Home2019Live ReportsLOW: Auditorium, Sala Sinopoli, Roma – 8 Aprile 2019 Live Reports LOW: Auditorium, Sala Sinopoli, Roma – 8 Aprile 2019 Mai come questāanno ho assistito ad un vero e proprio plebiscito nellāassegnare la corona di miglior disco dellāanno da parte di riviste specializzate eĀ webzineĀ di settore, spesso rivolte ad un pubblico molto differente tra loro. La ragione ĆØ semplice: anche da parte mia non cāĆØ stato alcun dubbio nellāassegnare a questo disco la palma del migliore dellāanno, anche se capisco chi ha trovato il disco insopportabilmente claustrofobico. Mai come in questo caso avrei voluto davvero possedere il dono di trasformare le emozioni in parole di senso compiuto. Non avete idea di quante volte ho provato ad approcciare il tentativo diĀ descrivere al meglioĀ Double Negative, il nuovo album deiĀ Low, e quante volte ho abortito il tentativo.Ā Un buco nero che inghiotte tutto senza pietĆ , detriti e schegge elettroniche tra i loro vortici nascondono una bellezza indicibile. Pazzesco pensare come Alan Sparhawk (chitarra e voce) e la sua consorte Mimi Parker (batteria e voce) dopo aver esordito nel 1994 con un capolavoro comeĀ I Could Live In HopeĀ riescano a distanza di 24 anni ancora a sorprenderci. Il duo di Duluth si era fatto accompagnare per la quarta volta dal bassista Steve Garrington (con loro a partire dalle registrazioni diĀ C’mon del 2011), e per la seconda volta dall’avventuroso ed energetico produttore B.J. Burton, per uno dei viaggi più coraggiosi che abbiano mai intrapreso. Lāelettronica, da un poā di tempo compagna del trio, stavolta ha mutato inesorabilmente il DNA della band, alterandolo senza possibilitĆ di ritorno. Gocce di sangue, macerie fumanti di canzoni talmente celate sotto gli spasmi di feedback e la pioggia di detriti cibernetici che quando la voce dei nostri emerge senza filtri ĆØ come se una luce celestiale illuminasse improvvisamente la distesa funerea di Mordor. Il contrasto di elementi tra bello e brutto, tra melodia e rumore, il difficile equilibrio tra qualitĆ e difetti che ha sempre incuriosito i Low come esseri umani, e che cercano da sempre di portare in musica, stavolta ĆØ stato spinto fino all’eccesso. Era tanta la curiositĆ di vedere come i tre avrebbero potuto rendere sul palco gli “eccessi” di texture e loop elettronici che rendono Double Negative cosƬ speciale. Una splendida serata primaverile accoglie il trio di Duluth, e la Sala Sinopoli dell’Auditorium romano presenta un ottimo colpo d’occhio. La data non ĆØ sold-out come quella di Bologna, ma sono davvero poche le poltroncine rimaste vuote. Sul palco c’ĆØ solo la strumentazione ridotta all’osso dei musicisti e tre file verticali di tubi led che saranno (quasi) le uniche luci ad illuminare la performance. Senza gruppo spalla e con un piccolissimo ritardo (il classico quarto d’ora accademico) i tre salgono sul palco, dopo che ĆØ stato ricordato a tutti (fortunatamente) di non registrare video o scattare foto. In realtĆ vista la penombra che ha caratterizzato l’intero set, ogni registrazione o foto sarebbe stata di qualitĆ non proprio eccelsa. Tutto serve a farci concentrare sulla musica, sulla macchina scura di suoni che fa subito entrare subito nel mood del nuovo album con la scura ed avvolgenteĀ āQuorumā, mentre la seguente āAlways Upā ĆØ sospesa e sognante, con l’eterea voce di Mimi Parker a fare da padrona. Il finale diluito del secondo estratto da Double Negative ci catapulta direttamente dalle parti diĀ āNo Comprendeā, brano dallo svolgimento più classico, cantato da Sparhawk con i cori della Parker a fare da perfetto contraltare alle pennate secche del coniuge. Ad alleggerire il suono ci pensano due brani in sequenza estratti da The Invisible Way:Ā āPlastic Cupā e āHoly Ghostā, ballata cantata splendidamente da Mimi Parker, dopo le quali Sparhawk prende parola per la prima volta ringraziando quasi timidamente i presenti. Candele e stelle si alternano nelle proiezioni sui tubi a led, intrecciandosi con i suoni limpidi del dream-pop di āWhat Part of Meā, prima che l’oscuritĆ e le schegge appuntite provenienti dagli effetti di Sparhawk avvolgano la sala con una delle tracce più scure del nuovo album, un monolite inattaccabile di nome āTempestā, il cui crescendo rumoristico finale sfocia in una delle tracce più sperimentali della loro carriera, la lunga āDo You Know How to Waltz?ā in cui il chitarrista si lascia andare in una lunghissima coda di effetti, entrando letteralmente dentro la sua sei corde in una chiosa dissonante dove ci si aspetta da un momento all’altro di essere inghiottiti dal sottosopra di Stranger Things. Una digressione sperimentale e liberatoria che, come spesso accade con i Low, ci porta dal rumore alle melodie più accecanti, con l’esecuzione di uno dei loro brani più “vecchi” e conosciuti. āLazyā ĆØ una meravigliosa mid-tempo psichedelica, impreziositi dai meravigliosi incastri vocali dei due, nonchĆ© unico estratto dal loro esordio, I Could Live In Hope del 1994. Il tribalismo del loop introduttivo diĀ āDancing and Bloodā ci fa tornare nel buio della loro ultima fatica in studio, oscuritĆ squarciata dalla voce di Mimi Parker, che sembra sempre provenire da un’altra dimensione. A seguire ci sono altri due estratti dell’ultimo album, āAlways Trying to Work it Outā dove Sparhawk si lascia andare in uno splendido assolo, e l’onirica āPoor Suckerā cantata all’unisono.Ā C’mon ĆØ rappresentato dalla āNothing But Heartā e āEspecially Meā, due brani dall’incedere inverso. Se la prima parte distorta per poi distendersi in un’ariosa melodia, la seconda parte da un arpeggio cristallinoĀ per poi disturbarsi in mezzo e chiudersi in un tripudio di applausi quando ancora nell’aria echeggia il “Probably You” di Mimi Parker. C’ĆØ spazio per un altro barlume di luce, un’oasi di pace di bellezza assoluta, la sognante āLiesāĀ che viene eseguita alla perfezione da una band ispiratissima, con il basso pulsante di Steve Garrington che dimostra ancora una volta di essere tutto tranne una comparsa.Ā I due ultimi brani del setlist appartengono di nuovo al saccheggiatissimo Double Negative, dalla sognante āFlyā ad una āDisarrayā in cui il trio conclude in maniera orgogliosa la propria battaglia in mezzo alle onde gigantesche di un mare scuro, a volte vincendo e a volte venendo scaraventati sugli scogli. Sparhawk ringrazia, presenta i componenti della band e tutti quelli che hanno collaborato al tour per poi sparire dietro ai pannelli. Secondo una scaletta consueta, i tre rientrano sul palco, regalando al pubblico di Roma addirittura due bis e lasciandoci non con la “Sunflower” che ha chiuso la quasi totalitĆ delle date del Tour ma con una sorprendente āLaser Beamā, estratta da uno dei miei album preferiti, Things We Lost In Fire, sospesa tra il meraviglioso arpeggio di Sparhawk e l’incredibile voce della Parker, doppiata addirittura dalla splendida āMurdererāĀ , un finale che indubbiamente ha lasciato i presenti estenuati e felici sulle poltroncine dopo oltre 100 minuti di incredibile bellezza. Il trio di Duluth, Minnesota, non delude affatto nella versione live, anzi, in questo imperfetta ed incredibile ricerca di un equilibrio tra armonia e dissonanze, tra spasmi di feedback e voci eteree, riesce a farci credere di nuovo che una certa onestĆ e coerenza creativa possa davvero esistere e fare la differenza nel music business attuale. Magari qualcuno poteva aspettarsi un maggior ripescaggio dai primi lavori del gruppo, ma il paziente lavoro di sottrazione, di erosione alla ricerca di segreti nascosti, di perle scintillanti di indicibile bellezza effettuato con Double Negative meritava senza dubbio questa percentuale di brani (8 su 19) nella setlist. In definitiva, ha sbalordito la capacitĆ della band di controllare rumore e melodie in modo cosƬ apparentemente totale, ed una naturalezza e semplicitĆ da parte dei tre musicisti davvero incredibile. Mi ha quasi commosso l’essere cosƬ sinceramente grato, felice e quasi in imbarazzo da parte di un musicista che calca i palcoscenici da 25 anni e la tenerezza di Mimi Parker che dopo aver cantato in maniera angelica e suonato i (pochi) tamburi davanti a se con precisione e tribalismo quasi “Tuckeriano”, si ĆØ concessa un quasi imbarazzato saluto con la mano per poi sparire subito dietro al pannello a led posizionato dietro al suo drumkit. Con l’augurio che non possano mai smettere di emozionarci e sorprenderci, lunga vita ai Low: come non mai abbiamo bisogno di loro. SETLIST 01. QuorumĀ Ā (Double Negative – 2018) 02. Always UpĀ Ā (Double Negative – 2018) 03. No ComprendeĀ Ā (Ones And Sixes – 2015) 04. Plastic CupĀ Ā (The Invisible Way – 2013) 05. Holy GhostĀ Ā (The Invisible Way – 2013) 06. What Part Of MeĀ Ā (Ones And Sixes – 2015) 07. TempestĀ Ā (Double Negative – 2018) 08. Do You Know How To Waltz?Ā Ā (The Curtain Hits The Cast – 1996) 09. LazyĀ Ā (I Could Live In Hope – 1994) 10. Dancing And BloodĀ Ā (Double Negative – 2018) 11. Always Trying To Work It OutĀ Ā (Double Negative – 2018) 12. Poor SuckerĀ Ā (Double Negative – 2018) 13. Nothing But HeartĀ Ā (C’mon – 2011) 14. Especially MeĀ Ā (C’mon – 2011) 15. LiesĀ Ā (Ones And Sixes – 2015) 16. FlyĀ Ā (Double Negative – 2018) 17. DisarrayĀ Ā (Double Negative – 2018) Encores 18. Laser BeamĀ Ā (Things We Lost In The Fire – 2001) 19. MurdererĀ Ā (Drums And Guns – 2007) Stefano Share This Previous ArticleNuovo (ultimo) album per i PERE UBU [LISTEN] Next ArticleFONTAINES D.C.: Dogrel Comments (0) Leave a Reply Cancel replyYour email address will not be published. Required fields are marked *Your CommentName * Email * Website Δ Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti. 29 Aprile 2019