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SEASON 13 EPISODE 11: “Classifica 2018 – Top 15”

Le avventure in musica diĀ Sounds & GroovesĀ arrivano al’11° Episodio della 13° Stagione di RadioRock.TO The Original

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In questo episodio di Sounds & Grooves troverete la seconda parte della mia personale Classifica del 2018 con la Top 15

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Sounds & Grooves arriva all’11° Episodio della 13° Stagione di www.radiorock.to, ed ĆØ per me a distanza di anni sempre meraviglioso registrare e dare un segnale di continuitĆ  con il passato, con quella meraviglia che Franz Andreani, Marco Artico, Massimo Di Roma, Flavia Cardinali, Gianpaolo Castaldo avevano creato e a cui, nel mio piccolo, ho provato a dare il mio contributo dal 1991 al 2000. La Radio Rock in FM come la intendevamo noi ĆØ sparita da due decenni, ma in questi 12 anni abbiamo cercato nel nostro piccolo di tenere accesa una fiammella, cercando di raddoppiarla, moltiplicarla, farla diventare un faro di emozioni e qualitĆ  musicale con tutta la passione e la voglia di fare radio che nonostante tutto non ci ĆØ mai passata.Ā Non siamo una radio ā€œnormaleā€. Non solo perchĆ© trasmettiamo in differita e attraverso podcast registrati, ma soprattutto perchĆ© andiamo orgogliosamente musicalmente controcorrente rispetto a quella che ĆØ diventata la consuetudine delle emittenti radiofoniche al giorno d’oggi.

La mia temutissima Classifica del 2018 ĆØ arrivata finalmente su radiorock.to. In questo spazio, come ogni anno, ho voluto semplicemente buttare giù, come appuntandoli su un taccuino, gli album che nell’ultimo anno solare ho ascoltato di più, e che sono riusciti maggiormente a coinvolgermi, e condividere con voi la mia interpretazione, il mio modo di sentire. Nonostante ci siano un milione di classifiche sparse nel web, sia quelle compilate dalla varie (più o meno trendy) music webzines e magazines, che quelle postate sui vari profili personali dei social networks, credo che da ognuna di queste ci sia sempre da qualcosa da imparare, uno o più nomi da annotarsi per approfondire con curiositĆ . La mia particolare preferenza quest’anno ĆØ andata a chi, dopo tanti anni di onorata carriera ha saputo ancora sorprendere registrando un disco tanto affascinante quanto, per molti (lo comprendo) troppo cupo e claustrofobico. In ogni caso nella playlist c’è spazio per le più svariate forme musicali: la classicitĆ , l’indie-rock, il songwriting, il post-punk, i tradizionalisti, il rock classico, e perfino le musiche definite come avant-qualchecosa. C’è sempre un oceano di musica da scoprire, e molti (me compreso) non sono riusciti a rinunciare al fascino irresistibile dei tesori (o presunti tali) sommersi, avendo come risultato un’enorme varietĆ  di nomi all’interno delle singole playlist.

In questi quasi 100 minuti di musica andremo ad ascoltare le posizioni dalla 30° alla 16° secondo il giudizio insindacabile della redazione di Sounds & Grooves…che poi sarei io :))))) Dai suoni più “classici” di E, Parquet Courts, Shame, Reverend Horton Heat e Ty Segall, fino a quelli più complessi di Dwarfs of East Agouza, Young Mothers, Heather Leigh. Passando per la (quasi) disco music in chiave funk-kraut dei Cave, le sonoritĆ  cupe di Wrekmeister Harmonies e Skull Defekts, l’inaspettato ritorno dei Wingtip Sloat, l’eccitante suono dei Moon Relay e l’eleganza di Neneh Cherry. Vi do l’appuntamento al prossimo podcast per la Top 15.

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Lunga vita a RadioRock The Original. #everydaypodcast

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Download, listen, enjoy!!!

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Prima di partire con questo viaggio in musica potete effettuare il download del podcast anche nella versione a 320 kb/s semplicemente cliccando sul banner qui sotto.

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Qualcuno l’aveva giĆ  notata qualche tempo fa, questa minuta ragazza svedese che apriva i concerti degli Swans senza tremare al cospetto di un gruppo principale cosƬ importante.Ā Dead MagicĀ ĆØ il quarto album in studio diĀ Anna von Hausswolff, senza dubbio il più importante e quello riuscito meglio: il disco che consacra la trentaduenne songwriter scandinava come una delle realtĆ  più affascinanti emerse in questi anni. L’artista usa il suo organo e la sua voce duttile e potente per dipingere un’umanitĆ  in bilico tra luce ed ombre, scenari apocalittici ed esoterici. Sono solo 5 brani, di cui due superiori ai 10 minuti, ma bastano ed avanzano per trasportarci in un mondo di scura magia dove tutto ĆØ possibile, perfino unire la sua neoclassicitĆ  con il doom metal ed il weird folk. Un disco fatto di chiari e scuri, evocativo, potente, tribale, che non ha faticato ad issarsi nelle prime posizioni di molte playlist di fine anno, non solo nella mia. ā€œThe Mysterious Vanishing Of Electraā€Ā ĆØ uno dei brani migliori dell’album, con il suo potente muro di suono.

Micah P. Hinson, folksinger nato a Memphis ma texano d’adozione, ĆØ ormai da anni una delle voci più interessanti del songwriting americano.Ā Le sue liriche autobiografiche, sarcastiche e profonde, si sposano perfettamente con la sua visione cinematica e il suo modo dolcemente violento di interpretare la tradizione americana.Ā Micah si ĆØ sempre confermato anche live come grande intrattenitore, raccontando storie della sua vita personale e della grande periferia americana, quella dove il massimo della vita ĆØ andarsi a sbronzare al bar o trangugiare un six pack davanti alla tv. Se lo scorso anno conĀ Micah P. Hinson presents The Holy Strangers, il songwriter ha voluto creare una Ā«moderna opera folkĀ» dove raccontare la storia di una famiglia in tempo di guerra, stavolta con l’ennesima nuova sigla, The Musicians of the Apocalypse, mette in musica le idee che si sono accavallate nella sua mente durante i passi che lo hanno portato a compiere il famoso cammino fino a Santiago Di Compostela.

Tornato in Texas Micah ha raccolto svariati musicisti che avevano collaborato con lui in passato ed in sole 24 ore ha registratoĀ When I Shoot At You With Arrows, I Will Shoot To Destroy YouĀ l’ennesimo album diretto, sincero, in cui il nostro esprime i suoi peccati e cerca la redenzione scoccando frecce che colpiscono sempre il bersaglio. In sette tracce registrate alla vecchia maniera, rigorosamente con equipaggiamento analogico, Hinson mostraĀ ancora una volta la sua abilitĆ  nel saper miscelare perfettamente la tradizione country-folk con il songwriting più contaminato e moderno, stavolta chiudendo con i 9 minuti della strumentaleĀ ā€œThe Skulls Of Christā€ dove condensa tutti gli orrori dei nostri tempi. ā€œSmall Spacesā€Ā ĆØ il brano che ci instrada verso il nuovo cammino di Micah

David Longstreth dopo la rottura con l’ex compagna sul palco e nella vita Amber Coffin ritrova l’ispirazione per condurci sulle sue strade pop-rock sghembe e poco convenzionali, illuminato da quelle bolle rosse e blu che giĆ  campeggiavano nel 2009 sulla copertina di uno dei suoi album più riusciti a nomeĀ Dirty Projectors:Ā Bitte Orca. Accompagnato da Juliane Graf (trombone), Mauro Refosco (percussioni), Nat Baldwin (basso, tastiere), Mike Johnson (batteria) e molti altri musicisti (tra cui anche Tyondai Braxton), Longstreth riempie il nuovo Lamp Lit Prose con tutte le sue ispirazioni più riuscite, tra indie folk e una vena black con un grande groove.

Anche le collaborazioni dimostrano l’equilibrio della proposta, tra Robin Pecknold (Fleet Foxes) eĀ  Syd, tra indie-folk e soul. Le sue armonie complesse e caleidoscopiche fanno centro spesso e volentieri, posizionandosi con un equilibrio mirabile al confine perfetto traĀ mainstream e sperimentazione, senza mai risultare banale. È un disco che ci fa riappacificare con il Longstreth pieno di carica vitale, espressa con sovrapposizioni di voci, chitarre, archi e fiati in uno splendido caleidoscopio sonoro. Longstreth usa tutti i trucchi del mestiere, strumenti usati con maestria e precisione chirurgica, cori irresistibili e ritornelli che entrano in mente e non ne escono più.Ā ā€œThat’s A Lifestyleā€Ā ĆØ uno di quei brani capaci di issarsi su un ipotetico podio di tutte le loro uscite.

Gran personaggioĀ Allen Ravenstine.Ā  Tastierista storico dei Pere Ubu, dopo aver caratterizzato la band con il suo lancinante synth ha lasciato il mondo musicaleĀ  per diventare un pilota di linea commerciale. Non contento ha progettato simulazioni di stress per altri piloti di linea. C’è voluta la pensione per riportarlo alla musica e al suo primo amore, la sintesi modulare. Il suo incubo da bambino, quello della bomba atomica che poteva arrivare in qualsiasi momento, ĆØ diventato l’ispirazione per un lavoro che esce per la ReR Megacorp, l’etichetta di un altro irregolare come Chris Cutler (Henry Cow).Ā 

Waiting For The Bomb, album che si dipana senza soluzione di continuitĆ  in una forma ibrida ed inusuale, ĆØ stato registrato quasi interamente nell’appartamento di Ravenstine a New York City con strumenti analogici e digitali. Una sorta di colonna sonora in cui suoni e strumenti dialogano cambiando spesso ritmi ed umori. L’attesa della bomba non ĆØ solo una reminiscenza della guerra fredda ma diventa una metafora su come passare il tempo finoĀ  alla fine della nostra esistenza terrena. L’album comprende diciotto episodi cinematici che stupiscono per differenza stilistica ed organicitĆ , una tensione che aumenta per poi allentarsi, un lungo viaggio da ascoltare con mente e cuore aperti.

Che botta era stata tre anni fa l’uscita del monumentaleĀ Infinity Machines. Un monolite spalmato su sei facciate di album con cui chiunque da quel momento in poi voleva addentrarsi nei medesimi impervi sentieri, ha dovuto fare i conti. La strada del collettivo mutante di Salford (Manchester) chiamatoĀ GnodĀ e guidato da Paddy Shine da allora ha avuto i fari puntati addosso, pressione che non ha affatto impaurito la band, capace come pochi altri di mescolare rumore e psichedelia, droni e noise-rock, echi kraut e rumore industriale.Ā Chapel PerilousĀ ne conferma l’assoluta grandezza.

La loro musica si ĆØ arricchita ultimamente di una forte connotazione politica, e l’album va a sviscerareĀ l’opera dello scrittore e filosofo socialista Robert Anton Wilson, che nella sua operaĀ Cosmic Trigger usa proprio l’espressione che da il titolo all’album per descrivere uno stato psicologico particolare: quello in cui un individuo non capisce se una forza sovrannaturale lo ha aiutato od ostacolato nel suo cammino, e se quella stessa forza sia o no un prodotto della propria mente. Tra cupi momenti tribali, sferzate di puro noise-rock come “Uncle Frank Says Turn It Down”, e pulsazioni elettroniche il collettivo spinge la mente umana fino ai suoi confini più oscuri, lasciandoci esausti su una spiaggia di sabbia scura in un paesaggio apocalittico.

Una fila di alberi spogli, un paesaggio avvolto nella nebbia. Questo ĆØ l’aspetto visuale diĀ Cloud Corner, l’atteso esordio della chitarristaĀ Marisa AndersonĀ per laĀ Thrill Jockey. Luoghi della mente, panorami minimalisti, tradizioneĀ prewar-folk. Sembra tutto cosƬ lontano dalla percezione che abbiamo della California, dove Marisa ĆØ nata nel 1971. L’albumĀ ĆØ una perfetta summa di tutti gli stili che la Anderson ha saputo mirabilmente spalmare sulla sua discografia dall’esordio ai giorni nostri. In più, ĆØ stata capace di aggiungere nuove suggestioni che rendono le 10 tracce assolutamente uniche. Stupisce l’abilitĆ  di Marisa Anderson di saper toccare l’anima con cosƬ pochi strumenti. Le sue composizioni sono capaci di emergere dalla nebbia in tutta la loro meraviglia.

Tra la tradizione country-blues-folk e nuove suggestioni che si muovono tra gli Appalachi ed il popolo Tuareg, passando per il Messico e la Bolivia, la chitarrista ĆØ riuscita a creare una discografia in costante progressione, consegnandoci conĀ Cloud Corner il suo lavoro più ispirato e commovente. In questo solco colpisce positivamente ā€œSant Feliu de GuĆ­xolsā€. Il brano prende il nome dall’omonima localitĆ  della Costa Brava dove Marisa tenne un concerto nel 2015. Nel backstage la musicista era stata avvicinata da alcuni fan che, come consuetudine vuole, volevano fare due chiacchiere e scattare alcune foto. Una domanda in particolare gli era rimasta in mente:Ā ā€œPerchĆ© non scrivi mai una composizione allegra?ā€. La Anderson ha voluto scegliere proprio il nome della cittadina spagnola per rispondere con accordi folk aperti e rilassati al suo interlocutore.

Il songwriter e chitarrista americanoĀ Tim PresleyĀ ĆØ un personaggio davvero interessante. Dopo aver formato e sciolto i Darker My Love, il cantautore ha fatto parte di una delle innumerevoli line-up dei The Fall del compiantoĀ Mark E. SmithĀ registrando con la band l’albumĀ Reformation Post TLCĀ pubblicato nel 2007. Dopo una serie di album a nome White Fence, di cui uno in coabitazione con Ty Segall, Presley ha iniziato a collaborare con la cantautrice gallese Cate Le Bon, formando iĀ Drinks.

E se con il suo primo lavoro a suo nome,Ā The WinkĀ (disco suonato in collaborazione proprio con Cate Le BonĀ insieme alla batterista Stella Mozgawa) rimandava ad una psichedelia declinata in maniera inusuale e deforme interpretata con una scrittura decisa e una forte personalitĆ , il secondo album dei Drinks mantiene le ottime premesse dell’esordio.Ā Hippo Lite ĆØ un magnifico gioco di incastri raffinato e sfuggente come dimostra la splendida “You Could Be Better”. La psichedelia pop dei due viene scomposta e ricomposta, infilando una dissonanza, un esperimento proprio mentre l’ascoltatore inizia ad adagiarsi sulle melodie. E Presley non smette di stupirci. Un nuovo album a nome Tim Presley’s White Fence ĆØ uscito ad inizio 2019 facendo centro per l’ennesima volta.

Uno dei due chitarristi degli U.S. Maple (autori di 5 pregevoli album dal 1995 al 2003 e perfetta incarnazione di quel fenomeno che andava sotto il nome di ā€œNow Waveā€), Todd Rittmann, nel 2009 ha creato iĀ Dead Rider, un nuovo progetto con cui portare a compimento la sua missione di scomporre e ricomporre vari generi musicali.Ā Rittmann con i suoi nuovi compagni di avventura: Matthew Espy, batteria, Andrea Faugh, tromba e tastiere, e Thymme Jones, elettronica, tastiere, fiati e batteriaĀ (questi ultimi due anche nei Cheer-Accident) ci avevano giĆ  convinto nel 2014 con un album intitolatoĀ Chills On Glass, che aveva incantato per il gioco degli incastri, e per l’abilitĆ  di Rittmann e compagni di creare un’equilibrata alchimia tra ingredienti apparentemente molto diversi, per poi confermarsi 3 anni dopo cambiando riferimenti stilistici ma facendo di nuovo centro. SuĀ Crew LicksĀ l’obiettivo del restauro diventava laĀ black music, e il dipanarsi delle nove tracce era come il gioco della pentolaccia, con i quattro che dopo aver messo nella pignatta di terracotta soul, funk, psichedelia anni’70, si divertivano a colpirla a turno con violente mazzate.

Stavolta la creatura feroce e mutante di Rittmann cambia leggermente nome, riducendosi a trio (non ĆØ più della partita Thymme Jones) ma ospitando la voce del britannico Paul Williams, di cui poco si sa se non che ĆØ stato il manager dell’attore Crispin Glover. Una sorta di Tom Waits quasi più roco, perfetto per sottolineare i pestoni storti e dilatati (come la “Not A Point Of A Scale” inserita in scaletta) di questa band che riesce sempre a stupire per l’ennesima rivisitazione e reinvenzione della materia rock-blues. Ormai tra i miei preferiti in assoluto, ennesimo centro pieno. Uno di quei dischi che per qualitĆ  e varietĆ  stilistica (merce rara al giorno d’oggi) non mi stancherei mai di ascoltare.

Josephine alza una lampada in vetro colorato e ci guida ad esplorare le profonditĆ  dello spirito in questo doppio album in quattro parti. A seguire la celebritĆ  della sua voce troviamo cori di entitĆ  alate (e una navetta spaziale) che salgono e scendono in un labirinto di spiritual: preghiere rituali, lamenti blues, inni vestali e benedizioni giubilanti. I confini del mondo naturale sono fondali rotanti da cui la nostra narratrice si posa, affacciandosi su precipizi simbolici o salici desolati dalla foresta imbiancata dalla neve, esplorando temi eterni di mortalitĆ  e moralitĆ , sotto la luna e dialogando in maniera quasi occasionale con un misterioso dio dell’amore, figura ambigua e mistica.ā€

Questo il pomposo proposito dell’ultimo album di una delle cantautrici più ispirate ed originali dei nostri giorni. Lasciando da parte le iperboli ed l’immaginario mistico su cuiĀ Josephine FosterĀ si ĆØ spesso e volentieri specchiata, sorprende ancora la qualitĆ  della scrittura sia pure in un disco cosƬ lungo ed ambizioso comeĀ Faithful Fairy Harmony: quasi 80 minuti di musica spalmati su quattro facciate. Con la sua chitarra, pianoforte, arpa e organo si fa accompagnare da splendidi musicisti comeĀ Victor Herrero (chitarra), Gyưa Valtýsdóttir (violoncello), Chris Scruggs (pedal steel), Jon Estes (basso), e vari membri dei The Cherry Blossoms, collettivo folk di Nashville con cui ha collaborato svariate volte.Ā  Durante questo ciclo di 18 canzoni la Foster senza sforzo dissolve ogni barriera tra se stessa e gli ascoltatori, con il suo linguaggio incredibilmente vario destreggiandosi traĀ prewar folk, cantautorato rock classico, psichedelia e armonie jazz. Con i suoi arrangiamenti calibrati e la sua voce incredibile, Josephine colpisce ancora una volta il centro del bersaglio. AscoltareĀ ā€œLord Of Loveā€Ā per credere.

Daniel BlumbergĀ ĆØ un musicista londinese, tanto irrequieto da nascondersi dietro una sfilza di nomi come Cajun Dance, Hebronix, Oupa, o Heb-Hex. Non contento ha anche creato una band estremamente interessante chiamata Yuck, con cui ha pubblicato 3 album tra il 2011 ed il 2016. Durante lo scorso anno, Blumberg insieme a Ute Kanngiesser (violoncello), Tom Wheatley (contrabbasso) e Billy Steiger (violino), ha dato vita ad una residency molto interessante presso un locale famoso per le sue jam session di improvvisazione jazz, ilĀ Cafe OTOĀ di Londra.

Insieme ai suoi fidati musicisti, Blumberg ĆØ andato in Galles a registrare il suo album di esordio come solista.Ā Minus ĆØ un album crudo, dolente, a tratti straziante, sincero, suonato con passione.Ā Solo in una traccia (i 12 minuti diĀ ā€œMadderā€), i musicisti si lasciano andare ad un’improvvisazione free-form, nelle altre 6 canzoni ĆØ la poetica, il romanticismo a volte doloroso, la fragilitĆ  emotiva ad avere la meglio, come nell’incredibile title track. Un album che ĆØ entrato senza dubbio nella playlist di fine anno di molti di voi. Un disco dell’anima impreziosito dalle illustrazioni create dallo stesso songwriter.

Buffo pensare che lo scorso anno questa posizione la occupava John Colpitts Man Forever akaĀ  Kid Millions, moniker con cui pesta forte i tamburi degli avant-rockersĀ OneidaĀ e quest’anno la stessa ĆØ occupata dalla sua band principale. I maestri del rock sperimentale newyorkese tornano dopo la riuscita collaborazione con il maestro Rhys Chatham con un doppio album intitolato semplicementeĀ Romance. Il disco forse ĆØ il più riuscito della band dai tempi del seminaleĀ Each One Teach One, con il perfetto connubio tra free rock, psichedelia, minimalismo e sonici assalti frontali. Lo spirito avventuroso del combo torna in tutta la sua esplosivitĆ , con momenti melodici e ritmi organici mescolati a suoni frenetici, improvvisati e meravigliosamente irregolari.

Si va dai tre minuti di una ā€œcanzoneā€ regolare quasi di ispirazione anni ’60 comeĀ ā€œAll In Due Timeā€ alla devastante “Cockfight”, passando per i diciotto (!) minuti della conclusiva ā€œSheperd’s Axeā€Ā che dopo un’introduzione di tastiere ambientali procede in maniera mostruosa in una progressione tra psichedelia, noise, jazz e rock suonata con una lucida e mirabolante follia. Una band clamorosa ed un disco che inaugura come meglio non si potrebbe la collaborazione con l’etichetta Joyful Noise.

Riesce ancora a sorprendere Ry Cooder, pur essendo in attività da quasi 10 lustri. Nato come musicista da un amore infinito per la tradizione folk, ha deviato la sua traiettoria più volte, scrivendo colonne sonore magistrali come Paris, Texas o sbancando i botteghini creando quasi dal nulla il fenomeno Buena Vista Social Club. Ma Cooder è un musicista che non deve dimostrare più niente a nessuno, ed eccolo tornare a sette anni di distanza dallo splendido Pull Up Some Dust And Sit Down con un nuovo album che attinge a piene mani dal repertorio della musica con cui è nato.  

The Prodigal SonĀ ĆØ un esemplare ed emozionante compendio di musiche folk, gospel e blues prese in prestito, impreziosito da alcune nuove canzoni scritte per l’occasione che non sfigurano affatto accanto ad autentici capolavori della musica tradizionale americana, una tra tutteĀ ā€œNobody’s Fault But Mineā€ di Blind Willie Johnson. Un ritorno al passato guardando al futuro, un disco magistrale. Se volete ascoltare la differenza tra un artista che suona folk blues ed uno che con quella musica nel sangue c’è nato, mettete semplicemente la puntina sui solchi di questo meraviglioso album e lasciatevi travolgere dalle emozioni di canzoni meravigliose come laĀ ā€œThe Prodigal Sonā€Ā inserita in scaletta.

Qualche anno fa avevamo giĆ  parlato su queste pagine diĀ Ryley Walker, un songwriter/chitarrista dell’Illinois capace di trovare la sua strada con il suo fingerpicking, integrando perfettamente la sua scrittura con il retaggio della scena folk britannica degli anni ’70, soprattutto John Martyn, Van Morrison e Nick Drake.Ā Primrose GreenĀ era stato uno splendido album, capace di convincere critica e pubblico grazie alle ossessive e jazzate inquietudini, l’afflato pastorale, le impennate psichedeliche, il virtuosoĀ fingerpicking.Ā Un paio di anni dopo aĀ Golden Sings That Have Been SungĀ era stato assegnato l’arduo compito di confermare cotanta meraviglia. Ma nonostante gli sforzi e il cambiamento verso un lato più sperimentale, il disco presentava tra i solchi più ombre che luci.Ā 

Era quindi molto atteso questo nuovo album intitolatoĀ Deafman GlanceĀ per stabilire dove collocare Ryley Walker: come ennesima promessa non mantenuta oppure come artista dall’enorme talento. Fortunatamente il nuovo disco non solo ci conforta sul talento del songwriter americano, ma risulta alla fine il migliore che abbia mai registrato. Ci sono tutte le influenze apertamente dichiarate durante l’arco della sua carriera, ma sono messe al servizio di una scrittura non facile ma sempre perfettamente a fuoco tra rilassamenti bucolici e momenti sperimentali, accordi aperti e accelerazioni sincopate improvvise, come nella splendidaĀ ā€œ22 Daysā€. Un percorso tortuoso, irrequieto, alla ricerca di una strada che apparentemente Walker fa fatica a trovare, ma che invece appare davanti a noi in tutto il suo splendore.

Se la sono giocata fino all’ultimo per la conquista della prima piazza, non l’hanno raggiunta ma restano una delle band più interessanti uscite negli ultimi anni nella terra di Albione. GliĀ IdlesĀ nascono a Bristol nel 2010 con una spiccata attitudine punk e uno sguardo a 360 gradi verso l’evolversi della situazione sociale e politica in Gran Bretagna. Il cantante Joseph Talbot, i chitarristi Mark Bowen e Lee Kiernan, il bassista Adam Devonshire e il batterista Jon Beavis, assorbono mano mano rabbia ed urgenza facendola poi defluire lentamente, scandendo le uscite e preparandole con grande meticolositĆ .Ā Dopo tre EP, il devastante esordio sulla lunga distanza fra post-punk e post-hardcore della formazione di Bristol si ĆØ materializzato nel 2017 e si intitolavaĀ Brutalism. Un album che aveva colpito per la capacitĆ  del gruppo di Bristol di aggiornare il vocabolario post-punk facendo leva su una capacitĆ  empatica e comunicativa fuori dal comune.Ā 

Come sempre quando si ha un’aspettativa molto alta, si temeva un calo nel famoso complicato secondo album.Ā Joy As An Act Of ResistanceĀ spazza via tutti i dubbi e le paure. E’ un lavoro uguale ma diverso, mantiene tutti i cromosomi che hanno legittimato il successo dell’esordio, aggiungendo (se possibile) ancora più carica drammatica. Sempre cinici, sempre sarcastici, forse con ancora più consapevolezza dell’enorme potenziale che hanno in mano.Ā ā€œSamaritansā€Ā ĆØ solo una delle frecce avvelenate che compongono il loro enormeĀ sophomore album.

Mai come quest’anno ho assistito ad un vero e proprio plebiscito nell’assegnare la corona di miglior disco dell’anno da parte di riviste specializzate eĀ webzine di settore, spesso rivolte ad un pubblico molto differente tra loro. Credo che la ragione sia semplice e proverò a spiegarlo in queste poche righe. In realtĆ  anche da parte mia ci sono stati pochi dubbi su chi mettere sul gradino più alto del podio, anche se in parte capisco chi ha trovato questo album insopportabilmente claustrofobico. Mai come in questo caso avrei voluto davvero possedere il dono di trasformare le emozioni in parole di senso compiuto. Solo cosƬ avrei potuto descrivere al meglio Double Negative, il nuovo album deiĀ Low.

Un buco nero che inghiotte senza pietĆ , detriti e schegge elettroniche che nascondono una bellezza indicibile. Pazzesco pensare come Alan Sparhawk (chitarra e voce) e la sua consorte Mimi Parker (batteria e voce) abbiano esordito nel 1994 con un capolavoro comeĀ I Could Live In HopeĀ e a distanza di 24 anni riescano ancora a sorprenderci. Il duo di Duluth si fa accompagnare dal bassista Steve Garrington (con loro da un decennio), per uno dei viaggi più coraggiosi che abbiano mai intrapreso. L’elettronica, da un po’ di tempo compagna del trio, stavolta muta il DNA della band, alterandolo senza possibilitĆ  di ritorno. Gocce di sangue, macerie fumanti di canzoni talmente celate sotto gli spasmi di feedback e la pioggia di detriti cibernetici che quando la voce dei nostri emerge senza filtri ĆØ come se una luce celestiale illuminasse all’improvviso la distesa funerea di Mordor. La triade inizialeĀ ā€œQuorum – Dancing And Blood – Flyā€ rivela la bellezza sublime di questo lavoro più di mille parole, soprattutto delle mie.

Un grazie speciale va, come sempre, a Franz Andreani per la nuova veste grafica attiva giĆ  dallo scorso anno. A cambiare non ĆØ solo la versione web2.0 del sito, ma anche la ā€œfilosofiaā€ della podradio, con le rubriche che vanno ad integrarsi nella programmazione regolare sotto l’hashtag #everydaypodcast. Tutte le novitĆ  le trovate sempre aggiornate in tempo reale sulla nostra pagina Facebook.

Nel 12° Episodio, passata la sbornia da classifica, torneremo alla programmazione “quasi” regolare di Sounds & Grooves. Il tutto, come sempre, sulle onde sonore della podradio più libera ed indipendente del pianeta: radiorock.to.

Intanto se volete potete sfruttare la parte riservata ai commenti qui sotto per darmi suggerimenti, criticare (perchƩ no), o proporre nuove storie musicali. Mi farebbe estremamente piacere riuscire a coinvolgervi nella programmazione e nello sviluppo del mio sito web.

Se volete ascoltare o scaricare il podcast, potete farlo anche dal sito della stessa PodRadio cliccando sulla barra qui sotto. Buon Ascolto

TRACKLIST

01. ANNA VON HAUSSWOLFF: The Mysterious Vanishing Of Electra Ā daĀ Ā ā€˜Dead Magic’   (2018 – City Slang)

02. MICAH P. HINSON AND THE MUSICIANS OF THE APOCALYPSE: Small Spaces Ā  daĀ Ā ā€˜When I Shoot At You With Arrows, I Will Shoot To Destroy You’   (2018 – Full Time Hobby)

03. DIRTY PROJECTORS: That’s A Lifestyle Ā daĀ Ā ā€˜Lamp Lit Prose’   (2018 – Domino)

04. ALLEN RAVENSTINE: Sentimental Duet / Waiting For The Bomb / The Ladies In The Garden Ā daĀ Ā ā€˜Waiting For The Bomb’   (2018 – ReR Megacorp)

05. GNOD: Uncle Frank Says Turn It Down Ā daĀ Ā ā€˜Chapel Perilous’   (2018 – Rocket Recordings)

06. MARISA ANDERSON: Sant Feliu De GuĆ­xols Ā daĀ Ā ā€˜Cloud Corner’   (2018 – Thrill Jockey)

07. DRINKS: You Could Be Better Ā  daĀ Ā ā€˜Hippo Lite’   (2018 – Drag City)

08. DEAD RIDER TRIO: Not A Point On A Scale Ā  daĀ Ā ā€˜Dead Rider Trio Featuring Mr. Paul Williams’  (2018 – Drag City)

09. JOSEPHINE FOSTER: Lord Of Love Ā daĀ Ā ā€˜Faithful Fairy Harmony’   (2018 – Fire Records)

10. DANIEL BLUMBERG: MinusĀ  Ā daĀ Ā ā€˜Minus’  (2018 – Mute)

11. ONEIDA: CockfightĀ  daĀ Ā ā€˜Romance’   (2018 – Joyful Noise Recordings)

12. RY COODER: The Prodigal Son Ā daĀ  ā€˜The Prodigal Son’   (2018 – Fantasy / Perro Verde)

13. RYLEY WALKER: 22 Days Ā  daĀ Ā ā€˜Deafman Glance’   (2018 – Dead Oceans)

14.Ā IDLES: Samaritans daĀ  ā€˜Joy As An Act Of Resistance’   (2018 – Partisan Records)

15. LOW: Quorum / Dancing And Blood / Fly daĀ  ā€˜Double Negative’   (2018 – Sub Pop)

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