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THE TWILIGHT SAD – It’s The Long Goodbye

It’s The Long Goodbye: un disco devastante e potente

Un album intenso tra lutto, post-punk e catarsi emotiva.

Photo Cover: Abbey Raymonde

“Why you slowly leaving me…”

I The Twilight Sad sono tornati attraversando una cicatrice ancora fresca e dolorosa. Con It’s the Long Goodbye, il loro sesto album pubblicato dalla Rock Action il 27 marzo, gli scozzesi non cambiano semplicemente suono: cambiano pelle emotiva, portando alla superficie ciò che prima restava filtrato da metafore e densità sonora. È il loro disco più diretto e probabilmente il più necessario. Dopo sette anni di silenzio discografico, il loro nuovo lavoro nasce da un periodo personale devastante per James Graham: la malattia e la morte della madre, intrecciate con la paternità e con un profondo crollo psicologico. “Quello è stato l’inizio del crollo della mia salute mentale; vederla completamente sgretolarsi è stato davvero orribile. Tutti prima o poi si trovano ad affrontare la perdita di un genitore e nessuno se la passa bene in quei momenti. Avevo appena avuto un figlio, quindi vedevo questa nuova vita crescere mentre la persona che mi aveva dato la vita se ne andava. Le nostre strade si sono incrociate. È stato davvero difficile da accettare mentalmente”. Questa frattura attraversa tutto il disco. Non è più il linguaggio allusivo dei lavori precedenti: qui le canzoni funzionano come diario emotivo, quasi senza protezioni. Le chitarre di Andy MacFarlane, sodale e unico superstite della formazione originaria del 2003, restano centrali, ma diventano ancora più fisiche, più frontali e meno atmosferiche. E poi c’è una presenza importante: Robert Smith, che contribuisce a più brani, rafforzando un legame artistico ormai storico tra le due realtà, visto che gli scozzesi già dal 2016 sono abituati ad andare in giro insieme ai Cure e proprio di ritorno da quel tour James Graham ha avuto la notizia che alla madre era stata diagnosticata una demenza precoce.

Insieme al nucleo portante a registrare l’album troviamo il batterista David Jeans, che in passato ha suonato con gli Arab Strap, e il bassista Alex Mackay, membro del team live dei Mogwai, mentre la produzione è ancora appannaggio di Andy MacFarlane pronto a seguire i musicisti ai Willesden’s Battery Studios, un luogo importante della storia dei Cure. L’apertura del disco è violenta, quasi implosiva, e i brani centrali lavorano su un’alternanza continua tra pareti di chitarre, spazi vuoti e tensione trattenuta, attirando l’ascoltatore in una sorta di tela di ragno per uno dei lavori più intensi della loro carriera.

Photo: Abbey Raymonde

Come detto It’s The Long Goodbye è, prima di tutto, un disco sul lutto. Non in senso astratto, ma vissuto sulla propria pelle visto che la morte della madre di Graham, dopo una lunga malattia, permea ogni traccia. I testi sono nudi, quasi diaristici: niente più simbolismi complessi, ma frasi che sembrano confessioni sussurrate (o urlate) nel vuoto. Il risultato è un album che racconta la perdita come processo, non come evento: smarrimento, rabbia, accettazione. Nel non cercare una facile consolazione ma tentare di trasformare il dolore in qualcosa di condivisibile i due cercano e trovano un equilibrio sonoro tra passato e presente visto che troviamo un ritorno alle chitarre shoegaze/post-punk degli esordi, un uso più controllato ma decisivo dei synth (come nel singolo “Waiting For The Phone Call”) e strutture più ampie, spesso lente e stratificate. Il lavoro alle chitarre di Andy MacFarlane è fondamentale: costruisce muri sonori che non schiacciano la voce, ma la sostengono, quasi proteggendola. Brani come la straordinaria e intensa “The Ceiling Underground” mostrano una tensione continua tra esplosione e contenimento, mentre tracce più dirette come “Chest Wound To The Chest” offrono appigli melodici senza perdere intensità. “Attempt A Crash Landing – Theme”,  il terzo singolo estratto, è un saliscendi emotivo che allo stesso tempo mantiene una tensione sotterranea: non c’è mai vera quiete, solo un rallentamento.

Il disco è costruito come un percorso emotivo importante con uno spaesamento e tensione iniziale (il mantra Why you slowly leaving me. I’m the son you know? You’re my mother” di “Get Away From It All”), seguito da un’immersione totale nel dolore con brani lunghi e dilatati come la centrale “Dead Flowers” e un finale che mostra accenni di accettazione e fragile speranza (il finale catartico di “TV People Still Throwing TVs At People” con gli ultimi, dolorosi, versi “Is it okay you feel this way? I don’t wanna feel this way. Now leave”). Non c’è una vera “luce” finale, ma una forma di consapevolezza: se superare il dolore è impossibile, cerchiamo un modo per conviverci. Uno degli aspetti più interessanti del disco è una sorta di paradosso, visto che forse da una parte è il lavoro più accessibile dei The Twilight Sad a livello melodico, ma dall’altra è senza dubbio anche il più pesante emotivamente. Questa dualità lo rende potente ma anche difficile, visto che non è un album da ascolto distratto, ma richiede tempo, attenzione e soprattutto disponibilità emotiva.

It’s The Long Goodbye è un album che consolida la band scozzese come una delle voci più autentiche del post-punk contemporaneo, trasforma il dolore personale in esperienza universale e riesce a dimostrare come talvolta la musica possa essere ancora un atto necessario. Non è un ascolto facile, ma sicuramente, almeno per me, è uno di quelli che restano. Questo è un album che cerca di dire qualcosa che non può più essere trattenuto, portando la loro intensità al limite e togliendo ogni filtro e distanza tra esperienza di vita e canzone. Bentornati.

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TRACKLIST

1. Get Away From It All  5:06

2. Designed To Lose  3:46

3. Attempt A Crash Landing – Theme  4:48

4. Waiting For The Phone Call  5:36

5. The Ceiling Underground  5:02

6. Dead Flowers  7:07

7. Inhospitable / Hospital  4:07

8. Chest Wound To The Chest  4:00

9. Back To Fourteen  3:31

10. TV People Still Throwing TVs At People  5:49

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