Ecco il terzo podcast di Sounds & Grooves per la 20° stagione di RadioRock.TO The Original
In questa nuova avventura in musica troverete interessanti ripescaggi e un doveroso tributo a Chris Dreja.
20 anni… A pensarci è incredibile che siano passati già quattro lustri da quando questa folle ma fantastica avventura chiamata Radiorock.to The Original è iniziata. Folle perché ormai la parola podcast è entrata di diritto nel lessico comune e sono migliaia i podcast musicali, di attualità o di qualsiasi altro argomento a disposizione di chiunque. Ma venti anni fa è stata una vera e propria scommessa di un manipolo di matti inebriati dalla passione per la musica e dalla volontà di rendere facilmente fruibile un palinsesto che potesse parlare prevalentemente di rock senza disdegnare una panoramica sulla musica di qualità a 360 gradi. La nostra motivazione è stata quella di dare un segnale di continuità con quella meravigliosa radio del passato che molti custodiscono nel cuore e a cui ho provato a dare un piccolo contributo dal 1991 al 2000. Tra il 1996 ed il 2000 molti di noi hanno lasciato progressivamente la radio in FM al suo destino ma l’idea non poteva essere replicata nell’etere visti i costi e la situazione legislativa dell’FM dell’epoca,. Fortunatamente però la passione e la voglia di fare radio e di ascoltare e condividere musica di qualità, nonostante tutto, non ci è mai passata.
Questa creatura continua orgogliosamente a remare controcorrente, cercando quella libertà in musica che nell’etere è ormai diventata una mosca bianca, ed esprimendo con forza la passione per la condivisione, per la ricerca, per l’approfondimento. Non dobbiamo aderire ad una cieca linea editoriale che ormai spinge esclusivamente il pulsante play dei servizi di streaming, ma ci lasciamo guidare semplicemente dal nostro cuore e dalla nostra passione. Fulvio Savagnone, Marco Artico, Giampiero Crisanti, Franz Andreani, Flavia Cardinali, Francesco Cauli, Ivan Di Maro, Massimo Santori aka Moonchild ed io proveremo ogni giorno a coinvolgervi con i nostri podcast regolari e con le rubriche tematiche di approfondimento, sperando di farvi sentire sempre di più parte di questa fantastica avventura.
In questo terzo episodio stagionale troverete un ricordo di Chris Dreja (cofondatore degli The Yardbirds), un piccolo viaggio nel pop rock orchestrale di Sheffield con Richard Hawley e The Last Shadow Puppets, torneremo a 40 anni fa con uno dei gruppi che sono entrati più a fondo nel cuore della gente come i The Replacements, parleremo del (quasi) dimenticato funk dinamico e campionato dei Soul Coughing e di quel ponte tra rock psichedelico, soul e dancefloor dei Primal Scream chiamato Screamadelica. Ispirato dal delizioso indie pop delle scozzesi The Cords, parleremo della scena C86 ascoltando i The Wolfhounds prima di viaggiare nel tempo con gli straordinari Quasi, andare in Irlanda con i The Waterboys e scivolare nell’oscuro, nuovo, epico, progetto di Efrim Menuck (Godspeed You! Black Emperor) chiamato We Are Winter’s Blue And Radiant Children. Ci sarà anche spazio per l’intensità emotiva dei The Notwist e per la mai così attuale “Chiamata” sciamanica dei Deadburger di Vittorio Nistri. Il gran finale sarà appannaggio di uno straordinario Tom Waits d’annata. Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.
Seguite il nostro hashtag: #everydaypodcast
Download, listen, enjoy!!!
Prima di partire con questo viaggio in musica potete effettuare il download del podcast anche nella versione a 320 kb/s semplicemente cliccando sul banner qui sotto.

Iniziamo il podcast con un piccolo omaggio a Chris Dreja, che ci ha lasciato da poco. Chris è stato chitarrista ritmico e successivamente bassista degli Yardbirds dopo l’abbandono del bassista originale Paul Samwell-Smith, oltre ad essere coautore di molte composizioni del gruppo. Appassionati di Rhythm & Blues si fecero subito conoscere nella scena londinese nel 1963, quando arrivò nel gruppo il diciasettenne Eric Clapton, anch’egli studente (come altri nel gruppo) della “Kingston School of Art”. Dopo un primo contratto discografico la band pubblicò un album di debutto dal vivo, Five Live Yardbirds, che conteneva le cover di dieci canzoni blues e rhythm and blues americane. Ma la svolta “pop” impressa dal gruppo con il singolo “For Your Love”, scritto appositamente dal futuro componente dei 10cc Graham Gouldman, ebbe un impatto negativo sul purista del blues Clapton che andò via per raggiungere la nave scuola del blues britannico condotta da John Mayall. Clapton consigliò come suo sostituto il giovane turnista Jimmy Page, che tuttavia rifiutò l’offerta non volendo perdere il suo lavoro da session man e l’amicizia di Clapton.
A sua volta Jimmy Page raccomandò un amico, l’allora sconosciuto Jeff Beck che a marzo del 1965 entrò ufficialmente nella formazione. Jeff Beck aveva influenze diversa da slowhand e iniziò delle sperimentazioni sonore davvero inedite per l’epoca con distorsioni, fuzz, feedback, wah wah. Chitarrista dallo stile inconfondibile, incorporò psichedelia, influenze latino-americane ed indiane e la nuova spinta propulsiva data da Beck al gruppo si tradusse in un album splendido intitolato semplicemente Yardbirds o conosciuto come Roger The Engineer (riferito all’ingegnere del suono Roger Cameron graficamente raffigurato sulla copertina del disco in una caricatura opera proprio di Chris Dreja). Durante il tour seguente, a causa di un malessere di Beck, Page dovette sostituire il compagno durante un concerto a San Francisco, mostrando al pubblico tutto il suo valore. Al rientro di Beck, Chris Dreja venne quindi spostato definitivamente al basso e la band continuò con un’inedita (e avveniristica per l’epoca) formazione a due chitarre soliste. Di questa formazione, una delle più brillanti del periodo, rimane soltanto il singolo dalle venature psichedeliche “Happenings Ten Years Time Ago”. Dopo poco Beck lasciò la band che mal sopportava i suoi continui cambi di umore per intraprendere la carriera solista. Dopo lo scioglimento degli Yardbirds, Jimmy Page offrì a Dreja il ruolo di bassista nella nuova band che aveva appena formato, nota come New Yardbirds, il primo nucleo di quelli che sarebbero divenuti i Led Zeppelin. Ma Chris rifiutò per dedicarsi alla sua passione per la fotografia: fu lui a fotografare i membri dei Led Zeppelin per il retro della copertina del loro album di debutto.

Il podcast continua andando a ripescare un album uscito 17 anni fa e che era già curiosamente fuori dal tempo anche nel momento della sua pubblicazione. Nel 2005 i The Little Flames fanno da supporto agli Arctic Monkeys. Nel retropalco l’incontro tra il chitarrista dei primi, Miles Kane, ed il leader dei secondi, Alex Turner, si trasforma presto in una solida e stretta amicizia. Da quel momento, anche se Kane formerà i The Rascals e Turner proseguirà la (splendida) avventura Arctic Monkeys, il rapporto tra i due non si interromperà mai fino alla decisione di creare un progetto parallelo chiamato The Last Shadow Puppets. Per l’esordio discografico, i due riescono a convincere il produttore James Ford ad aiutarli dietro al mixer e dietro ai tamburi.
The Age Of Understatement esce il 15 aprile 2008. Il disco presenta degli splendidi arrangiamenti orchestrali composti da Owen Pallett ed eseguiti dalla London Metropolitan Orchestra, mentre l’artwork dell’album mostra un’immagine in bianco e nero del 1962, opera del fotografo Sam Haskins, che ritrae una giovane donna seduta sul pavimento. Il disco è stato registrato in un’atmosfera rilassata nella campagna francese, e si allontana dalle traiettorie degli Arctic Monkeys andando a ricercare arrangiamenti naif, il suono Merseybeat e alcune melodie pop francesi del passato. Un tuffo a ritroso nel tempo di enorme classe ed eleganza come dimostra la splendida “Meeting Place” inserita in scaletta. Un album che suona ancora attuale proprio perché già al momento dell’uscita non era legato a nessuna scena contemporanea.

La storia del rock è costellata da artisti o gruppi che sono arrivati a tanto così dal successo. Alcuni lo hanno inseguito e mai raggiunto per colpe non loro, altri per pura indole autodistruttiva. Le storie dei cosiddetti perdenti (che poi non è detto che lo siano davvero stati) mi ha sempre totalmente affascinato e coinvolto. E chi risponde meglio a questi requisiti di un gruppo che si è battezzato con il nome The Replacements: i sostituti, i rincalzi, quelli che entrano in campo solo se qualcuno dei titolari non è in grado di giocare. Ma, a distanza di anni, incredibilmente, i ‘Mats sono un gruppo che continua a significare così tanto per molti. Se volete andare a fondo, vi consiglio di leggere questo lungo approfondimento sulla loro storia che è diventato anche un episodio della Rock ‘N’ Roll Time Machine. Il successo anche commerciale di Let It Be aveva portato i 4 a firmare clamorosamente per una major come la Sire (sussidiaria della Warner) e la stipula del contratto sembrava finalmente il trampolino di lancio definitico per i ‘Mats.
Invece, arrivati ad un punto cardine della loro storia, la leadership sempre più marcata di Westerberg, i tour sempre più lunghi e gli eccessi alcolici dei fratelli Stinton porteranno la band al collasso di li a poco. I ‘Mats entrano in studio insieme al produttore Tommy Ramone nell’estate del 1985 (incredibile pensare che siano passati 40 anni!) per la registrazione di un disco che sarà il canto del cigno di Bob Stinson (ormai in condizioni devastate) e di un’era del gruppo. Qualcuno ritiene Tim il primo album solista di Westerberg. Probabilmente non è così, ma di fatto è evidente la sua leadership, sempre più a suo agio in una scrittura power pop (come la splendida “Kiss Me on the Bus”, e dove le sue storie memorabili e a volte autobiografiche (la sua dipendenza spiattellata su “Here Comes A Regular”) riescono sempre e comunque a toccare il cuore e l’anima di moltissimi, basti pensare ad un vero e proprio inno come la straordinaria “Bastards Of Young” inserita nel podcast.
“Well, a drinkin’ buddy that’s bound to another town
And once the police made you go away
And even if you’re in the arms of someone’s baby, now
I’ll take a great big whiskey to you anyway
And everybody wants to be someone’s here
Someone’s gonna show up, never fear
‘Cause here comes a regular
Call out your name
Yes, now here comes a regular
Am I the only one who feels ashamed?”

Loro sono stati un quartetto intelligente, creativo e divertente, durato, purtroppo, solo il tempo di registrare tre album, che in qualche modo hanno segnato un decennio particolare come gli anni 90. I Soul Coughing nascono a New York grazie all’incontro tra il cantante e chitarrista Mike Doughty, il bassista Sebastian Steinberg, il batterista Yavul Dabay dominano il sound con le loro ritmiche e Mark Degli Antoni (collaboratore di John Zorn), pronto a rendere gli arrangiamenti mai scontati con i suoi intelligenti e calibrati campionamenti. Sono stati tra le band di culto più inusuali del decennio, grazie al flusso di coscienza del poeta M. Doughty e all’interplay dei musicisti, capaci di creare raffinate creazioni musicali che prendono il funky innestandolo di ritmiche seducenti e suggestioni jazz e hip-hop.
Ruby Vroom, è stato il loro primo album in studio, un esordio stratosferico già perfettamente rappresentativo del groove dei newyorkesi. Il sound dell’album è un mix di brani basati su campionamenti, altri basati sulla chitarra e canzoni jazzistiche alimentate dal contrabbasso che spesso citano altri brani, come il tema del cartone animato degli anni ’60 Courageous Cat and Minute Mouse nella “Is Chicago, Is Not Chicago” che apre l’intero album. Una ritmica coinvolgente e mai scontata e il trascinante flusso di parole di Doughty rendono ogni brano incredibilmente effervescente ed efficace. Lo scorso anno è stata pubblicata una versione rimasterizzata per il trentesimo anniversario dell’album che include alcuni brani bonus dell’epoca. I Soul Coughing si sono sciolti nel 2000 dopo tre fantastici album. Mark Degli Antoni ha iniziato la carriera di compositore di colonne sonore, mentre Mike Doughty ha intrapreso una carriera solista, riproponendo occasionalmente brani del suo vecchio gruppo rivisitati in stili diversi.

Questa è la storia di due mondi teoricamente inconciliabili che si scontrano: il rock alternativo da una parte e il dancefloor dall’altra. La collisione è avvenuta esattamente trent’anni fa ed è stata davvero spettacolare, come nei migliori film catastrofici. Stavolta il “colpevole” non è stato un asteroide brutto e cattivo che ha lasciato devastazioni imponenti sul nostro pianeta, ma uno degli album più influenti degli anni ’90: Screamadelica, inciso dai Primal Scream con l’aiuto fondamentale di un “veterano” della scena dance come Andrew Weatherall. Evidentemente Bobby Gillespie non voleva essere ricordato solo come il batterista dei Jesus & Mary Chain in uno dei dischi più influenti usciti negli anni ’80, quello Psychocandy che nel 1985 diede una sferzata clamorosa al pop-rock britannico con il suo far condividere melodie e muri di feedback.
In Screamadelica, che, come la Settimana Enigmistica, vanterà negli anni innumerevoli tentativi di imitazione, c’è un appiccicoso miscuglio tra approcci dub, trance psichedelica ed euforia house. Iconico sin dalla colorata copertina, il disco è una vera esplosione vera di suoni e colori, capace di reinventare di fatto la band di Gillespie ponendola di diritto tra i gruppi più importanti degli anni ’90. La psichedelia che si diverte a far ballare, lo studio di registrazione usato come strumento vero e propria, un’orgia di suoni e di suggestioni che si para davanti ai nostri occhi e alle nostre orecchie come non fosse passato nemmeno un minuto da quel giorno del 1991. per il podcast la mia scelta stavolta è caduta su un brano dal taglio più classico come “Damaged”, ballata strepitosa prodotta da Jimmy Miller, non a caso vecchio produttore dei Rolling Stones sttarordinari dalla fine dei ’60 alla metà dei ’70. Questo è molto altro è stato Screamadelica, un flusso sonoro cui abbandonarsi con gioia.

Torniamo ai giorni nostri, anche se gli sguardi del duo che sto per presentare sono rivolti più nel passato che al futuro. ma il pop, quello travolgente, senza fronzoli, divertente e trascinante, non ha età. Le due sorelle scozzesi Eva e Grace Tedeschi, più conosciute come The Cords, lo sanno molto bene e hanno la capacità di scrivere canzoni di poco più di due minuti che riescono a farci entrare in una sorta di frullatore divertente e divertito, colorato ed esuberante, da cui è assolutamente complicato staccarsi. Una cassetta e un singolo flexi pubblicati finora, entrambi esauriti in poche ore, una serie di concerti con alcuni dei più grandi nomi del pop scozzese come Vaselines e Camera Obscura e Belle And Sebastian per affinare le loro capacità
La firma con due consolidate realtà come Skep Wax e Slumberland ha portato alla pubblicazione del loro esordio autoititolato, 13 brani per poco più di mezz’ora di durata. le due sorelle-amiche suonano chitarra e batteria a tutto volume, prendono strumenti analogici e li suonano con forza al servizio di melodie pop immediate e contagiose, ricordandoci che la musica pop, suonata nel modo giusto, è espressiva, liberatoria, gioiosa e profondamente personale. Se cercate qualcosa di nuovo e di innovativo (ma chi è davvero originale attualmente nel mondo musicale?), non sono il gruppo che fa per voi, ma se cercate adrenalina, divertimento, spontaneità e melodie trascinanti non perdete questo album di debutto delle due sorelle scozzesi. Non ci credete? Ascoltate l’incedere della “Rather Not Stay” inserita nel podcast.

In molte recensioni dell’esordio delle The Cords trovate riferimento ai gruppi della scena C86, mi sembrava giusto inserire in scaletta chi ne ha fatto realmente parte oltre ai Primal Scream che sono stati gli unici della storica compilation ad avere realmente successo. Nella seconda metà degli anni 80 una band chiamata The Wolfhounds aveva pubblicato una manciata di album e numerosi singoli che avevano ottenuto un discreto successo grazie al loro pop abrasivo fondato sulle chitarre e legato alla scena C86, visto che avevano fatto parte della storica compilation messa in piedi dal New Musical Express nel 1986. Dopo lo scioglimento della band avvenuto nel 1990 dopo l’uscita di Attitude, il cantante e chitarrista David Callahan aveva deciso di formare una nuova band, si, proprio quei Moonshake di cui abbiamo parlato in precedenza. Dopo lo scioglimento di questi ultimi Callahan si prese qualche anno sabbatico trasferendosi negli USA.
Ma il richiamo di casa era troppo forte, e Callahan, tornato in patria, prima formò insieme alla cantante Anja Buechele i The $urplus!, poi, nel 2005, decise di riformare i The Wolfhounds per alcuni eventi live. L’adrenalina di risalire sul palco ha avuto l’effetto di una scintilla tanto luminosa da far tornare la band qualche anno più tardi in sala di incisione per incidere un nuovo album intitolato Middle Aged Freaks. Ormai la band è ufficialmente di nuovo insieme e l’attuale formazione vede, oltre a Callahan e allo storico sodale Andy Golding (chitarra e voce), Peter Wilkins (batteria) e Richard Golding (basso). Il terzo lavoro della nuova vita della band è uscito nel 2020 e si intitola Electric Music, un disco dove Callahan e Golding ci mostrano, grazie alle loro chitarre affilate e ai testi lucidi e impegnati, la visione di una Gran Bretagna divisa, una reazione allo snobismo e ai fallimenti all’interno del sistema politico britannico. La scrittura è emozionante, cupa, sincera e schiacciante come non mai e “Can’t See The Light ” è un brano davvero trascinante.

Nel 1990, a Portland nell’Oregon, Sam Coomes (voce, chitarra, tastiere), Janet Weiss (voce e batteria) e Brad Pedinov (basso) formarono la band Motorgoat. Il trio pubblicò due cassette autoprodotte e un singolo da 7 pollici prima di sciogliersi nel 1993. Coomes e Weiss (ex coppia nella vita) iniziarono quindi a registrare come duo nel 1993 con il nome Quasi. Nei primi concerti suonarono con vari musicisti aggiuntivi, ma alla fine decisero di esibirsi dal vivo anche come duo. Nel 1993 registrarono e pubblicarono autonomamente una cassetta e un CD. Registrarono R&B Transmogrification nello studio di registrazione nel seminterrato della band Pond di Portland e lo pubblicarono con la Up Records nel 1997. Pubblicarono altri due album con la Up: Featuring “Birds” nel 1998 e Field Studies nel 1999; entrambi gli album furono registrati ai Jackpot! Studios di Portland, Oregon.
Nel loro terzo lavoro, Featuring “Birds”, Sam Coomes e Janet Weiss affrontano temi come l’amore perduto e il suicidio su uno sfondo di garage-rock mescolato con un pop elettrico. In alcune tracce può ricordare Elliott Smith, che, pensate un po’, appare nei credits del disco come uno dei produttori esecutivi. La coppia cattura un senso di disillusione nei confronti del mondo moderno muovendosi tra rumore e bellezza, dipingendo un quadro di una vita rubata, di un vivere e amare tra un periodo di dipendenza lavorativa e l’altro. Un titolo come “I Never Want To See You Again” è esplicativo sul modus operandi dei due, che in ogni caso risultano sempre orecchiabili e sarcastici nella loro disillusione. Dopo tanti anni i due sono ancora in attività, con la Weiss che nel periodo 2006–2011 ha fatto parte dei Stephen Malkmus and the Jicks.

Quando cinque anni fa Vittorio Nistri mi scrisse su Facebook perché voleva mandarmi il nuovo album dei suoi Deadburger Factory ho provato orgoglio ed imbarazzo. Un imbarazzo stupito e misto a felicità perché Vittorio mi aveva confessato di aver scoperto Chris Forsyth, 75 Dollar Bill e Lovexpress grazie alle mie recensioni su OndaRock, e che per questo aveva pensato a me. Insomma, la cosa mi aveva davvero inorgoglito e reso felice, anche perché La Chiamata non è stato semplicemente uno dei dischi italiani più belli e compiuti usciti nel 2020 ma, già dallo straordinario artwork disegnato da un mostro sacro come Paolo Bacilieri, mostrava un voluto cambio di marcia rispetto al mercato musicale che ormai da anni tende verso la (quasi) eliminazione del supporto fisico. Il connubio immagini-musica è da sempre importantissimo, e quello che i nativi digitali stanno perdendo è proprio l’attenzione e lo sforzo di comprendere, di approfondire.
Il disco, corredato da due copertine di cui una stampata sul cofanetto-raccoglitore, comprendeva anche un libretto di 68 pagine contenente, oltre ad innumerevoli foto scattate durante le registrazioni ed altre informazioni, una sorta di rivista immaginaria chiamata Poor Robot’s Almanack le cui tematiche si intrecciano con quelle del disco: il crescente isolamento nelle nostre esistenze, l’essere soli anche se teoricamente in posti affollati: il social network come il centro commerciale. Oltre al nucleo storico della band fiorentina (Vittorio Nistri: tastiere, elettronica, testi, Simone Tilli: voce, Alessandro Casini: chitarra e Carlo Sciannameo al basso) hanno collaborato al disco moltissimi altri splendidi musicisti (Enrico Gabrielli, Silvia Bolognesi e molti altri) tra cui otto batteristi (tra i migliori che abbiamo in Italia) che a coppie hanno esaltato l’elemento percussivo e sciamanico al centro dell’opera. Un disco che si poneva al confine tra songwriting e sperimentazione, una varietà di linguaggio perfettamente a fuoco come nella clamorosa “La Chiamata” inserita nel podcast, brano che allo stesso Vittorio è venuto in mente vedendo le mobilitazioni di piazza per la Palestina, e rispondendo a tutti i benaltristi che pontificano che i cortei non aiuteranno Gaza City (come se starsene sul divano a non fare niente potesse essere più utile) ribatte proprio con la laconica e puramente emotiva risposta che, nel testo del brano il vecchio druido pazzo dava a coloro che dicono “….non servirà a niente”.
“Che non mi rompano i coglioni / quelli che ‘tanto finisce sempre male’ / Se hai un tamburo, devi suonare / Bang! Bang! Bang!”

Andiamo avanti nel podcast cambiando completamente atmosfera. Nello scorso episodio abbiamo parlato della grande media qualitativa delle nuove uscite di casa Constellation. In attesa della pubblicazione del nuovo Goldspeed You! Black Emperor prevista per il 4 ottobre, l’instancabile Efrim Manuel Menuck (Thee Silver Mt. Zion, All Hands_Make Light)ha creato un nuovo progetto dal nome ridondante. We Are Winter’s Blue And Radiant Children (abbreviato in WAWBARC), questo quartetto nuovo di zecca, vede la presenza di Mathieu Ball (chitarrista dei mai troppo lodati BIG|BRAVE), Jonathan Downs (chitarra, synth e voce) e Patch One (lapsteel, basso e batteria), questi ultimi due componenti degli Ada.
L’esordio No More Apocalypse Father è composto da sei brani di media lunghezza per 45 minuti di musica come sempre bella, epica, ad ampio respiro. Un afflato emozionale e profondo in cui si ritrovano in qualche modo quasi tutti i gruppi che volteggiano (è proprio il caso di dirlo) intorno al fulcro urgente ed estatico dei GY!BE. Una sorta di lenta psichedelia malinconica che ci avvolge con le sue spire fino a quando non ne possiamo fare a meno. La title track inserita in scaletta sparge solo una parte della loro infinita magia e catarsi emozionale.

A volte nei miei podcast ho il piacere di ritrovare gruppi ed artisti che, mi sono accorto, ho passato troppo di rado rispetto al loro merito. Stavolta parlo dei The Waterboys di Mike Scott. Durante la registrazione dello splendido This Is The Sea, Scott era rimasto estasiato dalla performance del violinista irlandese Steve Wickham all’interno del brano “The Pan Within”. Il rapporto di amicizia e stima tra i due diventa talmente stretta che Mike Scott, dopo essere stato ospite di Wickham a Dublino, s’innamora talmente in profondità dell’Irlanda da trasferirsi nell’isola verde nel 1986 rimanendoci per quasi sei anni. L’amore per la musica popolare celtica e per la poesia di W. B. Yeats, lo convince che non era necessario per il nuovo album cercare il suono pieno del fortunato disco precedente ma che poteva colpire al cuore anche con un’immediatezza e una freschezza diversa, quasi primitiva.
Le registrazioni di Fisherman’s Blues iniziano negli storici Windmill Lane Studios di Dublino, ma continueranno anche a San Francisco. Alla fine sarà talmente tanto il materiale registrato al 1986 al 1988 che nel 2013 è stato pubblicato Fisherman’s Box, 6 CD che contengono 121 tracce (di cui 80 inedite) registrate durante tutte le sessions. L’album è un emozionante ritorno alle radici, tra i 13 brani in scaletta trova anche spazio una meravigliosa versione del classico “Sweet Thing” di un grande irlandese come Van Morrison. Il brano che ho scelto è “And A Bang On The Ear”, dove il violino di Wickham e la voce e chitarra di Scott esprimono in modo meraviglioso e divertente le varie storie d’amore passate. Il brano, scelto come secondo singolo, ha raggiunto la vetta della classifica irlandese e il disco è uno dei vertici del gruppo, apice della loro creatività e manifesto di una passione enorme.

A volte gli anniversari fanno paura perché ci fanno rendere conto all’improvviso di quanto sia veloce lo scorrere del tempo. Quest’anno ha spento ben ventitre candeline un album che all’epoca girava con insistenza nel mio lettore CD. Il disco si intitola Neon Golden, ed è riuscito, con la sua sapiente miscela di (apparentemente) fredde iterazioni elettroniche e caldi suoni acustici, a creare una breccia indelebile nel mio cuore. In realtà, prima di arrivare a questa mirabile sintesi tra caldo e freddo, pop e sperimentazione, i The Notwist hanno percorso parecchia strada, non sempre riuscendo a trovare la retta via. Markus Acher, suo fratello Micha, Martin Messerschmid formano il gruppo nel 1989 vicino Monaco di Baviera e faticano a trovare delle coordinate musicali solide, passando dalla mistura di metal e grunge delle origini ad un indie rock che faticava a trovare una propria personalità.
Importante nell’imprimere una svolta è stato nel 1997 l’innesto di Martin Gretschmann, con le sue suggestioni elettroniche già sviluppate dietro al moniker di Console. Un anno più tardi Shrink cesella quell’incrocio tra post-rock, elettronica e pop che sarà il loro marchio di fabbrica. Nel 2002 Neon Golden non è altro che il risultato di un percorso importante, il disco giusto uscito nel momento giusto. Elegante e raffinato ma allo stesso tempo emozionale e caldo, le malinconiche composizioni di Markus Acher non hanno faticato a conquistare critica e pubblico. “Consequence” è solo una delle tante meraviglie che a distanza di due decenni ancora ci fanno emozionare.

Cambiamo decisamente atmosfera passando dal glitch elettronico (ma dalle calde emozioni) dei teutonici Notwist alla rassicurante e calda voce da crooner di Richard Hawley. Nato a Sheffield, Hawley è cresciuto in un quartiere popolare della città, ed ha dovuto affrontare numerosi interventi chirurgici a causa della palatoschisi da cui era affetto. Entrambi i suoi genitori erano musicisti: suo padre Dave è stato chitarrista in diverse band locali (alla sua morte, lo Sheffield Star lo ha definito una “leggenda della musica di Sheffield”), e sua madre Lynne era cantante. Fu il suo amico Jarvis Cocker nel 1997 a salvarlo dalla deriva di alcool e droghe che lo stava trascinando, portandolo in tour con i suoi Pulp. Successivamente ancora Cocker, dopo aver sentito alcuni demo nella sua casa di Sheffield, lo convinse a tornare in studio per completare il suo primo lavoro solista. Nel 2001 Late Night Final (chiamato così dagli strilli dei venditori dell’edizione serale dello Sheffield Star per le strade della città), fu un discreto successo di critica, e bastò per rilanciare le sue quotazioni e fargli trovare lo slancio per proseguire la sua carriera.
Dopo la chiusura della casa discografica Setanta Records, nel 2004 Hawley firmò il contratto con la Mute Records, del gruppo EMI, ma una disputa legale ritardò fino al settembre 2005 l’uscita del suo nuovo album. Coles Corner è stato il suo quarto lavoro in studio, dove Hawley (che appare in copertina con un mazzo di rose in mano) fa riferimento, come spesso accade, alla sua amata Sheffield, con un richiamo al luogo dove gli amici, gli innamorati si danno appuntamento per incontrarsi. Il ventennale del disco sarà celebrato da Hawley con tre concerti consecutivi nella sua città natale a Dicembre 2025. “The Ocean”, scelto anche come singolo, colpisce e avvolge con la sua voce calda, gli arrangiamenti orchestrali ricchi ma mai pesanti, e la classe di un artista apprezzato anche da molti musicisti come Mike Mills dei R.E.M. e Scott Walker che ne tesse spesso le lodi. Lo scorso anno Hawley ha pubblicato In This City They Call You Love, il suo decimo album in studio, dove mostra la sua consueta classe cristallina di autore.

Faccio di nuovo mea culpa. Un artista enorme di cui mi ricordo troppo poco spesso nella compilazione dei miei podcast. Che dire su Tom Waits che non sia già stato detto o sviscerato in tanti anni? Con i suoi alti (molti) e i suoi bassi (pochissimi), l’artista di Pomona non ha mai fatto un album che non sia onesto, diretto e passionale. Sin da ragazzo ha coltivato la passione per la musica, soprattutto per il jazz degli anni trenta, imparando a suonare il pianoforte. Contemporaneamente, si è appassionato alla letteratura beat cimentandosi nella scrittura di poesie. Nel 1971, durante un concerto nel notissimo Troubadour di Los Angeles, frequentato all’epoca da artisti come Tim Buckley, Bruce Springsteen e Rickie Lee Jones, suscita entusiasmo nel noto produttore Herb Cohen (già al lavoro con Frank Zappa e altri artisti dell’epoca) che lo ingaggia per produrre un album.
Dall’esordio di Closing Time nel 1973 le sue atmosfere notturne e la sua voce rauca e piena di pathos raccolgono sempre più il consenso di critica e pubblico. Nel 1977 Rickie Lee Jones diventa la sua musa ispiratrice, fino ad arrivare un anno dopo ad uno dei suoi vertici: Blue Valentine, dove la Jones appare anche nella foto in retrocopertina. Il suo sesto album in studio è stato registrato in sei sessioni dal 24 luglio al 26 agosto 1978, presso Filmways/Heider Recording, Hollywood, California. La sua voce a volte straziante e quasi melodica, talvolta abrasiva, racconta storie spettrali e romantiche, amori i impossibili e racconti di eterni perdenti come nel brano struggente che da il titolo all’album e chiude il podcast. Il disco è solo il primo dei tanti picchi (Swordfishtrombones, Rain Dogs, Bone Machine tanto per citarne alcuni) della sua lunga e straordinaria carriera.
Un grazie speciale va, come sempre, a Franz Andreani per la sua passione, la gestione di questa banda di pazzi e per la splendida riorganizzazione del sito già attiva da qualche anno. A cambiare non è stata solo la versione grafica del sito, ma anche la “filosofia” della podradio, con le rubriche che vanno ad integrarsi nella programmazione regolare sotto l’hashtag #everydaypodcast. Sulla nostra pagina Facebook troverete quotidianamente ogni upload del sito e, ormai da tempo, è attivo anche lo splendido canale YouTube della Radio, una nuova formula senza interruzioni ne spot per ascoltare la vostra-nostra musica preferita. Iscrivetevi numerosi, vi aspettiamo!
Nel prossimo episodio andrò sul sicuro parlando degli straordinari Hüsker Dü (vista la pubblicazione di 1985: The Miracle Year cofanetto che raccoglie anche lo straordinario intero concerto del 30 gennaio 1985 al First Avenue di Minneapolis) e di altre istituzioni del rock come The Dream Syndicate e Television. Ci sarà spazio per gli immortali Morphine e per le nuove leve del post punk americano come i Protomartyr. Come non ricordare le orchestrazioni dei Mercury Rev e fare un piccolo tuffo nel mondo tra post rock e elettronica con Seefeel e Bowery Electric. A 22 anni dalla scomparsa è sempre bello ricordare un enorme songwriter come Elliott Smith e fare un piccolo tributo ad un gigante del jazz e del ritmo in generale come Jack DeJohnette con un album solista e con la sua partecipazione a quella pietra miliare della musica tutta che è stato Bitches Brew di Miles Davis. A terminare il programma la magia della voce incantevole di Melanie De Biasio e le suggestioni oniriche da Glasgow dei The Blue Nile e dell’unico album solista del cantante del trio scozzese Paul Buchanan.
Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.
Intanto se volete potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perché no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web.
Per suggerimenti e proposte, scrivetemi senza problemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it.
Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto.
Buon Ascolto
TRACKLIST
1. THE YARDBIRDS: Happenings Ten Years Time Ago da ‘Yardbirds (Roger the Engineer)’ (1966 – Columbia)
2. THE LAST SHADOW PUPPETS: Meeting Place da ‘The Age Of The Understatement’ (2008 – Domino)
3. THE REPLACEMENTS: Bastards Of Young da ‘Tim’ (1985 – Sire)
4. SOUL COUGHING: Is Chicago, Is Not Chicago da ‘Ruby Vroom’ (1994 – Slash)
5. PRIMAL SCREAM: Damaged da ‘Screamadelica’ (1991 – Creation Records)
6. THE CORDS: Rather Not Stay da ‘The Cords’ (2025 – Skep Wax / Slumberland Records)
7. THE WOLFHOUNDS: Can’t See The Light da ‘Electric Music’ (2020 – A Turntable Friend)
8. QUASI: I Never Want To See You Again da ‘Featuring “Birds”’ (1998 – Domino)
9. DEADBURGER FACTORY: La Chiamata da ‘La Chiamata’ (2020 – Snowdonia)
10. WE ARE WINTER’S BLUE AND RADIANT CHILDREN: No More Apocalypse Father da ‘No More Apocalypse Father’ (2024 – Constellation)
11. THE WATERBOYS: And A Bang On The Ear da ‘Fisherman’s Blues’ (1988 – Chrysalis / Ensign)
12. THE NOTWIST: Consequence da ‘Neon Golden’ (2002 – City Slang)
13. RICHARD HAWLEY: The Ocean da ‘Coles Corner’ (2005 – Mute)
14. TOM WAITS: Blue Valentines da ‘Blue Valentines’ (1978 – Asylum Records)
