Home » JIM WHITE: All Hits: Memories Reviews JIM WHITE: All Hits: Memories Primo lavoro in solitaria per Jim White “All Hits: Memories”Ā ĆØ un disco dove bacchette e spazzole diventano pennelli per dipingere paesaggi della memoria Photo Cover: Anna White Recensione scritta per OndaRock Mentre girano voci insistenti e ancora non ufficialmente confermate riguardo il ritorno in sala di registrazione dei Dirty Three, per una volta lascio che i riflettori illuminino un membro tanto poco appariscente quanto essenziale nell’economia del gruppo come il batterista Jim White. In questi anni in cui il trio non ha fatto sentire la propria voce, White non ĆØ stato certo inattivo. Oltre a due album insieme a Mark Kozelek e al tastierista di Chicago Ben Boye, c’ĆØ da annoverare la quasi “storica” collaborazione con George Xylouris sotto il nome Xylouris White, una splendida sinergia con la chitarrista Marisa Anderson (il secondo album del duo uscirĆ a maggio), la partecipazione al suggestivo progetto Springtime insieme a Gareth Liddiard (Tropical Fuck Storm, Drones) e Chris Abrahams (The Necks, Benders, Laughing Clowns), oltre a varie partecipazioni negli album di Nina Nastasia, Cat Power, PJ Harvey e Bill Callahan. Un vasto orizzonte artistico che lascia intuire la preparazione e l’eclettismo stilistico di White, che ha partecipato anche alla reunion di un altro grande gruppo australiano come i Crime & City Solution. Jim White (Photo: Pierre Langlois) Mai appagato da tanta carne al fuoco, il batterista australiano, insieme al fido produttore e co-autore di alcuni brani Guy Picciotto (Fugazi), si ĆØ chiuso negli studi di registrazione per mettere su nastro il suo primo album solista. Il disco, a scanso di equivoci, ĆØ tanto atipico quanto bello ed ispirato. All Hits: Memories ĆØ un lavoro praticamente di sola batteria, a parte alcune macchie sonore messe a disposizione dal liuto di George Xylouris, dalle tastiere di Ben Boye e dal synth che lo stesso White si ĆØ divertito ad utilizzare.Ā Dimenticate i muscolari assolo di batteria dei vari protagonisti del vagabondare tra tom, piatti e rullante. Togliete dalla vostra testa acrobazie varie, gare di velocitĆ , doppia cassa, record di lancio della bacchetta e altre amenitĆ di alcuni presunti eroi del ritmo. Jim White, se apprezzate i Dirty Three e i suoi altri progetti lo sapete benissimo, ĆØ un batterista atipico, usa bacchette, spazzole e mallets come un pittore, evocando ricordi, tracciando storie sui tamburi, costruendo paesaggi tra tribalismo e jazz che sembrano quasi casuali ma che casuali in fondo non sono mai. La bellezza dellāessenziale, un album che dura nemmeno 25 minuti e che, come dice Bill Callahan nel suo classico stile ālibera il tempo, lo lascia giocare, lo lascia scorrere, lo lascia ricordare. Questo ĆØ un disco di pensieri, ricordi, interventi chirurgici. Unāoperazione chirurgica talmente perfetta che, mentre avviene, non ti rendi nemmeno conto che sta accadendo, ma che miracolosamente ti rimette in piedi quando ĆØ finita. La batteria ĆØ lo strumento dove ĆØ possibile percepire maggiormente la presenza dell’esecutore, il suo corpo, e cogliere i suoi pensieri. Ć lo strumento con il maggior numero di scelte da fare e che produce il maggior numero di onde cerebrali. Questo album contiene un ampio spettro di onde cerebrali.ā. Tredici brevi tracce incentrate sul ritmo, e non potrebbe essere altrimenti, e sulle sue derivazioni, con alcuni innesti di synth a dare una parvenza di melodia e ad evidenziare le accelerazioni di “Marketplace”, i vicoli tortuosi di “Uncoverup” o le atmosfere di “Soft Material”. Talvolta (“St Francis Place Set Up”) fa capolino il piano dell’amico Ben Boye (Natural Information Society), mentre in “Walking The Block” ecco apparire il sodale George Xylouris a sottolineare con il suo liuto l’incedere marziale del brano. “Long Assemblage”, il brano più lungo del lotto, ĆØ un incanto tribale tra charleston, tom e colpi di rullante da banda di paese a sottolineare la sua abilitĆ nel costruire passaggi apparentemente sconnessi ma che trovano sempre un sentiero avventuroso in cui inerpicarsi felicemente. Il vagabondare percussivo di āNames Make The Nameā va in cerca di ricordi ancestrali su un tappeto elettronico, trovando un delta nel trittico finale che chiude un lavoro estremamente appagante per i viandanti musicali sempre in cerca di strade poco battute. “Jim controlla tutto, osserva il luogo perduto in cui ci troviamo, il vuoto, la canzone senza batteria. Ci fidiamo. Ci fidiamo di te Jim. I suoi grandi occhi verdi cercano lo strumento giusto (bacchetta, mallet, spazzola, ecc.), occhi che ti scrutano come se tu fossi una canzone a cui vuole unirsi, occhi che vogliono vedere se si può aggiungere qualcosa o capire.” (Bill Callahan) TRACKLIST 1. Curtains Ā 1:37 2. Percussion BuildĀ 1:11 3. MarketplaceĀ 1:44 4. Soft MaterialĀ 3:33 5. St. Francis Place Set Up Ā 0:58 6. UncoverupĀ 1:00 7. Walking The BlockĀ 1:06 8. JulyĀ 1:05 9. Long Assemblage Ā 5:07Ā 10.Ā Names Make The NameĀ Ā 3:32 11. No/Know Now Ā 1:31 12. Stationary FigureĀ 0:36 13. Here ComesĀ 1:22 SPOTIFY YOUTUBE Stefano Share This Previous ArticleSEASON 18 EPISODE 14: "Closer" [Podcast] Next ArticleELENA SETIĆN: Moonlit Reveries Comments (0) Leave a Reply Cancel replyYour email address will not be published. Required fields are marked *Your CommentName * Email * Website Δ Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti. 28 Marzo 2024