Ecco il quarto podcast di Sounds & Grooves per la 20° stagione di RadioRock.TO The Original
In questa nuova avventura in musica troverete tanti classici e un doveroso omaggio ad un maestro del ritmo come Jack DeJohnette
20 anni… A pensarci è incredibile che siano passati già quattro lustri da quando questa folle ma fantastica avventura chiamata Radiorock.to The Original è iniziata. Folle perché ormai la parola podcast è entrata di diritto nel lessico comune e sono migliaia i podcast musicali, di attualità o di qualsiasi altro argomento a disposizione di chiunque. Ma venti anni fa è stata una vera e propria scommessa di un manipolo di matti inebriati dalla passione per la musica e dalla volontà di rendere facilmente fruibile un palinsesto che potesse parlare prevalentemente di rock senza disdegnare una panoramica sulla musica di qualità a 360 gradi. La nostra motivazione è stata quella di dare un segnale di continuità con quella meravigliosa radio del passato che molti custodiscono nel cuore e a cui ho provato a dare un piccolo contributo dal 1991 al 2000. Tra il 1996 ed il 2000 molti di noi hanno lasciato progressivamente la radio in FM al suo destino ma l’idea non poteva essere replicata nell’etere visti i costi e la situazione legislativa dell’FM dell’epoca,. Fortunatamente però la passione e la voglia di fare radio e di ascoltare e condividere musica di qualità, nonostante tutto, non ci è mai passata.
Questa creatura continua orgogliosamente a remare controcorrente, cercando quella libertà in musica che nell’etere è ormai diventata una mosca bianca, ed esprimendo con forza la passione per la condivisione, per la ricerca, per l’approfondimento. Non dobbiamo aderire ad una cieca linea editoriale che ormai spinge esclusivamente il pulsante play dei servizi di streaming, ma ci lasciamo guidare semplicemente dal nostro cuore e dalla nostra passione. Fulvio Savagnone, Marco Artico, Giampiero Crisanti, Franz Andreani, Flavia Cardinali, Francesco Cauli, Ivan Di Maro, Massimo Santori aka Moonchild ed io proveremo ogni giorno a coinvolgervi con i nostri podcast regolari e con le rubriche tematiche di approfondimento, sperando di farvi sentire sempre di più parte di questa fantastica avventura.
In questo quarto episodio stagionale sono andato sul sicuro parlando degli straordinari Hüsker Dü (vista la pubblicazione di 1985: The Miracle Year cofanetto che raccoglie anche lo straordinario intero concerto del 30 gennaio 1985 al First Avenue di Minneapolis) e di altre istituzioni del rock come The Dream Syndicate e Television. hanno trovato il giusto spazio anche gli immortali Morphine e le nuove leve del post punk americano come i Protomartyr. Come non ricordare le orchestrazioni dei Mercury Rev e fare un piccolo tuffo nel mondo tra post rock e elettronica con Seefeel e Bowery Electric. A 22 anni dalla scomparsa è sempre bello ricordare un enorme songwriter come Elliott Smith e fare un piccolo tributo ad un gigante del jazz e del ritmo in generale come Jack DeJohnette con un album solista e con la sua partecipazione a quella pietra miliare della musica tutta che è stato Bitches Brew di Miles Davis. A terminare il podcast la magia della voce incantevole di Melanie De Biasio e le suggestioni oniriche da Glasgow dei The Blue Nile e dell’unico album solista del cantante del trio scozzese Paul Buchanan.
Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.
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Iniziamo il podcast parlando degli di una band storica e straordinaria come gli Hüsker Dü. Grant Hart aveva formato il gruppo insieme a Bob Mould e Greg Norton nel 1979 dando una nuova connotazione al punk, mantenendo l’urgenza dell’hardcore, ma allo stesso tempo imprimendo una svolta melodica ed introspettiva, rendendo la band estremamente attuale e avendo un impatto notevole sui giovani negli anni ’80. La band di Minneapolis, che all’epoca era in competizione (quasi) feroce con i concittadini The Replacements, era sempre in bilico tra la cupa introspezione di Mould e la spavalderia di Hart, che si spartivano da (quasi) buoni fratelli la scrittura delle tracce dei dischi. Nel 1984 Zen Arcade è stato un disco epocale, un doppio concept album nell’era dell’hardcore era una cosa difficilmente concepibile all’epoca. 23 brani dove ci sono tutti gli estremi, cervello e cuore, melodia e rumore, la ricerca di se stessi in un monolite che non è mai stato prima così intimo e spettacolare. La “Chartered Trips” inserita nel poscast è la classica cavalcata spettacolare firmata da Mould.
La band pubblicò New Day Rising solo sei mesi dopo Zen Arcade, il 14 gennaio 1985, mostrando un ritmo creativo così elevato da essere considerata la miglior band dell’intera scena hardcore. Quel periodo creativo incredibile è stato sugellato da un incredibile concerto tenuto dal trio il 30 gennaio 1985 sul palco del First Avenue di una freddissima (-11°) Minneapolis, dove il trio aveva infiammato la sala con brani tratti da Everything Falls Apart, Metal Circus, Zen Arcade e New Day Rising, oltre a cinque nuove canzoni che sarebbero poi apparse in Flip Your Wig. Avevano anche reso omaggio ai loro predecessori con una versione esplosiva di “Eight Miles High” dei Byrds e una versione turbolenta di “Helter Skelter” dei Beatles con Dave Pirner dei Soul Asylum. La straordinaria Numero Group ha appena pubblicato 1985: The Miracle Year, che nelle versioni 4 LP o 2 CD include il restauro di Beau Sorenson dell’intero set del 30 gennaio 1985, 20 brani live extra tratti dal programma del tour di quell’anno e un libro deluxe di 36 pagine che descrive in dettaglio i dodici mesi più elettrizzanti della storia degli Hüsker Dü. Il suono di una leggenda.

I The Dream Syndicate sono stati una band fondamentale di quella scena californiana chiamata Paisley Underground, capace di traghettare il recupero delle radici folk e country nel maelstrom del post-punk e della psichedelia. Nel 1978 Steve Wynn e Kendra Smith si incontrano a Davis, California, trasferendosi dopo un paio di anni a San Francisco dove, grazie all’incontro con il chitarrista Karl Precoda e il batterista Dennis Duck, nel 1981 nascono i The Dream Syndicate. Un anno più tardi fanno il loro esordio discografico con un EP composto da 4 pezzi in cui affilano le loro armi fatte da un approccio più scuro e urbano rispetto alla visione più aperta di altri gruppi che facevano parte della stessa scena. L’esordio sulla lunga distanza The Days Of Wine And Roses ed il successivo Medicine Show si dividono spesso e volentieri la palma di migliore pubblicato dal quartetto. Anche se la mia preferenza, seppur di poco, va all’esordio, disco meno levigato ma più immediato e crudo, Medicine Show è molto più curato negli arrangiamenti, frutto di 5 mesi di duro lavoro in studio.
Le chitarre di Wynn e Precoda duettano aspre e abrasive, dipingendo scenari urbani drammatici, il basso, dopo l’abbandono di Kendra Smith è suonato (splendidamente) da Dave Provost si cambia rotta, e il pianoforte di Tom Zvoncheck apre nuovi orizzonti melodici alla band. Il gruppo, per celebrare degnamente il quarantennale del loro secondo album, ha ritirato fuori la propria etichetta Down There (ora distribuita dalla indie Fire Records) e recuperato i diritti sulle loro antiche incisioni dalla major Universal pubblicando Medicine Show: I Know What You Like (Deluxe Edition), un box set deluxe comprendente 4 CD e 42 canzoni (tra cui 29 registrazioni inedite) che raccontano la turbolenta, controversa ma creativa storia del gruppo nel triennio 1983-85. Per il podcast ho voluto proporre la splendida “Tell Me When It’s Over” registrata dal vivo nel 1984 al The Aragon Ballroom di Chicago. La band, senza dubbio tra gli immortali del rock, è tornata qualche anno fa adeguandosi ai nuovi tempi in un modo straordinario.

La scomparsa, un anno e mezzo fa, di Tom Verlaine ha davvero lasciato un vuoto incolmabile in molti appassionati di musica, non solo in quelli che hanno vissuto in prima persona i primi fasti del punk newyorkese ma anche in tutti quelli che hanno trovato la via del rock grazie all’incredibile chitarra di questo straordinario musicista e sono rimasti folgorati da un album intitolato Marquee Moon. La cosa paradossale è stata che nonostante i Television fossero stati i primi a lanciare l’intera scena punk a NYC, furono praticamente gli ultimi a pubblicare il loro album di esordio. Come detto dopo l’abbandono di Richard Hell subentrò Fred Smith, proveniente dai Blondie. Con lui venne inciso un singolo autoprodotto, “Little Johnny Jewel” (edito dall’etichetta indipendente Ork), che venne ben accolto nell’ambiente e dalla critica e suscitò l’interesse delle major e di un certo Brian Eno. Nel 1976 i Television firmarono un contratto con l’Elektra Records e poterono cominciare le registrazioni del primo album. Come detto, furono paradossalmente gli ultimi della fiorente scena newyorkese a far uscire un album: Horses di Patti Smith venne pubblicato nel 1975, seguito a ruota un anno dopo dall’esordio dei Blondie e dei Ramones.
Finalmente, l’8 febbraio 1977, i Television pubblicarono Marquee Moon, e valeva la pena aspettare così a lungo per un simile capolavoro. L’album sfoggiava in copertina una foto di Robert Mapplethorpe, e non ebbe immediatamente una reazione entusiastica. A 40 anni di distanza possiamo dire che l’album ha raggiunto un incredibile quanto singolare conquista: quella di trascendere l’etichetta “punk” e di suonare ancora fresco e attuale. Un vero classico dall’inizio alla fine. Il disco è allo stesso tempo una rivisitazione della psichedelia dei ’60, ma messa in pratica in era punk, reinventandosi e facendo diventare i Television di fatto i padri fondatori della nascente new wave. “Friction” è solo un esempio delle meraviglie contenute in un album che è entrato a pieno diritto nella storia del rock, soprattutto grazie alla chitarra di un ispiratissimo Tom Verlaine.

Andiamo avanti con il podcast parlando di un personaggio e di una band capaci di marchiare a fuoco gli anni ’90 in musica creando un’alchimia sonora assolutamente irripetibile. Un nome entrato nella leggenda, un musicista il cui nome è scolpito nella pietra su una targa a Palestrina e nel cuore di molti di noi. Difficile non ripercorrere la storia di Mark Sandman e dei suoi Morphine senza provare emozione, per le meraviglie e le magie che ci hanno saputo regalare, non ascrivibili a nessun genere se non a loro stessi. Un mondo compositivo che Sandman chiamava low rock, un ambiente sonoro che prendeva il blues, rock, jazz, funk e li plasmava, li modificava in qualcosa di altro che non assomigliava ad altro che ai Morphine: uno dei gruppi più importanti ed originali degli anni ’90.
Il 21 marzo del 1995 esce il terzo album, Yes, che conclude un trittico difficilmente eguagliabile da altri gruppi. Sandman affianca l’espertoPaul Q. Kolderie alla produzione e Billy Conway prende definitivamente il posto del (di nuovo) convalescente Doupree. Yes è un disco straordinario dove i tre trovano la perfetta mediazione tra l’oscurità del primo e l’immediatezza del secondo, togliendo le briglie anche al sax di Dana Colley. Dal funk di “Radar” al jazz di “Whisper”, dal blues di “I Had My Chance” alla viziosa “Super Sex” inserita nel podcast, l’album è l’ennesimo capolavoro che si dipana in 12 straordinarie canzoni fatte di un rock senza il suo strumento principe, la chitarra. Un suono notturno e stordente, vertiginoso e suadente, sensuale e ombroso. Quanto ci manca Mark Sandman, anche se sono passati più di 25 anni da quel maledetto 3 luglio 1999 che ce l’ha portato via. Se volete saperne di più sulla loro storia potete leggere l’articolo a questo link o ascoltare il podcast realizzato per la RNR Time Machine.

Quando a Detroit Joe Casey si unì ad una band chiamata Butt Babies, nessuno poteva prevedere che si sarebbe creata un’alchimia estremamente potente chiamata Protomartyr. Composti oltre che dal cantante Joe Casey, dal chitarrista Greg Ahee, dal batterista Alex Leonard e dal bassista Scott Davidson, i Protomartyr sono diventati sinonimo di assemblaggi caustici e impressionistici di politica e poesia, letterale e obliqua. Dopo un album ed un paio di cassette di riscaldamento, nel 2014 sono stati messi sotto contratto dalla Hardly Art per cui hanno pubblicato l’ottimo Under Color Of Official Right.
Un anno più tardi è uscito l’atteso seguito, un album che mette ancora più a fuoco le potenzialità emotive della band ed intitolato The Agent Intellect. 12 brani che evidenziano l’urgenza emotiva e la grande abilità del quartetto di Detroit nel dipingere affreschi diretti e precisi nel cogliere sempre nel segno, grazie alla loro alchimia tra un suono post-punk estremamente potente e ad un messaggio sociale importante e messo a fuoco. La splendida “Clandestine Time” è perfetta nel rappresentare l’intero lavoro. Il gruppo successivamente ha lasciato l’etichetta Hardly Art per passare alla Domino con cui ha pubblicato altri tre album. Il loro ultimo lavoro, il sesto, si intitola Formal Growth In The Desert ed è uscito nel 2023.

I Mercury Rev hanno scritto pagine di musica meravigliose negli anni ’90. Formati a Buffalo (NY) dall’incontro tra John Donahue e Sean “Grasshopper” Mackiowiak (chitarre), David Baker (voce) e Dave Fridmann (basso), hanno proposto un poderoso slancio psichedelico le cui nevrosi sono pienamente visibili nel loro straordinario esordio Yerself Is Steam, che combatte ad armi pari con i primi Flaming Lips. All’inizio la band rifugge tutte le mode di quegli anni, dal grunge allo shoegaze, passando per il britpop. Un paio di anni dopo, con Boces, la band tenderà ad appiattire i momenti di isteria lisergica a favore di un calibrato slancio pop. Sarà l’ultimo album con Baker alla voce, i problemi del cantante con gli stupefacenti e la svolta musicale nell’aria porteranno al divorzio che condurrà Donahue ad occuparsi anche della parte cantata. Quando i Mercury Rev tornarono a casa dopo il tour del loro album del 1995 See You On The Other Side, erano una band allo sbando. Le vendite del disco erano state deludenti la band aveva chiesto la rescissione del contratto con la Beggars Banquet e avevano lasciato il gruppo sia il loro manager che il batterista di lunga data Jimy Chambers.
Sia Donahue che Grasshopper erano caduti in una profonda depressione e in dipendenze da stupefacenti ma ad un certo punto i due si sono riavvicinati dopo una richiesta di collaborazione da parte dei Chemical Brothers che ha riacceso una scintilla creativa. si I due si sono trasferiti sulle montagne Catskill (parte degli Appalachi, nello stato di New York), dove nei sei mesi successivi hanno scritto e registrato Deserter’s Songs, un album fondamentale nella loro carriera, speciale perché che ha riportato indietro il gruppo dall’orlo del baratro e perché segna un cambiamento di approccio musicale. Meno anarchici e più incentrati su arrangiamenti barocchi, i due aumentano il numero dei musicisti coinvolti con una sezione di fiati, senza però dimenticarsi dei colpi di genio che li hanno sempre caratterizzati. L’onirica e fiabesca “Holes” è perfetta nel centrare le atmosfere maestose e sognanti del loro capolavoro.

Ho sempre avuto un debole, lo ammetto, per i songwriters riservati, timidi, ipersensibili, personaggi come Nick Drake o Tim Buckley nel passato, oppure come Mark Linkous, Daniel Johnston, Jason Molina e Vic Chesnutt nel presente. Sono passati clamorosamente ventidue anni da quel tremendo 21 ottobre 2003 in cui Elliott Smith ha deciso di porre fine alla sua esistenza terrena in un modo che ancora oggi non è stato mai del tutto chiarito. Nel 1994 Smith, non rispecchiandosi più nel suono rumoroso indie-punk-grunge dei suoi Heatmiser, aveva deciso di imbracciare la chitarra acustica per permettere al suo animo e alle sue sensazioni di venire fuori in maniera più naturale. Da quel momento è iniziata la parabola straordinaria di un artista sensibile e meraviglioso, interrotta soltanto da una tragedia personale enorme.
Dallo schietto e sincero folk cantautorale dell’esordio Roman Candle in cui gli accordi si succedevano con intensità e purezza sottolineando i testi malinconici e densi dei problemi quotidiani e del mal di vivere, Smith era passato ad incidere dischi con fisionomia e arrangiamenti più corposi, ma la meraviglia e la semplicità dei suoi brani non hanno mai smesso di incantare. Either / Or, pubblicato ben 28 anni fa, è stato il suo terzo lavoro in studio, e “Between The Bars” è tuttora una delle sue cose più belle in assoluto. Elliott Smith ci ha lasciato tante meraviglie, scritte ed interpretate da un artista fragile e incompreso, la cui delicata e malinconica creatività ci manca ogni giorno di più.

Adesso cambiamo atmosfere e andiamo a parlare di un periodo fertile musicalmente come gli anni ’90. Un periodo estremamente creativo tra post-rock, shoegaze, elettronica. Nel 1993 a New York Martha Schwendener (basso) e Lawrence Chandler (chitarra) formano i Bowery Electric. Chandler era un ex studente di LaMonte Young e aveva perfezionato la sua idea di minimalismo collaborando con Philip Glass. La loro era una personale idea di shoegazing, nell’onda di feedback scatenata dai My Bloody Valentine, mescolata ad un substrato psichedelico e a spruzzate di dream pop. Il duo si esibiva dal vivo talvolta con Michael Johngren alla batteria con cui avevano anche registrato alcuni singoli autoprodotti con la loro etichetta indipendente, la Hi-Fidelity. Dopo un primo album intitolato Drop con echi di droni e chitarre e botte psichedeliche che ricordano a volte gli Spacement 3 a volte i Loop arriva il momento della svolta.
Un’etichetta importante come la Kranky, specializzata in elettronica gli offre un contratto, e se il primo album autointitolato con la nuova label non ottiene il risultato sperato pur mostrando innegabili progressi, il successivo Beat nel 1996 fa finalmente centro. La chitarra e il basso vengono circondati da campionamenti, drum machines, battiti ipnotici e accenni di dub psichedelico, mentre il gran finale della lunghissima “Postscript” (17 minuti) mostra i due alle prese con un’ispirazione ambient che fluttua nello spazio. “Fear Of Flying” è il brano scelto per il podcast, dal ritmo incalzante mostra la quadrature del cerchio da parte del duo newyorkese, un unione tra suoni digitali e analogici che rende il brano sfumato, incalzante, avvolgente. Il disco è il loro personale capolavoro cui seguiranno quattro anni di silenzio prima di Lushlife, album più scuro ed indirizzato verso una personale definitiva mediazione tra trip-hop e shoegaze che nel 2000 sarà purtroppo anche il loro canto del cigno.

Andiamo dall’altra parte dell’oceano per andare a trovare un gruppo che con ogni probabilità è stato tra gli ispiratori del suono dei Bowery Electric di cui abbiamo appena parlato. All’inizio degli anni ’90 il londinese Mark Clifford entusiasta ricercatore musicale, ha creato i Seefeel insieme a Daren Seymour (basso), Justin Fletcher (batteria ed elettronica), e Sarah Peacock (voce e chitarra). Il gruppo, nonostante avesse le sembianze di un tipico quartetto rock, amava giocare con i suoni trasformandosi da shoegaze ad ambient, da noise a dub, tra Aphex Twin e i My Bloody Valentine. Clifford mandò un demo fu inviato a tre case discografiche e allo storico John Peel della BBC Radio 1 che si dimostrò entusiasta e li invitò per una delle sue memorabili sessions. Poco dopo, una delle etichette a cui era stato inviato il demo, la Too Pure, contattò la band mettendoli sotto contratto.
Come detto più volte su queste pagine, la Too Pure è stata l’etichetta di riferimento di quel periodo storico, fondata a Londra nel 1990 da Richard Roberts e Paul Cox e salita improvvisamente alla ribalta grazie alla pubblicazione di Dry, l’album di esordio di PJ Harvey. La label londinese era diventata in breve tempo il punto di riferimento per gli ascoltatori e gli addetti ai lavori meno allineati e usuali. Le band che incidevano per l’etichetta da una parte non si somigliavano affatto, ma allo stesso tempo erano pervase dalla stessa comune voglia di sperimentare. L’album di esordio del gruppo si intitolava Quique, ed è stato uno degli “Album dell’anno” del Melody Maker grazie ad una recensione proprio di Simon Reynolds che ne apprezzava il movimento ondivago tra shoegaze ed elettronica. “Plainsong” è uno dei momenti più memorabili del disco, poi ristampato nel 2007 in forma di redux, contenente versioni alternative e materiale non pubblicato all’epoca. Recensendo questa riedizione Pitchfork ha dichiarato che “la musica dei Seefeel continua a brillare 14 anni dopo, un’intera generazione ha costruito un’estetica ambient-motorik noise-pop intorno alle canzoni di Quique come ‘Plainsong’”. Dopo tanti anni la musica dei Seefeel continua a brillare. La loro estetica ambient-motorik noise-pop è stata aggiornata ai giorni nostri con un mini EP intitolato Everything Squared pubblicato lo scorso anno dopo ben 14 anni di silenzio, confermando i due superstiti Mark Clifford e Sarah Peacock come maestri nel costruire atmosfere impareggiabili

Andiamo avanti nel podcast parlando della parabola curiosa ma intrigante della cantante belga Melanie De Biasio, che l’ha portata da un esordio in sordina a diventare una delle interpreti più originali e credibili della sua generazione. Riavvolgiamo il nastro tornando indietro al 2007, anno in cui la piccola etichetta Igloo pubblica il suo esordio intitolato A Stomach Is Burning, un disco in cui si trovano già i semi di una importante fioritura artistica. Il jazz diventa una matrice che viene omaggiata senza mai essere replicata pedissequamente. L’album non trova il riscontro atteso e la Di Biasio non incide altro, pur continuando a collaborare con diversi artisti, fino al 2013, quando finalmente con la pubblicazione di No Deal ottiene un meritato successo di critica e pubblico. La meritata consacrazione avviene nel 2017 con lo splendido Lilies, dove la voce ed il flauto della De Biasio vengono accompagnati dai fedelissimi Pascal Mohy al pianoforte, Pascal Paulus ai synth e Dre Pallemaerts alla batteria. L’artista vira di nuovo verso la “forma-canzone” classica cambiando le carte in tavola, tornando alle radici con una serie di tracce apparentemente semplici e scarne, capaci di reggersi (benissimo) solo su due accordi, su uno schioccare di dita, su un tappeto di synth come su un pianoforte minimale.
Sono proprio i tre fidati musicisti ad accompagnare la voce ferma e carismatica di Melanie nell’apertura di “Your Freedom Is The End Of Me”, una ballata di grande atmosfera che sembra delineare una precisa mappa del tesoro. Ad affascinare c’è l’abilità nel creare canzoni all’apparenza semplici con poco o nulla, e se dopo Lilies ci eravamo chiesti se Melanie De Biasio avesse raggiunto l’apice della sua maturità artistica, la pubblicazione nel 2023 dopo sei anni di silenzio di Il Viaggio, disco ad ampio respiro dove la migrazione diventa la riscoperta delle proprie radici, ci conferma che l’italo-belga può andare anche oltre reinventandosi di nuovo, allontanandosi dalla forma canzone classica, ma avvolgendo insieme jazz, folk e ambient in canzoni che coinvolgono e commuovono.

Arrivati quasi fine podcast devo onorare la carriera di un musicista meraviglioso come Jack DeJohnette che ci ha lasciato da poco e lo faccio con uno degli album che hanno segnato a fuoco la storia della musica. Miles Davis prosegue idealmente la linea già tracciata con In A Silent Way registrando in soli tre giorni (il 19-20-21 agosto del 1969) uno dei capisaldi del jazz come Bitches Brew. Etichettare il disco come “jazz” è in realtà abbastanza riduttivo. Durante le registrazioni sono stati utilizzati diversi strumenti elettronici, come pianoforte, basso e chitarra elettrica, e la musica inizia a discostarsi dai ritmi abituali del jazz tradizionale, adottando un nuovo stile, fatto di improvvisazioni influenzate dalla musica funk. Miles è alla ricerca di nuove vibrazioni e raccoglie in studio un nutrito gruppo di musicisti convocati appositamente.
Nel 30th Street Studio di NYC ci sono Don Alias, Jack DeJohnette e Lenny White alla batteria, Juma Santos e Airto Moreira alle percussioni, Chick Corea, Joe Zawinul e Larry Young al piano elettrico, Dave Holland al basso acustico e Harvey Brooks a quello elettrico, John McLaughlin alla chitarra, Bennie Maupin al clarinetto basso e (last but not least) Wayne Shorter al sax soprano. L’improvvisazione collettiva viene guidata da Davis che impone al produttore Teo Macero di registrare tutto il materiale come fosse una lunga jam session, senza fermare mai il nastro. Lo stesso Macero aggiungerà alcuni effetti sonori in fase di post-produzione. Il risultato è un sensazionale flusso di idee, di atmosfere libere ed ipnotiche, dove i musicisti si lasciano andare in una sorta di rituale ancestrale, visualizzato anche dalla splendida copertina opera dell’artista Mati Klarwein. La “Miles Runs The Voodoo Down” che chiude il podcast, ispirata già nel titolo anche da Jimi Hendrix, è solo una delle meraviglie di un album che è entrato di diritto nella storia.

Jack DeJohnette ha suonato con quasi tutti gli artefici della storia del jazz moderno, dai membri dell’AACM (Association for the Advancement of Creative Musicians) a John Coltrane, Miles Davis, Sonny Rollins, Ornette Coleman, Bill Evans, Charles Lloyd e Pat Metheny, ed è stato maestro del ritmo del trio pianistico più famoso al mondo, la band Standards di Keith Jarrett. Si può affermare con certezza che il batterista non solo ha cambiato il volto del jazz moderno, ma è stato anche uno dei suoi più grandi interpreti, riuscendo ad adattare il suo potente potere ritmico e le sua capacità di improvvisatore ai vari cambiamenti che di volta in volta hanno cambiato il volto del jazz contemporaneo. Per omaggiare un musicista e bandleader completo ho voluto inserire nel podcast anche un album pubblicato nel 1997 che lo vede leader di un quartetto vero e proprio.
Oneness, pubblicato dall’etichetta di culto ECM, vede il batterista insieme ad una delle formazioni più complete di Jack. I suoi membri condividono la visione utopica del leader di una musica multidirezionale che include, ma non si limita al jazz. Il cuore della band è la straordinaria alleanza ritmica tra DeJohnette e il percussionista Don Alias, messa alla prova per la prima volta nell’innovativo On The Corner di Miles e rivitalizzata in tour con il progetto The New Standard di Herbie Hancock. Ad affiancare i due troviamo il pianista Michael Cain, e il bassista Jerome Harris, le cui collaborazioni con Sonny Rollins (grazie al quale ha conosciuto DeJohnette), Bill Frisell e George Russell hanno conferito al suo suono un universalismo affine. “Jack In” è un brano estremamente fluido, che scivola lungo binari di tamburi a mano rivestiti di feltro e piatti, uno stile di un batterista unico capace di attraversare decenni di splendida musica e che non potevo non omaggiare degnamente.

Passionale e malinconica, ricca di ricordi legati all’epoca vittoriana e avvolta da chiaroscuri notturni, l’atmosfera di Glasgow definisce perfettamente la musica di uno di quelli che possiamo chiamare senza timore di smentita, gruppo di culto. I The Blue Nile, nonostante abbiano vissuto musicalmente sempre nell’ombra, pubblicando pochissimo ed evitando qualsiasi sovraesposizione, meritano di essere al centro dell’attenzione. Proprio nell’università della capitale industriale scozzese si incontrarono alla fine degli anni 70 Paul Buchanan e Robert Bell. Ai due si unì Paul Joseph “PJ” Moore, che era cresciuto nello stesso quartiere di Buchanan. Dopo varie peripezie, gruppi stravaganti e anni di pausa, i tre si ribattezzano The Blue Nile e raccolgono abbastanza denaro per pubblicare il loro primo singolo “I Love This Life” .
Il loro esordio A Walk Across The Rooftops, fu pubblicato come primo album della neonata Linn Records nel maggio 1984 mostrando un pop alternativo di enorme classe e suggestione. Quando si parla di loro uno dei primi pensieri che vengono in mente è che sono stati gruppo capace di passare tantissimo tempo (anni addirittura) a perfezionare il prodotto prima di pubblicarlo. In realtà per il secondo lavoro intitolato Hats le cose non sono andate propriamente in questo modo visto che il trio era stato in qualche modo costretto all’esilio dallo studio di registrazione e quando finalmente le porte del Castlesound Studio si Edimburgo si erano riaperte il processo di registrazione era stato incredibilmente rapido. Per l’atteso seguito il trio aveva deciso di rallentare i battiti, dilatare tempi ed atmosfere per creare uno scenario sonoro notturno e raffinato. Già dall’iniziale “Over The Hillside” l’idea era quella di creare sette cortometraggi dove a dominare c’è l’asfalto bagnato dove si riflettono le luci della notte, amori che si consumano sotto le pensiline degli autobus per proteggersi dalla pioggia del nord della Gran Bretagna. La “The Downtown Lights” inserita in scaletta lascia emozioni notturne che si appiccicano al cuore e lo vestono di scintillanti drappeggi narrativi. Hats sembra davvero il disco della svolta per i Blue Nile. Pubblicato nell’ottobre 1989 riceve subito recensioni entusiastiche, tra cui una rara valutazione a cinque stelle da parte della rivista Q e il raggiungimento della posizione numero 12 nella UK Albums Chart, ad un soffio dalla Top Ten. La realtà sarà purtroppo diversa. Tra qualche settimana pubblicherò un lungo articolo che ripercorrerà la storia di uno dei miei gruppi del cuore dove potrete ricoprire le meraviglie pubblicate dal trio scozzese, un forziere segreto pieno di cose preziose.

La chiusura del podcast è affidata ad una delle mie voci maschili preferite in assoluto. Ho appena parlato degli scozzesi di Glasgow The Blue Nile, gruppo di culto capace di trasferire in musica la malinconia della città industriale scozzese. Band non certo prolifica e perfezionista, pubblicherà solo altri tre album prima di sciogliersi definitivamente, o almeno crediamo visto che il loro ultimo album, High, risale ormai al 2004. La notte e le atmosfere dilatate sono riempite da suoni corposi e dalla voce piena e straordinaria del cantante Paul Buchanan. Il loro è un pop mai banale, scevro da una qualsiasi ambizione commerciale, sofisticato e semplice allo stesso tempo. Ambientazioni emotive e oniriche capaci di stemperarsi nella tipica e crepuscolare malinconia del nord della Gran Bretagna.
Il silenzio da parte dei componenti della band è stato interrotto nel lontano 2012 dal primo e finora (purtroppo) unico album a nome del solo Buchanan, intitolato Mid Air. Un disco meraviglioso ed intenso, paragonabile in qualche modo all’unico lavoro solista di un altro gigante come Mark Hollis che abbiamo ascoltato poco fa. Un uomo sospeso in aria, pochi sapienti tocchi di pianoforte, quegli archi appena sfiorati, e la voce dello scozzese a riempire tutto lo spazio emozionando e portandoci in una dimensione “altra” come solo lui sa fare. Un viaggio notturno e cinematico di grande emozione e sentimento composto da 14 piccoli cortometraggi che scaldano il cuore, come la “Mid Air” che da il titolo all’album e chiude la programmazione odierna. Trentasette minuti di magia e brividi, ristampati da qualche anno in un’edizione Deluxe che ne comprende altri venti in un CD bonus.
Un grazie speciale va, come sempre, a Franz Andreani per la sua passione, la gestione di questa banda di pazzi e per la splendida riorganizzazione del sito già attiva da qualche anno. A cambiare non è stata solo la versione grafica del sito, ma anche la “filosofia” della podradio, con le rubriche che vanno ad integrarsi nella programmazione regolare sotto l’hashtag #everydaypodcast. Sulla nostra pagina Facebook troverete quotidianamente ogni upload del sito e, ormai da tempo, è attivo anche lo splendido canale YouTube della Radio, una nuova formula senza interruzioni ne spot per ascoltare la vostra-nostra musica preferita. Iscrivetevi numerosi, vi aspettiamo!
Nel prossimo episodio troverete molte novità: di gruppi che tentano di trovare una via personale all’art-rock come i Geese e i Water From Your Eyes al gran ritorno dei Sorry, dall’emozionante ritorno di Mavis Staples che riveste di emozioni brani più o meno nuovi al secondo album solista di Jim White dove il batterista dei Dirty Three (e di molti altri progetti) si diletta anche alle tastiere facendo sentire la propria voce. Ma c’è spazio anche per molte meraviglie dal passato che avrebbero meritato maggior fortuna, dai seminali MX-80 Sound a gruppi di enorme creatività come Pylon e Minutemen. Andrò più avanti nel tempo con gli stop-and-go micidiali dei quasi dimenticati The Union Of A Man And A Woman, il feedback dei Serena-Maneesh, l’epitaffio sonoro di un amico perduto dei For Those I Love, il ritorno dalle nostre parti delle “nuove leve” del post-punk britannico come Idles e Dry Cleaning mentre il gran finale sarà appannaggio degli stratosferici Lankum.
Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.
Intanto se volete potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perché no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web.
Per suggerimenti e proposte, scrivetemi senza problemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it.
Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto.
Buon Ascolto
TRACKLIST
1. HÜSKER DÜ: Chartered Trips da ‘Zen Arcade’ (1984 – SST Records)
2. THE DREAM SYNDICATE: Tell Me When It’s Over (Live at The Aragon Ballroom Chicago 1984) da ‘Medicine Show (40th Anniversary Expanded Edition)’ (2025 – Down There Records)
3. TELEVISION: Friction da ‘Marquee Moon’ (1977 – Elektra)
4. MORPHINE: Super Sex da ‘Yes’ (1995 – Rykodisc)
5. PROTOMARTYR: Clandestine Time da ‘The Agent Intellect’ (2015 – Hardly Art)
6. MERCURY REV: Holes da ‘Deserter’s Songs’ (1998 – V2)
7. ELLIOTT SMITH: Between The Bars da ‘Either/Or’ (1997 – Kill Rock Stars)
8. BOWERY ELECTRIC: Fear Of Flying da ‘Beat’ (1996 – Kranky)
9. SEEFEEL: Polyfusion da ‘Quique’ (1993 – Too Pure)
10. MELANIE DE BIASIO: Your Freedom Is The End Of Me da ‘Lilies’ (2017 – [PIAS] Le Label)
11. MILES DAVIS: Miles Runs The Voodoo Down da ‘Bitches Brew’ (1970 – Columbia)
12. JACK DeJOHNETTE: Jack In da ‘Oneness’ (1997 – ECM Records)
13. THE BLUE NILE: The Downtown Lights da ‘Hats’ (1989 – Linn Records)
14. PAUL BUCHANAN: Mid Air da ‘Mid Air’ (2012 – Newsroom Records)
