Rock'N'Roll Time Machine

Sarah Records – Il romanticismo degli outsider

ROCK ‘N’ ROLL TIME MACHINE
SARAH RECORDS
Il romanticismo degli outsider

C’è una storia nella musica indipendente britannica che continua a parlarci di sogni, malinconie e canzoni capaci di restare nel nostro cuore. È la storia della Sarah Records, un’etichetta nata a Bristol nel 1987 che ha dato forma a un mondo inconfondibile, popolato da melodie luminose, copertine essenziali e band come The Field Mice, The Orchids, Heavenly, Blueboy e Brighter. Un pop romantico e inquieto, lontano dalle pose del rock, che ha saputo trasformare la fragilità in una forza e la malinconia in una forma di appartenenza.

In questo viaggio con la Rock ‘N’ Roll Time Machine torneremo proprio nella Bristol del 1987 per seguire le tracce della storica etichetta guidata da Clare Wadd e Matt Haynes, che nel 1995 decise di chiudere con la centesima pubblicazione della serie principale, There and Back Again Lane. Ma Sarah Records non è soltanto una storia conclusa, né un ricordo da custodire con nostalgia: è un modo di intendere la musica, di costruire una comunità e di difendere la propria sensibilità anche quando tutto sembra andare in un’altra direzione.

Sarah Records non è stata soltanto un’etichetta discografica, ma un piccolo mondo indipendente in cui canzoni, copertine e persone contribuivano a raccontare la stessa storia.

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BRISTOL, PRIMA DI TUTTO: le origini

La Sarah Records nasce a Bristol nel 1987 dall’incontro fra Clare Wadd e Matt Haynes, ma le sue radici affondano in un mondo che precede i dischi: quello delle fanzine, delle autoproduzioni e delle piccole comunità che si riconoscevano nella musica indipendente. Più che costruire un’etichetta destinata a farsi largo sul mercato, i due volevano pubblicare i dischi che desideravano ascoltare, dare spazio ai gruppi che sentivano vicini e creare un rapporto diretto con chi stava dall’altra parte.

Prima ancora della label c’erano le fanzine. Haynes aveva curato Are You Scared To Get Happy?, mentre Wadd era coinvolta in Kvatch: pubblicazioni artigianali fatte di testi, fotografie, ritagli e opinioni personali, strumenti per raccontare la musica senza passare dai canali dell’industria. Anche i flexidisc legati a queste esperienze anticipavano qualcosa dello spirito dell’etichetta: l’idea che parole, immagini e canzoni potessero convivere nello stesso oggetto, da far circolare e condividere.

Fin dall’inizio, la Sarah Records mantenne questa dimensione personale e indipendente. Le copertine, le fanzine, i concerti e il modo in cui i dischi venivano presentati contribuivano a costruire un universo riconoscibile, nel quale la musica non era separata da tutto ciò che le stava intorno. Ogni pubblicazione diventava parte di un progetto più ampio, un modo per entrare in contatto con persone che condividevano la stessa sensibilità.

A raccontarla oggi, il rischio è quello di ridurre la Sarah Records a una collezione di copertine pastello e canzoni malinconiche, a una parentesi incantevole nella storia dell’indie pop britannico. Ma dietro quell’estetica c’era anche una scelta concreta: fare le cose in un altro modo, senza inseguire le regole del mercato e senza rinunciare alla propria idea di musica.

UN’ALTRA IDEA DI INDIPENDENZA: dischi, politica e comunità

Per capire davvero la Sarah Records bisogna andare oltre le canzoni e le copertine, per quanto siano state importanti nel definirne l’identità. Clare Wadd e Matt Haynes non volevano semplicemente pubblicare gruppi poco conosciuti: cercavano un modo diverso di fare discografia, in un momento in cui essere indipendenti rischiava sempre più di diventare una categoria commerciale, un’etichetta da applicare a un certo tipo di suono anziché una scelta culturale. Per loro, indipendenza significava anche decidere come realizzare i dischi, come distribuirli e quale rapporto instaurare con chi li acquistava.

Una delle scelte più emblematiche fu quella di puntare soprattutto sui singoli in 7 pollici, proprio mentre il mercato spingeva verso i formati più costosi e le pubblicazioni multiple. In quegli anni non era raro che uno stesso singolo uscisse in diverse edizioni, con brani aggiuntivi differenti, inducendo i fan a comprare più volte lo stesso disco. La Sarah contestava apertamente questa logica: il formato non era un dettaglio tecnico, ma una presa di posizione contro l’idea che il pubblico dovesse essere sfruttato per alimentare le vendite. Anche per questo la serie principale arrivò a cento numeri, includendo non soltanto dischi, ma anche flexidisc, fanzine e oggetti che riflettevano lo spirito dell’etichetta.

La politica, del resto, non era un’aggiunta estemporanea. Le pubblicazioni della Sarah ospitavano testi, inserti e prese di posizione che affrontavano il socialismo, il femminismo e le contraddizioni di un’industria musicale spesso pronta a esibire un’immagine progressista senza metterne davvero in pratica i principi. Nel 1992, in occasione del quinto anniversario, l’etichetta rese esplicite queste convinzioni con una campagna pubblicitaria che chiedeva una rivoluzione socialista e femminista e criticava l’ipocrisia di molte band considerate politicamente impegnate.

Questa dimensione contribuì anche a spiegare una parte delle incomprensioni che accompagnarono la Sarah Records per tutta la sua esistenza. Il nome femminile dell’etichetta, il ruolo centrale di Clare Wadd e la sensibilità delle canzoni furono spesso usati dalla stampa per liquidarla come un fenomeno ingenuo, lezioso o esclusivamente femminile. Una lettura riduttiva, che trascurava sia la qualità delle pubblicazioni sia la lucidità delle idee che le sostenevano. La sensibilità romantica della Sarah Records non era una fuga dalla realtà, ma un modo diverso di guardarla: attraverso canzoni intime, melodie fragili e una precisa idea di indipendenza.

È in questa coerenza fra musica, grafica, parole e scelte pratiche che la label di Bristol trovò la propria identità. Non era un’etichetta che si limitava a vendere dischi, ma una comunità costruita attraverso oggetti, lettere, fanzine, concerti e ascolti condivisi. E proprio perché quel mondo non dipendeva soltanto dalle mode del momento, riuscì a lasciare un segno che sarebbe andato ben oltre la sua breve esistenza.

CHITARRE, MELODIE E MALINCONIA

Il primo singolo pubblicato dalla Sarah Records fu Pristine Christine dei The Sea Urchins, nel 1987. Bastano le prime chitarre per capire perché Clare Wadd e Matt Haynes avessero deciso di scommettere su quella band: un suono brillante, immediato, attraversato da una certa ruvidità, capace di tenere insieme l’energia del pop chitarristico e una leggerezza che non aveva nulla di artificiale. Non era una produzione levigata per conquistare le classifiche, ma una canzone che sembrava arrivare direttamente da un piccolo circuito di appassionati, portando con sé tutta la freschezza di qualcosa che stava appena cominciando.

Pochi mesi dopo arrivò I’ve Got A Habit dei The Orchids, un altro tassello di quella prima identità sonora. Le chitarre scintillanti, le melodie agrodolci e un senso di malinconia mai troppo pesante contribuirono a definire un territorio musicale nel quale il pop non doveva necessariamente scegliere tra immediatezza e sensibilità. Le canzoni potevano essere leggere senza risultare superficiali, romantiche senza diventare sentimentali, capaci di lasciare una traccia anche quando sembravano parlare di piccoli episodi quotidiani.

Con i The Field Mice questa scrittura acquistò una profondità ulteriore. Emma’s House, pubblicata nel 1988, e poi brani come Let’s Kiss And Make Up e Sensitive mostrarono come la forma della canzone pop potesse accogliere inquietudini, distanze e fragilità senza perdere la propria forza melodica. Il gruppo di Bob Wratten e Michael Hiscock sviluppò nel tempo un suono più ampio e articolato, aprendosi a nuove soluzioni ritmiche ed elettroniche. La Sarah non era affatto un’etichetta immobile, legata a un’unica formula: anche all’interno del suo catalogo più riconoscibile c’erano evoluzioni e cambiamenti.

Direttamente da Glasgow The Orchids seguirono un percorso altrettanto personale. Dai primi singoli fino agli album Unholy Soul e Striving for The Lazy Perfection, il gruppo scozzese ampliò progressivamente la propria tavolozza, lavorando su arrangiamenti più ricchi e su un pop sempre meno riconducibile a una sola definizione. Brighter, St. Christopher, Another Sunny Day e The Sweetest Ache esplorarono invece sfumature diverse dello stesso universo: dalle melodie più luminose alle confessioni sentimentali, dalla delicatezza delle chitarre a canzoni in cui l’apparente semplicità nascondeva una notevole precisione compositiva.

Poi arrivò  l’energia degli oxfordiani Heavenly. Nati dalle ceneri dei Talulah Gosh, Amelia Fletcher e compagni portarono nel catalogo Sarah una dimensione più vivace, nervosa e ironica, fatta di chitarre scattanti, melodie irresistibili e una scrittura che sapeva alternare leggerezza e disincanto. I Fell In Love Last Night e Cool Guitar Boy mostrano bene questa attitudine: il romanticismo non è necessariamente contemplativo, può essere impaziente, divertito, persino irriverente.

Parlare di un unico suono Sarah, quindi, è utile soltanto fino a un certo punto. Ci sono le chitarre cristalline, le melodie memorabili, le voci spesso lontane dalla teatralità del rock e una malinconia che attraversa molte di queste canzoni. Ma ciò che tiene insieme i gruppi non è una formula da replicare: è la capacità di trasformare emozioni private in pop condivisibile, senza cancellarne le incertezze. Ogni band lo fa a modo proprio, e proprio in queste differenze si riconosce la ricchezza del catalogo.

Il nastro master originale di Sarah 1, Pristine Christine dei Sea Urchins, registrato nel settembre 1987.
Sarah 1 — The Sea Urchins, Pristine Christine. Il master originale, registrato nel settembre 1987 ai Rich Bitch Studios di Selly Oak, Birmingham.

COPERTINE, VOLANTINI E FANZINE: un mondo fatto a mano

Nel mondo della Sarah Records, la musica non finiva quando la puntina si sollevava dal disco. Continuava nelle copertine, nei foglietti inseriti nelle buste, nelle fanzine e nei volantini che annunciavano i concerti. Erano oggetti semplici, spesso realizzati con mezzi limitati, ma contribuivano a dare forma a un’identità precisa. Bastava riconoscere un logo, una scelta tipografica o un certo modo di accostare immagini e parole per sentirsi parte di quel mondo.

L’estetica dell’etichetta di Bristol non dipendeva dalla ricerca di una perfezione patinata. Fotocopie, ritagli, caratteri da macchina da scrivere, fotografie in bianco e nero e colori delicati convivevano senza bisogno di uniformarsi a un progetto grafico rigido. L’apparente semplicità era parte del linguaggio: ogni pubblicazione conservava qualcosa di personale, come se fosse stata preparata da qualcuno che voleva raggiungere direttamente un altro appassionato, senza intermediari e senza la distanza imposta dall’industria.

Anche i volantini dei concerti raccontano questa storia. Quelli dedicati ai The Sea Urchins, ai The Field Mice, a St. Christopher e a Brighter non erano soltanto strumenti per pubblicizzare una serata: documentano una rete di gruppi, luoghi e persone che si incontravano attorno alla musica. Il poster del concerto al Tropic Club di Bristol, nell’ottobre 1987, è particolarmente significativo perché ci riporta ai primi mesi dell’etichetta, quando i The Sea Urchins presentavano dal vivo le canzoni che avrebbero inaugurato il catalogo. Accanto a questi documenti, i volantini degli anni successivi mostrano come quella rete si fosse allargata, mantenendo una dimensione diretta e informale.

Le fanzine aggiungevano un’altra voce a questo universo. Non servivano soltanto a parlare di dischi: ospitavano opinioni, testi, fotografie e prese di posizione, permettendo a chi ascoltava di diventare anche autore, organizzatore, diffusore di idee. La distanza tra chi pubblicava musica e chi la seguiva si accorciava, e il pubblico non era più soltanto un destinatario. Poteva partecipare, rispondere, scrivere, organizzare concerti o creare a sua volta una piccola pubblicazione.

Guardati oggi, questi materiali hanno anche il valore di documenti storici. Raccontano un periodo precedente alla diffusione di Internet, quando le informazioni viaggiavano per posta, i concerti si scoprivano attraverso un volantino e una copertina poteva diventare il primo contatto con una band sconosciuta. Ma la loro forza non sta soltanto nella nostalgia per quel tempo: sta nel mostrare quanto un’etichetta indipendente potesse costruire un’identità attraverso la coerenza fra musica, immagini e relazioni umane.

Volantino del concerto dei Sea Urchins al Tropic Club di Bristol del 30 ottobre 1987, con Groove Farm e Poppyheads.
Bristol, 30 ottobre 1987. Il volantino della serata al Tropic Club di Bristol con cui i The Sea Urchins presentarono Pristine Christine, il primo singolo della Sarah Records. Con loro sul palco: The Groove Farm e The Poppyheads.

TROPPO ROMANTICI PER IL ROCK: l’etichetta twee e i suoi equivoci

La Sarah Records è stata spesso raccontata attraverso un insieme di parole che sembravano descriverla e, nello stesso tempo, limitarla. Il termine twee, usato per indicare qualcosa di grazioso, delicato, quasi lezioso, finì per accompagnare una parte della stampa dedicata all’indie pop britannico. Le melodie limpide, le copertine essenziali, i sentimenti esposti senza ironia difensiva sembravano confermare quell’etichetta. Ma fermarsi lì significava perdere una parte importante della storia. La musica della Sarah poteva essere fragile, ma non era necessariamente ingenua. Dietro le canzoni d’amore, le esitazioni e le piccole confessioni si muoveva una generazione che cercava un proprio spazio fuori dalle gerarchie consolidate del rock. Non c’era bisogno di esibire durezza, trasgressione o sicurezza per rivendicare un’identità. Si poteva parlare di desiderio, solitudine e incertezza senza trasformarli in una posa, lasciando che fossero le canzoni a dare loro una forma.

Il problema, semmai, era proprio questo: una parte del percorso musicale dell’epoca tendeva a considerare la delicatezza come un limite, soprattutto quando si accompagnava a una sensibilità romantica e a un’immagine distante dai modelli dominanti. La Sarah Records non corrispondeva facilmente all’idea di indipendenza costruita attorno alla competizione, all’attitudine e alla ricerca di una continua legittimazione. Il suo modo di stare nella musica era più discreto, ma non per questo privo di convinzioni, anzi. Clare Wadd e Matt Haynes non erano interessati soltanto a pubblicare dischi. La loro attività metteva in discussione anche il modo in cui la musica indipendente veniva prodotta, distribuita e raccontata. La scelta di lavorare con mezzi limitati, l’attenzione agli oggetti fisici e il rapporto diretto con chi acquistava i dischi facevano parte di un’idea più ampia di autonomia. Allo stesso modo, le posizioni politiche dell’etichetta, il femminismo e la critica alle convenzioni dell’industria musicale impediscono di ridurre la Sarah a un semplice esercizio di nostalgia per un pop gentile.

C’era anche una contraddizione interessante: mentre alcune letture insistevano sul carattere innocuo o marginale di quella musica, la Sarah costruiva un catalogo capace di dare continuità a gruppi diversi, di far circolare idee e di mettere in relazione persone che non si riconoscevano necessariamente nei linguaggi più visibili del rock. La sua influenza non dipendeva dalla conquista del centro della scena, ma dalla possibilità di creare un luogo alternativo, riconoscibile e aperto a chi vi trovava qualcosa di proprio. Riguardata oggi, quella storia suggerisce che il romanticismo della Sarah Records non fosse una debolezza da giustificare. Era una scelta estetica e, in parte, anche culturale: dare valore a sentimenti spesso considerati minori, costruire una comunità senza bisogno di trasformarla in un movimento spettacolare, lasciare che la musica parlasse con una voce diversa da quella dominante. Il fatto che quell’universo sia stato talvolta liquidato come troppo piccolo, troppo dolce o troppo appartato dice forse altrettanto sulle categorie della critica quanto sui dischi che pretendevano di descrivere.

OLTRE IL SINGOLO: un catalogo in continua evoluzione

La Sarah Records non è rimasta a lungo soltanto il luogo dei singoli in sette pollici e delle canzoni costruite attorno a chitarre luminose. Già dai primi anni Novanta, il catalogo mostrava quanto fosse riduttivo identificare l’etichetta con un’unica formula sonora. Accanto ai quarantacinque giri continuavano ad arrivare album, 10 pollici e raccolte che permettevano ai gruppi di sviluppare le proprie idee con maggiore libertà, senza rinunciare a quella sensibilità melodica che aveva reso riconoscibile il progetto.

I The Field Mice erano stati fra i primi a mostrare quanto quel linguaggio potesse cambiare. Con Skywriting e For Keeps, rispettivamente 1990 e 1991, il gruppo aveva allargato il proprio orizzonte, facendo convivere il pop chitarristico con arrangiamenti più articolati, tastiere e suggestioni elettroniche. Non si trattava di abbandonare le canzoni degli esordi, ma di portare altrove un’identità che non aveva bisogno di ripetersi per restare riconoscibile. Anche i The Orchids dimostravano di poter superare i confini del singolo. Unholy Soul, uscito nel 1991, e Striving for the Lazy Perfection, del 1994, documentano un percorso nel quale le melodie della band scozzese acquistano sfumature diverse, tra atmosfere sognanti, arrangiamenti più ricchi e una scrittura che non si esaurisce nell’immediatezza della prima impressione. Allo stesso modo, Heavenly, Blueboy, Secret Shine e The Sweetest Ache contribuivano a rendere il catalogo sempre meno riconducibile a una sola idea di indie pop.

L’apertura, del resto, non riguardava soltanto le forme musicali. Sarah Records pubblicò dischi di gruppi australiani come Even As We Speak e The Sugargliders, capaci di inserirsi nel suo universo senza sembrare semplici imitazioni delle band britanniche. Le loro canzoni portavano con sé una sensibilità propria, ma condividevano quella cura per la melodia e per i dettagli emotivi che permetteva a gruppi geograficamente lontani di trovare una casa comune. La presenza di East River Pipe, progetto del musicista americano F. M. Cornog, rende ancora più evidente questa apertura. La sua musica aveva un carattere differente rispetto al pop chitarristico che aveva inizialmente definito la Sarah: più solitaria, obliqua e legata a un immaginario personale. Eppure dischi come Poor Fricky, pubblicato nel 1994, trovavano posto nel catalogo senza che l’etichetta dovesse forzarne l’identità. Sarah poteva accogliere differenze reali, non soltanto variazioni di una formula già collaudata.

Questa evoluzione racconta qualcosa di importante sul modo in cui Clare Wadd e Matt Haynes intendevano il proprio lavoro. La coerenza della Sarah Records non dipendeva dall’obbligo di suonare tutti allo stesso modo, ma dalla capacità di riconoscere una sensibilità comune in artisti diversi. La melodia, l’attenzione alle parole, l’indipendenza e il rapporto diretto con chi ascoltava restavano punti di riferimento, mentre la musica cambiava e si allontanava progressivamente da qualsiasi definizione troppo stretta. Negli ultimi anni del catalogo, questa varietà diventò particolarmente evidente. I Northern Picture Library, nati dall’esperienza di alcuni ex membri dei The Field Mice, spostavano il discorso verso paesaggi più rarefatti e sonorità atmosferiche. Le ultime pubblicazioni non cercavano di ricostruire il passato dell’etichetta: mostravano piuttosto un progetto ancora capace di esplorare strade differenti, proprio mentre si avvicinava alla conclusione della propria storia.

SARAH 100: il giorno in cui tutto finì

Quando il catalogo arrivò a Sarah 99, Clare Wadd e Matt Haynes decisero che il numero successivo sarebbe stato anche l’ultimo. Non ci sarebbe stato un nuovo ciclo, né un tentativo di prolungare la vita dell’etichetta per sfruttare il valore ormai acquisito del suo nome. La Sarah Records avrebbe semplicemente raggiunto il traguardo che si era data all’inizio e si sarebbe fermata. Il centesimo titolo, There and Back Again Lane, non fu quindi un singolo nel senso tradizionale, ma una raccolta retrospettiva in CD, accompagnata da un libretto che ripercorreva la storia dell’etichetta attraverso parole, ricordi e canzoni tratte dal catalogo.

Sarah 100, documento legato alla centesima pubblicazione e alla festa conclusiva di Sarah Records del 28 agosto 1995 a Bristol.
Sarah 100 — There and Back Again Lane. Il traguardo delle cento pubblicazioni e la chiusura di Sarah Records, celebrati il 28 agosto 1995 con una festa a bordo del Thekla, a Bristol.

La data scelta per l’uscita fu il 28 agosto 1995, una giornata che l’etichetta trasformò in una dichiarazione pubblica. Gli annunci sulla stampa musicale britannica presentavano l’evento come A Day For Destroying Things: un titolo volutamente provocatorio per accompagnare la fine di un progetto che aveva sempre diffidato delle regole non scritte dell’industria discografica. La Sarah non si limitava a interrompere le pubblicazioni; sceglieva anche come raccontare quella decisione, senza lasciare che fossero altri a stabilire il significato della sua conclusione. La festa si svolse a bordo del Thekla, una nave mercantile tedesca ormeggiata nel porto di Bristol e trasformata in uno spazio per spettacoli e musica. Negli anni Novanta il locale era diventato anche un nightclub, un luogo particolare per una città che aveva dato i natali all’etichetta e che ne aveva ospitato gli inizi. Celebrare lì Sarah 100 significava riportare la storia al suo punto di partenza: Bristol, le relazioni costruite nel tempo, i gruppi che avevano attraversato il catalogo e il pubblico che aveva riconosciuto in quei dischi qualcosa di diverso.

Non era soltanto una festa d’addio. La raccolta finale funzionava come una mappa di ciò che era accaduto dal 1987 in poi: un percorso fatto di singoli, album, gruppi destinati a svilupparsi in direzioni differenti e canzoni che avevano trovato ascoltatori anche molto lontano da Bristol. Non poteva esserci spazio per tutto, e proprio questa selezione rendeva evidente la dimensione inevitabilmente personale del bilancio. There and Back Again Lane non pretendeva di essere una storia definitiva dell’indie pop britannico: era il modo in cui la Sarah sceglieva di guardare alla propria storia. La decisione di chiudere, inoltre, era coerente con l’idea che aveva accompagnato l’etichetta fin dall’inizio. Se l’indipendenza significava poter scegliere come pubblicare, distribuire e presentare la propria musica, doveva comprendere anche la libertà di fermarsi. Continuare soltanto perché il catalogo aveva acquisito un seguito, o perché sarebbe stato possibile prolungarne la vita commerciale, avrebbe significato accettare una logica che Clare Wadd e Matt Haynes avevano sempre guardato con sospetto.

La Sarah Records terminò così la propria attività nel momento in cui raggiunse il numero che aveva dato forma al suo progetto. Non cercò un seguito e non lasciò aperta la porta a un ritorno. Il gesto finale non cancellava ciò che era stato costruito: lo consegnava agli ascoltatori, ai dischi conservati nelle collezioni, alle fanzine, ai volantini e ai ricordi di chi aveva partecipato a quella storia. Con la chiusura dell’etichetta di Bristol terminò un’esperienza indipendente durata otto anni, non l’estetica e la storia delle canzoni che aveva pubblicato. Quei dischi continuarono a passare di mano, a essere scoperti da nuovi ascoltatori e a raccontare un’idea di musica indipendente che non si esauriva certo con la fine dell’etichetta.

DOPO LA SARAH: una storia ancora aperta

La chiusura della Sarah Records non mise fine al lavoro di Matt Haynes nel mondo della musica indipendente. Nel 1996 fondò la Shinkansen Recordings, un’etichetta il cui nome riprende quello del treno ad alta velocità giapponese. In origine avrebbe dovuto chiamarsi Metropolitan, ma esisteva già una casa discografica con quel nome. Shinkansen raccolse parte dell’eredità della Sarah senza tentare di ricostruirne semplicemente il catalogo: pubblicò nuovi dischi di ex artisti dell’etichetta, fra cui Blueboy e Harvey Williams, e diede spazio a progetti come Fosca, Trembling Blue Stars e Tompot Blenny.

Proprio i Trembling Blue Stars, nati intorno a Bob Wratten dopo le esperienze con The Field Mice e Northern Picture Library, rappresentano una delle traiettorie più significative di questa continuità. La scrittura di Wratten si spostò progressivamente verso atmosfere più rarefatte e malinconiche, mantenendo al centro le relazioni, la memoria e le fragilità della vita quotidiana. Non era una ripetizione del suono della Sarah Records, ma la prosecuzione di una ricerca personale che aveva trovato nell’etichetta uno dei suoi primi luoghi di espressione.

Il percorso di Haynes non si fermò nemmeno alla musica. Nel 2003, insieme alla giornalista e scrittrice Jude Rogers, diede vita a Smoke: A London Peculiar, una rivista dedicata alla scrittura e alle immagini ispirate a Londra. Strade, stazioni, quartieri, incontri casuali e storie minime diventavano materia narrativa. Era un progetto diverso dalla Sarah Records, ma animato da un’attenzione affine per i dettagli trascurati, per le esperienze lontane dai grandi racconti e per le possibilità espressive che si nascondono nelle pieghe della vita quotidiana.

Nel frattempo, anche alcune delle band più riconoscibili del catalogo Sarah sono tornate a pubblicare musica. I Blueboy si sono ritrovati nel 2023 e nel maggio 2024 hanno pubblicato One, il loro primo nuovo singolo dopo venticinque anni. Il ritorno non si è esaurito in quell’uscita: il gruppo ha proseguito con nuovi singoli, fra cui Deux nel 2024 e Stardust nel 2026. La voce di Gemma Townley, che ha preso il posto del compianto Keith Girdler, accompagna una formazione che recupera il passato senza limitarsi a celebrarlo.

Anche gli Heavenly sono tornati con un nuovo album, Highway to Heavenly, pubblicato nel febbraio 2026. A più di trent’anni dai dischi che li avevano resi una delle band centrali della Sarah Records, il gruppo ha ripreso il proprio percorso con nuove canzoni, mantenendo quella combinazione di melodie immediate, ironia e attenzione ai testi che aveva sempre distinto la loro musica.

I The Orchids, dal canto loro, avevano già dimostrato di non considerare conclusa la propria storia con la fine dell’etichetta. Nel 2022 hanno pubblicato Dreaming Kind, il loro settimo album in studio, uscito per Skep Wax Records, l’etichetta fondata da Amelia Fletcher e Rob Pursey, entrambi legati alla storia di Heavenly e Sarah. Anche in questo caso, il ritorno non è una semplice operazione nostalgica: è la possibilità di aggiungere nuove canzoni a una discografia cominciata negli anni Ottanta e di verificare che cosa possa ancora nascere da quella sensibilità.

Questi percorsi non dimostrano che la Sarah Records sia rimasta immutata nel tempo. Al contrario, mostrano quanto siano differenti le strade intraprese da musicisti ed etichette dopo il 1995. Alcuni hanno continuato a esplorare la malinconia e il pop chitarristico; altri hanno cambiato linguaggio, formazione o prospettiva. Il filo comune non è uno stile da conservare intatto, ma la libertà di continuare a fare musica senza dover riprodurre il passato.

Riascoltare oggi il suono della Sarah Records significa quindi guardare in due direzioni. Da una parte ci sono i dischi pubblicati fra il 1987 e il 1995, le copertine, le fanzine e la rete di persone che ne rese possibile la circolazione. Dall’altra ci sono le storie che sono proseguite, le nuove registrazioni e gli artisti che hanno trovato ragioni per tornare in studio. La chiusura dell’etichetta segnò la fine di un’esperienza indipendente, non quella delle canzoni che aveva contribuito a portare al mondo.

È qui che il romanticismo degli outsider conserva il suo significato. Non nell’idea di un passato perfetto da rimpiangere, ma nella possibilità di riconoscere ancora qualcosa di vivo in quelle melodie e in chi continua a scriverne di nuove. La Sarah Records ha avuto una storia precisa, con un inizio a Bristol e una conclusione scelta dai suoi fondatori. La sua eredità, però, non è rimasta chiusa dentro quel periodo: continua a muoversi ogni volta che un vecchio disco viene riscoperto, o che una band decide di tornare a raccontare il presente con la propria voce.

DISCOGRAFIA

Una selezione di pubblicazioni che raccontano il percorso di Sarah Records,
dai primi singoli agli album più rappresentativi, fino alla raccolta finale del 1995.

SINGOLI

  • Pristine Christine (1987, The Sea Urchins)
    SARAH 001   |   7″
  • I’ve Got a Habit (1988, The Orchids)
    SARAH 002   |   7″
  • Solace (1988, The Sea Urchins)
    SARAH 008   |   7″
  • Emma’s House (1988, The Field Mice)
    SARAH 012   |   7″
  • Around The World In Eighty Days (1989, Brighter)
    SARAH 019   |   7″
  • All Of A Tremble (1989, St. Cristopher)
    SARAH 020   |   7″
  • I Fell in Love Last Night (1990, Heavenly)
    SARAH 030   |   7″
  • Antoinette (1990, St Christopher)
    SARAH 034   |   7″
  • Clearer (1991, Blueboy)
    SARAH 055   |   7″
  • Popkiss (1992, Blueboy)
    SARAH 065   |   7″
  • P.U.N.K. Girl (1993, Heavenly)
    SARAH 081   |   7″
  • River (1994, Blueboy)
    SARAH 088   |   7″
  • Dirty Mags (1995, Blueboy)
    SARAH 099   |   7″

ALBUM

  • Skywriting (1990, The Field Mice)
    SARAH 601   |   12″
  • Unholy Soul (1991, The Orchids)
    SARAH 605   |   12″ / CD
  • For Keeps (1991, The Field Mice)
    SARAH 607   |   12″ / CD
  • Stardust (1992, The Sea Urchins)
    SARAH 609   |   12″ / CD
  • Le Jardin de Heavenly (1992, Heavenly)
    SARAH 610   |   12″ / CD
  • Feral Pop Frenzy (1993, Even As We Speak)
    SARAH 614   |   12″ / CD
  • Striving for the Lazy Perfection (1994, The Orchids)
    SARAH 617   |   12″ / CD
  • Unisex (1994, Blueboy)
    SARAH 620   |   12″ / CD
  • Poor Fricky (1994, East River Pipe)
    SARAH 621   |   12″ / CD
  • The Decline and Fall of Heavenly (1994, Heavenly)
    SARAH 623   |   12″ / CD

RACCOLTE E ALTRI TITOLI

  • Stardust (1992, The Sea Urchins)
    SARAH 609   |   raccolta
  • There and Back Again Lane (1995, Various Artists)
    SARAH 100   |   CD + libretto
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UN ARCHIVIO NARRATIVO DELLA MUSICA CONTEMPORANEA
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