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PROTOMARTYR – Hotel Usona

REVIEWS · SOUNDS & GROOVES
PROTOMARTYR

HOTEL USONA

Un viaggio nelle stanze dell’America contemporanea, tra post-punk, politica e inquietudini di un impero in disfacimento
2 OTTOBRE 2026
8,2 / 10
PHOTO — TREVOR NAUD

Quando a Detroit il cantante Joe Casey si unì ad una band chiamata Butt Babies, nessuno poteva prevedere che da quell’incontro sarebbe nata un’alchimia estremamente potente chiamata Protomartyr. Composti, oltre a Casey, dal chitarrista e polistrumentista Greg Ahee, dal batterista Alex Leonard e dal bassista Scott Davidson, i Protomartyr sono diventati sinonimo di assemblaggi caustici e impressionistici di politica e poesia, tanto letterali quanto obliqui, già dall’esordio del 2014 intitolato Under Color Of Official Right. I cinque album in studio successivi hanno progressivamente evidenziato l’urgenza emotiva e la grande abilità del quartetto di Detroit nel dipingere affreschi diretti e precisi, grazie all’alchimia tra un suono post-punk estremamente potente e un messaggio sociale sempre lucido e messo a fuoco.

Per il settimo capitolo della loro carriera, che arriva a tre anni e mezzo da Formal Growth In The Desert, i quattro hanno deciso di affidare le chiavi dello studio di registrazione a Dave Fridmann (Nick Cave, MGMT, The Flaming Lips) per sviluppare quello che probabilmente è stato il loro lavoro più stimolante e complicato: cercare di confrontarsi con gli orrori del momento che stiamo vivendo. Il risultato è Hotel Usona, appena pubblicato dalla Domino, 45 minuti di musica tanto profonda e densa quanto estenuante.

Il secondo mandato di Trump ha evidentemente colpito in profondità Casey, tanto da fargli immaginare il proprio Paese come un albergo dalla porta dorata ma dall’interno invecchiato e quasi fatiscente, nel quale ogni stanza è occupata da una canzone diversa e presenta un problema sociale diverso. E quelle camere, nella sua visione, non sono confinate agli Stati Uniti: sono distribuite in tutto il mondo, come se l’hotel fosse diventato anche la metafora di un impero globale, di un sistema di influenza che ha esteso i propri corridoi ben oltre i confini americani. La musica di Greg Ahee, Alex Leonard e Scott Davidson mantiene la tensione tipica della band, ma allarga il vocabolario con nuove influenze, comprese sonorità mediorientali ed elementi della exotica degli anni Cinquanta, grazie ai fiati del figlio di Fridmann, Jon, che troviamo dappertutto, come corridoi che collegano le diverse stanze dell’hotel.

L’avvio di “The Old Hotel” mi ha dato subito l’impressione di un invito ad entrare, con una calma apparente che nei Protomartyr raramente dura a lungo. Ma basta ascoltare le prime immagini evocate da Casey per capire che dietro quella porta dorata non c’è un luogo accogliente: le stanze sono mezze vuote, i corridoi diventano l’unico posto in cui sopravvivere e chi dovrebbe occuparsi dell’hotel è già ubriaco sul lavoro. Poi Alex Leonard comincia a spingere sulla batteria, sempre più presente e incessante, mentre i fiati aprono il brano e sembrano volerlo rendere più luminoso. La tensione cresce sotto questa superficie fino a diventare impossibile da ignorare. Casey, da buon giocatore di poker, lascia emergere le sue carte solo quando è il momento giusto.

“Sound We Cannot Hear” è il primo singolo estratto ed è davvero una botta notevole, con Leonard che continua a spingere in maniera forsennata sulla batteria mentre le chitarre costruiscono un paesaggio più inquieto che aggressivo. È un brano che non ha bisogno di forzare i toni per trasmettere disagio: la tensione è già dentro la struttura, nei cambi di ritmo, nelle chitarre che sembrano non trovare mai una posizione stabile e nella voce di Casey, sempre mantenuta a quella distanza quasi narrativa che è da sempre una delle caratteristiche più riconoscibili dei Protomartyr.

“Converts” parte da un fraseggio di chitarra insolitamente vicino al jazz per i Protomartyr, mentre i fiati sembrano di nuovo alleggerire il tutto. Ma sotto questa superficie più ariosa Casey mette nel mirino il cinismo con cui il cattolicesimo può essere piegato all’opportunismo e alla convenienza, rivolgendosi in maniera abbastanza esplicita all’attuale vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance. È un altro esempio di come la band riesca ad allargare il proprio linguaggio musicale senza perdere quella capacità di trasformare un tema politico in qualcosa di personale e tagliente.

Con “Exalted Eagles” l’allegoria dell’hotel diventa invece ancora più scopertamente americana. L’aquila che campeggia sulla copertina è anche il simbolo degli Stati Uniti e qui Casey la trasforma nell’immagine di un Paese alle prese con le proprie contraddizioni. Il brano parte da una frase quasi sarcastica, “We got a bad review“, per arrivare rapidamente a parlare di violenza, responsabilità e complicità. La domanda non è più soltanto se l’hotel meriti una buona recensione, ma se sia ancora possibile continuare a soggiornarvi e, soprattutto, suggerirlo a qualcun altro. È uno dei momenti in cui Casey riesce ad essere più tagliente proprio perché non ha bisogno di alzare la voce.

“Feed The Sewer” cambia nuovamente registro e diventa uno dei brani più ossessivi del disco. La voce filtrata di Casey sembra arrivare da dentro quella stessa fogna che dà il titolo alla canzone, mentre il drumming di Leonard, pesante e martellante, non concede quasi tregua. Qui il bersaglio è l’intelligenza artificiale e, più in generale, quel flusso incessante di contenuti, informazioni e ignoranza che attraversa la rete e finisce per alimentare una sorta di fogna collettiva che tutti assorbiamo anche attraverso le notizie. Non c’è soltanto la paura per ciò che l’AI può produrre, ma la sensazione che il problema sia già tutto intorno a noi: continuiamo ad alimentare il sistema mentre il sistema continua a restituirci la propria malattia.

La lenta marcia tribale di “Lavender – Gospel” porta il disco dentro un’altra delle stanze più inquietanti dell’hotel: quella della guerra sempre più automatizzata. Il brano parla dell’uso dei droni nei conflitti armati, macchine capaci di eseguire freddamente la propria missione senza che dietro ogni decisione ci sia più necessariamente una presenza umana, con tutto ciò che questo comporta in termini di responsabilità e compassione. Non è un caso che Lavender e Gospel siano anche i nomi di due sistemi di puntamento assistiti dall’intelligenza artificiale: due parole apparentemente innocue che, dentro questa lenta marcia tribale, assumono un significato decisamente più sinistro.

Le tastiere e i fiati di “Third Country” ci portano invece davanti all’orrore di una terza nazione costruita sul sangue di poveri innocenti, un luogo che sembra esistere soltanto attraverso le immagini deformate della propria violenza. In mezzo a questo scenario rimane solo “il canto dell’uccello notturno, e due vecchi sciocchi innamorati”: un’immagine talmente esplicita da non avere bisogno di ulteriori spiegazioni. La musica sembra sospesa in questo paesaggio irreale fino a quando le chitarre distorte irrompono e accompagnano l’uscita dall’hotel dell’orrore.

È qui che arriva “Checking Out“, che nel finale assume un doppio significato. Da una parte Casey sta lasciando l’Hotel Usona, deluso dalle sue promesse di sfarzoso splendore americano e da ciò che ha trovato una volta varcata la soglia. Dall’altra si rende conto che per riuscire davvero ad andarsene deve in qualche modo distaccarsi dalla realtà, costringendosi a ignorare gli orrori che continuano a circondarlo. Uscire dall’Hotel, quindi, non significa necessariamente essere liberi: significa anche scegliere di non guardare più ciò che accade nelle stanze alle proprie spalle.

PRO
  • Un album ambizioso che amplia il linguaggio dei Protomartyr senza snaturarlo
  • La produzione di Dave Fridmann, ricca ma sempre funzionale alla tensione dei brani
  • Il drumming di Alex Leonard, particolarmente presente e incisivo
  • Fiati, tastiere e nuove influenze che allargano il vocabolario sonoro della band
  • La scrittura di Joe Casey, capace di trasformare l’attualità politica in immagini potenti e spesso inquietanti
CONTRO
  • La densità del disco può rendere l’ascolto impegnativo, soprattutto nella parte centrale
  • Alcune soluzioni sonore e tematiche risultano talmente cupe da lasciare poco spazio alla leggerezza

Hotel Usona è un disco difficile da liquidare dopo un solo ascolto, perché dietro la sua apparente compattezza continua ad aprire nuove stanze, nuove contraddizioni e nuove domande. I Protomartyr non cercano risposte agli orrori che Joe Casey mette in fila davanti a noi: li osservano, li deformano e li trasformano in musica, lasciando che siano la tensione delle chitarre, il drumming di Leonard e gli arrangiamenti di Fridmann a dare loro una forma. Alla fine Casey fa il check-out, ma la sensazione è che dall’Hotel Usona non si possa davvero uscire: le sue stanze sono ovunque e, volenti o nolenti, continuiamo ad abitarle.

ASCOLTA SU TIDAL
HOTEL USONA
TRACKLIST
01
THE OLD HOTEL
4:21
02
SOUNDS WE CANNOT HEAR
5:26
03
CONVERTS
4:06
04
EXALTED EAGLES
4:21
05
THE KNIFE DREAM
5:59
06
FEED THE SEWER
4:36
07
LAVENDER – GOSPEL
4:10
08
THIRD COUNTRY
4:38
09
CHECKING OUT
7:42
PROTOMARTYR
HOTEL USONA
DOMINO · 2026
GENERE: Alternative Rock / Post-Punk
DURATA: 45:19
8,2 / 10
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