Secondo lavoro in solitaria per Jim White
“Inner Day” mostra il batterista sempre più a suo agio nel suo mix espressionista di percussioni e tastiere
Photo Cover: Anna White
Lo scorso anno un membro dei Dirty Three tanto poco appariscente quanto essenziale nell’economia del trio come il batterista Jim White, aveva pubblicato un disco tanto atipico quanto bello ed ispirato. All Hits: Memories era un lavoro praticamente di sola batteria, a parte alcune macchie sonore messe a disposizione dal liuto di George Xylouris, dalle tastiere di Ben Boye e dal synth che lo stesso White si era divertito ad utilizzare. L’esordio solista di un musicista classe 1962, mai appagato dalle sue molteplici e multiformi collaborazioni: due album insieme a Mark Kozelek e al tastierista di Chicago Ben Boye, la quasi “storica” collaborazione con George Xylouris sotto il nome Xylouris White, la sinergia con la chitarrista Marisa Anderson, la partecipazione al suggestivo progetto Springtime insieme a Gareth Liddiard (Tropical Fuck Storm, Drones) e Chris Abrahams (The Necks). Il nostro eroe ha poi collaborato come turnista con altri artisti come Nina Nastasia, Cat Power, PJ Harvey e Bill Callahan per poi finire ad essere membro pulsante del nuovo progetto The Hard Quartet creato da Stephen Malkmus (Pavement).
Bello pensare che un musicista del genere, con oltre 40 anni di carriera alle spalle, ami ancora curiosare nel suo giardino sonoro, tanto da tornare in studio di nuovo insieme al fido produttore Guy Picciotto (Fugazi), per registrare l’atteso seguito intitolato Inner Day con cui fa evolvere la sua modalità compositiva affiancando al suo drumming atipico un sempre maggiore uso delle tastiere
Lo stesso White in fase di presentazione dell’album ha detto: “Nel mio primo album volevo avere un suono di tastiera che accompagnasse la batteria, perché insieme descrivevano il motivo per cui alcune cose semplicemente ‘colpiscono’ la mente, e perché altri ricordi rimangono impressi. In seguito, ho scoperto che le note cercavano di esprimersi in modo più dinamico, e così nel mio secondo album Inner Day, è proprio quello che succede”.
La sua è una modalità espressiva inusuale che solo un musicista con la sua personalità e tanti anni di onorato servizio può permettersi. Il minutaggio rispetto all’esordio quasi raddoppia fino a sfiorare i 45 minuti, e se per il primo colpo sui piatti dobbiamo aspettare la minimalista “The Titles”, per ascoltare il rullante c’è bisogno della seguente (splendida) “Longwood”, dove il musicista traccia un percorso irto di ostacoli attraverso paesaggi melodici intriganti, capaci di diventare persino inquietanti nelle successive “Cloudy” e “Stepping”, innervate dalla capacità di White di tracciare storie sui tamburi, ora mandando le bacchette al galoppo ora tracciando ritmi più cadenzati.

L’abilità di Jim White è quella di saper gestire l’equilibrio tra tastiere e percussioni, a volte suonandoli in maniera contrapposta, con il drumming a diventare più intenso ed intricato quando le tastiere creano un’atmosfera rilassante e viceversa. Nella seconda metà del disco troviamo un’ulteriore novità rispetto all’esordio: nella title track fa capolino la sua voce narrante e quasi sussurrante che appare di nuovo in “I Don’t Do / Grand Central” in dialogo con quella divertita della strumentista free jazz Zoh Amba, perfettamente a suo agio nel dialogo vocale con Jim e nell’arricchire con la sua chitarra uno dei momenti migliori del disco.
Ed è proprio il finale che regala le suggestioni più profonde e i brani più lunghi grazie alla batteria che si agita frenetica sotto il mare di synth lievemente increspato di “Thanksgiving (Three Dead Walls)” e alla lunga (quasi 10 minuti) “11.12.24” dove le tastiere fluttuano tra stati d’animo sospesi e atmosfere evocative mentre la batteria cerca una strada ora frenetica, ora sottile, mostrando l’incredibile sensibilità di White nel manipolare il ritmo, catturando quella sensazione intimista di tempo sospeso.
Inner Day è il disco di un batterista atipico che usa bacchette, spazzole e tastiere come un pittore, evocando ricordi, tracciando storie sui tamburi, costruendo paesaggi tra tribalismo e jazz che sembrano quasi casuali ma che casuali in fondo non sono mai e che, con l’inserimento di synth e voce da batterista di enorme sensibilità, riesce a trasformarsi in compositore maturo ed intrigante.
TRACKLIST
1. Deathday 2:03
2. What’s Really Happening 2:06
3. The Titles 1:51
4. Longwood 4:14
5. Cloudy 1:42
6. Stepping 4:09
7. Two Ruffys 4:14
8. Inner Day 3:03
9. The Blinded Bird 1:01
10. I Don’t Do / Grand Central 3:41
11. Thanksgiving (Three Dead Walls) 4:28
12. 11.12.24 9:48
13. Anniversary 2:04
