Ecco il primo podcast di Sounds & Grooves per la 20° stagione di RadioRock.TO The Original
In questa avventura in musica troverete il consueto andirivieni sonoro nel tempo e nello spazio.
20 anni… A pensarci è incredibile che siano passati già quattro lustri da quando questa folle ma fantastica avventura chiamata Radiorock.to The Original è iniziata. Folle perché ormai la parola podcast è entrata di diritto nel lessico comune e sono migliaia i podcast musicali, di attualità o di qualsiasi altro argomento a disposizione di chiunque. Ma venti anni fa è stata una vera e propria scommessa di un manipolo di matti inebriati dalla passione per la musica e dalla volontà di rendere facilmente fruibile un palinsesto che potesse parlare prevalentemente di rock senza disdegnare una panoramica sulla musica di qualità a 360 gradi. La nostra motivazione è stata quella di dare un segnale di continuità con quella meravigliosa radio del passato che molti custodiscono nel cuore e a cui ho provato a dare un piccolo contributo dal 1991 al 2000. Tra il 1996 ed il 2000 molti di noi hanno lasciato progressivamente la radio in FM al suo destino ma l’idea non poteva essere replicata nell’etere visti i costi e la situazione legislativa dell’FM dell’epoca,. Fortunatamente però la passione e la voglia di fare radio e di ascoltare e condividere musica di qualità, nonostante tutto, non ci è mai passata.
Questa creatura continua orgogliosamente a remare controcorrente, cercando quella libertà in musica che nell’etere è ormai diventata una mosca bianca, ed esprimendo con forza la passione per la condivisione, per la ricerca, per l’approfondimento. Non dobbiamo aderire ad una cieca linea editoriale che ormai spinge esclusivamente il pulsante play dei servizi di streaming, ma ci lasciamo guidare semplicemente dal nostro cuore e dalla nostra passione. Fulvio Savagnone, Marco Artico, Giampiero Crisanti, Franz Andreani, Flavia Cardinali, Francesco Cauli, Ivan Di Maro, Massimo Santori aka Moonchild ed io proveremo ogni giorno a coinvolgervi con i nostri podcast regolari e con le rubriche tematiche di approfondimento, sperando di farvi sentire sempre di più parte di questa fantastica avventura.
In questo primo episodio stagionale troverete la consueta alternanza tra novità, capolavori della storia del rock e dischi/artisti da riscoprire. Tra le novità state per ascoltare il ritorno degli splendidi Big Thief, la malinconia indie pop di Glenn Donaldson aka The Reds, Pinks and Purples oltre al ritorno dello sloveno di adozione Chris Eckman con uno splendido album intimista e di BC Camplight che ripercorre un suo trauma infantile con abilità e sarcasmo. Dall’altra parte ripercorreremo in lungo ed in largo la storia del rock nel nome del compianto Ozzy Osbourne con i maestri Black Sabbath, e il ricordo anche di Randy Rhoads, il primo chitarrista di Ozzy. Andremo anche parlare di hard rock in ambito afroamericano con i Living Colour e i dimenticati Death, ritroveremo il talento di Ryley Walker, la psichedelia dei Flaming Lips. il pop caleidoscopico dei The Boo Radleys, il talento dei trasformisti Field Music e la follia di uno dei gruppi più interessanti del momento, i Tropical Fuck Storm. Concluderemo con un gruppo irlandese caduto nell’anonimato ma capace di esordire in maniera meravigliosa come gli Hothouse Flowers. Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.
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Non era una persona e un artista qualsiasi John Michael “Ozzy” Osbourne, a volte ricordato più per le sue stranezze e trasgressioni vere o presunte che per il suo reale valore artistico che non è stato affatto da sottovalutare. Quarto di sei figli in una famiglia operaia, Ozzy non ha avuto certamente una vita facile. Dislessico e con un deficit dell’attenzione, ha avuto un’esperienza scolastica breve che gli ha regalato il suo famoso soprannome, derivato dal fatto che non riusciva a pronunciare il proprio cognome senza esitare, dunque pressappoco «Os-os-os-bourne». Paradossalmente uno dei compagni di scuola che maggiormente detestava si chiamava Anthony Frank Iommi, noto in futuro come Tony Iommi. A salvare il giovane Ozzy fu la sua passione per la musica: dopo alcune esperienze in piccole band ottenne un prestito da suo padre con cui comprò un amplificatore da 50 Watt e attaccò in una bacheca di un noto negozio di dischi di Birmingham un annuncio che recitava: «Ozzy Zig requires gig. Owns own P.A.».
A rispondere fu proprio Tony Iommi, stupito che proprio il suo acerrimo nemico del periodo scolastico fosse un cantante in cerca di una band. Iommi si presentò a Ozzy insieme al batterista Bill Ward e all’altro chitarrista Geezer Butler. I quattro decisero in via definitiva di chiamarsi Black Sabbath, nome preso dal titolo americano del film di Mario Bava “I Tre Volti Della Paura”, un horror a episodi del 1963. Le atmosfere cupe, i granitici riff di Iommi, la voce sgraziata ma efficace di Ozzy nel sottolineare le suggestioni occulte e tenebrose hanno reso il gruppo una sorta di unicum nella storia del rock, uno dei primi gruppi heavy metal della storia e fondamentali per la nascita di alcuni sottogeneri come doom metal e lo stoner rock. Per rappresentare l’importanza del gruppo ho scelto “Children Of The Grave”, tratto dal terzo Master Of Reality, dove i 4 sviluppano un suono molto più lento e tetro, “pesante” ed “ossessivo” nei ritmi e nei riff. Il brano, uno dei loro più famosi, tratta tematiche pacifiste ed antimilitariste, esortando i giovani del tempo (siamo nel 1971) ad impegnarsi attivamente nel tentativo di riportare il mondo su una buona strada.

Continuiamo a celebrare Ozzy andando a trovarlo in un album dal vivo che celebrava la vita e il talento di Randy Rhoads, chitarrista della sua band scomparso in un tremendo incidente aereo. All’inizio della sua carriera solista Ozzy aveva ingaggiato come bassista Dana Strum (poi con gli Slaughter) che gli raccomandò di visionare un certo Randy Rhoads, chitarrista dei giovani emergenti Quiet Riot. Rhoads conquistò subito Ozzy per il suo bagaglio tecnico che affondava le radici nella musica classica e fece parte della prima line up del suo gruppo. Anche se non era mai stato un grande amante dei Black Sabbath (per usare un eufemismo), Rhoads accettò comunque l’incarico, anche su consiglio della madre che pensava che fosse l’occasione giusta per permettere al figlio di conquistare il definitivo successo. Rhoads partecipò ai primi due album di Ozzy, ma il 18 marzo 1982, durante il “Diary Of A Madman Tour”, il gruppo fece tappa al Civic Coliseum di Knoxville, nel Tennessee. Terminato il concerto la band si diresse verso Orlando per prendere parte al “Rock Super Bowl XIV” insieme ad artisti come Foreigner, Bryan Adams e UFO. Lungo la strada il gruppo passò vicino alla casa dell’autista del loro bus, un complesso abitativo composto da tre case con un hangar per aeroplani ed una pista d’atterraggio.
All’interno di uno degli hangar della struttura, era parcheggiato un aeroplano e l’autista Andrew Aycock, essendo provvisto di un brevetto di pilota, decise di fare un giro sul velivolo ed invitò a volar con lui il tastierista Don Airey. Dopo un breve volo a bassa quota Aycock imbarcò sul mezzo la parrucchiera Rachel Youngblood e Randy Rhoads. Questa volta il pilota decise di esibirsi in un pericoloso “stunt”, girando attorno al bus della band e sfiorandolo per tre volte, nel tentativo di svegliare coloro che dormivano al suo interno con il rombo del motore. Al quarto passaggio, l’ala sinistra dell’aereo toccò il bus parcheggiato colpendo un albero di pino prima di schiantarsi sul garage della casa uccidendo Randy Rhoads sul colpo. L’album Tribute venne pubblicato per rendere omaggio alla memoria di Randy Rhoads solo nel 1987 perché Ozzy preferì rimandare la pubblicazione in quanto riteneva che rappresentasse una speculazione sulla morte del chitarrista. Parte dei ricavati della vendita vennero devoluti alla famiglia del musicista. Il brano scelto è stato “Mr. Crowley“ uno dei brani più noti della carriera solista di Ozzy e che contiene uno degli assolo più spettacolari del compianto chitarrista.

Non fatevi ingannare dalla data di pubblicazione del disco. I Death sono un gruppo formato a Detroit, Michigan, nel 1971 dai fratelli Bobby (basso, voce), David (chitarra) e Dannis Hackney (batteria, percussioni). Il trio iniziò inizialmente come gruppo funk e r’n’b, ma passò presto ad un suono più duro, soprattutto spinti dalla chitarra di David che in qualche modo anticipa non solo il punk ma anche gruppi provenienti dalla stessa città come Stooges o MC5. Inizialmente il trio si era dato il nome di Rock Fire Funk Express, proprio David convinse i fratelli nel 1974 a cambiare il nome della band in Death, dopo la morte del padre in un incidente. In realtà in questo modo il chitarrista voleva in qualche modo trasformare la morte da negativa a positiva. Nel 1975, i Death registrarono sette canzoni scritte da David e Bobby presso gli United Sound Studios di Detroit con il tecnico Jim Vitt.
Sembra che all’epoca il presidente della Columbia Records Clive Davis finanziò le sessioni di registrazione, ma implorò la band di cambiare il proprio nome in qualcosa di più appetibile dal punto di vista commerciale. Quando gli Hackney si rifiutarono, Davis decise di non metterli sotto contratto. Il gruppo registrò solo sette canzoni invece della dozzina prevista ma l’unica pubblicazione fu quella del singolo “Politicians in My Eyes” con una tiratura di sole 500 copie. Quelle sessioni hanno visto la luce solo nel 2009 grazie alla lungimirante Drag City che ha pubblicato le registrazioni del 1975 sotto il nome di …For the Whole World to See. Proprio quel singolo è il brano scelto per il podcast, brano che lascia intuire la potenza di quella che forse è stata l’unica band protopunk afroamericana. I fratelli Hackney decisero di chiudere l’avventura Death nel 1977.

Restiamo a parlare di hard rock in ambito afroamericano. Probabilmente il gruppo più conosciuto sono i Living Colour, gruppo formato a New York City dal chitarrista Vernon Reid, nato a Londra ma cresciuto a NYC. Reid aveva un passato di chitarrista jazz, con collaborazioni con artisti del calibro di Ronald Shannon Jackson, Jamaaladeen Tacuma, John Zorn e Bill Frisell. Molti musicisti ruotavano intorno alla formazione che il musicista aveva chiamato Vernon Reid’s Living Colour, prima di trovare la formazione definitiva nel 1986 con il cantante/attore Corey Glover, il bassista Muzz Skillings, e il batterista Will Calhoun. Nello stesso anno la band ingaggiò il lighting designer Andy Elias per potenziare i propri concerti dal vivo con produzioni visive esplosive.
Con un impianto visuale notevole oltre al loro grande impatto sonoro, i Living Colour iniziarono ad acquisire esperienza nei tour esibendosi regolarmente in uno dei club con maggior fascino della Grande mela, il CBGB. La svolta arrivò grazie all’interesse di Mick Jagger che per la registrazione di Primitive Cool, il suo secondo album solista, aveva fatto un’audizione a Vernon Reid. Jagger si dimostrò entusiasta della performance del gruppo e questo attirò l’attenzione della Epic Records, pronta a metterli sotto contratto. Vernon Reid, intervistato nel 2018, ha ricordato l’accordo come un trionfo agrodolce: “Abbiamo dovuto ottenere l’approvazione di una persona che incarnava letteralmente lo spirito del rock ‘n’ roll, il fatto che lui sia venuto a vederci e ci abbia apprezzato, per poi ritrovarci in prima linea, è pazzesco”. Il loro esordio, Vivid, ricordò al mondo le radici afroamericane del rock stesso, con il loro suono che mescolava hard rock, funk e jazz, con l’impegno sociale che professavano apertamente. “Cult Of Personality” che apriva il loro dirompente esordio, è rimasta nel tempo una delle loro canzoni simbolo. Tre album notevoli, poi il cambio di bassista e tre altri album arrivati a distanza di parecchi anni senza gli scossoni dello straordinario esordio.

Ogni tanto, saltuariamente, devo per forza tornare a Oklahoma City per trovare i miei prediletti The Flaming Lips. Wayne Coyne, Steven Drozd e Michael Ivins (nucleo centrale del gruppo) non hanno mai smesso di sperimentare, di cambiare pelle, di giocare a modo loro sia con il pentagramma che con tutto quello che gli ruota attorno. Questa è sempre stata (forse) la loro dannazione e (sicuramente) la nostra benedizione. Un calderone istrionico che abbracciava all’inizio la psichedelia pura, ma che non ha mai disdegnato di confrontarsi con diversi altri stili musicali. Dai giochi sul palcoscenico con le mani giganti (recentemente rubate e poi ritrovate), il supermegafono, la bolla di plastica dentro la quale Wayne Coyne si muove sul pubblico, i giochi pirotecnici, i milioni di coriandoli.
Sono arrivati anche alle sperimentazioni sul suono stesso della band con i famosi “parking lot experiments”, ovverosia 40 cassette create dal gruppo che dovevano essere suonate contemporaneamente all’interno di un parcheggio. Ultimamente l’ispirazione di Wayne Coyne e compagni sembra leggermente appannata, ma visto quante cose belle ci hanno fatto ascoltare nel corso degli anni direi che possiamo perdonargli alcuni lavori non propriamente a fuoco. Stavolta solo tornato indietro al 1993, quando i nostri hanno pubblicato il loro sesto lavoro in studio (il secondo per la Warner Bros.) intitolato Transmissions from the Satellite Heart, disco che vede l’ingresso momentaneo di Ronald Jones al posto del dimissionario Jonathan Donahue, pronto a dedicarsi anima e corpo ai Mercury Rev. L’atmosferica “Chewin the Apple of Yer Eye” è stata la mia scelta per rappresentare il disco nel podcast .

Abbiamo già avuto a che fare con l’australiano Gareth Liddiard, che, con i suoi The Drones, aveva deliziato i nostri padiglioni auricolari con la giusta miscela di psichedelia, folk e blues deviato. Il cantante-chitarrista di Melbourne, insieme alla sodale Fiona Kitschin, nel 2017 ha abbandonato la vecchia ragione sociale, prendendo a bordo la batterista Lauren Hammel e la polistrumentista Erica Dunn e creando una nuova entità chiamata Tropical Fuck Storm. La nuova creatura si è mossa da subito senza impacci, partendo dal DNA della band precedente e arricchendolo di imprevedibili soluzioni sonore di follia visionaria, coerenti con la personalità del suo leader. Definiti da qualcuno “maestri del noise senza confini”, gli australiani hanno pubblicato nel corso di questo 2025 il loro quarto album Fairyland Codex.
Il disco è stato pubblicato il 20 giugno dalla loro nuova etichetta, la Fire Records, dopo avere letteralmente bruciato le tappe con i primi tre album per Joyful Noise, arrivati fino al #7 della TOP10 australiana. Dopo aver inserito subito in un podcast della scorsa stagione il primo estratto dal disco “Bloodsport”, carico di un’anarchia sociale ben studiata, caratterizzato da un funk in stile Talking Heads e da un break di chitarra incalzante, ho voluto riproporre subito il disco nel primo episodio stagionale per sottolineare la bellezza di un album che sicuramente finirà della mia playlist di fine anno. Chiunque ami il rock mai ordinario e le linee sghembe o originali non può non approcciare con entusiasmo il suono degli australiani che piazzano subito il colpo ad inizio album con la pazzesca “Irukandji Syndrome”. Ormai non ci sono più dubbi sulla qualità di un gruppo che si conferma unico e straordinario.

Abbiamo parlato più di una volta su queste pagine di Ryley Walker, un songwriter -chitarrista dell’Illinois capace con il suo talento di intraprendere un affascinante percorso partito da una perfetta integrazione della sua scrittura con il retaggio della scena folk britannica degli anni ’70. Dopo il successo di Primrose Green, Walker ha evidenziato degli album seguenti la splendida irrequietezza di un artista sempre in cerca di cambiamento. Nei i solchi dei suoi album possiamo trovare non solo tutte le influenze apertamente dichiarate durante l’arco della sua carriera, ma anche altre ispirazioni e riferimenti sempre nuovi oltre a mostrare una notevole personalità e unicità. Il tutto messo al servizio di una scrittura non facile ma sempre perfettamente a fuoco tra rilassamenti bucolici e momenti sperimentali, accordi aperti e accelerazioni sincopate improvvise. Un itinerario tortuoso, irrequieto, alla ricerca di una strada che sembra difficile da trovare, ma che all’improvviso appare in tutto il suo splendore davanti all’ascoltatore.
Questa irrequietezza mostrata apertamente in musica purtroppo non ha risparmiato il Ryley Walker uomo. Nel 2018, dopo essersi trasferito a New York City, la sua dipendenza da alcool e droghe è arrivata ad un punto critico, costringendolo a chiedere aiuto e ad abbandonare le scene per un periodo di riabilitazione necessario visto il difficile stato fisico e psicologico in cui versava. La sua nuova vita è iniziata due anni fa con la creazione della sua personale label chiamata Husky Pants Records è con un album, Course In Fable, prodotto da un personaggio cardine della storia recente di Chicago in musica come John McEntire. Course In Fable è lo specchio un artista che ha sempre voglia di progredire artisticamente, che si annoia facilmente e che è giunto in una fase di piena maturità artistica in cui riesce con disinvoltura a creare un incredibile e avventuroso equilibrio tra sperimentazione e struttura classica, riuscendo a non ripetere mai le stesse soluzioni. “A Lenticular Slap” è uno dei vertici dell’album, quasi 8 minuti dove ci si perde e ci si ritrova, mentre Walker si diverte a piazzare piccoli labirinti di complessità variabile da cui ne esce con sorprendente facilità grazie ad aperture armoniche e melodiche di tale bellezza liberatoria da togliere il fiato.

Glenn Donaldson è un personaggio straordinario, timido ma dalla grande qualità di scrittura che dietro al nome di The Reds, Pinks and Purples, ha creato un indie pop melodico a bassa fedeltà nello stile della fine degli anni ’80, abbozzando le canzoni pop più semplici e dolci a partire dagli elementi più essenziali: accordi di chitarra strimpellati, accentuati da occasionali linee di synth o tastiera Casio, sostenuti dal delicato ticchettio di una drum machine, con testi così amaramente malinconici e leggermente misantropici che sarebbero strazianti se la musica stessa non fosse così accattivante. Per il suo album numero 10 in 6 anni di attività Donaldson si è accasato con la Fire Records, sperando che possa dargli quella visibilità e quel pizzico di successo in più che meriterebbe.
Alla firma del contratto Donaldson ha detto: “La Fire ha uno dei cataloghi più iconici della musica indie, sono onorato di lavorare con loro. Considero The Chills, Television Personalities, The Lemonheads, Spacemen 3 e altri come fondamentali per la mia formazione.” e come dargli torto. In realtà The Past Is A Garden I Never Fed non è propriamente un nuovo album, ma una sorta di antologia di 14 canzoni tratte dalle oltre 200 che il songwriter ha via via pubblicato esclusivamente in digitale sulla sua pagina Bandcamp. Il suo jangle-pop e la sua attitudine DIY risulta sempre incredibilmente affascinante, così come i suoi testi carichi di delusioni amorose e incertezza sul futuro. “I Only Ever Wanted To See You Fail” è il brano perfetto per descrivere la sua abilità compositiva. “La musica serve a creare l’atmosfera, mi piacciono le canzoni tristi ma cerco di intrecciarle con l’umorismo, è quel tipo di tristezza che è come se si ridesse di se stessi”.

The Boo Radleys sono una band britannica attiva negli anni ’90, stranamente mai apprezzata come avrebbe meritato. In realtà. basterebbe l’ascolto del loro miglior lavoro, Giant Steps, per rendergli giustizia una volta per tutte. Si sono formati nel 1988 a Wallasey, città non distante da Liverpool, nella Merseyside, una collocazione geografica di discreta importanza nella storia del rock. La prima formazione vedeva Rob Harrison alla batteria (sostituito prima da Rob Harrison e successivamente da Rob Cieka), il cantante-chitarrista Simon “Sice” Rowbottom, il bassista Timothy Brown ed il chitarrista e principale compositore Martin Carr. La band prese il nome da uno dei personaggi-chiave del capolavoro letterario di Harper Lee “Il buio oltre la siepe”. Il loro primo album Ichabod and I, nonostante la scarsa distribuzione ed ancora il più scarso successo, fece drizzare le antenne a quelli della Rough Trade che riuscirono a vedere il vero potenziale del gruppo.
I loro primi singoli, in bilico tra shoegaze ed indie rock, vennero raccolti successivamente in un album intitolato Learning To Walk, mentre i lavori successivi, pubblicati dalla Creation Records di Alan McGee nel suo periodo d’oro, hanno avuto maggior successo, mostrando una creatività ed un interesse multiforme sconosciuto ad altre band dello stesso periodo e della stessa etichetta. Sebbene siano stati associati al britpop, direi che ci troviamo abbastanza lontani da quel mondo anche se alcuni dei loro brani flirtano non poco con quel tipo di sonorità. In realtà. basterebbe l’ascolto del loro miglior lavoro, Giant Steps, per rendergli giustizia una volta per tutte: un album che nel 1993 vede il chitarrista e compositore Martin Carr desideroso di allontanarsi dagli orpelli shoegaze delle precedenti uscite della sua band. In questo modo l’album è diventato un crogiolo di suoni appena scoperti, che comprendeva elementi di dub, noise rock, psichedelia anni Sessanta, jazz, ambient e dance per formare la quintessenza dell’album eclettico degli anni novanta. Un caleidoscopio di suoni con il pop britannico a fare da solida impalcatura ad una serie di deviazioni tutte estremamente riuscite. Il successivo Wake Up! due anni più tardi non riuscì a ricalcare le meraviglie del predecessore anche se non mancavano i singoli trascinanti come la “Wake Up Boo!” inserita nel podcast.

Loro sono una band che è riuscita a confermare la propria continua evoluzione sonora album dopo album. Nel 2020, a corollario della mia recensione di Two Hands scrivevo così dei Big Thief: “Dopo il grande successo di critica e pubblico con U.F.O.F. la band di Brooklyn ha rischiato grosso facendo uscire due album così ravvicinati. Ma a conti fatti si può dire che la pubblicazione di Two Hands fa vincere loro la sfida, e se continueranno su questo solco non avranno problemi a ritagliarsi un ruolo di primo piano nel panorama folk-rock”. Ero stato facile profeta, visto che Adrianne Lenker (voce e chitarra), Buck Meek (chitarra e cori), Max Oleartchik (basso), e James Krivchenia (batteria) sono riusciti davvero a ritagliarsi un ruolo di primissimo piano, e non semplicemente nel panorama folk-rock.
E se tre anni fa con Dragon New Warm Mountain I Believe In You, i quattro avevano mostrato un orizzonte sonoro articolato e ben messo a fuoco, mostrando una maturità compositiva impressionante nello spaziare dal folk-rock alla psichedelia, dal blues elettrico al country-rock, il loro ritorno nel 2025 ne conferma il valore assoluto. Ridotti a trio dopo l’abbandono del bassista Max Oleartchik i tre non si sono persi d’animo e hanno composto molti brani nuovi. Al posto di trovare un nuovo bassista sono tornati dove tutto era iniziato, a Manhattan, circondati dai vecchi amici di Brooklyn. I tre hanno accolto la collaborazione di diversi musicisti ed amici ai Power Station di NYC, registrando in modo atipico per loro, come in una lunga jam session. Il risultato è stato l’ennesimo disco meraviglioso intitolato Double Infinity, nove tracce tra cui la splendida “Grandmother” cantata insieme a Laraaji, uno dei pionieri della new age. La Lenker ha affermato che la canzone “sfida l’idea di ciò che può essere il rock ‘n’ roll”, descrivendola come un’esplorazione di “due infiniti… il microcosmo e il macrocosmo, la dicotomia con cui conviviamo in ogni momento, sapendo che i nostri corpi moriranno ma provando questo senso di uno spirito infinito”, riflettendo su come la musica possa combinare tra loro forze contrastanti.

Quando ero piccolo amavo vedere una delle prime trasmissioni dedicate ai cartoni animati. Si chiamava “Gulp! Fumetti in TV“, ed il mio personaggio preferito era un buffo investigatore privato che si chiamava Nick Carter. Insieme ai fidi Patsy e Ten, Carter era sempre capace di smascherare le malefatte del suo acerrimo nemico: il maestro del travestimento Stanislao Moulinski. I fratelli Peter e David Brewer da Sunderland, attivi da un decennio sotto il nome di Field Music, mi ricordano un po’ il simpatico Moulinsky nel loro essere ironicamente abili trasformisti. ma con una differenza sostanziale, perché i due non fanno nulla per nascondere i loro travestimenti, rendendoci liberi di scoprirli a mano a mano che procediamo nell’ascolto delle loro composizioni.
Già dal primo album autointitolato uscito nel 2005, hanno saputo pescare dalla new wave e dall’art pop degli anni ’70, mischiandolo con un certo tipo di post-punk e con le armonie vocali della Motown. Le strutture dei Roxy Music, dei 10CC, degli XTC (tanto per citare altri espliciti riferimenti), sono la base di partenza su cui i due amano costruire il loro wall of sound che ha la grande prerogativa di suonare estremamente lineare e semplice anche quando le sovrastrutture melodiche e di tessitura vocale potrebbero far crollare il tutto. E se i primi due album, con diverse modalità, hanno permesso ai due di ottimizzare la loro tecnica di fermare lo scorrere del tempo, scattando delle istantanee qua e là, per poi riproporle vestite a nuovo, nel 2010 con Field Music (Measure) i fratelli britannici sono riusciti a perfezionare un suono assolutamente distintivo nonostante i molteplici ed evidenti modelli di riferimento come dimostra la splendida “All You’d Ever Need To Say” inserita in scaletta. Interessante pensare che un duo così talentuoso per sbarcare il lunario sia costretto ad esibirsi come cover band dei The Doors…

Quando ha iniziato a pubblicare dischi nel 2005, con il supporto di membri che poi sarebbero entrati a far parte dei War On Drugs e la partecipazione come guest-star all’album Epic di Sharon Van Etten, il futuro di Brian Christinzio aka BC Camplight sembrava luminoso. “Ma se fossi rimasto sarei morto. Punto”. Così il songwriter ha seguito il consiglio di un amico di sfuggire alle sue dipendenze da alcol e droga a Philadelphia e di trasferirsi a Manchester, dando vita nel 2014 al suo album di debutto per Bella Union, How To Die In The North. Ma non aveva fatto i conti con la burocrazia: appena due giorni prima della sua pubblicazione è stato espulso dal paese. Tornato nel Regno Unito (con passaporto italiano), realizza Deportation Blues, ma pochi giorni prima della sua uscita, nel 2016, muore il padre, scatenando un esaurimento che ispira Shortly After Takeoff, l’ultima parte di quella che Christinzio chiama la sua Trilogia di Manchester.
C’è una maledizione che dice che BC Camplight non può andare avanti senza essere rimandato indietro? Che il suo materiale migliore debba necessariamente nascere da un trauma emotivo? Ogni suo album sembra avere una tragedia alle spalle, e il suo nuovo A Sober Conversation non fa eccezione: il virtuoso cantautore e pianista Brian Christinzio documenta gli ultimi due anni della sua vita, affrontando finalmente un trauma infantile sconvolgente mentre affronta il recupero dall’alcolismo, per creare il suo album più coraggioso e rivelatore. È un album avvincente, a tratti inquietante, quasi concettuale, caratterizzato da una spietata purificazione tragicomica e da melodie sublimi e intricate, che intrecciano testi febbrili e ironici ad arrangiamenti istrionici che mostrano le sua capacità di pianista. L’iniziale “The Tent” mostra con il suo incedere le violenze subite da ragazzo facendo i conti con il suo passato turbolento e il suo talento.

Arriviamo quasi a fine podcast parlando di un grande artista come Chris Eckman che duranti gli anni ’80 ha saputo creare insieme a Carla Torgerson un’entità come The Walkabouts che trovava una propria dimensione attingendo dalla musica country e folk e rivestendola con ricchi arrangiamenti. Eckman ha sempre abuto un legame simbiotico non solo con la città dove vive ma anche con le comunità locali di musicisti affini. Lo stesso legame che aveva con Seattle è riuscito a ricrearlo anche a Lubiana, capitale della Slovenia dove si è trasferito già da parecchi anni. I suoni tipici dell’Europa dell’Est lo hanno talmente coinvolto da trasferirli anche nel progetto Dirtmusic condiviso insieme ad un altro viaggiatore musicale come Hugo race.
Eckman è anche il cofondatore e responsabile dell’etichetta Glitterbeat, e questo sembra aver dato uno slancio interiore alla sua produzione solista, culminata ad inizio 2025 con un album meravigliosamente intimista e riflessivo come The Land We Knew The Best. Un album caldo da ascoltare ascoltare mentre il fuoco arde nel camino. Un suono costruito con chitarra acustica, basso, violino e una sezione di archi arrangiati dalla compositrice belga Catherine Graindorge. Il disco sembra essere scaturito dal bisogno di creare un luogo sicuro, la mancanza di una vecchia casa e allo stesso tempo il desiderio di vagare e cercarne una nuova. La splendida malinconia dell’iniziale “Genevieve” ci porta subito in un’atmosfera intima dove l’ausilio dei compagni di avventura Žiga Golob (contrabbasso) e Blaž Celarec (batteria) è fondamentale per creare magia e poesia.

Chiudiamo il podcast con un gruppo irlandese sottovalutato e quasi dimenticato, ma che in patria a fine anni ’80 lottava in popolarità addirittura con gli U2. Gli Hothouse Flowers si sono formati nel 1985, quando Liam Ó Maonlaí e Fiachna Ó Braonáin, che si conoscevano fin da bambini, hanno iniziato a esibirsi come buskers per le strade di Dublino con il nome di “The Incomparable Benzini Brothers”. A loro si unì Peter O’Toole e nel giro di un anno vinsero diversi premi come artisti di strada diventando talmente popolari che la rivista Rolling Stone li definì “la migliore band senza contratto discografico in Europa”. A quel punto vennero notati proprio da Bono Vox che li prese per la sua etichetta Mother Records facendogli pubblicare il loro primo singolo, “Love Don’t Work This Way”. Questo portò rapidamente a un contratto ben più importante con la London Records, sussidiaria della PolyGram.
Il loro primo album, People, è stato pubblicato nel maggio 1988 ed è stato l’album di debutto di maggior successo nella storia irlandese. Ha raggiunto la prima posizione in Irlanda nel giro di una settimana e la seconda posizione nella classifica degli album del Regno Unito. Al successo contribuì il singolo “Don’t Go”, che fu trasmesso durante l’Eurovision Song Contest 1988 svoltosi in Irlanda. Il successo del disco li portò sui palchi dei festival più importanti, da Reading e Leeds al Glastonbury Festival. La splendida ballata “If You Go” che chiude il podcast racconta del loro modo di saper unire la musica tradizionale irlandese con il soul. Dopo un anno il gruppo pubblicò il secondo album, Home, registrato durante il lungo tour. Non ottenne il successo commerciale dell’esordio tranne il primo posto in classifica in Australia. L’insuccesso del terzo Songs From The Rain portò Liam Ó Maonlaí a prendere la decisione di prendersi una pausa di riflessione. Il gruppo è ancora in attività, incidendo a singhiozzo fino al 2016, quando uscì Let’s Do This Thing, ad oggi il loro ultimo lavoro in studio.
Un grazie speciale va, come sempre, a Franz Andreani per la sua passione, la gestione di questa banda di pazzi e per la splendida riorganizzazione del sito già attiva da qualche anno. A cambiare non è stata solo la versione grafica del sito, ma anche la “filosofia” della podradio, con le rubriche che vanno ad integrarsi nella programmazione regolare sotto l’hashtag #everydaypodcast. Sulla nostra pagina Facebook troverete quotidianamente ogni upload del sito e, ormai da tempo, è attivo anche lo splendido canale YouTube della Radio, una nuova formula senza interruzioni ne spot per ascoltare la vostra-nostra musica preferita. Iscrivetevi numerosi, vi aspettiamo!
Nel prossimo episodio troverete la consueta alternanza tra novità, capolavori della storia del rock e dischi/artisti da riscoprire. Dallo straordinario sestetto libanese SANAM, che apre una strada di contaminazioni oriente-occidente e di libertà espressiva di cui abbiamo davvero bisogno in questi giorni oscuri il #podcast proseguirà sulla strada tracciata dalla Constellation Records insieme ai FYEAR e al produttore dei SANAM Jerusalem In My Heart. Sono rimasto stupito dal numero di album registrati da un contrabbassista straordinario come Danny Thompson, che ci ha lasciato da poco e che è stato capace di scaldare con il suo suono un’epoca straordinaria del folk-rock britannico con i suoi Pentangle. Tante altre collaborazioni, alcune più “classiche” come John Martyn o Nick Drake, altre che non ricordavo affatto come i Talk Talk di The Colour of Spring. A chiudere la prima parte ci pensano i LANKUM con la loro modalità di rivitalizzare il folk. Ci sarà una piccola parentesi dedicata ad un meraviglioso genere musicale come il Paisley Underground con due istituzioni: Rain Parade e Green On Red. A chiudere il tutto ci penseranno due novità come il ritorno dei Saint Etienne e di Neil Hannon che ritrova le sue melodie migliori nel nuovo The Divine Comedy. E se Ani DiFranco già parlava tristemente di come gli USA fossero una “Subdivision” già nel 2001, il gran finale sarà dedicato ad uno dei gruppi storici di quella meravigliosa, zuccherosa e straordinaria avventura chiamata Sarah Records: i Blueboy.
Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.
Intanto se volete potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perché no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web.
Per suggerimenti e proposte, scrivetemi senza problemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it.
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Buon Ascolto
TRACKLIST
1. BLACK SABBATH: Children Of The Grave da ‘Master Of Reality’ (1971 – Vertigo)
2. OZZY OSBOURNE: Mr. Crowley da ‘Randy Rhoads Tribute’ (1987 – CBS)
3. DEATH: Let The World Turn (Recorded 1975) da ‘…For The Whole World To See’ (2009 – Drag City)
4. LIVING COLOUR: Cult Of Personality da ‘Vivid’ (1988 – Epic)
5. THE FLAMING LIPS: Chewin’ The Apple Of Yer Eye da ‘Transmissions From The Satellite Heart’ (1993 – Warner Bros. Records)
6. TROPICAL FUCK STORM: Irukandji Syndrome da ‘Fairyland Codex’ (2025 – Fire Records)
7. RYLEY WALKER: A Lenticular Slap da ‘Course In Fable’ (2021 -Husky Pants Records)
8. THE REDS, PINKS & PURPLES: I Only Ever Wanted To See You Fail da ‘The Past Is A Garden I Never Fed’ (2025 – Fire Records)
9. THE BOO RADLEYS: Wake Up Boo! da ‘Wake Up!’ (1995 – Creation Records)
10. BIG THIEF: Grandmother (feat. Laraaji) da ‘Double Infinity’ (2025 – 4AD)
11. FIELD MUSIC: All You’d Ever Need To Say da ‘Field Music (Measure)’ (2010 – Memphis Industries)
12. BC CAMPLIGHT: The Tent da ‘A Sober Conversation’ (2025 – Bella Union)
13. CHRIS ECKMAN: Genevieve da ‘The Land We Knew The Best’ (2025 – Glitterhouse Records)
14. HOTHOUSE FLOWERS: If You Go da ‘People’ (1988 – London Records)
