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Sounds & Grooves Podcast | Ombre e Silenzio: S20E16

Sounds & Grooves – Stagione 20 Episodio 16
Ombre e Silenzio

Il sedicesimo episodio di Sounds & Grooves attraversa territori sospesi tra malinconia, introspezione e tensione emotiva

šŸŽ™ļø ā€œBenvenuti a Sounds & Grooves, il podcast dove i dischi prendono vita, i suoni diventano storie e la musica alternativa si racconta senza filtri. Io sono Stefano Santoni: preparatevi a un viaggio tra rumore, melodie e visioni sonore.ā€

Il sedicesimo episodio di Sounds & Grooves attraversa territori sospesi tra malinconia, introspezione e tensione emotiva, muovendosi con naturalezza tra indie rock, slowcore, post-punk e atmosfere notturne. Da The Bevis Frond a Bark Psychosis, passando per Low, The Cure e New Order, questa puntata costruisce un viaggio che parte dalla forma canzone e approda a paesaggi sonori sempre più profondi e contemplativi. Un flusso coerente di ombre, riverberi e melodie capaci di trasformare l’ascolto in esperienza emotiva.

Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to

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ATTO I — Luce obliqua: melodie e coscienza

The Bevis Frond: un gruppo fuori dal tempo

Iniziamo il nuovo podcast con un gruppo davvero fuori dal tempo. Come sapete, The Bevis Frond sono la creatura di Nick Saloman, prolifico chitarrista, cantante e songwriter dal talento unico che nel corso degli ultimi 40 anni ha pubblicato quasi 30 album e svariati singoli ed EP, facendo diventare la sua creatura una band di culto in tutto il mondo. Nick ha sempre perseguito un percorso musicale tutto suo ed originale, ispirandosi tanto alla scena alternative, indie e college quanto ad un sound che, secondo le sue intenzioni, doveva essere figlio di un’ipotetica triade formata da Hendrix, Wipers e Byrds. Nick Saloman ĆØ anche il soggetto di un film documentario uscito un paio di anni fa ed intitolato Little Eden che racconta la straordinaria storia della band con una colonna sonora tratta dal loro catalogo che copre quattro decenni.Ā Il nuovo album, come ormai consuetudine per gruppo di Walthamstow, si compone di ben ottantasette minuti spalmati su venti tracce, dove Saloman e i suoi sodali, Paul Simmons (chitarra), Louis Wiggett (basso) e David Pearce (batteria), dipingono melodie che abbracciano la psichedelia degli anni ’60, il folk inglese, l’art-punk di Seattle, esplorazioni chitarristiche Hendrixiane. Una consuetudine che miracolosamente riesce a non annoiare mai, come nel nuovo Horrorful Heights, il loro 28° album in studio, il quarto con la Fire Records. Il disco prosegue esattamente dove due anni fa ci aveva lasciato Focus On Nature, alternando momenti più aggressivi a episodi contemplativi, mantenendo però una costante sensazione di instabilitĆ  emotiva. Le chitarre di Saloman continuano a essere il centro gravitazionale di tutto: sporche, dense, psicotrope, ma ancora capaci di trovare linee melodiche luminose dentro il caos. Il titolo del brano scelto per rappresentare il disco suggerisce un processo di purificazione dolorosa: ā€œDraining The Bad Bloodā€, svuotare il sangue cattivo, espellere tossine emotive e rancori accumulati. ƈ una canzone che parla di logoramento psicologico, ma anche della necessitĆ  di liberarsi di qualcosa che continua a corrodere dall’interno. Ci sono le derive psichedeliche più dilatate, ma anche una vena quasi garage-rock che impedisce alla traccia di diventare puramente contemplativa. L’equilibrio fra caos e melodia resta il vero marchio di fabbrica di Saloman, uno degli ultimi grandi artigiani della psichedelia britannica.

Teenage Fanclub: IL power-pop scozzese

IlĀ power popĀ sotto la bandiera con la croce di Sant’Andrea ha senza alcun dubbio come gruppo di riferimento iĀ Teenage Fanclub di Glasgow. Era il 1986, quando Norman Blake e Raymond McGinley si univano al batterista Francis MacDonald e al bassista e cantante Gerard Love per dare vita ad un gruppo che continua a sfornare dischi anche ai giorni nostri con il medesimo entusiasmo e con grande coerenza artistica. Un gran giorno il 4 novembre 1991 per la storica Creation Records fondata da Alan McGee. Nello stesso giorno l’etichetta pubblicaĀ LovelessĀ dei My Bloody Valentine e quello che probabilmente resta il vertice della band scozzese:Ā Bandwagonesque. Un disco di frizzanti melodie e equilibrato songwriting tra rock e pop, ad inseguire Neil Young e Big Star. Brani come ā€œThe Conceptā€, ā€œDecemberā€ o ā€œWhat You Do To Meā€, passati più volte da queste parti, mostrano una band che conosce perfettamente il potere della semplicitĆ  e che sa trasformare strutture apparentemente classiche in qualcosa di profondamente emotivo. Non sorprende che molti critici dell’epoca considerarono il disco una delle opere fondamentali del rock indipendente del decennio. La celebre scelta della rivista Spin, che lo premiò come miglior album dell’anno addirittura davanti a Nevermind dei Nirvana, divenne quasi un manifesto culturale, una dichiarazione d’amore verso una diversa idea di alternative rock. Tra tutti i brani dell’album, ā€œStar Signā€ occupa un posto speciale nel mio cuore. ƈ una canzone che racchiude perfettamente l’identitĆ  dei Teenage Fanclub, mostrando la loro capacitĆ  di trasformare una melodia semplice in un’esperienza emotiva intensa e duratura. Dopo un primo minuto dove sono solo le chitarre protagoniste, trasmettendno una sensazione di movimento continuo, come se stessero inseguendo un ricordo che sfugge lentamente, il brano esplode nella classica solare apertura melodica, ma sotto quella superficie luminosa si percepisce una vena di malinconia che rende il brano straordinariamente profondo.Ā Nonostante l’investitura dei Nirvana, con Kurt Cobain che aveva insistito e non poco per far aprire loro diverse date del tour di Nevermind e gli elogi della critica, l’album non riuscƬ mai a vendere quanto avrebbe meritato. Solo 70.000 copie nel Regno Unito, poco più del doppio negli Stati Uniti. Passano gli anni e scorrono le mode, ma il combo scozzese non ha mai rinunciato ad incidere meraviglie scintillanti come ĆØ successo anche con l’ultimo Nothing Lasts Forever uscito tre anni fa.

The Housemartins: il pop politico di London 0 Hull 4

Andiamo adesso ad occuparci di un gruppo che ha avuto una carriera breve ma intensa. Siamo a Hull, cittĆ  portuale dell’Inghilterra orientale posizionata su un ampio estuario che sfocia nel Mare del Nord. Qui nel 1983, il cantante Paul David Heaton (che da quel momento in poi cambiò nome in P.D. Heaton) incontra il chitarrista Stan Cullimore. I due, dopo aver registrato un primo demo tape che li porta all’attenzione della loro futura etichetta discografica (la Go! Discs), decidono di ampliare la formazione reclutando l’ex chitarrista dei Gargoyles Ted Key al basso e Justin Patrick alla batteria, subito dopo sostituito da Chris Lang. Nel 1985Ā Key viene sostituito da Norman Cook (il futuro Fatboy Slim) e la band trova il suo assetto definitivo. Il nome,Ā The Housemartins, viene da un’idea di Heaton, ispirato dal suo scrittore preferito, Peter Tinniswood. Loro non hanno mai fatto nulla per apparire, ma proprio per questo risultavano estremamente empatici sia per gli addetti ai lavori che per il pubblico. Nessun look particolare e un’attitudine sociale apertamente contro la classe dirigente, spesso sorretta da uno spiccato senso dell’ironia. Il loro esordio sulla lunga distanza avviene nel 1986 con Hugh Whitaker dietro ai tamburi e si intitola London 0 Hull 4, metafora calcistica che vede la vittoria straripante della piccola cittĆ  portuale contro la sede del potere britannico. Il titolo, come detto, era giĆ  di per sĆ© una dichiarazione d’intenti, visto che Hull era una cittĆ  industriale del nord-est inglese molto lontana dai centri glamour della musica britannica. Quel ā€œ4-0ā€ simbolico contro Londra rappresentava una rivincita culturale e sociale: il nord operaio che sfidava il centralismo dell’industria musicale e dell’establishment inglese. Gli Housemartins nacquero in piena era Thatcher, in un clima di forte tensione sociale segnato da disoccupazione, privatizzazioni e conflitti sindacali. Molti gruppi dell’epoca affrontavano questi temi con rabbia esplicita o toni cupi, mentre loro scelsero invece una strada diversa. Le loro canzoni erano luminose, melodiche, spesso persino allegre in superficie, ma attraversate da testi ironici, sarcastici e profondamente critici verso le ingiustizie sociali. La ā€œGet Up Off Our Kneesā€ scelta per rappresentare il disco ĆØ uno dei momenti più esplicitamente politici. Fin dal titolo emerge l’idea centrale del brano: rialzarsi, smettere di accettare passivamente le strutture di potere e recuperare dignitĆ  collettiva.Ā La canzone procede con un ritmo vivace e trascinante, sostenuto da chitarre luminose e da un’energia quasi gospel. Ma sotto l’immediatezza melodica si nasconde un testo fortemente polemico. Paul Heaton utilizza immagini religiose e riferimenti morali per criticare l’ipocrisia sociale e l’uso del conformismo come strumento di controllo. Si ritireranno dopo un solo altro (splendido) album. lasciando un vuoto enorme nel cuore di chi pensa che il pop possa essere arte, e non solo nel loro. Dopo lo scioglimento, parte del gruppo darĆ  vita ai The Beautiful South, mentre il bassista Norman Cook, come detto, diventerĆ  celebre come Fatboy Slim.

Ā Timber Timbre: il fascino oscuro di Hot Dreams

La notizia della morte di Taylor Kirk ĆØ arrivata subdola ed inaspettata, vista la giovane etĆ , 44 anni, e l’impatto che la sua creatura, i Timber Timbre, hanno avuto nella scena del folk blues più scuro. Il gruppo capace di trasformare folk, blues e ambientazioni cinematografiche in qualcosa di profondamente personale e riconoscibile. Sette lavori in studio dove la voce e la chitarra di Kirk, insieme al violino e alle tastiere di Mika Posen, al basso di Michael Milosh e alla batteria di Olivier Fairfield, erano riusciti a trasformare il folk spettrale degli esordi in qualcosa di ancora più sofisticato, cinematico e seducente. Nei suoi anni di attivitĆ , Taylor Kirk ĆØ riuscito a creare un’entitĆ  che attingeva dalle radici blues e folk facendola mutare in qualcosa più atmosferico, emotivo, e cosƬ profondamente narrativo da renderla adatto a fare da sottofondo a molte serie tv di rilievo come Breaking Bad,The Good Wife o Orange Is the New Black. Il nome della band deriva dalle prime registrazioni realizzate dallo stesso Kirk in una capanna di legno nei pressi di Bobcaygeon, nella zona dei laghi dell’Ontario, in Canada.Ā Quando uscƬ nel 2014, Hot Dreams, il quinto album in studio della band, segnò un’evoluzione importante nel percorso dei Timber Timbre. Se i lavori precedenti erano dominati da un folk scarno e spettrale, il suono era diventato più ricco, sensuale e stratificato, con Taylor Kirk ad introdurre arrangiamenti più elaborati, tastiere vintage, fiati, mellotron e suggestioni che sembravano provenire tanto dalle colonne sonore anni Settanta quanto dal noir americano più decadente. Il disco ĆØ stato scritto in parte durante un soggiorno a Los Angeles, e si percepisce chiaramente una fascinazione per l’immaginario hollywoodiano più oscuro: motel notturni, luci rosse, relazioni tossiche, desideri irrisolti e paesaggi desertici attraversano continuamente le canzoni dell’album.Ā La canzone che da il titolo all’album si apre lentamente, con una strumentazione minimale e sospesa, quasi immobile. La voce di Kirk entra con delicatezza, ma ogni parola sembra carica di ambiguitĆ  e tensione visto che il brano parla di desiderio, ossessione e vulnerabilitĆ , ma lo fa evitando qualsiasi romanticismo convenzionale. Ascoltarla oggi, dopo la scomparsa di Taylor Kirk, significa anche confrontarsi con la fragilitĆ  di un artista che aveva trasformato le ombre interiori in linguaggio musicale, dando forma sonora all’inquietudine senza mai privarla della sua bellezza.

Palace Music e la fragile spiritualitĆ  di Arise Therefore

Will Oldham, figura centrale dell’alt-folk americano ĆØ giustamente considerato uno degli artisti più influenti e sfuggenti della musica indipendente contemporanea, capace nel corso della sua carriera di reinventarsi continuamente attraverso identitĆ  diverse: Palace Brothers, Palace Songs, Palace Music e infine Bonnie ‘Prince’ Billy. proprio pochi mesi fa, con quest’ultimo pseudonimo, Oldham ha pubblicato il trentesimo album della sua carriera. Con We Are Together Again, Oldham continua a esplorare sentimenti universali come paura, affetto, comunitĆ , cambiamento, con una sinceritĆ  rara e una sensibilitĆ  che tocca l’ascoltatore come pochi autori contemporanei riescono ancora a fare, reinventandosi pur restando fedele a un linguaggio artistico profondamente umano e toccante.Ā Nel panorama alternative americano degli anni Novanta, la sua creatura Palace Music occupava una posizione completamente anomala. Mentre gran parte dell’indie rock cercava volume, ironia o aggressivitĆ , Will Oldham, da buon artigiano del cantautorato, scriveva canzoni ridotte all’essenziale, dominate da silenzi, esitazioni e vulnerabilitĆ  emotiva.Ā La sua voce, fragile e spesso stonata in modo volutamente espressivo, diventava il centro emotivo di composizioni che sembravano nascere direttamente da uno stato di isolamento esistenziale, trasformando l’imperfezione in linguaggio artistico. Arise Therefore rappresenta una tappa fondamentale di questo percorso. Registrato con arrangiamenti minimali e atmosfere quasi spettrali, il disco oscilla continuamente fra folk rurale, spiritualitĆ  biblica e confessione intima. Le canzoni sembrano muoversi in spazi vuoti, sospesi, dove ogni nota ha il peso di una presenza emotiva. La “quasi” title trackĀ ā€œArise, Thereforeā€ ĆØ emblematica di questa ricerca sonora, con la chitarra di sottofondo, le percussioni a reggere lo scheletro, e quella voce a muoversi continuamente fra spiritualitĆ  e smarrimento. In fondo Will Oldham ha sempre utilizzato immagini religiose non come affermazione dogmatica, ma come strumento poetico per parlare di desiderio, colpa, vulnerabilitĆ  e bisogno umano di salvezza. Il disco ha esercitato un’enorme influenza su quasi tutto il folk alternativo successivo ridefinendolo in maniera importante, togliendo alcune vestigia del tradizionalismo più rigoroso e rivestendolo a nuovo.

ATTO II — GravitĆ  e silenzio: il cuore slowcore

Karate e il minimalismo emotivo di In Place Of Real Insight

Geoff Farina, studente del prestigioso Berklee College of Music di Boston, nel 1993 decise di dare un seguito al suo primo progetto Secret Stars formando una vera e propria band insieme al bassista Eamonn Vitt e al batterista Gavin McCarthy. IĀ Karate esordiscono come trio per poi assoldare Jeff Goddard come bassista spostando Vitt alla seconda chitarra e a esordire sulla lunga distanza nel 1996 con un album autointitolato uscito per la Southern Records. Il disco, con la sua alternanza di momenti rallentati ed esplosioni violente, ĆØ diventato presto un esempio di incontro tra vari generi musicali, tra slow-core e un ruvido indie rock, suonato da musicisti che hanno una dimestichezza lampante con il jazz. Il loro slancio intimista e raffinato raggiunge probabilmente con il seguente In Place Of Real Insight la perfezione formale, con canzoni che non seguono quasi mai schemi convenzionali, ma crescono lentamente, accumulando dettagli minimi, pause, linee di basso elastiche e chitarre che oscillano fra arpeggi delicati e improvvise dissonanze. Geoff Farina canta con tono sommesso e quasi parlato, trasformando la fragilitĆ  vocale in uno strumento espressivo potentissimo. I suoi testi evitano il lirismo esplicito, preferendo immagini frammentarie e osservazioni quotidiane attraversate da alienazione urbana, distanza emotiva e disagio relazionale. La sensibilitĆ  jazzistica dei componenti del gruppo li differenzia dagli altri gruppi slowcore dell’epoca, con i brani dove i silenzi hanno lo stesso peso delle note, e la struttura sembra respirare continuamente. Fin dalle prime battute di ā€œThe New Hangout Conditionā€ emerge quella tipica sensazione di sospensione che rende immediatamente riconoscibili i Karate. La batteria lavora in sottrazione, il basso costruisce linee morbide e mobili, mentre la chitarra di Farina alterna fraseggi jazzati e accordi spezzati. Il gruppo si ĆØ sciolto nel luglio del 2005 a causa dei problemi all’udito di Farina, che non era più in grado di sopportare il rumore sul palco. Fortunatamente, vista la difficile reperibilitĆ  dei primi lavori, da tempo fuori catalogo, la benemerita etichetta Numero Group ha ristampato i primi due lavori di Farina e compagni, il che ha dato probabilmente una spinta importante alla riunione del gruppo nel corso del 2022, portando i Bostoniani a pubblicare nuove canzoni nel disco Make It Fit due anni più tardi.

Codeine e il silenzio emotivo di The White Birch

Siamo all’alba degli anni ’90, quando tre musicisti John Engle (chitarra), Stephen Immerwhar (basso e voce), e Chris Brokaw (batteria) ribaltano completamente l’estetica sonora del momento, andando a rallentare i ritmi fino allo sfinimento, mentre la tendenza dell’epoca, che poi porterĆ  alla nascita del grunge, era al contrario di accentuarli rifacendosi all’estetica punk. Dalla musica deiĀ CodeineĀ si ĆØ coniato il termineĀ slowcore, per indicare questo modo lento, dilatato e in qualche modo esasperato di concepire la musica. Il gruppo pubblicò due album ed un EP di enorme fascino prima di chiudere i battenti e lasciare la propria ereditĆ  ai posteri. La splendida etichetta Numero Group ha nel 2013 fortunatamente ristampato i tre album in studio della band.Ā A corollario delle ristampe, laĀ labelĀ di Chicago ha aggiunto al catalogo un prezioso documento live chiamatoĀ What About The Lonely? che vede Engle e Immerwhar affiancati dal nuovo batterista Doug Scharin (che poi sarĆ  un membro fondamentale di un altro gruppo enorme come i June Of 44) esibirsi sul palco di casa del Lounge Ax di Chicago il 15 novembre del 1993, accompagnati in un paio di brani da David Grubbs (Squirrel Bait, Bastro, Gastr Del Sol). I Codeine sono nati a New York alla fine degli anni Ottanta, in un contesto musicale dominato ancora dall’hardcore e dall’indie rock rumoroso. La loro scelta estetica da subito era sembrata radicale: tempi lentissimi, arrangiamenti ridotti all’osso e una costante sensazione di sospensione. Ma la loro musica non ĆØ mai stata semplicemente ā€œtristeā€ o minimalista, i Codeine utilizzavano la lentezza per creare tensione fisica ed emotiva. Ogni colpo di batteria sembrava avere un peso enorme, ogni accordo lasciava spazio a riverberi e vuoti che diventavano parte integrante della composizione.Ā The White Birch, secondo (e ultimo) lavoro sulla lunga distanza dopo l’EP Barely Real, ha portato questa estetica sonora a un livello ancora più estremo e raffinato. Rispetto ai lavori precedenti, il disco appare più aperto e atmosferico, pur mantenendo intatta la fragilitĆ  emotiva del gruppo. Le canzoni sembrano spesso sul punto di dissolversi completamente, come se potessero spegnersi da un momento all’altro. In questo equilibrio solo apparentemente precario, la voce di Stephen Immerwahr ĆØ centrale. Il suo canto sommesso e quasi distaccato evita qualsiasi teatralitĆ , trasformando invece vulnerabilitĆ  e monotonia apparente in strumenti espressivi potentissimi.Ā ā€œLoss Leaderā€, le traccia scelta per rappresentare l’album nel podcast, procede lentamente, costruito su una struttura minimale che lascia enormi spazi vuoti fra gli strumenti. La batteria di Doug Sharin colpisce inesorabile come un lento metronomo, mentre le chitarre creano una tensione continua senza mai esplodere davvero. Il titolo stesso, preso dal linguaggio commerciale (un prodotto venduto in perdita per attirare clienti) assume nel contesto della canzone un significato emotivo preciso che il gruppo trasforma in una metafora di relazioni consumate, sacrifici invisibili e perdita interiore. La potenza della band ĆØ sempre stata nel saper preparare alla perfezione una sorta di esplosione emotiva che però non arriva mai completamente, facendo diventare questa frustrazione controllata il vero centro espressivo della canzone.Ā Anche se la loro carriera fu relativamente breve, i Codeine hanno avuto un’influenza enorme sulla musica indipendente successiva. Gran parte dello slowcore, del post-rock più introspettivo e dell’indie minimale contemporaneo deve qualcosa alla loro estetica radicale.Ā Band come Low (che stiamo per ascoltare), Red House Painters e molte realtĆ  post-rock degli anni successivi svilupparono linguaggi che, in modi diversi, dialogavano con il loro approccio.

I Low e la fragile intensitĆ  di I Could Live In Hope

Andiamo avanti nel podcast parlando di un gruppo che da sempre occupa un posto speciale nel mio cuore. I Low sono da annoverare senza ombra di dubbio tra i gruppi più importanti degli ultimi 30 anni. La cosa che mi ha sempre lasciato stupefatto ĆØ pensare a come Alan Sparhawk e la sua consorte Mimi Parker, dopo aver esordito nel 1994 con un capolavoro come I Could Live In Hope, siano riusciti, a distanza di tanti anni, ancora a sorprendere e ad emozionare. Avevamo accolto con preoccupazione le prime notizie sulla malattia di Mimi Parker, un cancro ovarico con cui combatteva da fine 2020 e che speravamo fosse in recessione. L’uscita diĀ Hey What aveva quasi fatto passare la malattia in secondo piano, ma il tumore, vigliacco, aveva altri piani. La cancellazione di parte del Tour 2022 era stata solo la prima avvisaglia, poi, il 5 novembre, la notizia che non avremmo mai voluto leggere. Nel 1994 il panorama alternativo americano era dominato dall’urgenza rumorosa del grunge e dall’esplosione emotiva dell’indie rock più abrasivo. Alan Sparhawk, Mimi Parker e John Nichols decisero invece di percorrere la direzione opposta: rallentare tutto, sottrarre, lasciare spazio ai silenzi. Una precisa scelta estetica che ha trasformato i Low in una delle band più importanti e influenti della musica indipendente degli ultimi trent’anni. Il loro debutto non fu semplicemente un disco lento o malinconico: fu un’opera che ridefinƬ completamente il rapporto fra tempo, intensitĆ  emotiva e spazio sonoro. Le loro composizioni erano costruite con pochi elementi: chitarre essenziali, batteria minimale e soprattutto le straordinarie armonie vocali fra Alan Sparhawk e Mimi Parker. Ma ciò che rendeva unica la loro musica era il modo in cui utilizzavano il vuoto, perchĆ© nei Low il silenzio non ĆØ mai stato una semplice assenza di suono, ma trasformazione in materia emotiva, spazio di tensione, elemento narrativo.Ā ā€œWordsā€ si muove lentamente, sostenuta da una struttura minimale dove ogni nota sembra pesata con estrema precisione. La voce di Alan Sparhawk emerge fragile e trattenuta, mentre gli interventi vocali di Mimi Parker aggiungono (come sempre) una dimensione quasi spirituale.Ā Il tema centrale del brano ĆØ l’insufficienza del linguaggio. Come suggerisce il titolo, la traccia parla della difficoltĆ  nel riuscire a comunicare davvero emozioni profonde, della distanza che continua a esistere anche nei momenti di maggiore intimitĆ .Ā I Low evitano però qualsiasi retorica, lasciando che tutto resti sospeso, fragile, incompleto. Ed ĆØ proprio questa modalitĆ  a rendere questa canzone, come tante altre nel corso della loro lunga carriera, cosƬ devastante sul piano emotivo. La morte di Mimi Parker nel 2022 ha reso ancora più toccante l’ascolto dei loro dischi, le armonie vocali fra lei e Alan Sparhawk oggi sembrano custodire una dimensione quasi spirituale, fatta di delicatezza, amore e fragilitĆ  condivisa. Unica nota dolente, la mancata ristampa a tutt’oggi dei loro primi album, che si trovano purtroppo a prezzi proibitivi.

Modern English e l’eleganza malinconica di Ricochet Days

Siamo a Colchester, Essex, alla fine degli anni Settanta. Robbie Grey (voce), Gary McDowell (chitarra e voce), Mick Conroy (basso) e Dick Brown (batteria) sotto il il nomeĀ The LepersĀ  cercano di sviluppare un suono che univa l’urgenza del punk a arrangiamenti più sperimentali, vicini a gruppi come Joy Division e Bauhaus. Nel 1979 i quattro aggiungono le tastiere di Stephen Walker e si ribattezzano nel 1979 come Modern English. Dopo un primo singolo autoprodotto, nel 1980 il quintetto forma per un’etichetta importante come la 4AD, pubblicando un anno dopo l’esordio intitolato Mesh & Lace, considerato oggi una sorta di punto di riferimento del post-punk britannico, caratterizzato da atmosfere oscure e minimaliste. Con il successivo After The Snow (1982), prodotto da Hugh Jones, il gruppo ha reso in qualche modo il proprio stile più melodico e accessibile, mantenendo però l’impronta malinconica e cinematica che ĆØ diventata il loro marchio distintivo. Tratto proprio da questo secondo album, il singolo ā€œI Melt With Youā€ ha trasformato i Modern English da culto underground a nome internazionale grazie alla heavy rotation su MTV e all’inserimento nella colonna sonora del film Valley Girl. Il brano continua a essere associato all’immaginario romantico e nostalgico degli anni Ottanta ed ĆØ stato utilizzato in numerosi film, serie TV e campagne pubblicitarie. Il quintetto fu una delle formazioni capaci di far evolvere maggiormente il proprio linguaggio, passando dalle asperitĆ  sperimentali degli esordi a un suono più melodico, atmosferico e sofisticato.Ā Pubblicato nel 1984, Ricochet Days ĆØ quello che possiamo considerare come il disco della maturitĆ , visto che abbandona quasi completamente le tensioni più oscure del post-punk originario per abbracciare paesaggi sonori luminosi ma attraversati da una sottile malinconia.Ā Il disco combina new wave, dream pop e rock atmosferico con grande eleganza, costruendo un suono raffinato e fortemente evocativo, la produzione ĆØ più ricca rispetto agli esordi, ma la band riesce comunque a mantenere una certa tensione emotiva sotto la superficie, mentre la voce di Robbie Grey contribuisce enormemente a questa identitĆ  sonora. Il suo stile vocale rimane distante, malinconico e quasi contemplativo, perfetto per accompagnare le architetture sonore del gruppo. Per rappresentare il disco ho sceltoĀ ā€œHands Across The Seaā€, brano capace di creare una sensazione di movimento fluido e sospeso grazie all’intreccio delle chitarre riverberate con tastiere che sembrano volteggiare nell’aria e una ritmica elegante che evita qualsiasi aggressivitĆ .Ā La canzone sembra parlare di distanza, sia essa geografica o emotiva, ma anche del desiderio di connessione umana che resta anche dopo una separazione. L’immagine evocata dal titolo ĆØ fortemente simbolica: mani tese oltre il mare, tentativi di comunicazione e vicinanza attraverso spazi che dividono. Le chitarre sembrano avere una funzione più atmosferica che ritmica, anticipando in qualche modo il dream pop che si svilupperĆ  negli anni successivi. Dopo vari scioglimenti e reunion tra gli anni Ottanta e Novanta, la formazione originale ĆØ tornata stabilmente attiva negli anni 2010. L’album 1 2 3 4 del 2024 ha cercato di riprendere l’energia delle origini post-punk, mentre il gruppo continua a esibirsi nei festival revival e alternative rock internazionali.

New Order e la rinascita elettronica di Power, Corruption & Lies

Pochi gruppi sono stati capaci di entrare nell’immaginario collettivo degli appassionato di musica come i Joy Division. E non solo per le copertine dei dischi o per il suicidio di Ian Curtis, ma per tutto il mondo gotico, decadente, affascinante, atmosferico che erano riusciti a creare in cosƬ poco tempo. L’ereditĆ  lasciata da Curtis a Bernard Sumner (chitarra, sintetizzatori), Peter Hook (basso) e Stephen Morris (batteria) non era affatto semplice vista la mancanza del leader, del fulcro che calamitava gli sguardi e le orecchie, di un suono che sarebbe stato impossibile replicare senza la sua voce. La loro risposta fu una delle trasformazioni più importanti della musica contemporanea. Invece di replicare il suono oscuro e tormentato del vecchio gruppo, i tre chiamano ad unirsi a loro la tastierista Gillian Gilbert, si ribattezzano New Order e iniziano lentamente a incorporare nelle loro radici consolidate elettronica, dance music, synth-pop e cultura club, ridefinendo completamente il linguaggio del post-punk. I primi passi naturalmente non furono semplici, la parte vocale venne assegnata a Sumner, e il primo singolo del nuovo gruppo, ā€œCeremonyā€, era stato scritto proprio da Curtis prima della tragica morte. E se l’esordio intitolato Movement segna ancora una naturale fast di transizione post traumatica, il loro secondo album intitolato Power, Corruption & Liese pubblicato nel 1983 rappresenta probabilmente il momento decisivo di questa metamorfosi. ƈ il disco in cui il gruppo trova finalmente una nuova identitĆ  artistica, fondendo malinconia post-punk e pulsazione elettronica in modo rivoluzionario. Manchester stava vivendo l’emergere della cultura club e dell’elettronica europea, e i neonati New Order iniziarono ad assorbire influenze provenienti da Kraftwerk, disco music, synth-pop e dance underground newyorkese. Questo incontro fra introspezione britannica e ritmo elettronico trasformò radicalmente il loro approccio. Il secondo album del gruppo mantiene ancora tracce evidenti del post-punk originario, ma introduce bassi pulsanti, sintetizzatori luminosi e ritmiche danzabili che aprono nuovi orizzonti emotivi. ā€œAge Of Consentā€ ĆØ probabilmente la canzone che meglio rappresenta la magia di questo album. Fin dall’inizio il basso inconfondibile di Peter Hook costruisce una linea melodica immediatamente riconoscibile: nervosa, dinamica, malinconica ma incredibilmente vitale. Il testo affronta relazioni emotive fragili, incomprensioni e vulnerabilitĆ  affettiva e Bernard Sumner canta con il suo tipico tono esitante, lontano da qualsiasi virtuosismo.Ā Molti generi successivi, dal synth-pop alternativo alla house indie, fino al dance-rock contemporaneo, nascono in parte da questo disco. La sua influenza attraversa decenni di musica elettronica e indipendente, dimostrando come i New Order siano riusciti a sopravvivere al trauma reinventando completamente il proprio linguaggio. Il gruppo ha attraversato diverse pause e cambi di formazione, inclusa l’uscita del bassista Peter Hook nel 2007, ma in qualche modo continua ad esibirsi e pubblicare ristampe e progetti celebrativi con Bernard Sumner, Stephen Morris e Gillian Gilbert ancora coinvolti nella formazione attuale.

ATTO III — Ombre e trascendenza: l’estasi del buio

The Cure e l’abisso emotivo di Disintegration

Ormai quasi 2 anni fa i contatti della mia ā€œbollaā€ social non hanno fatto altro che postare (fortunatamente non tutti) il nuovo album dei The Cure,Ā Songs Of A Lost World, uscito a 16 anni di distanza dal precedenteĀ 4:13 Dream. Ora, senza nulla voler togliere alla storia di un gruppo cosƬ importante nella storia degli ascolti degli amanti del rock, francamente non mi ĆØ sembrato un disco cosƬ importante, una volta passata la botta di adrenalina avuta nel riascoltare una band del genere dopo cosƬ tanti anni di silenzio. CosƬ, da buon bastian contrario, ho voluto riavvolgere il nastro e tornare indietro nella storia di un gruppo che, in ogni caso, ha saputo mutare pelle restando allo stesso tempo sempre estremamente riconoscibile, e non ĆØ un pregio da poco. Il tour mondiale di Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me (pubblicato nel 1987) ebbe un successo clamoroso, con quasi tutte le date a segnare il tutto esaurito quasi immediatamente dopo la messa in vendita dei biglietti. Ma nonostante il grande successo, le tensioni interne al gruppo stavano aumentando a causa del crescente problema di Lol Tolhurst con l’alcolismo, tanto da costringere Smith e compagni ad assumere Roger O’Donnell come secondo tastierista per l’ultima parte del tour. A fine tour lo stesso Robert Smith iniziava a provare una sorta di disagio nel vedere il suo gruppo diventare quella “band da stadio” che lo stesso Smith non avrebbe mai voluto per la sua creatura. Ad accrescere il disagio del frontman l’avvicinarsi del suo trentesimo compleanno e l’uso massiccio di LSD per far fronte alla sua depressione. Tutte queste situazioni, tra cui si aggiungeva anche il timore che il successo crescente potesse allontanare il gruppo dall’intensitĆ  emotiva degli anni precedenti, portarono il gruppo ad entrare a fine 1988 negli Hook End Recording Studios (purtroppo abbandonati da una decina d’anni) abbandonando in parte le atmosfere più pop del precedente album per tornare ad un suono più scuro, gotico ed introspettivo. Il risultato ĆØ stato Disintegration, un album dove probabilmente i Cure sono riusciti ad affinare quello che sapevano fare meglio, anche se la loro etichetta, la Elektra, rimase un po’ perplessa da questo ritorno all’oscuritĆ  tanto da chiedere un rinvio nella pubblicazione. Smith ricorda cosƬ la richiesta: “Pensavano che fossi ‘volutamente oscuro’. Da allora ho capito che le case discografiche non hanno la minima idea di cosa facciano i Cure e cosa rappresentino i Cure.” Molti dei brani più celebri del disco, da ā€œPictures Of Youā€ a ā€œLovesongā€, mostrano il lato più accessibile della band, ma il brano che da il titolo al disco spinge tutto verso territori ancora più estremi, con i suoi 8 minuti di durata, il suono intenso e ripetitivo e l’accorato canto di Smith che sembra davvero quasi nello stato di disintegrazione.Ā Il segreto di Disintegration sta probabilmente nella sua assoluta sinceritĆ : Robert Smith non cerca mai pose intellettuali o oscuritĆ  artificiale ma si mostra come visceralmente umano.Ā La title track rimane uno dei momenti più devastanti del disco proprio perchĆ© rifiuta qualsiasi consolazione. Non c’è redenzione, ma semplicemente il tentativo disperato di attraversare il collasso emotivo senza nasconderlo.

The Chameleons e l’epica malinconica di Script Of The Bridge

Restiamo sulle stesse coordinate sonore spostandoci verso Manchester. Nel grande e splendido calderone britannico tra post-punk e new-wave esistono band celebrate universalmente e altre che, pur avendo avuto un’influenza enorme, sono rimaste ai margini del riconoscimento mainstream. I The Chameleons appartengono purtroppo a questa seconda categoria, anche se pochi gruppi degli anni Ottanta sono riusciti a creare un suono cosƬ personale, emotivamente intenso e immediatamente riconoscibile.Ā Il gruppo ĆØ nato a Middleton, nella Greater Manchester,nel 1981 grazie all’incontro tra Mark Burgess, Reg Smithies e Dave Fielding. Burgess aveva precedentemente suonato con i Cliches, mentre Smithies e Fielding avevano fatto parte degli Years. Inizialmente erano un trio con Burgess alla voce solista e al basso, Smithies e Fielding entrambi alla chitarra. In seguito reclutarono come batterista Brian Schofield, che fu presto sostituito da John Lever, ex membro dei Politicians. L’ex batterista dei Magazine Martin Jackson sostituƬ brevemente Lever nel 1982-83, mentre quest’ultimo era in pausa sabbatica. La storia dei Chameleons inizia nel 1981, anno in cui la band fu scoperta dal leggendario conduttore radiofonico della BBC John Peel, che gli permise di firmare un contratto con la Epic Records con cui incisero il singolo di debutto “In Shreds” nel 1982. Successivamente il gruppo pubblicò tre album fondamentali durante gli anni ’80: l’acclamato Script Of The Bridge (1983), considerato da molti il loro capolavoro, il successivo What Does Anything Mean? Basically! (1984) e Strange Times (1986) per l’etichetta statunitense Geffen Records. Il gruppo guidato da Mark Burgess costruƬ infatti un linguaggio basato soprattutto sui paesaggi sonori, fatti di riverberi, delay e linee intrecciate delle chitarre e sulla stratificazione atmosferica. A differenza del minimalismo glaciale di molte band post-punk, i Chameleons svilupparono inoltre una musica fortemente emotiva, quasi romantica nella sua intensitĆ , mentre la produzione mantiene una certa ruviditĆ  tipica dell’epoca, ma proprio questa imperfezione contribuisce a rendere il disco ancora più umano e coinvolgente. le tematiche malinconiche e nostalgiche dei testi di Burgess sono rappresentati in maniera perfetta dai disegni delle copertine dei dischi, opera del chitarrista Reg Smithies. Il brano scelto per il podcast ĆØ uno dei più conosciuti del gruppo,Ā ā€œSecond Skinā€ si apre lentamente, costruendo subito quell’atmosfera sospesa e inquieta che caratterizza il suono dei Chameleons. Le chitarre si rincorrono creando movimento continuo, mentre il basso pulsante e la batteria sostengono una tensione emotiva costante. Il titolo suggerisce immediatamente il tema centrale della canzone: la ā€œseconda pelleā€ come maschera emotiva, identitĆ  costruita, protezione fragile contro il mondo esterno. Mark Burgess canta con intensitĆ  quasi febbrile, alternando vulnerabilitĆ  e rabbia repressa.Ā I Chameleons si sono sciolti nel 1987, per poi tornare sulle scene nel 2000 con l’album Why Call It Anything?, con cui hanno intrapreso un tour che li ha portati in tutta Europa e negli Stati Uniti. Tuttavia, in seguito alla tragica scomparsa del batterista John Lever e all’abbandono di un altro membro fondatore, il chitarrista Dave Fielding, il gruppo si ĆØ sciolto nuovamente. I Chameleons si sono riformati nel 2021 con i fondatori e principali autori: il chitarrista Reg Smithies e il bassista, cantante e paroliere Mark Burgess, affiancati dal chitarrista Stephen Rice, Danny Ashberry alle tastiere e Todd Demma alla batteria.

Clan Of Xymox e l’eleganza oscura del loro debutto

Cambiamo leggermente atmosfera e ci spostiamo in un paese che spesso non associamo alla musica.Ā I Clan Of Xymox, noti anche semplicemente come Xymox, sono una band formatasi a Nijmegen nel 1983, nota soprattutto per essere stata tra i pionieri della musica cosiddetta dark wave. Il gruppo ĆØ nato grazie all’incontro tra by Ronny Moorings (chitarra e voce) e Anka Wolbert (basso e voce) in un momento in cui il post-punk stava lentamente trasformandosi in qualcosa di più atmosferico e sintetico. Le influenze della scena gotica britannica, dai The Cure ai Cocteau Twins, si intrecciavano con l’emergere della darkwave continentale e della musica elettronica europea. Circa un anno dopo, Moorings e Wolbert si trasferirono ad Amsterdam, dove a loro si unƬ Pieter Nooten (tastiere e voce), che era stato coinquilino di Moorings a Nimega. La pubblicazione nel 1983 dell’EP Subsequent Pleasures, fece drizzare le antenne a Brendan Perry, che non solo li invitò ad aprire i concerti dei Dead Can Dance nel loro tour nel Regno Unito, ma li presentò ai vertici dell’etichetta indipendente 4AD con cui firmarono un contratto e che pubblicò il loro album di debutto omonimo nel 1985.Ā Il debutto della band, Clan Of Xymox,Ā  riuscƬ subito a distinguersi per la sua capacitĆ  di fondere la darkwave continentale e la musica elettronica europea con grande naturalezza. Le drum machine, i sintetizzatori e le linee di basso profonde costruivano paesaggi sonori freddi e malinconici, mentre le chitarre riverberate aggiungevano una dimensione emotiva più organica e sognante.Ā La produzione, tipicamente 4AD, contribuiva enormemente a questa atmosfera: tutto appare avvolto da riverberi, nebbie sonore e una costante sensazione di distanza emotiva.Ā Ma il vero elemento distintivo dei Clan of Xymox era la loro eleganza. Anche nei momenti più oscuri, la musica della band manteneva sempre una raffinatezza melodica quasi romantica. Al contrario di molti gruppi dell’epoca, la melodic/darkwave degli olandesi non suona affatto datata, e i loro primi due album (Clan of Xymox e Medusa) sono davvero straordinari prima che si incanalassero in sonoritĆ  vicine all’ebm con relativo decadimento del loro mood melanconico.Ā ā€œStumble And Fallā€ ĆØ costruito perfettamente su un’atmosfera sospesa e malinconica, i sintetizzatori si muovono lentamente sopra una ritmica essenziale, mentre il basso crea una pulsazione continua e ipnotica.Ā Il titolo stesso, ā€œinciampare e cadereā€, suggerisce immediatamente una condizione di vulnerabilitĆ  emotiva. La canzone sembra parlare di smarrimento, fragilitĆ  relazionale e incapacitĆ  di trovare stabilitĆ  interiore e la voce di Ronny Moorings resta volutamente trattenuta e distante, quasi immersa nel paesaggio sonoro più che realmente in primo piano. Questo approccio aumenta ulteriormente il senso di alienazione e introspezione che attraversa il brano. Gli olandesi, soprattutto all’inizio, hanno saputo creare una musica profondamente oscura senza mai rinunciare alla bellezza melodica. Un equilibrio raro che rende ancora oggi il loro debutto uno dei lavori più affascinanti dell’intera scena post-punk e darkwave degli anni Ottanta. Il gruppo ĆØ ancora attico, portato avanti dal soloĀ Ronny Moorings.

Pieter Nooten e Michael Brook, la fragile alchimia di Sleeps With The Fishes

Come abbiamo detto poco fa, Pieter Nooten era stato fondamentale nel creare il suono dei primi lavori dei Clan Of Xymox, ma dopo l’uscita di Medusa sentiva la necessitĆ  di cambiare percorso musicale, tanto da abbandonare il gruppo nel 1989 dopo l’uscita del terzo lavoro Twist Of Shadows proprio all’apice del successo. Nooten aveva detto a fondatore e boss della 4AD, Ivo Watts-Russell, di avere del “materiale malinconico, semplice ma comunque intimo”, che il capo dell’etichetta aveva apprezzato e a cui aveva risposto con l’offerta di realizzare un album solista. Watts-Russell inizialmente aveva pianificato di produrre l’album, scegliendo i Blackwing Studios di Londra come luogo di registrazione, ma presto suggerƬ all’olandese una sinergia con il chitarrista sperimentale e produttore ambient canadese Michael Brook, il cui album di debutto Hybrid (con Brian Eno e Daniel Lanois ) aveva attirato la sua attenzione. Brook proveniva da un percorso completamente diverso dopo aver sviluppato la celebre ā€œinfinite guitarā€, uno strumento capace di creare texture sonore liquide e ambientali. L’incontro fra i due generò qualcosa di sorprendentemente organico. Nooten portò nel progetto la sensibilitĆ  melodica, il minimalismo pianistico e una forte componente emotiva, mentre Brook aggiunse profonditĆ  atmosferica, spazialitĆ  sonora e un approccio quasi cinematografico alla composizione. Parlando delle registrazioni dell’album Nooten ha elogiato Brook parlando di lui come “il produttore per eccellenza: calmo, riflessivo, altamente qualificato e, soprattutto, un chitarrista brillante. Abbiamo condiviso lo stesso approccio al materiale sonoro: sottile, sensibile, riflessivo, intimo e intenso.” Il risultato, Sleeps With The Fishes, ĆØ un album che sembra continuamente sospeso fuori dal tempo nel suo evitare qualsiasi struttura tradizionale e nel far sviluppare le composizioni lentamente, spesso senza vera distinzione fra melodia e ambiente sonoro. ƈ il pianoforte di Pieter Nooten ad introdurre la melodia essenziale e malinconica della ā€œAfter The Callā€ inserita nel podcast, un brano quasi fragile nella sua semplicitĆ , intorno al quale Michael Brook costruisce lentamente un paesaggio atmosferico fatto di riverberi profondi e chitarre che sembrano dissolversi nell’aria.Ā Nel corso degli anni Sleeps With The Fishes ĆØ diventato una sorta di album di culto per appassionati di ambient, modern classical e musica atmosferica. Pur lontano dal successo di pubblico, e non sarebbe potuto essere altrimenti, il disco ha influenzato profondamente molta musica ambientale e cinematica successiva.Ā La grandezza nella collaborazione tra questi due artisti ĆØ stata soprattutto nella capacitĆ  di comunicare emozioni profonde attraverso sfumature minime, silenzi, riverberi e piccoli movimenti armonici. Ed ĆØ proprio l’importanza dei silenzi a portarci verso la miglior conclusione possibile di questo podcast.

Bark Psychosis e il silenzio sospeso di Hex

Chiudiamo il podcast con un album che, incredibilmente, ĆØ arrivato a tagliare il traguardo dei 32 anni dalla pubblicazione oltre ad essere, lo ammetto spudoratamente, uno dei miei album della vita. Gli incubi e sogni dei Bark PsychosisĀ hanno ispirato il critico Simon Reynolds a coniare uno dei termini più abusati in musica negli anni ’90:Ā post-rock. Quando si parla della band di Graham Sutton (chitarra e voce), Daniel Gish (tastiere e piano), John Ling (basso e campionatore), e Mark Simnett (batteria e percussioni) la mente va sempre a vagare di notte nei sobborghi londinesi descritta in capitoli cinematici di rara suggestione onirica all’interno di quel tesoro nascosto chiamatoĀ Hex (1994). In copertina c’è la chiesa di St. John at Hackney vista di notte dai binari vicino alla stazione di Stratford, mentre sul terreno si stagliano le ombre dei componenti del gruppo, una zona che nel 2012 ha visto la costruzione del Parco Olimpico di Londra.Ā All’inizio degli anni ’90, quando gran parte della musica alternativa britannica era dominata da shoegaze, indie rock e primi fermenti britpop, Graham Sutton e compagni si muovevano invece in una direzione completamente diversa.Ā Partendo da influenze post-punk, jazz, ambient e sperimentazione elettronica, la band sviluppò lentamente un approccio quasi architettonico al suono. Le canzoni non venivano costruite intorno a riff o ritornelli tradizionali, ma attraverso dinamiche minimali e stratificazioni atmosferiche. Ascoltando con attenzione Hex (meglio se di notte e in cuffia, ogni elemento sembra avere lo stesso peso: riverberi, pause, rumori ambientali, dettagli percussivi e frammenti melodici convivono dentro composizioni che respirano lentamente. ƈ un disco profondamente urbano e notturno, ma anche incredibilmente intimo.Ā I paesaggi industriali urbani, desolanti e crepuscolari che hanno ispirato l’artwork li ritroviamo tra i solchi del disco, in un’alternanza di silenzi e di miniature sonore, cortometraggi immaginifici. Quando si ascolta ā€œAbsent Friendā€ tra arpeggi di chitarra, tastiere avvolgenti, riverberi e voce sussurrata, una lacrimuccia si fa strada tremante, tratteggiando un paesaggio sonoro che provoca la catarsi dell’anima. Una sospensione sonora in cui i silenzi hanno un’importanza emotiva enorme. Graham Sutton tornerĆ  a sorpresa solo 10 anni più tardi a rispolverare il nome Bark Psychosis con un album, Codename: Dustsucker, che provoca qualche sussulto per le atmosfere simili al predecessore pur non eguagliandone l’impatto sonoro ed onirico. Album che vede dietro i tamburi Lee Harris dei Talk Talk.

Tra riverberi, silenzi e melodie crepuscolari, questo sedicesimo episodio di Sounds & Grooves ha provato a trasformare l’ascolto in uno spazio emotivo da attraversare lentamente. Un viaggio che unisce passato e presente della musica alternativa, lasciando affiorare connessioni invisibili tra artisti, epoche e stati d’animo. Da ascoltare senza fretta, preferibilmente di notte.

E non finisce qui. Il prossimo appuntamento con Sounds and Grooves, il diciassettesimo episodio stagionale, ci porterĆ  in una nuova deriva sonora tra psichedelia cosmica, folk rituale, indie rock immortale e ombre post-punk.Ā Dai The Heads ai R.E.M., passando per Kneecap, Felt, Broken Social Scene, Aldous Harding e Bim Sherman, attraverseremo insieme quarant’anni di musica alternativa costruendo connessioni inattese tra rumore, memoria e malinconia.

Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.

Potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perchƩ no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web.

Per suggerimenti e proposte, scrivetemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it.

Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto.

Buon Ascolto

TRACKLIST

1. THE BEVIS FROND: Draining The Bad Blood Ā da Ā ā€˜Horrorful Heights’  (2026 – Fire Records)

2. TEENAGE FANCLUB: Star SignĀ Ā da Ā ā€˜Bandwagonesque’  (1991 – Creation Records)

3. THE HOUSEMARTINS: Get Up Off Our KneesĀ Ā Ā da Ā ā€˜London 0 Hull 4’  (1986 – Go! Discs)

4. TIMBER TIMBRE: Hot DreamsĀ Ā Ā da Ā ā€˜Hot Dreams’  (2014 – Full Time Hobby)

5. PALACE MUSIC: Arise, ThereforeĀ Ā da Ā ā€˜Arise Therefore’  (1996 – Drag City)

6. KARATE: The New Hangout ConditionĀ Ā daĀ  ā€˜In Place Of Real Insight’  (1997 – Southern Records)

7. CODEINE: Loss LeaderĀ Ā da Ā ā€˜The White Birch’  (1994 – Sub Pop)

8. LOW: Words Ā da Ā ā€˜I Could Live In Hope’  (1994 – Vernon Yard Recordings)

9. MODERN ENGLISH: Hands Across The SeaĀ Ā daĀ  ā€˜Ricochet Days’  (1984 – 4AD)

10.Ā NEW ORDER: Age Of Consent Ā da Ā ā€˜Power, Corruption & Lies’  (1983 – Factory)

11. THE CURE: Disintegration Ā da Ā ā€˜Disintegration’  (1989 – Fiction Records)

12. THE CHAMELEONS: Second Skin daĀ  ā€˜Script Of The Bridge’  (1983 – Statik Records)

13. CLAN OF XYMOX: Stumble And FallĀ daĀ  ā€˜Clan Of Xymox’ (1985 – 4AD)

14. PIETER NOOTEN • MICHAEL BROOK: After The CallĀ Ā daĀ  ā€˜Sleeps With The Fishes’  (1987 – 4AD)

15. BARK PSYCHOSIS: Absent FriendĀ daĀ  ā€˜Hex’  (1984 – Circa)

MIXCLOUD

TIDAL PLAYLIST

Sounds & Grooves - S20E16: Ombre e Silenzio
Playlist TIDAL

Sounds & Grooves Stagione 20 Episodio 16

Il 16° episodio di Sounds & Grooves attraversa territori sospesi tra malinconia, introspezione e tensione emotiva, muovendosi con naturalezza tra indie rock, slowcore, post-punk e atmosfere notturne. Da The Bevis Frond a Bark Psychosis, passando per Low, The Cure e New Order, questa puntata costruisce un viaggio che parte dalla forma canzone e approda a paesaggi sonori sempre più profondi e contemplativi.

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