empty Glass, l’album solista che stava preparando da 18 mesi. “L’ho chiamato “Bicchiere vuoto”, per l’idea che quando vai alla taverna – cioè da Dio – e chiedi il Suo amore – Lui è il barista – e ti dà da bere, quello che devi dargli è un bicchiere vuoto. Non ha senso dargli il tuo cuore se è già pieno; non ha senso andare da Dio se il tuo cuore è pieno di Cocktails”. Secondo molti Roger Daltrey era estremamente arrabbiato con Townshend perché il compositore aveva usato le sue migliori canzoni per l’esordio solista e non per il nuovo album dei The Who, e a posteriori non gli si può certo dar torto. Empty Glass è davvero un ottimo lavoro, probabilmente il suo album migliore, segnando una fusione perfetta tra la potenza rock dei Who e la capacità di scrittura più personale e diretta di Townshend. L’album nasce in un periodo di turbolenza emotiva e personale per l’artista: il divorzio, la lotta con le proprie insicurezze e la volontà di comunicare in modo più immediato si traducono in canzoni che sono allo stesso tempo vulnerabili e contagiosamente melodiche. Uno dei brani preferiti dello stesso autore è “Let My Love Open The Door”, una canzone che rappresenta il lato più accessibile e luminoso di Townshend. Il brano si apre con un giro di tastiere immediatamente riconoscibile e una chitarra arpeggiata che crea un senso di sospensione e leggerezza. La melodia vocale è chiara e avvolgente, in perfetta sintonia con il messaggio ottimista e diretto del testo. In “Let My Love Open the Door”, Townshend mostra la capacità di scrivere canzoni pop-rock profonde senza scadere nella banalità. Il tema della comunicazione, dell’apertura emotiva e della vulnerabilità è al centro del brano: la sua voce trasmette sincerità e calore, rendendo la canzone immediatamente empatica. Il refrain, semplice e memorabile, ne ha fatto uno dei brani più iconici della carriera solista dell’artista, capace di attraversare decenni senza perdere freschezza. Lo scoppio della pandemia ed il successivo lockdown hanno fatto trovare a David Lance Callahan, ex leader dei Moonshake (appena citati come band cardine del post-rock britannico dei ’90) il tempo di mettere mano ad una serie di canzoni cui stava lavorando da molto e di scriverne delle nuove. Per dirla con le parole dello stesso autore “durante l’isolamento non c’era molto altro da fare se non recuperare i miei libri, filmare e scrivere canzoni”. Tutto questo ha portato l’inglese a registrare il materiale che compongono i due volumi di English Primitive. E se il primo volume era arrivato alle mie orecchie quasi fuori tempo massimo per occupare una posizione di prestigio nella mia Playlist 2021, la seconda parte è arrivata in tempo per conquistare addirittura la vetta della mia personalissima classifica del 2022. English Primitive II è più rumoroso e più psichedelico del fratello maggiore, ma mantiene la stessa gamma eclettica di input. Questo nuovo lavoro comprende secondo il suo autore le “canzoni dell’esperienza” affrontando temi lirici come lo squallore e la corruzione dei potenti e dei loro vassalli, e le vessazioni inflitte in modi più disparati ai più deboli. La seconda parte di English Primitive non delude le attese, mostrando un autore sempre più maturo e poliedrico, capace di mettere in musica racconti di vita vissuta e la visione di una società britannica in cui i meccanismi di assimilazione culturale e di sistema politico non sono propriamente oliati a dovere. La corruzione imperante, la brutalità intenzionale e non intenzionale inflitta ai più deboli e i modi talvolta perversi in cui ciò avviene vengono spiattellati con crudo realismo in otto racconti straordinari. Sono gli splendidi ritmi di Darren Garrat ad introdurre la rotolante e sincera “Orgy Of The Ancients”, dove Callahan descrive l’intima (e orribile) complessità della collaborazione tra i nostri media e la vecchia classe dirigente immaginando il palazzo di Caligola spostato nel 21° secolo. E l’autore non immaginava ancora cosa sarebbe successo solo pochi anni dopo… Una visione intricata e spettrale sottolineata ancora una volta dalla splendida copertina, riproduzione (come nel primo volume) di un lavoro di vetro colorato dell’artista Pinkie Maclure (metà dei Pumajaw) capace di riflettere perfettamente l’oscurità e la luce delle canzoni. Un anno più tardi Down To The Marshes ha confermato l’ex Moonshake non solo come eroe di culto ma anche come artista capace di mescolare in maniera assolutamente personale psichedelia, folk, suggestioni indiane, aperture melodiche, confermandosi anche come uno dei più acuti parolieri contemporanei, con un taglio distintivo su politica (non solo britannica), varia umanità e natura. Il brano precedente mi da modo di tornare a parlare di uno dei miei gruppi preferiti in assoluto. Sui Moonshake ho scritto un lungo articolo che ne ripercorre tutti i passi dagli esordi allo scioglimento. La band è stata formata da David Callahan e Margaret Fiedler nel 1990 scegliendo un nome che ne sancisse in maniera inequivocabile il legame con il krautrock (come abbiamo ascoltato prima, “Moonshake” non è altro che uno dei brani che compongono il seminale Future Days dei Can). I due leader trovano presto un loro equilibrio pur nella diversità dell’approccio alla materia sonora, la Fiedler più propensa a creare brani eterei e di atmosfera, Callahan a preferire un tessuto urbano più duro e spigoloso. Erano due facce della stessa medaglia, l’amore per le stesse bands (Can, My Bloody Valentine, PIL, Kraftwerk) espresso in maniera completamente differente. Un incontro esplosivo, una collisione tanto inevitabile quanto evocativa. La tavolozza musicale che ha reso distintivo il suono dei Moonshake era formata da poliritmie rotolanti, suono propulsivo, elettronica, dub, art rock, krautrock, il tutto seguendo la fantastica lezione dei migliori gruppi new wave britannici come il Pop Group, e ispirati da una vena melodica pop di fondo. Nel 1992 il loro capolavoro Eva Luna si snoda in tredici meravigliose tracce dove Pop Group, Can, Public Image Ltd. e My Bloody Valentine si stringono in un caleidoscopico girotondo. Il gruppo mette a fuoco un disco che, nei suoi tratti scarni e scheletrici, colpisce con le sue schegge new wave, con le sue argute bizzarrie, le poliritmie kraut, i fiati jazz e i suadenti innesti dub. Gli intricati ritmi di Moreland e l’ipnotico basso dub di Frenett, sono la migliore base possibile su cui possono partire tracce accattivanti, torrenziali e tribali, ospitate dal cantato isterico e nervoso di Callahan o dalla suadente ugola della Fiedler. Un anno dopo, il mini Big Good Angel vede sei brani divisi equamente tra i due leader in un ambientazione più quieta che mostra la devozione al suono dei Can e certifica il talento e le giuste ambizioni della band. La “Capital Letters” inserita in scaletta è la tipica espressione della scrittura di Callahan. Ma la tensione creativa e non solo tra Callahan e Fiedler diventa sempre più forte, fino a quando il tour della band in Nord America nel corso del 1993 porta i due a scontarsi apertamente fino alla separazione. Una delle formazioni più promettenti e interessanti dell’epoca sembra perduta. Ma mentre Callahan e Mig mantengono la ragione sociale, la Fiedler e Frenett, insieme al produttore Guy Fixen, danno vita ai Laika, che continueranno sul binario intrapreso dai Moonshake accentuando esclusivamente la vena melodica e la percussività psichedelica. Nel panorama recente del rock sperimentale e del progressive contemporaneo emerge con forza la proposta dei britannici Plantoid, una band formatasi a Brighton che negli ultimi anni ha saputo ritagliarsi un posto di rilievo grazie alla sua musica intricata, imprevedibile e ricca di contaminazioni stilistiche. Dopo l’esordio Terrapath, acclamato dalla critica come una delle nuove frontiere del progressive moderno, il gruppo è tornato all’inizio del 2026 con il secondo album, Flare, un lavoro capace di ampliare ulteriormente il proprio universo sonoro, fortunatamente non autocelebrativo ma aperto a diverse contaminazioni sonore tra math rock, psichedelia, jazz, shoegaze e rock sperimentale, il tutto guidato dalla voce di Chloe Spence, dalla chitarra di Tom Coyne e dalla batteria di Louis Bradshaw. Il risultato è un disco dinamico, mai banale, che alterna groove articolati, accelerazioni improvvise, spazi sonori ampi e momenti più riflessivi. Le strutture cambiano, si intrecciano e sembrano spesso vivere di vita propria, evitando formule scontate e dimostrando una maturità compositiva più che discreta. Il brano scelto per rappresentare Flare è la conclusiva “Daisy Chains”, un brano di oltre sette minuti che rappresenta un perfetto concentrato delle ambizioni artistiche della band. Dopo un inizio caratterizzato da riff pulsanti e tensione ritmica, la canzone si sviluppa in un crescendo sonoro che miscela momenti eterei a esplosioni di energia: qui gli elementi jazz, psichedelici e prog si fondono in una forma avvolgente, attraversata da improvvisi slanci e pause sospese che costruiscono un vero e proprio viaggio emotivo. In un’epoca in cui molti artisti si limitano a replicare formule già note, il secondo album dimostra che i Plantoid stanno cercando strade nuove, esplorando territori musicali che sfuggono alle etichette convenzionali pur mantenendo un’identità forte e distintiva. Nel fermento della scena folk contemporanea irlandese è esplosa con forza l’energia dei Madra Salach, formazione alternativa nata a Dublino nel 2023 e rapidamente diventata uno dei nomi più seguiti del nuovo corso della musica tradizionale irlandese. Il nome stesso, che in gaelico significa “cane sporco”, richiama l’attitudine irriverente e vivace del gruppo, capace di fondere il patrimonio musicale della tradizione con sonorità moderne e sperimentali: un incrocio tra il folk tradizionale ed il nuovo corso dei Lankum. Il loro esordio ufficiale arriva con l’EP It’s A Hell Of An Age, pubblicato il 23 gennaio 2026. Il progetto raccoglie cinque tracce che raccontano l’identità eclettica della band: dall’omaggio alla tradizione con brani classici come “Spancil Hill”, fino a composizioni originali che spaziano tra folk, ambient e contaminazioni contemporanee. L’EP ha conquistato il pubblico e la critica, scalando le classifiche irlandesi fino a raggiungere la top 3 generale e dominare quelle dedicate alla musica indipendente. Ciò che colpisce fin dall’apertura dell’EP è il mood di “Blue & Gold”, primo singolo pubblicato nell’estate del 2025. Il brano è un perfetto biglietto da visita per la band: mescola melodie acustiche e strumenti tradizionali — come mandolino e tin whistle — con un approccio narrativo intenso, raccontando in modo poetico e al tempo stesso quotidiano una piccola storia personale. Secondo alcune note del gruppo, il titolo trae ispirazione dal colore di un biglietto della lotteria (“scratch card”) che nel testo assume valore simbolico, rappresentando l’idea di speranza e desiderio di cambiamento tipica dei giovani (…in the hope of running into a small fortune in my early twenties). Musicalmente, Blue & Gold si distingue per la sua capacità di restituire un’atmosfera profondamente radicata nella tradizione irlandese, pur con un’energia fresca e moderna. La voce di Paul Banks spicca nella tessitura sonora ricca di mandolino, armonium e percussioni dinamiche, mentre gli arrangiamenti rendono il pezzo accessibile e allo stesso tempo emotivamente coinvolgente. Questo equilibrio tra tradizione e innovazione è una delle cifre stilistiche più apprezzate della band e ha contribuito a costruire rapidamente un seguito di appassionati sia in Irlanda sia all’estero. Con il successo dell’EP e una serie di tour che hanno visto le date irlandesi e britanniche velocemente sold out, i Madra Salach, gruppo che sa guardare avanti pur mantenendo un profondo rispetto per le proprie radici, sembrano destinati a diventare una delle voci più originali del folk contemporaneo. Il loro primo EP è un manifesto del modo in cui Madra Salach intendono fare musica folk oggi: radicata nella storia, ma animata da una visione giovane, curiosa e profondamente personale. La parola “supergruppo” spesso fa rabbrividire, lo so. Nella quasi totalità dei casi, la somma della parti, anche nel caso di straordinari musicisti, hanno sempre portato cocenti delusioni se non flop clamorosi. Galeotta fu la pandemia, capace di bloccare in Australia il batterista Jim White (Dirty Three, Xylouris White), impedendogli di fatto il ritorno a Brooklyn dove vive da tempo. Di questa forzata “vacanza” australiana ha approfittato Gareth Liddiard (Tropical Fuck Storm, Drones), pronto ad invitare White in sala prove per provare qualche improvvisazione. Quando ai due si unisce il pianoforte di Chris Abrahams (The Necks, Benders, Laughing Clowns), si capisce che le vibrazioni e le tensioni tra i tre sono davvero importanti e stimolanti a tal punto che i musicisti per due settimane si chiudono in uno studio di registrazione isolato nello stato di Victoria per registrare (quasi in presa diretta) un intero album a nome Springtime. I tre dimostrano di essere perfettamente in sintonia nel dipingere sette tracce di lunghezza variabile, personali e nostalgiche, che talvolta mostrano l’angoscia per la vita durante la pandemia e che altre volte sanno essere poetiche grazie alle liriche (“Jeanie In A Bottle” e la drammatica “The Viaduct Love Suicide”) del poeta irlandese Ian Duhig, zio di Liddiard. C’è il jazz “altro” ma non è un disco jazz, c’è la tipica psichedelia australiana, c’è una cover dal vivo di Will Oldham, un traditional riarrangiato, una narrazione di morte, distruzione, desiderio e devozione. C’è un gruppo vivo e vitale, con un’inaspettata alchimia tra i componenti, che rende brani come “Will To Power” incredibilmente vitali, personali, travolgenti. E se vi capita, ascoltate anche l’EP uscito un anno dopo nel 2022 ed intitolato Night Raver. I tre spingono più sull’improvvisazione rispetto all’esordio, ma saprà conquistarvi. Pubblicato da pochissimo, We Are Together Again segna il trentesimo album in studio sotto il moniker Bonnie “Prince” Billy e prosegue l’intensa fase creativa di Will Oldham, arrivata dopo l’apprezzato The Purple Bird del 2025, un disco senza le tipiche ombre cui eravamo abituate ma che ci aveva regalato le consuete meraviglie. Registrato principalmente negli End Of An Ear Studios della città natale dell’artista, Louisville, Kentucky, il disco è stato concepito assieme a un ensemble di musicisti amici e collaboratori, dando vita a un suono collettivo, ricco di strumentazioni organiche e arrangiamenti caldi. Il titolo dell’album non è solo una frase affettuosa: è un invito dichiarato a ritrovare connessione, comunità e solidarietà in un mondo che spesso sembra perdere terreno sotto i nostri piedi. L’album non nega le difficoltà o le paure del presente, ma le affronta con armonia, speranza e una profonda fiducia nella forza delle persone. Il disco si muove tra folk, americana ma con una maggiore apertura orchestrale visto che tra strumenti tradizionali come chitarra, fiati e fisarmoniche, emergono anche arrangiamenti di archi e contributi vocali corali che accentuano la natura collettiva del progetto. Il primo singolo estratto dall’album, “They Keep Trying To Find You”, è una ballata intima e delicata, costruita attorno a una chitarra semplice e alla voce caratteristica di Oldham. Il brano racconta di connessioni umane e della ricerca reciproca in un mondo che spesso sembra spingere verso l’isolamento in una narrazione gentile e accorata, in cui le armonie vocali e gli arrangiamenti strumentali morbidi si intrecciano accompagnando il testo senza appesantirlo. Dopo oltre trent’anni di carriera, Oldham continua a esplorare sentimenti universali come paura, affetto, comunità, cambiamento, con una sincerità rara e una sensibilità che tocca l’ascoltatore come pochi autori contemporanei riescono ancora a fare, reinventandosi pur restando fedele a un linguaggio artistico profondamente umano e toccante. A proposito di cantautorato in bassa fedeltà. L’ho fatto molto poco in passato, ma è cosa buona e giusta ricordare un talento cristallino come David Berman. Nel 1985 Berman frequentava l’Università della Virginia facendo comunella soprattutto con altri due ragazzi chiamati Stephen Malkmus e Bob Nastanovich. Trasferiti a Hoboken, New Jersey i tre iniziarono a lavorare in alcune gallerie d’arte e da un pezzo d’arte concettuale chiamato Silver Jewelry uscì fuori il nome della band, Silver Jews. In realtà Berman è rimasto l’unico punto fermo del gruppo visto che gli altri due andarono quasi parallelamente a creare i Pavement. In realtà Malkmus e Nastanovich fanno parte della formazione che registra l’esordio Starlite Walker, uscito nel 1994 insieme al secondo abum dei Pavement. Berman si guadagna presto rispetto e credibilità nel mondo dell’indie-alternative statunitense dagli anni Novanta in poi. Personaggio sarcastico e fragile, Berman per gran parte della sua carriera ha scelto di non andare in tour e di non rilasciare interviste. Una vita fragile, segnata dalla dipendenza dall’alcool e dal rapporto difficilissimo con il padre, l’ex lobbista Richard Berman. Attraverso canzoni e poesie e disegni, Berman aveva pensato di poter trovare e costruire un rifugio lontano da tutto quello di male che aveva costruito il padre. I suoi racconti in musica risultano malinconici anche quando sfoggiano uno sghembo incedere allegro e spesso parlano di sconfitte e della desolazione di un certo tipo di America, suonati con un linguaggio tra folk e lo-fi come nella splendida “Advice To The Graduate” inserita nel podcast. Berman rimase sempre l’unico punto fermo in un gruppo in cui i musicisti erano in continua rotazione. Anche la musica suonata effettuava piccole variazioni dal country al power pop almeno fino al 2009, anno in cui Berman annunciò la fine dei Silver Jews e il suo ritiro dall’attività musicale, ritenendo il suo percorso giunto al termine e preferendo concentrarsi sulle sue passioni per la scrittura, il fumetto e la poesia. Nemmeno un mese dopo la pubblicazione dell’album della sua nuova creatura chiamata Purple Mountains, il 7 agosto 2019, il corpo di Berman è stato trovato nel suo appartamento di Brooklyn. L’artista aveva già provato a togliersi la vita nel 2003 con un mix di cocaina, alcool e tranquillanti, ma stavolta, purtroppo, il tentativo di suicidio tramite impiccagione è riuscito, privandoci di un artista straordinario sconfitto dai suoi demoni. Chiudiamo il podcast tornando indietro nel tempo. Era il 1975 quando a Camberwell, quartiere della South London Charles Hayward (batteria, nastri, voce) incontra Charles Bullen (chitarra, clarinetto, viola) e Gareth Williams (tastiere, basso, nastri) dando vita al progetto This Heat. I tre decisero di sviluppare il rock in opposition di alcune band di Canterbury portandolo verso la strada della sperimentazione, smontando e rimontando le tracce in studio giocando con i nastri. Il loro album di debutto, This Heat, pubblicato nel 1979, rappresenta un vero manifesto di sperimentazione. Registrato in un periodo di fermento post-punk, il disco abbandona le strutture canoniche della canzone rock per costruire un mosaico sonoro di tensioni, loop, rumori industriali e improvvisazioni collettive. Ogni traccia si muove tra momenti di quiete e esplosioni di intensità, creando un senso di suspense costante e una dimensione quasi cinematica. La produzione stessa, affidata alla band e a studio sperimentali, enfatizza l’artigianalità e l’uso creativo dello spazio sonoro, cercando l’unione di un certo progressive con l’elettronica, la classica contemporanea, il minimalismo. Tra i brani più rappresentativi dell’album spicca quello che chiude il podcast, “The Fall of Saigon”, un pezzo che riflette chiaramente l’approccio politico e concettuale del gruppo. La canzone prende ispirazione dalla caduta di Saigon del 1975, utilizzando la storia come lente per esplorare il caos, l’angoscia e le conseguenze dei conflitti globali. Musicalmente, la traccia è costruita su un tappeto ritmico ipnotico e nervoso, su cui si intrecciano chitarre stridenti, effetti elettronici e loop inquietanti. La voce, spesso frammentata o manipolata, diventa un elemento di tensione, contribuendo a creare una sensazione di instabilità e urgenza. Il brano, mescolando strumenti tradizionali con rumori, manipolazioni e improvvisazioni, è un esempio di come la musica possa comunicare ansia, paura e conflitto attraverso il suono stesso. I tre album dei This Heat sono stati (e sono tuttora) manifesto e nave scuola per chi vuole provare ad unire alcuni dettami di rock e jazz all’elettronica e al minimalismo, lasciando un’impronta indelebile nella storia della musica sperimentale e ispirando generazioni di artisti industriali, post-punk e noise. Chiudiamo questo undicesimo episodio di Sounds & Grooves con il brivido viscerale di “The Fall of Saigon” dei This Heat, un finale che ci ricorda come la tensione, il rischio e l’inventiva possano trasformare ogni ascolto in un’esperienza unica. Dalla furia primordiale dei The Jon Spencer Blues Explosion, passando per le atmosfere notturne dei Crime & The City Solution, fino ai toni intimisti di Sebadoh e Bonnie “Prince” Billy, questa puntata ci ha guidato attraverso quarant’anni di esplorazioni sonore, intrecciando caos, melodia e introspezione. Mentre le ultime note si dissolvono, l’orizzonte musicale di Sounds & Grooves ci invita già a voltare pagina. Nel dodicesimo episodio ci aspetta un viaggio ancora più eclettico: dalla psichedelia corrosiva dei Butthole Surfers, alle tensioni noise dei Chat Pile e Big | Brave, passando per le visioni inquietanti di Liars e Sonic Youth, fino a incursioni storiche con Lou Reed e Roxy Music, per chiudere con le novità vibranti, intimiste ed emozionali di The Delines e Maria BC. Prepariamoci, dunque, a immergerci nuovamente in un universo di rumore, armonia e scoperta sonora, perché il percorso di Sounds & Grooves non smette mai di sorprendere. Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to. Dalle sperimentazioni dei This Heat alle tensioni post-punk dei The Birthday Party, fino alla scrittura indie di Sebadoh e Silver Jews, Sounds & Grooves è un podcast dedicato a chi ama esplorare i territori più imprevedibili della musica indipendente. Per suggerimenti e proposte, scrivetemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it. Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto. Buon Ascolto Ascolta o scarica il podcast da radiorock.to TRACKLIST 1. THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION: Bag Of Bones da ‘Meat And Bone’ (2012 – Bronzerat) 2. THE BIRTHDAY PARTY: 6″ Gold Blade da ‘Junkyard’ (1982 – 4AD) 3. CRIME + THE CITY SOLUTION: The Shadow Of No Man da ‘The Bride Ship’ (1989 – Mute) 4. SEBADOH: Willing To Wait da ‘Harmacy’ (1996 – Sub Pop) 5. YUPPIE FLU: Spring To Downcomers da ‘Days Before The Day’ (2003 – Homesleep) 6. PETE TOWNSHEND: Let My Love Open The Door da ‘Empty Glass’ (1980 – ATCO Records) 7. DAVID LANCE CALLAHAN: Orgy Of The Ancients da ‘English Primitive II’ (2022 – Tiny Global Productions) 8. MOONSHAKE: Capital Letters da ‘Big Good Angel’ (1993 – Too Pure) 9. PLANTOID: Daisy Chains da ‘Flare’ (2026 – Bella Union) 10. MADRA SALACH: Blue & Gold da ‘It’s A Hell Of An Age’ (2026 – self-released) 11. SPRINGTIME: Will To Power da ‘Springtime’ (2021 – Joyful Noise Recordings) 12. BONNIE “PRINCE” BILLY: They Keep Trying To Find You da ‘We Are Together Again’ (2026 – Domino) 13. SILVER JEWS: Advice To The Graduate da ‘Starlite Walker’ (1994 – Domino) 14. THIS HEAT: The Fall Of Saigon da ‘This Heat’ (1979 – Piano) MIXCLOUD SPOTIFY PLAYLIST Stefano Share This Previous ArticleBIG BRAVE | Nuovo album: "in grief or in hope" [VIDEO] Next ArticleSounds & Grooves Podcast | Sotto il Rumore: S20E12 Comments (0) Leave a Reply Cancel replyYour email address will not be published. Required fields are marked *Your CommentName * Email * Website Δ Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti. 1 mese ago