Home2024PodcastSEASON 19 EPISODE 07: “TimePeace” [Podcast] Podcast SEASON 19 EPISODE 07: “TimePeace” [Podcast] Ecco il settimo podcast di Sounds & Grooves Ā per la 19° stagione diĀ RadioRock.TO The Original In questa nuova avventura in musica troverete alcune meraviglie assortite e un gran finale tutto italiano A pensarci ĆØ incredibile che siano passati 19 anni da quando questa folle ma fantastica avventura chiamata Radiorock.to The Original ĆØ iniziata. Folle perchĆ© ormai la parola podcast ĆØ entrata di diritto nel lessico comune e sono migliaia i podcast musicali, di attualitĆ o di qualsiasi altro argomento a disposizione di chiunque. Ma diciannove anni fa ĆØ stata una vera e propria scommessa di un manipolo di matti inebriati dalla passione per la musica e dalla volontĆ di rendere facilmente fruibile un palinsesto che potesse parlare prevalentemente di rock senza disdegnare una panoramica sulla musica di qualitĆ a 360 gradi.Ā La nostra motivazione ĆØ stata quella di dare un segnale di continuitĆ con quella meravigliosa radio del passato che molti custodiscono nel cuore e a cui ho provato a dare un piccolo contributo dal 1991 al 2000. Tra il 1996 ed il 2000 molti di noi hanno lasciato progressivamente la radio in FM al suo destino ma l’idea non poteva essere replicata nell’etere visti i costi e la situazione legislativa dellāFM dellāepoca,. Fortunatamente però la passione e la voglia di fare radio e di ascoltare e condividere musica di qualitĆ , nonostante tutto, non ci ĆØ mai passata. Questa creatura continua orgogliosamente a remare controcorrente, cercando quella libertĆ in musica che nell’etere ĆØ ormai diventata una mosca bianca, ed esprimendo con forza la passione per la condivisione, per la ricerca, per l’approfondimento. Non dobbiamo aderire ad una cieca linea editoriale che ormai spinge esclusivamente il pulsante play dei servizi di streaming, ma ci lasciamo guidare semplicemente dal nostro cuore e dalla nostra passione. Fulvio Savagnone, Marco Artico, Giampiero Crisanti, Franz Andreani, Flavia Cardinali, Francesco Cauli, Ivan Di Maro, Massimo Santori aka Moonchild ed io proveremo ogni giorno a coinvolgervi con i nostri podcast regolari e con le rubriche tematiche di approfondimento, sperando di farvi sentire sempre di più parte di questa fantastica avventura. In questo settimo episodio stagionale parleremo di due meraviglie dell’indie rock psichedelico come Built To Spill e Arbouretum, incontreremo l’eclettismo sonoro dei The God In Hackney, e ascolteremo le storie di un’umanitĆ sempre in bilico dei The Delines. Il nuovo The Cure mi ha colpito cosƬ tanto che ho voluto tornare indietro al 1980, mentre ĆØ sempre piacevole riascoltare la sinergia scandinava di Bol & Snah e gli strumenti autocostruiti di Buke And Gase. Ascolteremo anche il nuovo splendido Mount Kimbie, la bravura incredibile dei The Books nell’assemblaggio sonoro e il pop sghembo dei Dirty Projectors prima di riascoltare il meraviglioso folk blues di Terry Callier e tornare indietro agli anni ’60 con The Zombies. Il finale ĆØ appannaggio di un grande musicista italiano come Vittorio Nistri: prima con il suo progetto Deadburger Factory, poi con un nuovissimo album che naviga meravigliosamente in paesaggi sonori tra sperimentazione e avanguardia insieme a Filippo Panichi.Ā Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to. Seguite il nostro hashtag: #everydaypodcast Download, listen, enjoy!!! Prima di partire con questo viaggio in musica potete effettuare il download del podcast anche nella versione a 320 kb/s semplicemente cliccando sul banner qui sotto. Scarica il podcast a 320 kb/s Doug Martsch (Photo: Jordi Vidal/Redferns) Un gran personaggio Doug Martsch. Dalla sua base di Boise, Isaho, era partito con il noise dei Treepeople, per poi creare la ragione socialeĀ Built To Spill, che in origine doveva essere una formazione che accoglieva intorno a lui diversi musicisti in continua rotazione. In realtĆ nel corso degli anni laĀ lineup si era stabilizzata come un trio che vedeva, oltre alla voce e alla chitarra di Martsch, il basso di Brett Nelson e la batteria di Scott Plouf. Il gruppo ha trovato una perfetta alchimia sonora nel 1997 con Perfect From Now On, dove si intersecano la loro abilitĆ melodica, il gusto per la psichedelia e una chitarra che a volte si lascia andare in lunghe e lancinanti maratone soliste. Il successivoĀ Keep It Like A Secret ne confermava le coordinate sonore rilanciandone stavolta anche le aspettative commerciali. Sperimentazione allāinterno di melodie di facile presa, ritornelli abbacinanti, psichedelia e indie-rock a braccetto. Per sugellare questo momento di grande forma e ispirazione, il gruppo nel 2000 fa uscire Live, dove il gruppo sul palco esprime pienamente tutto il suo straordinario potenziale. All’interno potete ascoltare una versione strepitosa di “Cortez The Killer” di Neil Young e la “I Would Hurt A Fly” inserita nel podcast. Nel 2012 Martsch ha di nuovo scombussolato le carte cambiando collaboratori. Lāattuale formazione, che ha fatto uscire due anni fa l’ottimo When the Wind Forgets Your Name, vede Josh Lewis al piano e una sezione ritmica con JoĆ£o Casaes al basso e LĆŖ Almeida alla batteria. Arbouretum (Photo: Facebook) Un gruppo che si ĆØ sempre ispirato ai classici e che, disco dopo disco, ĆØ riuscito a diventare a sua volta un classico. Questo ĆØ quello che mi sono sentito di dire su Dave Heumann e i suoiĀ ArbouretumĀ dopo aver ascoltato il loroĀ Coming Out Of The FogĀ pubblicato nel 2015. Il gruppo di Baltimora con quel disco aveva grosso modo ricalcato il sound del loro precedenteĀ The Gathering, con quel perfetto e ormai riconoscibile mix tra tradizione folk, psichedelia, stoner, blues e un certo cantautorato attinto a piene mani da quel Will Oldham di cui il leader della band ĆØ stato fido scudiero per anni. La scrittura ĆØ rimasta sempre fluida ed ispirata, le chitarre affilate, robuste e corpose, ma allo stesso tempo Heumann, insieme ai suoi fidati Corey Allender (basso), J.V. Brian Carey (batteria), e Matthew Pierce (tastiere e percussioni), era riuscito a deviare il corso della sua creatura accorciando gli assoli e aggiornando la tradizione. In un brano comeĀ āWorld Split Openā, una delle tracce migliori del lotto, possiamo trovare addirittura tracce di Thin White Rope. Pur essendo dipendenti da modelli ormai stabiliti, gli Arbouretum avevano trovato una propria personalitĆ , spiccata e riconoscibile, una matura classicitĆ capace di rendere la band davvero unica. Peccato che da quel disco ai giorni nostri la band abbia saputo sfornare prima il deboleĀ Song Of The Rose per poi riprendersi quattro anni fa con Let It All In. ChissĆ se Heumann e compagni saranno in grado di tornare ai livelli di eccellenza cui ci avevano abituato. The Cure (Photo: Dean Chalkley) Recentemente i contatti della mia “bolla” social non hanno fatto altro che postare (fortunatamente non tutti) il nuovo album dei The Cure, Songs Of A Lost World, uscito a 16 anni di distanza dal precedenteĀ 4:13 Dream. Ora, senza nulla voler togliere alla storia di un gruppo cosƬ importante nella storia degli ascolti degli amanti del rock, francamente non mi ĆØ sembrato un disco cosƬ importante, una volta passata la botta di adrenalina avuta nel riascoltare una band del genere dopo cosƬ tanti anni di silenzio. CosƬ, da buon bastian contrario, ho voluto riavvolgere il nastro e tornare alle origini di un gruppo che, in ogni caso, ha saputo mutare pelle restando allo stesso tempo sempre estremamente riconoscibile, e non ĆØ un pregio da poco. Glam, post-punk, new wave. Robert Smith e compagni hanno significato molto nella storia di un certo rock alternativo, che proprio dall’uscita di Seventeen Seconds, nel 1980, prendeva sfumature più dark andando ad impattare sull’immaginifico di un’intera generazione. Questo porterĆ il tastierista Matthieu Hartley alla decisione di uscire dal gruppo, ma Robert Smith insieme a Simon Gallup e Laurence Tolhurst proseguiranno nel loro percorso a tre che terminerĆ nel 1982 con Pornography. “A Forest”, che qui nel podcast troviamo nella versione dal vivo tratta dal loro primo live ufficiale Concert: The Cure Live registrato nel 1984, ĆØ stato il primo singolo estratto dall’album e un brano cardine nell’evoluzione del gruppo. The God In Hackney (Photo: Chris Bloor- Dan Fox) Questo ĆØ il nostro terzo album. Ć un disco che risponde alle ansie del momento: ecologia, isolamento, estinzione, tecnologia, lāappiattimento della storia, la morsa sclerotica di una cultura impantanata in citazioni, riferimenti e immaginazione svuotata.āĀ CosƬ iĀ The God In HackneyĀ hanno provato a raccontare in breveĀ The World In Air Quotes, disco purtroppo quasi ignorato dalle nostre parti (nonostante abbiano fan dal nome importante come Mike Watt o Thurston Moore) ma che ho trovato sorprendentemente interessante e coinvolgente. Il gruppo ĆØ composto dal nucleo centrale: Andy Cooke, Dan Fox, Ashley Marlowe e Nathaniel Mellors, ampliando poi la propria formazione includendo i polistrumentisti e compositori americani Eve Essex (Eve Essex & The Fabulous Truth, Das Audit, Peter Gordon & Love of Life Orchestra, Peter Zummo, Liturgy) e Kelly Pratt (Father John Misty, David Byrne/St Vincent, Beirut e Lonnie Holley tra i tanti). Dan Fox, Nathaniel Mellors e Andy Cooke si sono conosciuti alla scuola dāarte di Oxford, a metĆ degli anni Novanta, senza però allāepoca fare musica insieme, ma il gruppo esiste da ben 25 anni, anche se era nato come progetto parallelo dei Socrates That Practices Music, fondati da Cooke nel 1998 a Londra. Dunque The God In Hackney ĆØ un progetto ad ampio respiro, che pur partendo da basiĀ art rock che ricordano a tratti alcuni gruppi progressive del passato, ingloba diversi generi musicali, dal jazz al rock, risultando eclettici e mai banali, e riuscendo a non sfociare mai nellāonanismo strumentale, anzi, intrigando con gli intrecci di fiati, ritmi come nella cinematica strumentale āInterstate 5ā. Dice Dan Fox: āLavorare con Eve e Kelly ha ampliato il nostro senso di ciò che ĆØ musicalmente possibile con The God in Hackney. UnāabilitĆ che abbiamo acquisito alla scuola dāarte ĆØ stata quella di rimanere aperti a qualcosa di inaspettato durante il processo di scrittura, piuttosto che cercare di controllarne ogni aspetto. Fare arte ĆØ più eccitante quando non si sa con precisione cosa succederĆ ā. Ed ĆØ proprio lāinaspettato ad essere senza dubbio uno dei segreti di questo album intrigante. The Delines (Photo: thedelines.bandcamp.com) Personaggio straordinario Willy Vlautin. Capace di dare vita e forma con la sua voce, la sua chitarra e i suoi testi ad una splendida creatura come i Richmond Fontaine e a scrivere sei romanzi di successo. Non contento, dopo lo scioglimento di unāaffermata realtĆ dellāalt-country come i Richmond Fontaine, Vlautin ha creato una nuova entitĆ chiamataĀ The DelinesĀ rivestendo a nuovo la splendida voce di Amy Boone, corista negli ultimi tour della sua band precedente. Il quintetto di Portland, Oregon, conĀ The Sea DriftĀ ĆØ arrivato al suo terzo capitolo in studio che perfeziona lāalchimia tra country e soul dei due album precedenti. Storie di perdenti, di persone che camminano sempre sul bordo rischiando di perdere lāequilibrio. UnāumanitĆ raccontata in maniera empatica ed evocativa, con tutti i suoi languori e le sue debolezze, trasportata lungo la corrente del mare. Queste storie scritte da Vlautin vengono interpretate da straordinari musicisti: ci sono le tastiere, la tromba e gli arrangiamenti di un Cory Gray in stato di grazia, il basso soul di Freddy Trujillo, le misurate percussioni di Sean Oldham e un piccolo gruppo di altri musicisti che si sono uniti ai cinque comeĀ Kyleen e Patty King a violino e viola, Collin Oldham al cello e Noah Bernstein al sax. La voce di Amy Boone ĆØ più profonda ed empatica che mai (ascoltate l’apertura āLittle Earlā), come se il suo drammatico incidente dāauto del 2016 e la difficoltĆ della riabilitazione lāavessero resa ancora più conscia del dolore provato dai protagonisti dei racconti di Vlautin e capace di dare profonditĆ ai flussi sonori caldi, avvolgenti e raffinati creati dal gruppo.Ā The Sea Drift mantiene quello che la copertina promette: un album assolutamente evocativo, malinconico e bellissimo. Il 14 febbraio 2025 uscirĆ il nuovo Mr.Luck & Ms.Doom. Bol&Snah (Photo: Geir Mogen) Nel 1995 lāunione tra la batteria non convenzionale di Tor Haugerud, il synth di StĆ„le StorlĆøkken, la voce cristallina e i campionamenti di Tone Ć se (moglie di StorlĆøkken) e il sassofono di Tor Yttredal ha dato vita al progetto BOL, un foglio bianco dove i quattro musicisti hanno iniziato a modellare e dipingere il proprio suono tra jazz, improvvisazione e una personale forma di psichedelia elettronica. Qualche anno più tardi, ecco la collaborazione con SNAH, ovverosia il chitarrista dei Motorpsycho, Hans Magnus āSnahā Ryan. Il loro primo album con il nome di BOL & SNAH, uscito nel 2015, ha messo subito in chiaro la loro dinamica e il loro magniloquente scenario musicale sin dallāepicitĆ classica della prima traccia intitolata āThe Sidewalksā, dove la voce della cantante Tone Ć se svetta raggiungendo vette di grande lirismo e ricordando alcuni gruppi prog del passato che si avvalevano di voci femminili, uno su tutti, i Curved Air. La sua controparte chitarristica, Snah, può invece sfoderare tutto il suo amore per lāhard rock progressivo dei 70 nei riffoni hard-blues capaci di far infrangere alte onde schiumanti sugli scogli. Inutile negare che a volte il classicismo della proposta viene fuori appesantendo il tutto e rischiando di portare lāopera a fondo, ma i quattro musicisti riescono spesso a mascherarlo con un riuscito gioco di luci ed ombre come nellāincedere muscolare della āBriefingā inserita nel podcast, condotta da un notevole lavoro di Tor Haugerud dietro ai tamburi. So? Now? ĆØ un disco di notevole libertĆ espressiva che se da una parte sviluppa il rapporto tra natura e progresso, dallāaltra trova un equilibrio indomito tra classicitĆ epica e tensioni sperimentali. Mount Kimbie (Photo: T Bone Fletcher) Visto che i primi podcast del 2025 saranno appannaggio presumibilmente della mia personalissima classifica (cosa a cui, perdonatemi, non riesco a fare a meno), ho diradato le novitĆ discografiche da inserire nei podcast. Stavolta ho fatto due eccezioni. La prima ĆØ per un progetto che ĆØ sempre stato estremamente interessante, quello chiamato Mount Kimbie messo a punto da Kai Campos e Dom Maker che dal 2008 hanno via via saputo inserire nuove suggestioni nella loro musica, firmando quattro anni più tardi, un contratto con la prestigiosa Warp Records. Per il quarto album i due hanno voluto espandere ancora i propri orizzonti, aggiungendo in pianta stabile la cantante e tastierista Andrea Balency-BĆ©arn e il batterista Marc Pell che giĆ avevano collaborato con loro on stage. Il risultato ĆØ The Sunset Violent, un disco scritto e registrato a Yucca Valley, in California, e terminato a Londra, i cui umori risentono del tempo trascorso nel deserto californiano. Le stratificazioni elettroniche stavolta lasciano il passo alla chitarra di Campos, mai cosƬ presente e capace di portare il quartetto in un’orbita pop davvero sublime. Il tutto con la ciliegina sulla torta della collaborazionecon King Krule, che canta da par suo in due tra i migliori episodi del disco. Il primo singolo estratto, “Dumb Guitar”, ĆØ anche il brano che ho scelto per l’inserimento nel podcast, perfetto esempio di come i Mount Kimbie siano riusciti a sfiorare la perfezione in ambito electro-pop senza rinunciare alle suggestioni oniriche che li hanno resi famosi. Buke And Gase (Photo: Grant Cornett) Cāera una volta (iniziano cosƬ quasi tutte le fiabe, almeno ai miei tempi) una ragazza ed un ragazzo, i loro nomi erano Arone Dyer e Aron Sanchez. I due iniziarono presto a suonare in alcune band post punk a Brooklyn dove vivevano, ma ad un certo punto sentirono il bisogno di allargare i loro orizzonti.Ā Nel 2007 decisero quindi di formare una band tutta loro ma avevano una brutta gatta da pelare: pur essendo solo due, volevano suonare in modo totalmente nuovo e come un intera band e, non bastasse, Arone (la fanciulla) aveva un problema cronico al tunnel carpale. Il loro dilemma sembrava di difficile risoluzione ma i due non si persero dāanimo e si misero a costruire da soli i loro strumenti. Da questa curiosa catena di montaggio a gestione familiare uscƬ fuori prima un ukulele baritono a sei corde collegato ad alcuni distorsori autocostruiti (ilĀ BUKE, suonato da Arone), poi un curioso ibrido tra chitarra e basso assemblato mettendo insieme alcuni pezzi di una Volvo degli anni ā60 e dei tubi idraulici (ilĀ GASE, suonato da Aron). Va da se che anche il nome della nuova band era bello e pronto:Ā Buke And Gase. Il disco di esordio dove i due hanno iniziato ad affinare il loro folk-indie-pop di avanguardia si intitolava General Dome, pubblicato ormai undici anni fa dalla Brassland dei fratelli Dessner (The National). āHoudini Crushā apre lāalbum come meglio non si potrebbe: i loro strani strumenti suonano come chitarre acustiche dal volume incredibilmente gonfiato e pompato, le percussioni a piede dettano il ritmo, la Dyer mostra una notevole padronanza della voce mentre i loro virtuosismi, vista la particolaritĆ degli strumenti, si evidenziano soprattutto negli arrangiamenti. I due poi non hanno avuto la carriera che ci si poteva aspettare, in ogni caso A Record Of uscito quattro anni fa, pur non brillando, non era poi malaccio. Nick Zammuto e Paul de Jong (Photo: Gregory Comollo) Continuiamo il podcast con suoni che possiamo definireĀ āpoco convenzionaliā. Nel 1999 il chitarrista Nick āZammutoā Willscher e il violoncellista Paul De Jong si sono trovati a condividere lo stesso appartamento a NYC trovando terreno musicale fertile nellāamore per la tradizione folk americana e per lāuso diĀ samplingĀ eĀ field recordings. I due decisero di fare musica insieme sotto il nome diĀ The Books, trovando lāappoggio dellāetichetta Tomlab incuriosita dalle sperimentazioniĀ ācut and pasteā dei due. De Jong e Zammuto non si trovavano sicuramente nella migliore situazione logistica per comporre i brani dellāesordio (De Jong tra New York e lāOlanda, Zammuto tra Maine e Georgia) ma sono riusciti in una sorta di miracolo a distanza pubblicando nel corso del 2002 il primo capitolo della loro avventura intitolato Thought For Food. Poco dopo l’uscita dell’esordio, la band si trasferƬ a North Adams, nel Massachusetts, vicino a dove Zammuto si era laureato al Williams College nel 1999, studiando chimica e arti visive iniziando a registrare The Lemon Of Pink. La varietĆ delle suggestioni sonore andava di pari passo con la struttura compositiva, dove i due si sono divertiti con i loro giochi di addizione e sottrazione, tra field recordings,Ā samples di voci che spuntano ovunque, frammenti di folk e altri strumenti ricomposti con maestria. Un collage di suoni e voci che potrebbe sembrare dispersivo, ma che invece ĆØ riuscito a convincere con la sua intelligente folktronica, confermando i The Books come alfieri di unāeccitante maniera di gestire una vasta biblioteca sonora.Ā āThe Lemon Of Pink Part IāĀ ĆØ solo uno dei 14 eccitanti episodi, anche grazie alla voce di Anne Doerner, che compongono il secondo di una parabola discografica di incredibile valore prima dello scioglimento della ragione sociale avvenuto nel 2010. Dirty Projectors (Photo: Jason Frank Rothenberg) David Longstreth dopo la rottura con lāex compagna sul palco e nella vita Amber Coffin era riuscito nel 2018 con Lamp Lit Prose a ritrovare lāispirazione per condurci sulle sue strade pop-rock sghembe e poco convenzionali, illuminato da quelle bolle rosse e blu che giĆ campeggiavano nel 2009 sulla copertina di uno dei suoi album più riusciti a nome Dirty Projectors:Ā Bitte Orca. Accompagnato da Juliane Graf (trombone), Mauro Refosco (percussioni), Nat Baldwin (basso, tastiere), Mike Johnson (batteria) e molti altri musicisti (tra cui anche Tyondai Braxton), Longstreth aveva messo in campo tutte le sue ispirazioni più riuscite, tra indie folk e una vena black. Anche le collaborazioni dimostrano lāequilibrio della proposta, tra Robin Pecknold (Fleet Foxes) eĀ Syd, tra indie-folk e soul. Le sue armonie complesse e caleidoscopiche fanno centro spesso e volentieri, posizionandosi con un equilibrio mirabile al confine perfetto traĀ mainstream e sperimentazione, senza mai risultare banale. Ć un disco che ci fa riappacificare con il Longstreth pieno di carica vitale, espressa con sovrapposizioni di voci, chitarre, archi e fiati in uno splendido caleidoscopio sonoro. Ascoltate per credere la trascinante “Thatās A Lifestyle” inserita nel podcast. Questo, purtroppo, ĆØ anche stato l’ultimo lavoro pubblicato dal gruppo che ormai ĆØ in silenzio da ben 6 anni. Terry Callier (Photo: Michael Jackson) Terry Callier, nato a Chicago nel 1945, ĆØ stato tra i primi nel periodo a cavallo tra i ā60 ed i ā70 ad unire il folk ed il soul grazie alla sua splendida chitarra e alla sua voce calda e passionale. Nel 1972 l’artista pubblicò il suo secondo album intitolato Occasional Rain. Nonostante il discreto successo del singoloĀ āOrdinary Joeā, le vendite non furono quelle sperate in partenza, anche se lāalbum ebbe un più che discreto ritorno da parte della critica. La musica di Terry Callier era un mix di ricercatezza e accessibilitĆ ma allāepoca il grande pubblico preferiva seguire le classiche linee guida della Motown. Nel 1983 Callier si ritirò dalle scene per dedicarsi agli studi di programmazione informatica, venne assunto dalla University of Chicago e frequentò le scuole serali al college per arrivare a laurearsi in sociologia. Negli anni ā90 si era completamente reinventato, collaborando con artisti della scena trip-hop come i Massive Attack (cui aveva prestato la voce per una canzone meravigliosa come āLive With Meā), e pubblicando un album nuovo a ben diciannove anni dal precedente come il meraviglioso TimePeace da cui ho tirato fuori “Timepeace / No One Has To Tell You / Build A World Of Love”. Proprio il successo di questo grande ritorno (che si aggiudicò il premio Time For Peace delle Nazioni Unite per migliore impresa artistica che contribuiva alla pace nel mondo) rivelò ai suoi colleghi della University of Chicago la sua parallela carriera di musicista, e come risultato ci fu (incredibilmente) il licenziamento in tronco. La sua incredibile storia purtroppo si ĆØ interrotta nel 2012 quando un brutto male ce lo ha portato via a soli 67 anni. The Zombies (Photo: Brie Cubelic) Facciamo un triplo salto mortale all’indietro nel tempo, per andare a trovare uno dei gruppi più importanti della scena beat britannica degli anni ’60. Capitanati dal talentuoso tastierista Rod Argent e dal cantante Colin Blunstone, i The Zombies nascono nel 1961 a St Albans, nell’Hertfordshire. E’ stato proprio il modo di suonare raffinato di Argent a distinguerli dagli altri gruppi beat dell’epoca. Dopo aver vinto un concorso promosso dalla Decca Records (etichetta famosa, tra l’altro, per aver rifiutato un contratto ai Beatles degli esordi), gli Zombies videro finalmente pubblicato nel 1964 il loro primo singolo “She’s Not There”, che divenne un successo mondiale e raggiunse il primo posto nelle classifiche americane, trainando il loro esordio autointitolato che venne pubblicato l’anno successivo. Un nuovo contratto con la CBS e un nuovo album che avrebbe dovuto lanciare il gruppo in maniera definitiva. Il condizionale ĆØ d’obbligo in quanto nonostante le proficue sessioni di registrazione (nonostante un budget limitato) presso gli EMI Studios (gli attuali Abbey Road Studios), Odessey And Oracle venne pubblicato nell’indifferenza quasi totale di critica e pubblico, provocando di fatto lo scioglimento della band. In realtĆ l’album avrebbe dovuto chiamarsi Odyssey And Oracle ma il titolo con cui il disco ĆØ entrato nella storia fu il risultato di un errore del disegnatore della copertina, Terry Quirk, amico del bassista Chris White. La band cercò in qualche modi di camuffare lo sbaglio al momento della pubblicazione sostenendo che l’errore di scrittura fosse intenzionale. “Care of Cell 44” inserito nel podcast ĆØ stato il primo singolo estratto e la dimostrazione delle grandi capacitĆ di scrittura di Rod Argent. Deadburger Quando quattro anni fa Vittorio Nistri mi scrisse su Facebook perchĆ© voleva mandarmi il nuovo album dei suoi Deadburger Factory ho provato orgoglio ed imbarazzo. Un imbarazzo stupito e misto a felicitĆ perchĆ© Vittorio mi aveva confessato di aver scoperto Chris Forsyth, 75 Dollar Bill e Lovexpress grazie alle mie recensioni su OndaRock, e che per questo aveva pensato a me. Insomma, la cosa mi aveva davvero inorgoglito e reso felice, anche perchĆ© La Chiamata non ĆØ stato semplicemente uno dei dischi italiani più belli e compiuti usciti nel 2020 ma, giĆ dallo straordinario artwork disegnato da un mostro sacro come Paolo Bacilieri, mostrava un voluto cambio di marcia rispetto al mercato musicale che ormai da anni tende verso la (quasi) eliminazione del supporto fisico. Il connubio immagini-musica ĆØ da sempre importantissimo, e quello che i nativi digitali stanno perdendo ĆØ proprio lāattenzione e lo sforzo di comprendere, di approfondire. Il disco, corredato da due copertine di cui una stampata sul cofanetto-raccoglitore, comprendeva anche un libretto di 68 pagine contenente, oltre ad innumerevoli foto scattate durante le registrazioni ed altre informazioni, una sorta di rivista immaginaria chiamata Poor Robotās Almanack le cui tematiche si intrecciano con quelle del disco: il crescente isolamento nelle nostre esistenze, lāessere soli anche se teoricamente in posti affollati: il social network come il centro commerciale. Oltre al nucleo storico della band fiorentina (Vittorio Nistri: tastiere, elettronica, testi, Simone Tilli: voce, Alessandro Casini: chitarra e Carlo Sciannameo al basso) hanno collaborato al disco moltissimi altri splendidi musicisti (Enrico Gabrielli, Silvia Bolognesi e molti altri) tra cui otto batteristi (tra i migliori che abbiamo in Italia) che a coppie hanno esaltato lāelemento percussivo e sciamanico al centro dellāopera. Un disco che si poneva al confine tra songwriting e sperimentazione, una varietĆ di linguaggio perfettamente a fuoco come nella clamorosa āBlu Quasi Trasparenteā inserita nel podcast e che chiude lāintero lavoro. Vittorio Nistri e Filippo Panichi Quattro anni dopo Vittorio Nistri lo ha fatto di nuovo. Non solo ha composto e realizzato un album meraviglioso insieme a Filippo Panichi, ma me lo ha anche voluto donare in una splendida versione in doppio vinile con tre facciate incise ed un meraviglioso booklet di ben 23 pagine! Vittorio Nistri – Filippo Panichi ĆØ uno dei migliori album pubblicati nel corso del 2024 da artisti italiani, un suono molto diverso dai Deadburger Factory, che mostra il lato più sperimentale e meno “rock” di Nistri grazie all’apporto di un musicista più avvezzo a certe sonoritĆ come Panichi. Il disco ĆØ avvincente nel suo mescolare atmosfere lisergiche, flussi di avanguardia, panorami immaginifici quasi di memorie kraut. C’ĆØ anche l’apporto di una sorta di ensemble di musica da camera (violoncello, viola, contrabbasso, trombone, clarinetto, sassofono), con splendidi musicisti come Enrico Gabrielli (Calibro 25, The Winstons),Ā Silvia Bolognesi (Art Ensemble of Chicago), Giulia Nuti, Pietro Horvath, tutti tesi nel creare atmosfere di avanguardia e sperimentazione mai fini a loro stesse. Bello perdersi nei solchi di una musica costruita con passione, nelle pagine del libretto con splendide illustrazioni di Beppe Stasi, per un connubio suoni-immagini che stupisce e convince, come nella splendida “La Risacca Dell’Alba” che chiude questo podcast. Un disco straordinario che sfugge a qualsiasi catalogazione, creando un microcosmo nuovo e immaginifico tutto da esplorare, sicuramente da inserire nella lista dei migliori del 2024, non solo italiani. Un grazie speciale va, come sempre, a Franz Andreani per la sua passione, la gestione di questa banda di pazzi e per la splendida riorganizzazione del sito giĆ attiva da qualche anno. A cambiare non ĆØ stata solo la versione grafica del sito, ma anche la āfilosofiaā della podradio, con le rubriche che vanno ad integrarsi nella programmazione regolare sotto lāhashtag #everydaypodcast. Sulla nostra pagina Facebook troverete quotidianamente ogni upload del sito e, ormai da tempo, ĆØ attivo anche lo splendido canale YouTube della Radio, una nuova formula senza interruzioni ne spot per ascoltare la vostra-nostra musica preferita. Iscrivetevi numerosi, vi aspettiamo! Ci risentiamo tra due settimane per l’ultimo podcast del 2024 quando ascolterete una session live di un gruppo britannico importante come i Television Personalities, ritroverete il genio psichedelico di Syd Barrett, ascolterete le storie degli American Music Club e l’incompiuto potenziale dei The Sleepers. Ci saranno anche molti album di rilievo usciti nell’anno che sta per finire: il rock psichedelico mediorientale tra Grecia e Turchia dei trascinanti Buzz’ Ayaz, il folk contaminato da jazz e post-rock degli Ugly (subito dopo aver riascoltato i caleidoscopici amici Black Country, New Road), le suggestioni cinematiche dei Dead Bandit (dopo le antiche meraviglie dei Disco Inferno), il grande ritorno della coppia Gillian Welch & David Rawlings, una Ani DiFranco in gran spolvero dopo la cura BJ Burton e la sinergia di pop alternativo tra Caroline Shaw e il collettivo SÅ Percussion. Ci sarĆ anche l’album della svolta dei Wilco ed il gran finale sarĆ appannaggio delle meraviglie ritmiche di John Colpitts aka Kid Millions (negli Oneida) dietro al nome di Man Forever. Il tutto sarĆ , come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to. Intanto se volete potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perchĆ© no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web. Per suggerimenti e proposte, scrivetemi senza problemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it. Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto. Buon Ascolto Ascolta o scarica il podcast da radiorock.to TRACKLIST 01. BUILT TO SPILL: I Would Hurt A FlyĀ da Ā āLiveāĀ (2000 – City Slang) 02. ARBOURETUM: Renouncer Ā da Ā āComing Out Of The FogāĀ (2013 – Thrill Jockey) 03. THE CURE: A ForestĀ da Ā āConcert – The Cure LiveāĀ (1984 – Fiction Records) 04. THE GOD IN HACKNEY: Interstate 5 Ā da Ā āThe World In Air QuotesāĀ (2023 – Junior Aspirin Records) 05. THE DELINES: Little EarlĀ daĀ āThe Sea DriftāĀ (1980 – Decor Records, El Cortez Records) 06. BOL & SNAH: BriefingĀ Ā da Ā āSo? Now?āĀ (2015 – Gigafon) 07. MOUNT KIMBIE: Dumb Guitar Ā da Ā āThe Sunset ViolentāĀ (2024 – Warp Records) 08. BUKE AND GASE: Houdini Crush Ā daĀ āGeneral DomeāĀ (2013 – Brassland) 09. THE BOOKS: The Lemon Of Pink IĀ Ā daĀ āThe Lemon Of Pinkā (2003 – Tomlab) 10. DIRTY PROJECTORS: That’s A LifestyleĀ Ā da Ā āLamp Lit ProseāĀ (2018 – Domino) 11. TERRY CALLIER: Timepeace / No One Has To Tell You / Build A World Of Love Ā daĀ āTimePeaceāĀ (1998 – Verve Forecast) 12. THE ZOMBIES: Care Of Cell 44Ā Ā daĀ āOdessey And OracleāĀ (1968 – CBS) 13. DEADBURGER FACTORY: Blu Quasi TrasparenteĀ daĀ āLa ChiamataāĀ (2020 – Snowdonia) 14. VITTORIO NISTRI – FILIPPO PANICHI: La Risacca Dell’AlbaĀ daĀ āVittorio Nistri – Filippo Panichiā (2024 – Snowdonia) SPOTIFY PLAYLIST MIXCLOUD FACEBOOK POST TWITTER POST https://t.co/mhp0KpML6S - The Original #everydaypodcast https://t.co/t289KfS4rV The Original di Stefano Santoni https://t.co/ar1HwecNUp #everydaypodcast via @RadiorockTO— SoundsAndGrooves (@SoundsGrooves) December 6, 2024 INSTAGRAM POST Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da Stefano Santoni (@__soundsandgrooves__) Stefano Share This Previous ArticleSEASON 19 EPISODE 06: "When I Dream" [Podcast] Next ArticleSEASON 19 EPISODE 08: "Three Wishes" [Podcast] Comments (0) Leave a Reply Cancel replyYour email address will not be published. Required fields are marked *Your CommentName * Email * Website Δ Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti. 19 Dicembre 2024