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SEASON 19 EPISODE 14: “The Dancer” [Podcast]

Ecco il quattordicesimo podcast di Sounds & Grooves  per la 19° stagione di  RadioRock.TO The Original

In questa avventura in musica riprendiamo

A pensarci ĆØ incredibile che siano passati 19 anni da quando questa folle ma fantastica avventura chiamata Radiorock.to The Original ĆØ iniziata. Folle perchĆ© ormai la parola podcast ĆØ entrata di diritto nel lessico comune e sono migliaia i podcast musicali, di attualitĆ  o di qualsiasi altro argomento a disposizione di chiunque. Ma diciannove anni fa ĆØ stata una vera e propria scommessa di un manipolo di matti inebriati dalla passione per la musica e dalla volontĆ  di rendere facilmente fruibile un palinsesto che potesse parlare prevalentemente di rock senza disdegnare una panoramica sulla musica di qualitĆ  a 360 gradi.Ā  La nostra motivazione ĆØ stata quella di dare un segnale di continuitĆ  con quella meravigliosa radio del passato che molti custodiscono nel cuore e a cui ho provato a dare un piccolo contributo dal 1991 al 2000. Tra il 1996 ed il 2000 molti di noi hanno lasciato progressivamente la radio in FM al suo destino ma l’idea non poteva essere replicata nell’etere visti i costi e la situazione legislativa dell’FM dell’epoca,. Fortunatamente però la passione e la voglia di fare radio e di ascoltare e condividere musica di qualitĆ , nonostante tutto, non ci ĆØ mai passata.

Questa creatura continua orgogliosamente a remare controcorrente, cercando quella libertĆ  in musica che nell’etere ĆØ ormai diventata una mosca bianca, ed esprimendo con forza la passione per la condivisione, per la ricerca, per l’approfondimento. Non dobbiamo aderire ad una cieca linea editoriale che ormai spinge esclusivamente il pulsante play dei servizi di streaming, ma ci lasciamo guidare semplicemente dal nostro cuore e dalla nostra passione. Fulvio Savagnone, Marco Artico, Giampiero Crisanti, Franz Andreani, Flavia Cardinali, Francesco Cauli, Ivan Di Maro, Massimo Santori aka Moonchild ed io proveremo ogni giorno a coinvolgervi con i nostri podcast regolari e con le rubriche tematiche di approfondimento, sperando di farvi sentire sempre di più parte di questa fantastica avventura.

In questo quattordicesimo episodio stagionale troverete la consueta alternanza tra novitĆ , capolavori della storia del rock e dischi/artisti da riscoprire partendo dal ricordo di un grande come David Johansen per poi andare ancora più indietro con un Dylan di annata prima di un andirivieni tra il nuovo Rose City Band, un piccolo excursus nella scura new wave di inizio ’80 con Tuxedomoon e Eyeless In Gaza, lo slowcore dei Codeine e The For Carnation, il post rock di Furry Things di cui abbiamo parlato nello scorso podcast e le morbide melodie dei Modern Studies. Ancora novitĆ  interessanti con un EP dal vivo dei Daughter e l’intrigante nuovo Horsegirl prima di chiudere con l’incantevole voce di Mariam The Believer, il trentennale di uno dei capolavori di PJ Harvey e le suggestioni oniriche di Rustin Man. Ā Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.

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New York Dolls

Iniziamo il podcast con il doveroso tributo a David Johansen, ultimo membro delle New York Dolls a lasciarci in questa valle di lacrime. La voce di Johansen, insieme alla chitarra di Johnny Thunders (all’anagrafe John Anthony Genzale, Jr.) ĆØ stata di fondamentale importanza per la creazione di un suono unico, oltraggioso, potente e stradaiolo che prendeva a piene mani dai primi Stones, dagli Stooges, che sarĆ  fondamentale pietra miliare pochi anni più tardi per la creazione del punk, insieme un’estetica di depravazione ed oltraggio con i travestimenti, rossetti, parrucche e trucco pesante a dare una connotazione precisa al quintetto newyorchese.

Insieme ai due leader c’erano la chitarra ritmica di Sylvain Sylvain (all’anagrafe Sylvain Mizrahi) e la sezione ritmica composta dalla batteria di Jerry Nolan e dal basso di Arthur “Killer” Kane. Il loro album di esordio autointitolato rimane una pietra miliare del proto-punk: chiassoso ed esplicito come dimostra la “Personality Crisis” che apre album e podcast, un disco e un gruppo tanto sottuvalutato al momento dell’uscita quanto rivalutato ed esaltato successivamente. Il gruppo avrĆ  vita breve: si scioglieranno dopo il secondo album per poi riunirsi nel 2006 con i soli Johansen e Sylvain del quintetto originale. Johansen inizierĆ  una più che discreta carriera solista sotto il nome di Buster Poindexter mentre Thunders resterĆ  coerente all’indole punk con i suoi The Heartbreakers prima di finire nella spirale delle dipendenze che se lo porterĆ  via nel 1991.

Bob Dylan (Photo: Gary Miller/Getty)

Sembra banale dirlo, maĀ Bob DylanĀ non ĆØ un songwriter qualunque. Ha inciso in maniera determinante sulla storia della musica moderna, ha ridefinito e ridisegnato da capo il ruolo di cantautore scrivendo un’infinitĆ  di brani immortali. Lo spessore letterario di Dylan, lo ha portato a vincere nell’ottobre 2016 il premio Nobel per la letteratura, e nonostante le polemiche che si sono scatenate dopo l’assegnazione del premio, da amante della musica sono stato più che felice di vedere finalmente raggiunta la consapevolezza che anche i testi delle canzoni possono, in alcuni casi, essere grande letteratura. Dylan ĆØ stato anche uno dei pochissimi, e probabilmente il solo, ad aver pubblicato almeno un capolavoro per ogni decade a partire dagli anni ’60.

Stavolta sono tornato indietro proprio fino al cuore degli anni ’60. Il 30 agosto 1965 Dylan pubblica Highway 61 Revisited, sesto lavoro in studio e secondo della sua cosiddetta “trilogia elettrica” che si concluderĆ  con un altro album monumentale come Blonde On Blonde. Il titolo deriva dalla strada americana che va dal Minnesota (stato di nascita di Dylan) fino alla foce del fiume Mississippi. Registrato con la collaborazione dei giovanissimi Mike Bloomfield e Al Kooper, il disco, seppur ricordato da molti soprattutto per la presenza di un superclassico consolidato come “Like A Rolling Stone”, ĆØ ormai considerato come una pietra miliare del rock tutto e presenta altri brani meravigliosi come la “Tombstone Blues” inserita del podcast, blues rock piuttosto canonico, ma con un testo pieno zeppo di di immagini surreali e metafore, con sarcastiche frecciate alla societĆ  e all’autoritĆ  in generale, tipiche del Dylan del periodo, con frasi come: “the sun’s not yellow, it’s chicken”. Stephen King cita la canzone alla fine del suo racconto Carrie, utilizzando delle strofe simili a quelle della canzone.

Ripley Johnson (Photo: Sanae Yamada)

Ripley Johnson non ĆØ noto solo per far parte dei rockers psichedelici Wooden Shjips. ma ĆØ anche un personaggio irrequieto e dalle mille sfaccettature. Dopo aver formato i Moon Duo insieme a Sanae Yamada lasciando scorrere un po’ di sangue kraut nelle sue vene, si ĆØ lasciato andare ad una carriera solista parallela dove poter sfogare tutta la sua passione per il country rock. Nascosto dietro al nome diĀ Rose City Band, esplora ormai da anni le sue radici che sono ben salde nell’amore per i dischi prodotti nella seconda metĆ  degli anni Settanta. La band, oltre a Johnson, comprende il chitarrista Barry Walker, il tastierista Paul Hasenberg e il batterista John Jeffrey, che intrecciano uno spiccato senso della ritmica e della melodia con atmosfere più dolci e sontuose.

Il quinto album del gruppo, uscito a gennaio 2025, si intitola Sol Y Ombra, i cui contrasti evidenziati giĆ  del titolo, l’equivalente musicale delle stelle luminose in un cielo notturno, sono per Johnson un’ evidenza inevitabile. ā€œCon la Rose City Band, in genere cerco di fare musica che dia sollievo, musica per il piacere di divertirsiā€, ha detto Johnson. “Questa volta non potevo evitare che l’ombra fosse più presente. Non c’ĆØ modo di evitarla. L’ombra ĆØ sempre lƬ. Quindi, l’ho lasciata all’interno”. Come in molti album di genere che rompono la stampa privata, i contrasti di Sol Y Sombra, intrisi di malinconia, esaltano allo stesso modo i momenti di gioia e di movimento, elevando la musica con la sua onestĆ  e intimitĆ  come nella “Seeds Of Light” inserita nel podcast. Quello che aveva convinto di più nei primi capitoli della Rose City Band era quell’equilibrio tra folk, country e psichedelia, quella trascendenza che veniva fuori dai solchi e che, da un paio di lavori a questa parte, sembra latitare a favore di una scrittura che a volte sembra fin troppo raffinata.

Tuxedomoon – 1980 photosession

Nei podcast abbiamo parlato più di una volta della scena sperimentale e underground di San Francisco che faceva capo all’etichetta Ralph Records creata dai The Residents ed aveva creato il cosiddetto ā€œquadrato di San Franciscoā€, formato dai quattro gruppi più importanti della scena musicale locale dell’epoca: gli stessi Residents, i Chrome, i Tuxedomoon e gli ultimi arrivati MX-80 Sound. Fondati nel 1977 dai polistrumentisti Blaine L. Reininger e Steven Brown, all’epoca studenti di musica elettronica al San Francisco City College, i Tuxedomoon cominciarono ad esibirsi nei locali cittadini creando uno spettacolo multidisciplinare grazie all’apporto del gruppo teatrale Angels Of LightĀ  dell’artista Tommy Tadlock e del mimo e cantante Winston Tong. Il gruppo ottenne una certa notorietĆ  giĆ  nel 1978, dopo aver aperto i concerti dei Devo. Successivamente si unƬ al gruppo il bassista Peter ā€œPrincipleā€ Dachert.

Il loro suono di avanguardia cosƬ teatrale e glaciale attirò subito l’attenzione dei Residents, e la Ralph Records pubblicò i primi due album della band, pubblicazioni di importanza enorme per la neonata new-wave:Ā Half-MuteĀ nel 1980 eĀ DesireĀ nel 1981. Il loro post-punk da camera aveva ottenuto più entusiasmo in Europa che negli States, e per la band ĆØ naturale trasferirsi armi e bagagli nel vecchio continente. Prima in Olanda e poi a Bruxelles.Ā DesireĀ viene registrato a Londra, vede l’apporto del loro vecchio amico Winston Tong, e vede l’approccio colto del gruppo mutare leggermente facendosi meno spigoloso ma mantenendo quella incredibile e scura mistura tra post-punk e avanguardia che li ha resi imprescindibili.Ā ā€œIn the Name of Talent (Italian Western Two)ā€Ā ĆØ solo una delle meraviglie racchiuse in questo scrigno prezioso.

Eyeless In Gaza

Nuneaton ĆØ una cittĆ  della contea del Warwickshire, in Inghilterra teatro dell’incontro, all’inizio degli anni ’80 tra il tecnico di laboratorio Peter Becker e l’impiegato dell’ospedale locale Martyn Bates. Entrambi condividevano l’amore per la sperimentazione, per le ambientazioni elettroniche e per un certo tipo di post-punk molto particolare, dalle venature scure e crepuscolari. Nel periodo del loro incontro, Becker stava leggendo la novellaĀ Eyeless In GazaĀ del noto scrittore britannico Aldous Huxley (tradotto in italiano comeĀ La Catena Del Passato), che l’aveva portato a scegliere proprio quel titolo come sigla del suo nuovo progetto musicale. Nome che in questi ultimi mesi, purtroppo, ĆØ tornato di strettissima (e tristissima) attualitĆ .

La loro sensibilitĆ , il loro pop crepuscolare insieme alla capacitĆ  di creare arrangiamenti non proprio convenzionali, convinsero quelli della Cherry Red Records a metterli sotto contratto. L’album di debuttoĀ Photographs As MemoriesĀ esce nel febbraio 1981 mostrando le loro qualitĆ  di creare bozzetti e microfilm con molti strumenti elettrici ed acustici, traĀ new wave, pop da camera e minimalismo notturno come dimostra la splendidaĀ ā€œKnives Replace Airā€. Nonostante un successo commerciale che non ĆØ mai arrivato, il duo continua tuttora a fare musica, band di culto che riesce ad affascinare incurante delle mode che passano.

Codeine (Photo: Sub Pop Records)

Siamo all’alba degli anni ’90, quando tre musicisti John Engle (chitarra), Stephen Immerwhar (basso e voce), e Chris Brokaw (batteria) ribaltano completamente l’estetica sonora del momento, andando a rallentare i ritmi fino allo sfinimento, mentre la tendenza dell’epoca, che poi porterĆ  alla nascita del grunge, era al contrario di accentuarli rifacendosi all’estetica punk. Dalla musica dei CodeineĀ si ĆØ coniato il termine slowcore, per indicare questo modo lento, dilatato e in qualche modo esasperato di concepire la musica. Il gruppo pubblicò due album ed un EP di enorme fascino prima di chiudere i battenti e lasciare la propria ereditĆ  ai posteri. La splendida etichetta Numero Group ha nel 2013 fortunatamente ristampato i tre album in studio della band.

A corollario delle ristampe, laĀ labelĀ di Chicago ha aggiunto al catalogo un prezioso documento live chiamatoĀ What About The Lonely? che vede Engle e Immerwhar affiancati dal nuovo batterista Doug Scharin (che poi sarĆ  un membro fondamentale di un altro gruppo enorme come i June of 44) esibirsi sul palco di casa del Lounge Ax di Chicago il 15 novembre del 1993, accompagnati in un paio di brani da David Grubbs (Squirrel Bait, Bastro, Gastr Del Sol). Malinconia, incomunicabilitĆ , espresse da una lentezza celebrale ed emotiva, come in questa ā€œCave-Inā€ tratta dal loro primo album in studio Frigid Stars LP.

Furry Things

Le scene negli Stati Uniti risultano da sempre fortemente localizzate. Come il grunge ĆØ stato un affare di Seattle e dintorni, cosƬ il primo punk fu newyorkese e californiano. E mentre la no-wave ĆØ stata specifica addirittura di alcuni quartieri della Grande Mela, cosƬ il post-rock ĆØ nato e vissuto soprattutto sull’asse Louisville/Chicago. Se il materiale del genere uscito al di fuori di queste due cittĆ  non ĆØ stato molto a livello quantitativo, bisogna dire che invece ĆØ stato estremamente interessante a livello qualitativo. Venivano infatti da Austin nel Texas, che fu regione fondamentale per la psichedelia negli anni ’60, i Furry ThingsĀ formati da Ken Gibson (voce, chitarra e tastiere), Cathy Shive (basso e voce), Chris Michaels (tastiere) e Charlie Woodburn (batteria).

Il loro esordio, nel 1996, si chiamaĀ The Big Saturday IllusionĀ e il suono che esce dai solchi non ĆØ altro che una psichedelia bisbigliata e completamente immersa in una densa nuvola di feedbackĀ che esalta le progressioni melodiche ed armoniche. Ci sono tanto i primi Velvet Underground che gli Spacemen 3 come dimostra l’irresistibileĀ ā€œPiled Highā€. Tre anni dopo daranno alle stampeĀ Moments AwayĀ che sarĆ  il loro ultimo disco e proporrĆ  un suono completamente stravolto, senzaĀ feedback e con una accresciuta attenzione per il krautrock e per l’attitudine degli Stereolab. Parallelamente Ken Gibson aveva iniziato anche la sua carriera solista improntata sulla ricerca elettronica con progetto chiamatoĀ Eight Frozen Modules di cui abbiamo parlato nello scorso podcast.

The For Carnation – Live 2001

Abbiamo giĆ  parlato più volte (mi perdonerete per questo) degli Squirrel Bait, apparentemente una delle tante band hardcore con all’attivo un EP e un solo album, ma in realtĆ  entrati nella leggenda perchĆ© dal loro scioglimento si sono formate alcune tra le band più importanti del rock alternativo americano degli anni ’90. Il chitarrista Brian McMahan andrĆ  a formare gli Slint insieme all’ex batterista dei Bait Britt Walford, mentre l’altro chitarrista David Grubbs formerĆ  i Bastro, i Bitch Magnet e i Gastr Del Sol insieme a Jim O’Rourke. Dopo l’esperienza Slint, nel 1995 Brian McMahan e David Pajo insieme a John Herndon e Doug McCombs dei Tortoise danno vita al progettoĀ The For CarnationĀ pubblicando il primo EP intitolatoĀ Fight Songs.

Il mini album. che comprende solo tre tracce tra cui la splendida “Get And Stay Get March” inserita nel podcast, mostra la visione intimista e drammatica di McMahan e compagni. Dopo un secondo EP (che verrĆ  ristampato insieme a Fight Song in una compilation intitolata Promised Works), il gruppo si prenderĆ  una pausa, tornando nel 2000 con un album eponimo che vede una line up profondamente modificata con McMahan come unico superstite. L’album ĆØ un viaggio narcolettico e cinematico di profonda suggestione, un disco cui sono particolarmente legato perchĆ© l’ultima traccia, ā€œMoonbeamsā€, ĆØ stata anche la chiusura del mio viaggio in FM su Radio Rock 106.6 a Roma nell’aprile del 2000.

Modern Studies (Photo: Paul Marr)

Dalla contea scozzese del Perthshire a quella del Lancashire, nord-ovest dell’Inghilterra, passando per Glasgow. In queste coordinate geografiche si muove lentamente ilĀ  folk-rock pieno di riferimentiĀ kosmischeĀ di un quartetto chiamatoĀ Modern Studies, che conĀ The Weight Of The Sun ĆØ giunto cinque anni fa ad un ideale lavoro della maturitĆ  dopo aver affilato le proprie armi con i precedenti Swell To GreatĀ (2016) eĀ Welcome StrangersĀ (2018). La band ĆØ formata da Emily Scott (voce, organo, piano, contrabbasso, violino, synths), Rob St. John (voce, chitarra, synths, harmonium, autoharp), Pete Harvey (basso, tastiere, violino, violoncello, theremin) e Joe Smillie (batteria, percussioni, mellotron, cori), con i primi due a tracciare la traiettoria ideale del percorso del quartetto con le loro voci sovrapposte.

A colpire, in questo album dei Modern Studies, sono gli arrangiamenti, sofisticati ma mai pesanti. E se all’inizio il raddoppiare e sovrapporre le voci può sembrare una pratica straniante ai non avvezzi alle produzioni della band, dopo ripetuti ascolti ĆØ una modalitĆ  che diventa sempre più imprescindibile.Ā ā€œBrotherā€Ā ĆØ uno dei brani migliori con i suoi momenti di stasi, la batteria che sembra in secondo piano ma che ĆØ sempre capace di far sobbalzare, le voci che si inseguono, i cori paradisiaci ed evocativi, ed uno stacco di archi e fiati a metĆ  brano semplicemente straordinario. Questo splendido album probabilmente non basterĆ  per farsi apprezzare dal grande pubblico ma sicuramente sarĆ  abbastanza per chi, come noi, ama farsi scaldare il cuore da queste piccole grandi magie senza tempo.

Daughter (Photo: Marika Kochiashvili)

I Daughter, trio composto da Elena Tonra, Igor Haefeli e Remi Aguilella, si sono formati nel 2010. Dopo aver pubblicato due album in studio, If You Leave (2013) e Not to Disappear (2016), e la colonna sonora del videogioco Music From Before the Storm (2017), hanno scelto di prendersi una pausa. Ma non prima di aver suonato insieme a Los Angeles, tra un tour di supporto ai The National e i loro primi concerti da headliner in Sud America. È qui che ha iniziato a germogliare un nuovo album. Nei due anni successivi, durante i quali hanno lavorato ai propri progetti, i Daughter si sono incontrati occasionalmente per scrivere insieme negli studi di Londra, Portland e San Diego, dove Haefeli ha vissuto per sei mesi nel 2019.

La figura romantica centrale del disco ĆØ una persona che la Tonra ha incontrato lƬ in visita da Londra. Hanno condiviso un legame significativo, ma lei sapeva che erano separati dall’Atlantico e la distanza ĆØ un punto cardine diĀ Stereo Mind Game, uscito dopo ben 7 anni di silenzio. I Daughter hanno iniziato a registrare seriamente le dodici canzoni dell’album nel 2021. Haefeli, che vive a Bristol, si ĆØ incontrato con Tonra nei Middle Farm Studios di Devon. Aguilella, che vive a Portland, Oregon, ha registrato le sue parti di batteria nei Bocce Studio di Vancouver, Washington. La pandemia ha fatto il resto, allungando la tempistica dell’uscita del disco. Ma valeva la pena di aspettare per poter riascoltare il loro suono evocativo, una sorta di dream-pop impreziosito dall’orchestra d’archi londinese 12 Ensemble. A distanza di due anni il trio ha fatto ritorno all’intimitĆ  dei Middle Farm Studios vicino a Dartmoor, Inghilterra, per registrare alcune di quelle canzoni avvincenti e nostalgiche. La splendida “Future Lover” Ā fa parte di questo EP live pubblicato in digitale come Middle Farm Session.

Mariam Wallentin

Mariam Wallentin ĆØ una delle voci più belle, duttili, potenti ed espressive del panorama europeo. La ragazza di Goteborg non si limita ad essere metĆ  del progetto Wildbirds & Peacedrums insieme al marito Andreas Werliin, ma collabora sempre più spesso con il comboĀ avant-jazzĀ Fire! Orchestra, ha dato il suo apporto fondamentale all’ultimo (purtroppo) album in studio degliĀ psych-rockers svedesi The Skull Defekts, e, dal 2013, si ĆØ lasciata andare in un progetto solista chiamato Mariam The Believer,Ā dove riesce a farĀ uscire fuori la sua anima melodica (e non ci sono mai stati dubbi sul fatto che fosse lei l’anima pop del duo), mentre l’orchestrazione tende a dilatarsi ed ampliarsi naturalmente.

Il suo album di esordio si intitolava Blood Donation, lavoro dove le inconfondibili percussioni del marito non mancano di certo, ma insieme a tamburi e piatti ecco apparire anche chitarre, (tra cui la Gibson che appare nell’orribile copertina), tastiere, strumenti a fiato e i cori, mai invasivi come in Rivers dei W&P, ma spesso presenti ad arricchire ancor di più il suono, il tutto condito da una produzione pulita ed accurata. Lo splendido singoloĀ ā€œThe String Of Everythingā€ mostra l’enorme potenzialitĆ  di Mariam anche sul versante di pop alternativo, superando la prova solista a pieni voti: l’approccio al pop e alla melodia della sua controparte The Believer risulta spesso e volentieri convincente, sia nelle parti più morbide, sia in quelle più sghembe ed affilate.

Horsegirl (Photo: Ruby Faye)

Torniamo alle novitĆ  discografiche con il secondo lavoro di un trio di Chicago. Le Horsegirl sono Nora Cheng, Penelope Lowenstein e Gigi Reece che dopo un esordio avvincente chiamato Versions of Modern Performance (registrato nello studio dei Wilco) hanno attraversato un periodo di cambiamenti importanti. Nell’autunno dello stesso anno si sono trasferite a New York City, dove Penelope e Nora hanno frequentato l’UniversitĆ  di New York, e per la prima volta il trio ha scritto musica al di fuori del seminterrato dei genitori di Penelope. ƈ possibile percepire la spinta verso una nuova direzione in virtù del loro nuovo ambiente, ma in questo periodo di cambiamenti senza precedenti, la band si ĆØ rivolta verso l’interno.

Le Horsegirl sono tornate a Chicago per registrare nel gennaio del 2024, trovando in studio la concentrazione e l’intimitĆ  che possono nascere solo quando fa troppo freddo per uscire. Meno acerbe dell’esordio, le tre ragazze sono state prese per mano da Cate Le Bon, pronta a condurli in territori pop forse più spigolosi e sghembi ma sempre estremamente affascinanti. Il nuovo lavoro intitolato Phonetics On And On ci mostra un suono più maturo ma capace di divertire e affascinare come ci dimostra la “In Twos” inserita nel podcast. Nuovi strumenti contribuiscono a dare vita a questo mondo: violini e sintetizzatori si intrecciano nel disco, fornendo una prova di sperimentazione con lo spazio e la struttura, pur mantenendo la canzone pop al centro. Brave.

PJ Harvey (Photo: Elif Ozturk/Anadolu Agency/Getty Images)

Pochi artisti riescono ad attraversare tre decadi in maniera sempre importante reinventandosi ogni volta, mutando pelle e sconfiggendo il tempo.Ā PJ HarveyĀ ĆØ una di queste rare eccezioni, capace di convincere critica e pubblico ogni volta, album dopo album. Dall’esordio diĀ DryĀ nel 1991 all’ultimoĀ I Inside The Old Year DyingĀ  pubblicato a luglio 2023, l’artista di Bridport, nel Dorset, ĆØ stata capace di costruire un percorso netto, in crescendo. Sette anni dopoĀ The Hope Six Demolition Project, album profondamente politico registrato alla Somerset House di Londra in varie sessioni aperte al pubblico, Polly Jean si ĆØ rimessa a nudo, con la sua voce in primo piano come non mai, al servizio di arrangiamenti scarni e oscuri, in una sorta di folk ā€œsporcoā€ capace di incantare e convincere.

Incredibile pensare che siano passati giĆ  ben 30 anni dall’uscita di To Bring You My Love, disco che ha ridefinito il suono di Polly Jean abbandonando lo scarno e ruvido scheletro voluto anche dal compianto Steve Albini e di fatto abbandonando il trio composto insieme a Robert Ellis (batteria) e Steve Vaughan (basso). Prodotto da Mark Ellis (anche conosciuto come Flood), l’album fu un grande successo mondiale con oltre un milione di copie vendute e divenne subito una pietra miliare del rock alternativo. In questo album PJ Harvey ampliò la sua tavolozza musicale, includendo archi, organi e effetti sonori elettronici, grazie anche all’ausilio di musicisti esperti come John Parish e Mick Harvey. “The Dancer” ĆØ lo straordinario brano che chiude l’intero lavoro.

Rustin Man (Photo: Lawrence Watson)

La prima volta che ho sentito parlare diĀ Rustin ManĀ ĆØ stato nel 2002, quando uscƬ quella meraviglia chiamataĀ Out Of SeasonĀ firmata insieme alla cantante dei Portishead, Beth Gibbons. All’epoca ero in fissa con la band di Bristol e pronto ad accaparrarmi qualsiasi cosa che aveva la collaborazione di uno dei componenti del gruppo. Solo più tardi mi ero accorto che, nascosto dietro quello pseudonimo, si nascondeva il bassista di un’altra delle band che più mi aveva fatto battere il cuore: i Talk Talk. E poco importava che Paul Webb non aveva partecipato alla registrazione diĀ Laughing Stock, canto del cigno della creatura di Mark Hollis. Webb, insieme al compagno di sezione ritmica Lee Harris, aveva giĆ  dato prova di grandi abilitĆ  compositive, non troppo dissimili da quelle di Hollis e compagni, come dimostra il disco con Beth Gibbons.

A sorpresa, diciassette anni dopo l’uscita di Out Of Season, Webb ha rispolverato il moniker di Rustin Man dando alle stampe uno splendido lavoro intitolatoĀ Drift Code, album in cui si ritrova, in qualche modo, quella cifra stilistica unica che ci ha fatto amare cosƬ tanto i Talk Talk. Due anni più tardi Paul Webb ĆØ tornato nel suo studio privato nella campagna dell’Essex, Webb insieme ad altri musicisti, tra cui spicca di nuovo il fido Lee Harris, dipingendo (sulla falsariga del primo) un universo evocativo malinconico incentrato sullo scorrere implacabile del tempo intitolato Clockdust, nove emozionanti tracce che nella loro profonditĆ , non possono lasciarci indifferenti. ā€œNight In Evening Cityā€ ĆØ una brano lungo e avvolgente, che ci fa entrare, in punta di piedi, nel delicato mondo del suo autore. Sono passati cinque anni da questo lavoro, speriamo che Paul Webb possa tornare presto ad allietare i nostri padiglioni auricolari.

Un grazie speciale va, come sempre, a Franz Andreani per la sua passione, la gestione di questa banda di pazzi e per la splendida riorganizzazione del sito giĆ  attiva da qualche anno. A cambiare non ĆØ stata solo la versione grafica del sito, ma anche la ā€œfilosofiaā€ della podradio, con le rubriche che vanno ad integrarsi nella programmazione regolare sotto l’hashtag #everydaypodcast. Sulla nostra pagina Facebook troverete quotidianamente ogni upload del sito e, ormai da tempo, ĆØ attivo anche lo splendido canale YouTube della Radio, una nuova formula senza interruzioni ne spot per ascoltare la vostra-nostra musica preferita. Iscrivetevi numerosi, vi aspettiamo!

Nel prossimo episodio troverete la consueta alternanza tra novitĆ , capolavori della storia del rock e dischi/artisti da riscoprire. Tra gli altri ci sarĆ  un gruppo importante per la nascita dello shoegaze come i My Bloody Valentine, i trascinanti DER, un ricordo degli irregolari del grunge Mad Season, un piccolo viaggio in Italia con la psichedelia degli In Zaire e tantissime novitĆ  tra cui il ritorno della follia dei Tropical Fuck Storm, la potenza dei The Men e l’oscuritĆ  intrigante Haley Fohr aka Circuit Des Yeux. Tra le novitĆ  troverete anche songwriter straordinari come lo stravagante menestrello Richard Dawson ed il più allineato Will Stratton capace di un nuovo grande album e un chitarrista incredibile come David Grubbs al suo primo lavoro solista (e interamente strumentale) dopo molti anni. Ci sarĆ  spazio anche per una piccola parentesi al femminile con Gold Dime e la straordinaria Sara Ardizzoni aka Dagger Moth. A completare il tutto ecco lo stoner degli Earth (con il compianto Mark Lanegan) e le melodie sghembe e commoventi di Daniel Blumberg fresco di Oscar.

Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.

Intanto se volete potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perchƩ no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web.

Per suggerimenti e proposte, scrivetemi senza problemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it.

Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto.

Buon Ascolto

TRACKLIST

1. NEW YORK DOLLS: Personality CrisisĀ da Ā ā€˜New York Dolls’  (1973 – Mercury)

2. BOB DYLAN: Tombstone BluesĀ Ā da Ā ā€˜Highway 61 Revisited’  (1965 – Columbia)

3. THE ROSE CITY BAND: Seeds Of LightĀ Ā da Ā ā€˜Sol Y Sombra’  (2025 – Thrill Jockey)

4. TUXEDOMOON: In The Name Of Talent (Italian Western Two)Ā Ā da Ā ā€˜Desire’  (1981 – Ralph Records)

5. EYELESS IN GAZA: Knives Replace AirĀ Ā daĀ  ā€˜Photographs As Memories’  (1981 – Cherry Red)

6. CODEINE: Cave-In (Live 1993)Ā Ā da Ā ā€˜What About The Lonely?’  (2013 – Numero Group)

7. FURRY THINGS: Piled HighĀ Ā da Ā ā€˜The Big Saturday Illusion’  (1995 – Trance Syndicate)

8. THE FOR CARNATION: Get And Stay Get MarchĀ Ā daĀ  ā€˜Fight Songs’  (1995 – Matador)

9. MODERN STUDIES: BrotherĀ Ā daĀ  ā€˜The Weight Of The Sun’  (2020 – Fire Records)

10. DAUGHTER: Future LoverĀ Ā da Ā ā€˜Middle Farm Session’  (2025 – 4AD)

11. MARIAM THE BELIEVER: The String Of EverythingĀ Ā daĀ  ā€˜Blood Donation’  (2013 – Repeat Until Death)

12. HORSEGIRL: In TwosĀ daĀ  ā€˜Phonetics On And On’  (2025 – Matador)

13. PJ HARVEY: The DancerĀ  daĀ  ā€˜To Bring You My Love’  (1995 – Island Records)

14. RUSTIN MAN: Night In Evening CityĀ daĀ  ā€˜Clockdust’ (2020 – Domino)

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