Ecco il secondo podcast di Sounds & Grooves per la 20° stagione di RadioRock.TO The Original
In questa nuova avventura in musica troverete interessanti novità e un doveroso tributo a Danny Thompson.
20 anni… A pensarci è incredibile che siano passati già quattro lustri da quando questa folle ma fantastica avventura chiamata Radiorock.to The Original è iniziata. Folle perché ormai la parola podcast è entrata di diritto nel lessico comune e sono migliaia i podcast musicali, di attualità o di qualsiasi altro argomento a disposizione di chiunque. Ma venti anni fa è stata una vera e propria scommessa di un manipolo di matti inebriati dalla passione per la musica e dalla volontà di rendere facilmente fruibile un palinsesto che potesse parlare prevalentemente di rock senza disdegnare una panoramica sulla musica di qualità a 360 gradi. La nostra motivazione è stata quella di dare un segnale di continuità con quella meravigliosa radio del passato che molti custodiscono nel cuore e a cui ho provato a dare un piccolo contributo dal 1991 al 2000. Tra il 1996 ed il 2000 molti di noi hanno lasciato progressivamente la radio in FM al suo destino ma l’idea non poteva essere replicata nell’etere visti i costi e la situazione legislativa dell’FM dell’epoca,. Fortunatamente però la passione e la voglia di fare radio e di ascoltare e condividere musica di qualità, nonostante tutto, non ci è mai passata.
Questa creatura continua orgogliosamente a remare controcorrente, cercando quella libertà in musica che nell’etere è ormai diventata una mosca bianca, ed esprimendo con forza la passione per la condivisione, per la ricerca, per l’approfondimento. Non dobbiamo aderire ad una cieca linea editoriale che ormai spinge esclusivamente il pulsante play dei servizi di streaming, ma ci lasciamo guidare semplicemente dal nostro cuore e dalla nostra passione. Fulvio Savagnone, Marco Artico, Giampiero Crisanti, Franz Andreani, Flavia Cardinali, Francesco Cauli, Ivan Di Maro, Massimo Santori aka Moonchild ed io proveremo ogni giorno a coinvolgervi con i nostri podcast regolari e con le rubriche tematiche di approfondimento, sperando di farvi sentire sempre di più parte di questa fantastica avventura.
In questo secondo episodio stagionale troverete tanto per iniziare lo straordinario sestetto libanese SANAM, che apre una strada di contaminazioni oriente-occidente e di libertà espressiva di cui abbiamo davvero bisogno in questi giorni oscuri. Il #podcast proseguirà sulla strada tracciata dalla Constellation Records insieme ai FYEAR e al produttore dei SANAM Jerusalem In My Heart. Sono rimasto stupito dal numero di album registrati da un contrabbassista straordinario come Danny Thompson, che ci ha lasciato da poco e che è stato capace di scaldare con il suo suono un’epoca straordinaria del folk-rock britannico con i suoi Pentangle. Tante altre collaborazioni, alcune più “classiche” come John Martyn o Nick Drake, altre che non ricordavo affatto come i Talk Talk di The Colour of Spring. A chiudere la prima parte ci pensano i LANKUM con la loro modalità di rivitalizzare il folk. Ci sarà una piccola parentesi dedicata ad un meraviglioso genere musicale come il Paisley Underground con due istituzioni: Rain Parade e Green On Red. A chiudere il tutto ci penseranno due novità come il ritorno dei Saint Etienne e di Neil Hannon che ritrova le sue melodie migliori nel nuovo The Divine Comedy. E se Ani DiFranco già parlava tristemente di come gli USA fossero una “Subdivision” già nel 2001, il gran finale sarà dedicato ad uno dei gruppi storici di quella meravigliosa, zuccherosa e straordinaria avventura chiamata Sarah Records: i Blueboy. Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.
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Iniziamo il podcast con un gruppo che facilmente entrerà nella mia personalissima Playlist di fine anno. Una delle etichette più importanti per quanto riguarda la sperimentazione musicale e la contaminazione culturale, la canadese Constellation, ha messo sotto contratto il sestetto libanese SANAM, pronti a portare in dote un universo sonoro che intreccia psichedelia, krautrock, improvvisazione, jazz, suggestioni goth ed elettronica con la tradizione del loro paese e la poesia araba contemporanea. Il gruppo, composto da Sandy Chamoun (voce), Antonio Hajj (basso), Farah Kaddour (buzuq), Anthony Sahyoun (chitarra, synth), Pascal Semerdjian (batteria) e Marwan Tohme (chitarre), nasce nel 2021 in seguito all’invito a collaborare con Hans Joachim Irmler, storico membro dei Faust, durante l’Irtijal Festival. Da quell’esperienza prende forma un percorso condiviso che si consolida durante una residenza discografica nel Libano rurale, in un periodo segnato da forti tensioni nazionali.
Sametou Sawtan in realtà è il loro secondo lavoro, visto che il primo Aykathani Malakon, registrato dal vivo, è stato pubblicato nel giugno 2023 dall’etichetta britannica Mais Um Discos. Il titolo del disco è ricco di possibilità quanto la musica della band libanese. Sametou Sawtan si traduce dall’arabo come “Ho sentito una voce”. Che la si interpreti come inquietante o spirituale, questa frase esprime la capacità del suono e del linguaggio di indurre una pausa, catturare l’attenzione e aprirci al momento presente. Il lavoro sul nuovo lavoro è iniziato all’inizio del 2024. Le idee iniziali, nate ai Tunefork Studios di Beirut, sono state concretizzate in aprile durante una residenza a Beit Faris, una casa medievale nella città costiera di Byblos. Il sestetto è stato affiancato dal produttore Radwan Ghazi Moumneh (aka Jerusalem In My Heart). Gli ultimi due brani dell’album sono registrazioni delle sessioni di Beit Faris, mentre gli altri sono stati registrati ai La Frette Studios di Parigi durante il tour europeo della band nell’estate 2024. Non c’è dubbio che il loro approccio musicale sia tra le cose più interessanti e originali uscite recentemente, ascoltate l’iniziale “Harik” per credere. È stato il seme dell’album, scritto da Chamoun nel febbraio 2024, con la band che ha costruito il brano attorno alle sue parole. Inizia con un brivido, elettronica tagliente e voce ansimante che perfora la batteria martellante prima che la band raggiunga un esaltante climax.

Jason Sharp è da anni una colonna portante della comunità musicale avant-jazz, sperimentale e improvvisata di Montréal. Sassofonista e compositore elettroacustico, il suo lavoro da solista ha prodotto un insieme unico di musica unendo la padronanza della tecnica estesa del sassofono con microfoni personalizzati, elettronica e sintesi modulare. Kaie Kellough è un’acclamato poeta e scrittore, la cui raccolta di poesie Magnetic Equator ha ricevuto il Griffin Poetry Prize 2020 (il principale premio di poesia canadese). Oltre alla scrittura, negli ultimi due decenni la sua pratica principale sono stati lavoro sonoro e le performance dal vivo in innumerevoli manifestazioni di spoken word e multi-media, sperimentazioni e collaborazioni. Un gruppo che proprio lo scorso anno ho premiato con la prima posizione nella mia personalissima Playlist di fine anno.
Dopo diversi anni di collaborazione, sviluppo, workshop, commissioni ed esibizioni in configurazioni minori, i due artisti hanno creato e perfezionato il progetto FYEAR che, nella sua definitiva configurazione, vede la partecipazione della poetessa/scrittrice Tawhida Tanya Evanson (voce) e dei musicisti Jesse Zubot (violino), Joshua Zubot (violino), Joe Grass (pedal steel), Stefan Schneider (batteria), Tommy Crane (batteria) oltre all’artista/designer Kevin Yuen Kit Lo (video performance e visual design). Il risultato è un album tanto sorprendente quanto complicato da definire e raccontare, dove il collettivo unisce improvvisazione e composizione, strumentazione elettronica e acustica, recitazione vigorosa e vocalizzazione astratta, bilanciando una struttura intensiva con un un intenso spirito esplorativo. La “Pt II Mercury Looms” inserita in scaletta è composta da quasi 8 minuti di magia dove le due voci, il sax e tutta la strumentazione si inseguono a volte in maniera forsennata a volte più estatica in una sorta di caos controllato ed incredibilmente coeso che ci trascina tra alt-jazz e post-rock in un personale ed inedito microcosmo musicale.

Come dicevamo in precedenza l’etichetta Constellation Records è sempre una garanzia di musica splendida e coraggiosa. Non fa eccezione il produttore (proprio dei SANAM ascoltati in apertura) e musicista libanese di stanza a Montréal Radwan Ghazi Moumneh che insieme al regista canadese Charles-Andre Coderre ha dato vita ad un progetto audio/visuale chiamato Jerusalem In My Heart. Il tentativo è quello di creare una nuova e moderna forma di musica araba sperimentale in continua evoluzione e farla andare a braccetto con la parte visuale creata ad hoc con film analogici a 16mm. Il progetto JIMH è guidato dalla fusione operata da Moumneh tra il cantato tradizionale in arabo ed il suono del buzuk con moderne implementazioni di sintetizzatori modulari e field recordings.
Le sue registrazioni vogliono in qualche modo mescolare la cultura storica delle cassette arabe con le tendenze moderne della musica elettronica. Dopo aver rivelato la propria forza emotiva nel 2014 con l’album Mo7it Al-Mo7it, due anni più tardi i Jerusalem In My Heart sono tornati prima con un album collaborativo insieme ai post rockers Suuns, poi con un album intitolato If He Dies, If If If If If If. Il disco se possibile mostra ancora meglio il crocevia culturale di grande tensione lirica di cui i due si fanno portavoce. In “A Granular Buzuk” gli strumenti della tradizione araba si uniscono all’elettronica in una preghiera che si innalza verso il cielo, tra la crudeltà della guerra e la catarsi della pace. Un luogo in cui perdersi e riflettere, una musica ed un messaggio che 10 anni più tardi è ancora più importante e necessario vista la follia imperante.

Con questo artista iniziamo un mini percorso per celebrare l’attività artistica di un contrabbassista straordinario come Danny Thompson, che ci ha lasciato da poco dopo aver marchiato a fuoco decenni di folk e non solo. Iain David McGeachy, meglio conosciuto come John Martyn, è stato un meraviglioso songwriter dall’incredibile talento vocale, capace di spaziare dal folk al blues, dal jazz al soul. Il suo talento, purtroppo, era pari all’amore che provava per la bottiglia, situazione aggravata dal fatto che i suoi primi album, sebbene siano stati rivalutati eccome dalla critica, sono stati davvero un fiasco commerciale. Il successo, come spesso purtroppo avviene, lo trovò parecchi anni dopo, convertendosi al pop di classe. Nel 1972, Martyn ha pubblicato Bless The Weather, album dove iniziava lentamente a distaccarsi dal folk tradizionale, sperimentando nuove tecniche vocali e arrangiamenti più ricchi.
Di li a poco pubblicherà i suoi due capolavori (Solid Air e Inside Out) nel giro di pochi mesi nel 1973. Solid Air, il suo quarto album in studio, è stato registrato in otto giorni e presenta contributi strumentali naturalmente di Danny Thompson e di vari membri dei Fairport Convention come Dave Mattacks, Dave Pegg e Richard Thompson, oltre al grande tastierista John “Rabbit” Bundrick. “Solid Air”, la title track, è stata scritta da Martyn per il suo grande amico Nick Drake, che sarebbe morto per overdose di antidepressivi 18 mesi dopo l’uscita dell’album. Martyn disse del brano: ”È stato scritto per un mio amico, è stato creato con motivazioni molto chiare, e ne sono molto soddisfatto, per varie ragioni. Ha un messaggio molto semplice, ma dovrete capirlo da soli”. Il disco scorre magnificamente e mostra l’intero spettro della musica che John Martyn aveva a disposizione nelle sue dita e nella sua voce.

Siamo a Londra nel 1967, quando l’incontro tra Jacqui McShee (voce), John Renbourn (chitarra e voce), Bert Jansch (chitarra e voce), Danny Thompson (contrabbasso) e Terry Cox (batteria) da vita ai Pentangle. Nella filosofia della band, così come in un pentagono, ogni lato è indispensabile, e allo stesso modo ogni suo membro apportava un fondamentale contributo alla musica del gruppo. Nonostante la giovane età i musicisti avevano già avuto esperienze importanti, con la sezione ritmica che aveva fatto parte dell’ultima formazione della nota Alexis Korner’s Blues Incorporated. Già dall’esordio si capiva che sarà la miscela tra jazz, folk e blues, background dei musicisti, la vera arma vincente di un gruppo che si contenderà con i Fairport Convention il trono di migliore folk rock band britannica tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70.
Nel 1969 esce quello che probabilmente è il loro vero capolavoro. Basket Of Light è il loro terzo lavoro in studio, come detto forse il più rappresentativo del gruppo. Il singolo “Light Flight”, con ritmi tipici del jazz, 5/8 e 7/8 alternati a un 6/4, ha avuto un notevole successo, oltre che per la sua straordinaria bellezza, anche grazie alla trasmissione Take Three Girls della televisione inglese, per la quale fu scelta come sigla. Tra brani originali e traditionals, il disco ci riporta ad un momento storico d’oro per quanto riguarda il folk rock britannico. Una meraviglia suonata con strumenti acustici tra cui spicca la “Springtime Promises” inserita in scaletta per celebrare un maestro come Thompson.

Andando a cercare tutte le innumerevoli collaborazioni di Danny Thompson, ne ho trovate alcune che non solo non ricordavo, ma che mi hanno davvero stupito. Nel 1986 il contrabbassista britannico è entrato in sala di incisione con i Talk Talk, prestando la sua maestria per la registrazione della prima traccia “Happiness Is Easy” al posto del bassista del gruppo Paul Webb aka Rustin Man. I Talk Talk di Mark Hollis, hanno vissuto i loro primi anni mischiati, non per colpa loro, nel calderone synth-pop anni ’80 insieme a Spandau Ballet o Duran Duran grazie a hit singles come “It’s My Life” o “Such A Shame” e negli anni seguento sino stati capaci di effettuare la più incredibile mutazione da bozzolo a farfalla che si sia vista nella storia della musica.
Il trio aveva, fortunatamente, dalla sua parte una notevole e superiore capacità di scrittura rispetto ai gruppi pop dell’epoca e, passo dopo passo, è riuscito a reinventare il proprio stile portando la loro evoluzione ad un importante picco sonoro ed emotivo. Proprio The Colour Of Spring, nel 1986, è stato l’album della svolta, terzo lavoro posto in mezzo alla loro straordinaria discografia, vero e proprio punto di svolta nel suono del gruppo. Il disco presenta molti altri collaboratori ad arricchire il loro suono. Oltre a Thompson spiccano Steve Winwood, David Rhodes e Mark Feltham, a ribadire l’impegno verso una forma canzone più libera da schemi e l’inizio del distacco dal genere di musica cui erano sempre stati associati. Una separazione che si completerà con il successivo Spirit Of Eden e ancora di più con le sei meravigliose e lunghe tracce di cui era composto l’ultimo Laughing Stock, dove i tre si lasciano circondare da archi e fiati, capaci di creare le atmosfere eteree e dilatate su cui il canto di Hollis diventa liquido, psichedelico e ispirato.

Visto che ne abbiamo parlato in relazione alla sua amicizia con John Martyn, andiamo a trovare come ultimo capitolo del tributo a Danny Thompson uno dei maggiori songwriters britannici. Nicholas Rodney Drake, nasce a Rangoon, in Birmania il 19 Giugno del 1948, 2 anni dopo il papà, che lavorava presso la Bombay Burmah Trading Corporation, fa ritorno in inghilterra e si stabilisce nel piccolo villaggio di Tanworth-in-Arden, pochi chilometri a sud di Birmingham. A 20 anni abbandona progressivamente il prestigioso Fitzwilliam College di Cambridge per dedicarsi quasi esclusivamente alla chitarra acustica e alle sue canzoni. Un suo concerto in un locale di Camden Town a Londra come supporto di Country Joe And The Fish cambia per sempre la sua vita. Tra il pubblico è presente Ashley Hutchings, bassista dei Fairport Convention, che, colpito dal talento del giovane Drake, lo segnala a Joe Boyd, influente manager del gruppo folk.
Questo avrà un duplice effetto: un contratto con la nota etichetta Island Records, ed un rapporto molto stretto con lo stesso Boyd che diventerà presto il suo mentore nonostante l’enorme differenza caratteriale tra i due. Tanto Boyd è spigliato e carismatico quanto Drake è timido e riservato. Praticamente nessuna intervista (Drake ne rilasciò solo una, alla rivista Sounds, dopo l’uscita di Bryter Layter nel 1971), nessuna promozione. Il suo album di esordio si intitola Five Leaves Left, ed esce il 1 Settembre del 1969, seguito poco più di un anno dopo, il 1 novembre 1970, da Bryter Layter. In questi due dischi Drake viene accompagnato dal meglio dei musicisti folk e non solo: Dave Pegg, Dave Mattacks, Richard Thompson dei Fairport Convention, (naaturalmente) Danny Thompson e John Cale tanto per citarne alcuni. Gli arrangiamenti sono del suo amico ed ex compagno di università Robert Kirby. La scrittura del giovane è già matura, i collaboratori perfetti, la sua malinconia in musica terribilmente affascinante. I risultati commerciali sono però al di sotto delle aspettative anche se il riscontro degli addetti ai lavori è più che positivo. Il carattere introverso di Drake si evidenzia soprattutto in concerto, dove sembra spesso quasi un pesce fuor d’acqua, infastidito dal vociare della platea tanto da reagire spesso in modo arrogante ed antipatico. “Time Has Told Me” è solo il primo tassello di una carriera straordinaria ma troppo breve che troverà compimento con Pink Moon.

Chiuso il doveroso tributo a Danny Thompson, rimaniamo in ambito folk con un gruppo che sta rivitalizzando questo genere storico cambiando in corsa le regole del gioco. Il 2023 aveva visto il ritorno dei dublinesi Lankum con il loro quarto album intitolato False Lankum. Partendo da canzoni folk tradizionali, i Lankum (nome preso dal protagonista della scura folk ballad intitolata proprio “False Lankum” scritta da John Reilly) hanno impresso il loro marchio personale facendo leva su pesanti droni e distorsioni che conferiscono nuova intensità e bellezza a ogni brano. Con questo album il quartetto aveva consolidato il suo distacco dal genere folk classico, creando una musica audace e contemporanea che nasce, come detto, da elementi tradizionali ma che suona decisamente nuova.
Nelle 12 tracce dell’album il quartetto irlandese aveva utilizzato una nuova tavolozza per colorare il proprio suono in modo sempre più sperimentale, grazie anche all’ausilio del produttore di lunga data John ‘Spud’ Murphy. Solo dopo la registrazione il gruppo si era reso conto che quasi tutte le canzoni dell’album, raccolte o scritte, avevano una sorta di riferimento al mare. A confermare il loro status di nuove superstar del folk, a fine giugno 2024 il quartetto ha pubblicato Live in Dublin, un album registrato in tre serate da tutto esaurito al Vicar Street di Dublino dove i Lankum hanno eseguito diversi brani del loro catalogo, tra cui “The Rocky Road to Dublin” che finora non era mai stato pubblicato ufficialmente. Ian Lynch, Daragh Lynch, Cormac MacDiarmada e Radie Peat anche on stage confermano l’incredibile fascino scuro della loro proposta come dimostra la conclusiva “Bear Creek”. Unico neo, dei 9 brani che compongono la scaletta dell’edizione digitale, solo 6 sono finiti sul vinile.

Molte volte su queste pagine sonore abbiamo parlato del Paisley Underground, scena musicale di rock alternativo nata in California nella prima metà degli anni ottanta, caratterizzata dal recupero e dalla rielaborazione del sound psichedelico classico con un piglio più asciutto e sintetico mutuato dal punk rock. Il termine fa riferimento a un motivo decorativo di origine persiana e indiana (il Paisley), molto in voga durante il periodo della Summer of Love e spesso identificato con lo stile psichedelico. Tra i gruppi più ipnotici e barocchi della scena c’erano i Rain Parade, gruppo che si formò nel 1981 come Sidewalks composti da Matt Piucci (cantante) e David Roback (chitarra) a cui si aggiunsero il fratello di David, Steven Roback (basso), Eddie Kalwa (batteria) e Will Glenn (tastiere, violino).
I fratelli Roback avevano suonato in precedenze in un gruppo minore, The Unconscious with Neighborcon, insieme a Susanna Hoffs delle Bangles. Nel 1983 pubblicarono il loro album di debutto, Emergency Third Rail Power Trip, con l’etichetta Enigma/Zippo. Il critico Jim DeRogatis avrebbe poi scritto nel suo libro Turn on Your Mind: Four Decades of Great Psychedelic Rock (2003) che “Emergency Third Rail Power Trip non è solo il miglior album di tutte le band del Paisley Underground, ma è anche uno dei migliori album di rock psichedelico di tutti i tempi, con melodie edificanti contrapposte a temi cupi e introspettivi”. L’album metteva in mostra le voci eteree dei Roback, la batteria precisa di Eddie Kalwa, gli accenti colorati del sitar, del violino e della tastiera di Will Glenn e un intricato, squillante attacco delle due chitarre che sembrava riprendere il suono dei The Byrds come dimostra la “This Can’t Be Today” inserita in scaletta. David Roback lasciò subito dopo per formare gli Opal insieme a Kendra Smith (proveniente da un’altra band cardine del Paisley come The Dream Syndicate) e il gruppo continuò come quartetto per poi sciogliersi nel 1986. Dopo una reunion nel 2012 la band ha pubblicato il suo primo album in studio dopo 38 anni, Last Rays Of A Dying Sun, il 4 agosto 2023.

Tucson, Arizona 1979. Dan Stuart (chitarra), Jack Waterson (basso), Van Christian (batteria) e Sean Nagore (organo), che sarà presto sostituito da Chris Cacavas, formano una band chiamata The Serfers e per avere più visibilità, decidono di uscire dalla ristretta scena di Tucson per dirigersi a Los Angeles. In California, per evitare confusione con la scena surf-punk locale, decidono di cambiare il nome in Green On Red, prendendo il nome da una delle loro prime canzoni. Van Christian decide di tornare a Tucson, ma viene subito rimpiazzato da Alex MacNicol, già conosciuto per aver suonato con Lydia Lunch. Il gruppo si va subito ad inserire nella corrente Paisley Underground, quel genere nato proprio in California che andava ad unire l’energia reazionaria del punk con il recupero delle sonorità root e psichedeliche.
Nel gennaio del 1981 i quattro si autoproducono 300 copie di un EP di cinque pezzi intitolato Two Bibles. Queste 5 tracce bastano per far drizzare le antenne a Steve Wynn , leader di una delle band di maggior successo dell’epoca, The Dream Syndicate. Wynn decide di produrre il successivo lavoro della band per conto della sua etichetta personale, la Down There. Nel 1982 esce Green On Red, altro EP costituito da 7 traccie meglio curate e arrangiate dell’esordio. Grazie a Wynn, la band entra in contatto con il produttore e musicista Chris Desjardins dei The Flesh Eaters, che li mette subito sotto contratto per la sua etichetta di successo Slash. Nel 1983 esce il loro primo album sulla lunga distanza, Gravity Talks, 12 tracce che li proiettano di diritto nella storia del Paisley Underground e non solo. Le sonorità garage, la psichedelia desertica, le aperture melodiche e l’organo quasi doorsiano di Cacavas creano uno dei dischi più rappresentativi della scena californiana indipendente dei primi anni ’80. “Blue Parade” è uno dei brani più belli di un disco memorabile. Poco tempo dopo l’ingresso del giovane chitarrista Chuck Prophet aprì nuove prospettive alla band con la sua tecnica sopraffina, che possiamo ascoltare nel successivo e altrettanto splendido Gas, Food And Lodging del 1985.

Ani DiFranco è ormai da trent’anni un’istituzione vera e propria del songwriting al femminile. Icona della ribellione, apertamente bisessuale e femminista, capace di esprimere una straordinaria energia persino da sola con la sua fida chitarra acustica, Ani da Buffalo, New York, è stata capace di raccogliere intorno a se un enorme e fedele seguito senza mai vendere l’anima al music business, ma riuscendo comunque a piazzare milioni di copie fisiche. Ha creato una sua personale etichetta, la Righteous Babe Records, con cui pubblica dischi dal lontano 1990 con un’invidiabile media qualitativa per la prolificità della produzione.
Se Ani nel 1999 era uscita meravigliosamente dai binari della “semplice” militanza folk con l’album To The Teeth che allargava lo spettro sonoro ad altri generi musicali come jazz e funk grazie anche alle collaborazioni di artisti come Prince e Maceo Parker, due anni più tardi il suo undicesimo lavoro in studio, il doppio album Revelling/Reckoning, ha portato a compimento il lavoro di ristrutturazione del suo suono. L’album mostra diversi aspetti della sua personalità musicale, con il primo disco più aperto e movimentato, mentre il secondo è più lento ed introverso. Il brano che ho scelto (dopo molte indecisioni) è “Subdivision”, brano che mette a nudo tutte le contraddizioni ed i razzismi striscianti (ed evidenti) degli Stati Uniti. Proprio “Subdivision” è il brano che fece rifiutare alla folksinger la partecipazione al noto programma televisivo Saturday Night Live, in quanto i produttori del programma non volevano che lei la cantasse a milioni di americani. pensate solo cosa potrebbe accadere nel 2025 con l’attuale “presidente” degli Stati Uniti…………..
“I’m wondering what it will take
For my country to rise
First we admit our mistakes
And then we open our eyes
Or nature succumbs to one last dumb decision
And America the beautiful
Is just one big subdivision”

È tornato Neil Hannon, con la sua eleganza sorniona e il suo acume pop. A quasi trent’anni di distanza dal terzo album dei suoi The Divine Comedy, Casanova, che gli ha conferito un’inaspettata fama pop, a Hannon è tornato alla mente un ricordo che tuttora lo fa sorridere. Si tratta della vaga sensazione di irritazione che provava quando la gente cercava di etichettarlo con un genere musicale. Baroque Pop, questa definizione lo faceva infuriare: “Pop barocco? Cosa significa? Si riferisce agli arrangiamenti degli archi? Alle melodie ricche di dettagli? Beh, adoro tutte queste cose!”. Dopo che la colonna sonora del film Wonka ha dato nuova visibilità a Neil Hannon, compositore delle tracce insieme a Joby Talbot, il nord irlandese ha composto e pubblicato il suo tredicesimo album in studio.
Rainy Sunday Afternoon è stato pubblicato il 19 settembre e mostra la sua consueta eleganza introspettiva e i suoi arrangiamenti eleganti insieme ai testi a volte ispirati dalla storia e spesso riferiti ad esperienze personali e ricordi malinconici, senza dimenticare il suo lato istrionico e divertente quando immagina di suonare per un Donald Trump appena uscito di prigione. Quando l’arco di una vita raggiunge il suo apice, la vista davanti a te è chiara quanto quella dietro di te e questo è un album che guarda in entrambe le direzioni, a volte anche nello spazio di una sola canzone. La title track è il brano scelto per rappresentare il disco in questo podcast.

Arriviamo quasi a fine podcast parlando di un gruppo arrivato a festeggiare i 35 anni di attività. Bob Stanley e Pete Wiggs si conoscono fin dall’infanzia e hanno fondato i Saint Etienne nel 1990 con la loro cover di “Only Love Can Break Your Heart” di Neil Young. Sarah Cracknell si è unita al gruppo per il loro terzo singolo “Nothing Can Stop Us” e l’album Foxbase Alpha nel 1991. Nati inizialmente dalla scena indie dance degli anni ’90, la loro musica ha mescolato la cultura club con il pop degli anni ’60 e altre influenze disparate registrando ben dodici album in studio e vivisezionando la materia pop in tutti i suoi più piccoli particolari.
Dopo tanti anni i tre hanno voluto chiudere in bellezza con un album appena uscito intitolato International, dove per il primo singolo “Glad” hanno chiesto l’aiuto di Tom Rowlands dei Chemical Brothers dietro al mixer e Jez Williams dei Doves alla chitarra. Il tono del loro ultimo lavoro è leggero e divertente come sempre, impacchettando melodie come solo loro sanno fare. I Saint Etienne rimarranno come una assoluta meraviglia del pop britannico e per questo podcast ho voluto rendere omaggio al loro lavoro di addio con “The Go Betweens”, brano che mi piace pensare possa essere riferito a quel gruppo australiano che così tanto abbiamo amato.

C’era una volta un’etichetta britannica che si chiamava Sarah Records. Creata a Bristol nel 1987, le sue pubblicazioni hanno accompagnato i nostri sogni più romantici, popolato la parte più pop e malinconica del nostro cuore, abbracciato le nostre lacrime e le nostre gioie. Un mondo sognante ed incantevole popolato da band di culto tra cui The Orchids, Blueboy, Brighter, The Field Mice e molte altre. Poco importa che il sogno creato dai visionari Clare Wadd e Matt Haynes sia in qualche modo finito nel 1995, il mondo della Sarah Records sarà sempre presente nel nostro immaginario. Dopo la fine della Sarah, Haynes fondò la Shinkansen Recordings nel 1996. Il nome dell’etichetta, che prende spunto dal “treno proiettile” giapponese, doveva originariamente essere “Metropolitan”, ma esisteva già un’etichetta discografica con quel nome. La Shinkansen pubblicò nuove registrazioni di ex artisti della Sarah (tra cui Blueboy e Harvey Williams) e di altri artisti come Fosca, Trembling Blue Stars e Tompot Blenny. Haynes continuò a curare una rivista, Smoke: a London Peculiar, dedicata alla scrittura e all’arte ispirate a Londra.
Il 7″ targato SARAH 65 si intitolava “Popkiss”, brano dei Blueboy gruppo formato a Reading, Berkshire nel 1989 dall’incontro tra Keith Girdler (voce) e Paul Stewart (chitarra), ex membri della poco conosciuta band Feverfew. Ben presto firmarono un contratto con la Sarah Records, pubblicando nel 1991 il singolo “Clearer”, registrato in casa. Al nucleo originario presto si aggiunsero altri musicisti, tra cui la cantante/violoncellista Gemma Townley e il secondo chitarrista Harvey Williams (dei The Field Mice/Another Sunny Day). Il gruppo registrò diversi singoli e due album con la Sarah, prima di passare alla Shinkansen e sciogliersi nel 1998. Dopo la morte di Keith Girdler avvenuta nel 2007, Gemma Townley e Paul Stewart hanno suonato al lancio di These Things Happen: The Sarah Records Story nell’ottobre 2023 ponendo le basi per la riunione del gruppo che ha pubblicato un nuovo lavoro intitolato A Life in Numbers nel settembre 2025.
Un grazie speciale va, come sempre, a Franz Andreani per la sua passione, la gestione di questa banda di pazzi e per la splendida riorganizzazione del sito già attiva da qualche anno. A cambiare non è stata solo la versione grafica del sito, ma anche la “filosofia” della podradio, con le rubriche che vanno ad integrarsi nella programmazione regolare sotto l’hashtag #everydaypodcast. Sulla nostra pagina Facebook troverete quotidianamente ogni upload del sito e, ormai da tempo, è attivo anche lo splendido canale YouTube della Radio, una nuova formula senza interruzioni ne spot per ascoltare la vostra-nostra musica preferita. Iscrivetevi numerosi, vi aspettiamo!
Nel prossimo episodio troverete un ricordo di Chris Dreja (cofondatore degli The Yardbirds), un piccolo viaggio nel pop rock orchestrale di Sheffield con Richard Hawley e The Last Shadow Puppets, torneremo a 40 anni fa con uno dei gruppi che sono entrati più a fondo nel cuore della gente come i The Replacements, parleremo del (quasi) dimenticato funk dinamico e campionato dei Soul Coughing e di quel ponte tra rock psichedelico, soul e dancefloor dei Primal Scream chiamato Screamadelica. Ispirato dal delizioso indie pop delle scozzesi The Cords, parleremo della scena C86 ascoltando i The Wolfhounds prima di viaggiare nel tempo con gli straordinari Quasi, andare in Irlanda con i The Waterboys e scivolare nell’oscuro, nuovo, epico, progetto di Efrim Menuck (Godspeed You! Black Emperor) chiamato We Are Winter’s Blue And Radiant Children. Ci sarà anche spazio per l’intensità emotiva dei The Notwist e per la mai così attuale “Chiamata” sciamanica dei Deadburger di Vittorio Nistri. Il gran finale sarà appannaggio di uno straordinario Tom Waits d’annata.
Il tutto sarà, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.
Intanto se volete potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perché no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web.
Per suggerimenti e proposte, scrivetemi senza problemi all’indirizzo e-mail stefano@stefanosantoni14.it.
Potete ascoltare o scaricare il podcast anche dal sito di Radio Rock The Original cliccando sulla barra qui sotto.
Buon Ascolto
TRACKLIST
1. SANAM: Harik = حريق da ‘Sametou Sawtan’ (2025 – Constellation)
2. FYEAR: Pt II Mercury Looms da ‘FYEAR’ (2024 – Constellation)
3. JERUSALEM IN MY HEART: A Granular Buzuk da ‘If He Dies, If If If If If If’ (2015 – Constellation)
4. JOHN MARTYN: Solid Air da ‘Solid Air’ (1973 – Island Records)
5. PENTANGLE: Springtime Promises da ‘Basket Of Light’ (1969 – Transatlantic Records)
6. TALK TALK: Happiness Is Easy da ‘The Colour Of Spring’ (1986 – EMI)
7. NICK DRAKE: Time Has Told Me da ‘Five Leaves Left’ (1969 -Island Records)
8. LANKUM: Bear Creek da ‘Live In Dublin’ (2024 – Rough Trade)
9. RAIN PARADE: This Can’t Be Today da ‘Emergency Third Rail Power Trip’ (1983 – Enigma)
10. GREEN ON RED: Blue Parade da ‘Gravity Talks’ (1983 – Slash)
11. ANI DiFRANCO: Subdivision da ‘Revelling / Reckoning’ (2001 – Righteous Babe Records)
12. THE DIVINE COMEDY: Rainy Sunday Afternoon da ‘Rainy Sunday Afternoon’ (2025 – Divine Comedy Records Limited)
13. SAINT ETIENNE: The Go Betweens da ‘International’ (2025 – Heavenly [PIAS])
14. BLUEBOY: Popkiss da ‘Popkiss (7″)’ (1992 – Sarah Records)
